Dopo Putin e Biden, veniamo ora a Donald Trump. Stavolta, il minus habens è conclamato, giusto? A parte i vaneggiamenti, le contraddizioni e gli atteggiamenti alternanti fra il bambino viziato, il bullo di quartiere ed il boss mafioso, è fuor di dubbio che abbia arrecato al proprio paese forse più danni di quanti ne abbia fatti Putin al suo. E senza neppure il bisogno, per ora, di infognarsi in una guerra al di sopra delle proprie possibilità.
Eppure…
Se consideriamo gli effetti delle sue alzate d’ingegno, possiamo intravedere un filo conduttore che non corrisponde agli scopi dichiarati, ma che potrebbe ben essere funzionale ad altri, non dichiarati obiettivi. Infatti, dobbiamo sempre cercare di capire quale sia il fine che il tizio in questione si propone, per giudicarne l’operato. Per cominciare, ricordiamoci che Trump è espressione di tre diversi gruppi di potere: cristiani integralisti, suprematisti bianchi e miliardari.
I primi mirano ad una società apertamente reazionaria controllata da uno stato autoritario che imponga a tutti le regole che ad essi loro aggradano. Una società “cristiana e tradizionalista”, dove “cristiano” e “tradizione” significano semplicemente “a noi garba così”.
I secondi vogliono in più imporre l’apartheid ed altre forme di discriminazione razziale.
I terzi mirano ad uno stato fortemente autoritario e centralizzato che garantisca loro mano libera nello sfruttamento di territori, risorse e persone. Anche le precedenti amministrazioni hanno lavorato a questo scopo, ma Trump 2 lo sta facendo in modo ancora più sfacciato.
Del resto, è un fenomeno ricorrente che il capitalismo in buona salute produca politiche liberali mentre, una volta in difficoltà, partorisca strategie sempre più autoritarie; finanche fascistoidi o peggio.
Queste tre fazioni coincidono parzialmente, ma si sono trovate d’accordo nell’insediare Mr. Trump al potere e ad assecondarne la personalità, in quanto funzionale alle aspettative di tutti loro.
Ora cerchiamo di capire quale sia il progetto perché, dietro il denso fumo di stravaganze, dichiarazioni deliranti, abusi sistematici e atteggiamenti ridicoli, sembra emergere un quadro coerente.
Consideriamo alcune delle principali trovate del nostro, separando la politica estera da quella interna.
Esteri:
Tradimento dell’Ucraina. Abbiamo visto che l’amministrazione Biden aveva optato per un sostegno che però garantisse alla Russia il vantaggio strategico, decisione a cui gli europei si erano adeguati (come loro abitudine). Già da prima della sua rielezione, grazie alla maggioranza in senato, Trump ha però cambiato radicalmente impostazione. Il suo tentativo è stato chiaro: imporre all’Ucraina la resa immediata, pena l’abbandono alla mercé della Russia. Inizialmente, senza neppure consultare il governo ucraino e neppure gli “alleati” europei.
Se avesse funzionato, avrebbe certo fatto un grande regalo a Vladimir Putin, forse in cambio di qualcosa. Comunque, avrebbe dimostrato al mondo intero che lui è il padrone degli USA e che gli USA sono i padroni dell’Europa, della quale dispongono a proprio piacimento, come le potenze coloniali del XIX secolo disponevano e decidevano dei territori e delle popolazioni africane.
Del resto, nella sua “strategia per la difesa” è stato quasi esplicito: i paesi europei devono adeguarsi ai suoi capricci sia in politica estera che interna, altrimenti peggio per noi. Ma l’Ucraina ha rifiutato il diktat e gli europei, quasi tutti chi più chi meno, sono stati collettivamente in grado di sostituire gli americani; almeno finora. Oggi la Russia continua a prevalere, ma all’incirca come l’anno scorso e non riesce a sfondare. Intanto Trump continua a fare la figura del peracottaro, ma non penso che fosse questo il “piano”.
Minacce alla Groenlandia. Ed ecco che arriva l’ordine di consegnargli la Groenlandia “altrimenti ce ne ricorderemo”. Se l’Europa avesse ceduto, Trump avrebbe portato a casa diversi risultati: in particolare, una dura punizione agli europei che si sono permessi di disubbidirgli (sia pure fra tanti salamelecchi), soprattutto contro la Danimarca che, nel suo piccolo, è uno dei principali sostenitori dell’Ucraina.
Avrebbe inoltre avuto un trofeo da esibire al proprio elettorato, oltre ad un territorio USA posto a dividere l’UE dal Canada, altra “provincia ribelle” (dal suo punto di vista) con cui medita di fare i conti. Oltre, naturalmente, alla possibilità di sfruttare l’isola senza dover rendere conto ad alcuno. Per inciso, i groenlandesi hanno già mandato a casa i cinesi, non appena hanno visto come lavorano.
Distanziamento dagli alleati del Pacifico. A dimostrazione del fatto che, a Washington, la Cina è considerata come un concorrente con cui trattare e non come un pericolo da contenere, l’amministrazione Trump sta scaricando gli alleati asiatici più o meno come quelli europei. “Arrangiatevi” è, in buona sostanza, la parola d’ordine. In linea con la stessa “strategia” è il voluto peggioramento dei rapporti con l’India ed il rinnovo della protezione al Pakistan. La prima è l’unica potenza asiatica in grado di contrappesare parzialmente la Cina, il secondo un vassallo consolidato di Xi, implicato in parecchie storie di terrorismo islamista.
Rapimento di Maduro. Coup de theatre notevole, con un centinaio di morti come claque. Per cosa? I petrolieri americani non vogliono impelagarsi in Venezuela, il governo chavista è sempre lì e reprime le proteste senza interferenze, la povera Machado si è coperta di ridicolo per nulla. Ciò nonostante, il “messaggio trasversale” ai capi di stato delle Americhe è chiaro: “Stai attento a quello che fai perché posso venire a prenderti quando voglio”.
Lo scopo? Lo ha spiegato Trump stesso nella sua “strategia per la difesa”. Il Nuovo Continente, dall’Artico all’Antartico, è roba sua e ci fa quello che vuole: gli altri si comportino ugualmente con il resto del mondo. Che poi è all’incirca quel che dice Putin a proposito delle ex-province dell’Impero.
Danza dei dazi. Il fine dichiarato di reindustrializzare gli USA e riequilibrare la bilancia commerciale era perfettamente sensato. Ma il metodo adottato ha sortito invece l’effetto di spingere l’inflazione interna, indebolire il dollaro e provocare un parziale, ma progressivo, adattamento delle reti commerciali globali che, anziché convergere sugli USA, stanno cercando di evitarli il più possibile. Un disastro probabilmente già nel giro di qualche anno. Nel frattempo, chi conosce le sue dichiarazioni del giorno dopo può sfruttarle per giocare in borsa e farsi una montagna di soldi. E’ il caso di aggiotaggio più grandioso e spericolato della storia (finora).
“Board for Peace”. Oggetto alquanto misterioso la cui unica funzione certa è quella di avallare le decisioni di Trump, quali che siano, e, almeno per alcuni, partecipare alla più grande speculazione edilizia dei nostri tempi. Per non parlare della parziale evacuazione della popolazione palestinese, del consolidamento del controllo israeliano e la definitiva eliminazione dell’idea stessa di “stato palestinese”. Vedremo come andrà a finire.
Abbandono totale o parziale delle istituzioni internazionali. E’ vero che molte di queste funzionano poco e male, proprio perché i principali stati membri cercano di gestirle a proprio uso e consumo. Tuttavia, la campagna trumpista contro di esse serve soprattutto a ribadire il principio che gli USA non devono rendere conto a nessuno.
Interni:
ICE come corpo paramilitare. ICE è una polizia specializzata nel controllo delle dogane e dell’immigrazione ed è sempre stata particolarmente violenta, del resto in America tutte le forze dell’ordine hanno il grilletto molto più facile che da noi. Non l’ha inventata Trump, ma è lui ad averla resa l’agenzia federale più potente e ricca degli USA. Soprattutto, vi ha fatto arruolare personaggi a dir poco equivochi che hanno trasformato un corpo di polizia statale in una vera e propria milizia personale, agli ordini del POTUS. Per ora se ne serve per terrorizzare le città massicciamente “dem”, ma domani?
Bashi-bouzouk, Tigri di Arkan, Camice Nere, Forze di Supporto Rapido… L’elenco delle milizie paramilitari al servizio di un despota è lungo e molto variegato, ma, al di là delle tante differenze, hanno due aspetti in comune. In primis il fatto di essere usate per fare il “lavoro sporco” che polizia ed esercito regolari non vogliono fare (perlomeno non abbastanza volentieri) e la facilità con cui possono trasformarsi in capri espiatori qualora l’autocrate venga sconfitto, oppure quando non gli servano più. Talvolta, invece, si ribellano. Ma sono sempre soggetti molto pericolosi per tutti: uno stato sano le evita come la peste.
Occupazione delle principali città “Dem”. La vendetta del presidente colpisce stati e città colpevoli di opporglisi: tagli ai bilanci e invasione dei miliziani dell’ICE sono le due punizioni che preferisce, ma non le uniche. Questo sta accelerando un fenomeno di migrazione interna dei dem verso gli stati “azzurri” e dei MAGA verso quelli “rossi”.
Così si stanno disegnando delle linee di divisone politica attraverso la federazione, fratture che non è più fantastico immaginare come potenziali fronti di un’ipotetica nuova guerra di secessione. Ma, forse, è proprio questo lo scopo dell’operazione: creare una situazione di emergenza abbastanza forte da permettergli di promulgare la legge marziale, schierare l’esercito a difesa dei suoi personali interessi e impedire elezioni che potrebbe perdere. O, direttamente, prolungare arbitrariamente il suo mandato.
Normalizzazione dell’abuso sistematico. Alla sconfitta elettorale del 2020, Trump reagì istigando un vero e proprio tentativo di colpo di stato di cui non ha mai dovuto rendere veramente conto. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di colpi di stato all’estero, ma in patria credo che questo sia stato il primo e maldestro tentativo.
Nuovamente eletto nel 2024, Trump ha fatto dell’abuso di potere e della prevaricazione il suo metodo di governo, a tutti i livelli. Avendo oramai in pugno la Corte Suprema e la possibilità di graziare all’istante chiunque dei suoi seguaci che venga condannato da un qualunque tribunale, gli USA somigliano già molto ad un’autocrazia mafiosa.
Occupazione di tutte le istituzioni e/o loro eliminazione. Negli USA è consuetudine che l’amministrazione entrante sostituisca una serie di dirigenti in posizioni-chiave. Ma il POTUS ha fatto molto di più: il livello di finanziamento, le dotazioni di personale, fino alla stessa esistenza delle diverse agenzie e dei servizi federali vanno in rapporto ad un unico parametro: l’ubbidienza immediata ed assoluta a Mr. Donald Trump. Non al paese od al presidente; personalmente a lui.
Il quadro è ovviamente molto più complesso di così, ma quanto sopra riassunto ci permette di avanzare un’ipotesi. Si direbbe che gli scopi principali del tycoon siano tre:
– Fare una montagna di grana assieme ai suoi più stretti compari;
– Stabilire in USA una dittatura de facto, analoga a quelle già saldamente insediate, per esempio, in Ungheria, Turchia e, guarda caso, Russia;
– Acquisire il pieno controllo delle due Americhe e, forse, del medio Oriente, lasciando perdere tutto il resto.
In buona sostanza, l’attuazione del Presidential Transition Project 2025, documento pubblica to nel 2024. Dunque niente complotti e segreti, tutto nero su bianco e disponibile si internet.
Certo, dal dire al fare non è tutto facile. L’Europa e l’Ucraina per ora resistono e Putin si fa palesemente beffe di Trump. La maggior parte degli stati del mondo sta cercando di riorganizzare le proprie filiere commerciali e le proprie politiche per ridurre al minimo indispensabile i rapporti con gli USA, una consistente percentuale di elettori repubblicani ne ha piene le tasche dei MAGA e del circo di “yesmen” di cui Donald si è circondato (fra cui una buona quota di palesi incapaci).
Non è quindi detto che il piano riesca, anzi lo ritengo improbabile. Ma il nodo focale della questione è che, contrariamente ai luoghi comuni, non è vero che Trump agisca in modo irrazionale. Anzi, sul piano tattico mostra una notevole capacità che gli vale anche dei successi. Il punto è che lui mira a diventare il primo dittatore d’America e tutte le sue azioni sono coerenti con questo scopo supremo. Tutti, a cominciare dal suo stesso paese, sono spendibili.
Trump è sostanzialmente un prepotente, e come tutti i prepotenti di successo ha un fiuto incredibile per la debolezza altrui. Sembra aver però sbagliato i conti con l’Europa… speriamo: una volta tanto, qualcosa di giusto che fa il nostro continente. Se fossimo come i paesi arabi nei confronti dei palestinesi, o come i paesi latinoamericani nei confronti del Venezuela (e di questa porcheria dello sparare ai pescatori ammazzandoli come se la vita umana non valesse niente), ci avrebbe già mangiato in un sol boccone, anzi in più bocconi.
Curiosamente, gli unici paesi che resistono a Trump solo quelli ricchi e governati efficacemente (anche se non sempre democraticamente), cioè Europa, Canada e Cina, e forse anche il Giappone. I paesi poveri oppure non democratici sembrano più che altro subirlo. Una cosa su cui riflettere.
Segnalo questo: https://www.theguardian.com/world/2026/feb/06/western-europeans-turning-against-us-after-greenland-threat-poll-finds
L’Italia, ovviamente, è il paese più contrario al riarmo. La nostra mentalità è sempre quella del “Franza o Spagna, purché se magna”: se non ci salvano più gli USA, ci salverà qualcun altro, in qualche modo faremo, ma prenderci le nostre responsabilità giammai.