Questo sarà il primo di due post correlati. L’inopinato attacco israelo-americano all’Iran si sta rapidamente allargando, grazie anche alle interconnessioni con parecchi altri conflitti in giro per il mondo. Una guerra non ancora mondiale, ma per così dire quasi-mondiale.
D’altronde, se consideriamo tutti i paesi direttamente o indirettamente coinvolti e le possibili conseguenze economiche e forse anche demografiche, nonché la disintegrazione di ogni residuo equilibrio geopolitico, la posta in gioco ha raggiunto un livello paragonabile a quello del 1939, certamente superiore a quello del 1914. Ancorché con modalità di gran lunga meno cruente, per adesso.
In questa sede non si pretenderà di fare un punto aggiornato su di una situazione spesso in rapido divenire e solo molto parzialmente di pubblico dominio. Piuttosto, proveremo a dare uno sguardo alle implicazioni strategiche per i vari soggetti coinvolti, nei ristretti limiti delle notizie disponibili e del carattere divulgativo di questo blog.
In altre parole, corriamo il fortissimo rischio di sbagliarci nelle nostre analisi, anche se difficilmente eguaglieremo la bassezza di taluni canali di informazione alla moda che non nomineremo a scanso di querele. Ogni contributo e precisazione è pertanto benvenuto.
Paesi direttamente coinvolti
Israele
È l’epicentro di questa conflagrazione. A quanto pare, il governo israeliano ha deciso che sia il momento “ora o mai più” per annientare i propri nemici storici e realizzare la famigerata quando vaga “Grande Israele”, su cui lo stato ebraico vanterebbe nientemeno che un “diritto biblico”. Tutto lascia pensare che molti israeliani (assolutamente non tutti), oggi credano davvero a questa narrazione.
Di qui derivano la distruzione totale della Striscia di Gaza, il pogrom graduale in Cisgiordania, gli attacchi alla Siria e l’invasione del monte Hermon, l’occupazione in corso del Libano meridionale. Oltre, ovviamente, al coinvolgimento in un secondo e massiccio attacco all’Iran insieme agli USA, dopo quello del giugno scorso che aveva già fatto a pezzi buona parte del programma nucleare di Teheran.
Per il momento, dal punto di vista israeliano, il piano sembra avere successo. Gaza è stata rasa al suolo senza che nessun paese al mondo (meno che mai islamico) muovesse serie obiezioni. Rimane solo da occuparsi di oltre due milioni di persone accampate fra le macerie. Gli israeliani li vorrebbero scaricare a vari stati arabi che, però, si sono per ora rifiutati. Il “piano B” sembra la creazione di una gigantesca favela stretta fra la “linea gialla” (che ha già inglobato il 50% della Striscia ed è già stata dichiarata nuovo confine) e i resort di lusso che Trump e i suoi compari intendono realizzare sulla costa.
Hamas e gli altri gruppi terroristici sono però ancora presenti sul territorio e, pur al momento impotenti, c’è da scommettere che alla prima occasione sapranno sfruttare la disperazione e il desiderio di vendetta della popolazione, così come in Cisgiordania. A nord, Hezbollah è stato per ora eliminato dalla Siria (dai siriani, non dagli israeliani) e in Libano forse non durerà ancora molto, ma bisogna aspettare quali eventuali accordi saranno trovati con il governo e le altre fazioni libanesi. Sempre che Netanyahu non abbia in mente di inglobare anche pezzi di Libano e di Siria, cosa a questo punto assai probabile.
Israele sembra per ora emerso vincitore dallo scontro con l’Iran. Ha subito danni ingenti (il rigido segreto sugli effetti dei bombardamenti iraniani non lascia presagire niente di buono) e altri ne subirà, ma il potenziale militare e industriale iraniano uscirà comunque drasticamente ridimensionato, sempre che l’intero stato non sprofondi in una guerra civile sine die, tipo Siria o Libia. Ciò che probabilmente sperano a Gerusalemme.
In cambio, “Bibi & co.” hanno però riportato in auge a livello mondiale l’anti-ebraismo (termine assai più appropriato di “anti-semitismo”) e minato profondamente la coesione politica interna. Inoltre, aver trascinato attivamente i propri alleati di sempre (e con loro il mondo intero) in una crisi economica dagli sviluppi assai preoccupanti potrebbe finire con l’alienargli molti appoggi internazionali, ben più di qualunque crimine di guerra.
Insomma, nel breve periodo il piano israeliano sembra efficace ma, in un’ottica un poco più di lungo termine, potrebbe tradursi invece in un disastro. Specie se, come probabile, la progressiva disintegrazione dell’economia globale, a cui Israele sta contribuendo attivamente, finirà con il ridurre sensibilmente il suo stesso potenziale militare, lasciandola sola in mezzo a masse di gente bramose di vendetta.
Siria
La guerra civile non è finita, ma si è molto rallentata. Dopo la sconfitta dei curdi, la riunificazione dello stato sembra sostanzialmente compiuta e l’attuale governo sta giocando bene su molti tavoli contemporaneamente. Tuttavia, permangono tutti i presupposti essenziali per la ripetizione della crisi che scatenò la guerra civile nel 2011, come e peggio di prima: ridotta produzione petrolifera, sovrappopolazione, desertificazione, inimicizie vecchie e nuove fra le diverse etnie e confessioni.
Proseguono attentati e sommosse da parte di tutte le principali fazioni sconfitte (assadisti ed alawiti, curdi, ISIL e varie altre minori). Gli americani stanno evacuando tutte le loro basi (strano alla luce dei loro piani per l’Iran, ma forse l’amministrazione USA non brilla per coordinamento), mentre i russi mantengono (pare) una presenza formale nella un tempo grande base di Latakia.
Il governo siriano gode del pieno appoggio della Turchia, ma deve fare i conti con Israele che ha bombardato tutte le basi e gli arsenali abbandonati dagli assadisti, ha occupato una fascia di territorio ai piedi del Golan fino in vetta al monte Hermon e sta sobillando il separatismo delle comunità druse nel sud.
Libano
Dall’invasione palestinese del 1970, il Libano ha conosciuto pochissimi momenti di pace, fra scontri interni e ricorrenti invasioni israeliane e siriane. Attualmente, circa un milione di persone è in fuga dal sud del paese per l’ennesimo scontro fra Israele e Hezbollah.
Finora la milizia terrorista ha sempre riportato una netta vittoria politica sul potente nemico, ma ora potrebbe perdere e trovarsi oramai del tutto isolata, con la Siria decisamente ostile e l’Iran che difficilmente può offrire assistenza, trovandosi nel bel mezzo di una guerra. Sta però vendendo cara la pelle, benché non ci sia alcuna certezza sulle intenzioni delle varie parti in causa (governi e milizie).
Palestina
A Gaza il cosiddetto “cessate il fuoco” ha comportato una drastica riduzione dei bombardamenti, ma non la loro fine (registriamo ancora centinaia di morti e migliaia di feriti), così come non sono stati ripristinati gli aiuti internazionali, se non in piccola parte, con tutto ciò che ne consegue. Meno nota è la situazione in Cisgiordania, dove uccisioni e violenze varie da parte dei coloni, protetti dall’esercito e dalla polizia, proseguono a ritmo serrato; così come le nuove confische e costruzioni.
Nelle speranze degli israeliani, tutto ciò dovrebbe estirpare i gruppi terroristici, ma potrebbe pure sortire l’effetto contrario. A che pro, infatti, le autorità nazionali palestinesi mantengono un profilo collaborativo o anche solo paziente, se in cambio si ottengono solo violenza e sopraffazione?
Iraq
In Iraq le milizie sciite lanciano salve di razzi non solo sulle basi americane, ma anche contro le città della Giordania e dei paesi del Golfo Persico. Finora hanno reagito solo gli americani con attacchi aerei, ma la pazienza degli arabi volge al termine, mentre le legittimità del governo iracheno si erode rapidamente. Una nuova implosione del paese è dunque un’eventualità sempre più minacciosa.
Altro attore importante in zona sono le milizie curde nel nord del paese che Trump ha reiteratamente invitato ad attaccare l’Iran, in sostegno dei locali separatisti curdi. Ma l’amministrazione USA si è fatta una solida fama di abbandonare gli alleati non appena le conviene, come ha appena fatto, fra gli altri, proprio con i curdi siriani.
Nessuno vuole essere lasciato solo a fronteggiare la vendetta degli ayatollah, nel caso in cui dovessero rimanere in sella alla fine della guerra: i curdi ricordano bene cosa fece loro Saddam Hussein nel 1991. Su entrambe i lati del confine le milizie sono quindi in allerta, ma per ora nessuno si è mosso.
Petrocrazie arabe (Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Emirati, Kuwait)
Gli arabi hanno accettato le numerose basi statunitensi sul loro territorio soprattutto in quanto garanzia contro un eventuale attacco dell’Iran sciita, nemico tradizionale delle monarchie sunnite. Ma l’essere state coinvolti in una guerra di vasta portata senza la minima consultazione non contribuito a cementare i buoni rapporti con gli americani. Tanto più che i danni economici maggiori a livello mondiale sono proprio per loro, oltre che per l’Iran stesso.
Per giunta, Israele ha bombardato i pozzi di metano iraniani al confine con il Qatar, provocando un’analoga ritorsione da parte di Teheran e causando un disastro economico di lungo periodo forse irreparabile. Se riaprire il traffico attraverso lo stretto di Hormuz potrebbe infatti essere questione di settimane o mesi, serviranno invece anni per rimettere in servizio installazioni di questo genere, dopo distruzione ed abbandono.
Questo nella migliore delle ipotesi perché, visto il contesto economico generale, è probabile che i danni odierni e futuri siano almeno in parte irreparabili. Pare proprio che Trump abbia trovato il modo per ridurre i consumi globali di idrocarburi, cosa che gli sta creando molte antipatie e non solo nella penisola arabica.
Finora gli arabi hanno sparato solo per difesa, senza contrattaccare, ma la sempre maggiore aggressività iraniana li pone di fronte ad un dilemma terribile: partecipare attivamente all’attacco israelo-americano contro un altro paese musulmano (sia pure sciita) oppure dare lo sfratto agli americani.
Entrambe le opzioni sono cariche di conseguenze gravissime e forse fatali. Una sola cosa è certa: superata la fase acuta, gli stati arabi cercheranno altri accordi e alleanze al posto della Zio Sam. Tanto per cominciare, hanno accolto Zelensky in pompa magna, siglando con lui accordi di collaborazione militare ed economica che, fra qualche mese, dovrebbero produrre qualche risultato per entrambi. Un colpo durissimo alla reputazione degli USA ed allo smisurato ego del loro presidente.
Iran
L’Iran si è preparato per cinquant’anni a questa guerra, con una strategia peculiare. La “parte offensiva” della loro politica militare contro gli USA e gli stati sunniti si basa sul finanziare e sostenere gruppi terroristici e milizie armate, come stiamo vedendo anche in questi giorni. L’odio per Israele, che per decenni ha minacciato l’Iran solo a parole, fungeva da pretesto per atteggiarsi a campione dell’Islam contro il Nemico per antonomasia.
La parte difensiva è invece basata sul deterrente di un arsenale missilistico impressionante, probabilmente superiore a quello di ogni altra potenza al mondo, molto ben protetto in tunnel scavati nel cuore delle montagne, fuori tiro per qualunque arma esistente. USA e Israele stanno infatti cercando di colpirne gli ingressi, in modo da renderli inutilizzabili, mentre gli iraniani ogni volta li riscavano e ricominciano a sparare: con frequenza effettivamente sempre minore, ma contro obbiettivi le cui difese sono già state danneggiate.
A fronte di un attacco che ha cercato di evitare, il governo iraniano ha reagito coinvolgendo direttamente gli stati arabi dell’altra sponda del Golfo ed indirettamente il resto del mondo, scatenando una crisi riguardante non solo gas e petrolio, ma anche zolfo, nitrati, elio e altri materiali. In pratica, creando le condizioni concrete di una crisi energetica globale nonché di carestie in molti paesi.
Con ogni probabilità lo scopo è costringere tutti gli stati del mondo a premere su Trump affinché sospenda l’attacco, dando di fatto partita vinta agli ayatollah. Non sappiamo se funzionerà, tuttavia l’attuale regime molto probabilmente è in grado di mantenere questa scommessa mortale per parecchio tempo, benché il danno economico per l’Iran sia assai maggiore e duraturo che per tutti gli altri attori coinvolti. Il regime iraniano è infatti disposto a sacrificare l’intero paese pur di continuare ad esistere.
Per inciso, la vendita di petrolio conviene all’Iran se le quotazioni si aggirano intorno ai 125 $/barile. Già prima della guerra esportava per fare cassa, ma in perdita. Senza un rialzo duraturo e consistente del prezzo, buona parte dell’infrastruttura petrolifera iraniana era comunque condannata, per cui tanto vale ora scommettere il tutto per tutto.
Piccola digressione riguardo allo stretto di Hormuz: non è stato l’Iran ad averlo bloccato di sua iniziativa, anche perché non sembra capace di affondare grandi navi, specialmente se sotto scorta militare o, magari, dotate a loro volta di sistemi anti-drone anche semplici come mitragliatrici. Tuttavia, è certamente in grado di danneggiare più o meno seriamente alcune delle navi che tentassero di forzare lo stretto, come ha per altro già fatto.
Tale semplice constatazione ha convinto le sette principali società assicuratrici mondiali a non coprire più questo tratto di mare, inducendo i principali armatori a non correre il rischio, complici le “Big Oil” che su questa crisi stanno realizzando attivi da record. A nulla sono valse le promesse americane di coprire gli assicuratori mediante un fondo specifico: chi si fida più degli USA?
Nel frattempo, il regime iraniano continua ad essere uno dei più repressivi al mondo ed ha anzi aumentato ulteriormente la pressione sulla popolazione civile. Finora non c’è stata alcuna sollevazione popolare, in nessuna parte del territorio. Probabilmente Trump & co. contavano su questo, ma non è accaduto malgrado siano in molti ad odiare il regime e siano parecchie le minoranze etniche tradizionalmente separatiste (Curdi, Baluchi, Azeri, Arabi, Turkmeni e varie altre).
I motivi sono molti: mancanza di un’intesa fra le varie anime dell’opposizione, ferocia della repressione e totale mancanza di fiducia negli americani.
USA
Di solito, le guerre si fanno perseguendo uno scopo preciso, benché spesso non raggiunto. Ma cosa si riproponesse l’amministrazione americana lanciando l’attacco e cosa voglia adesso non lo ha ancora capito nessuno, forse nemmeno Trump, a giudicare dalla totale mancanza di senso nelle sue dichiarazioni e dall’assenza di un’evidente coerenza nelle sue decisioni.
Certo, gran parte del potenziale militare e industriale iraniano è stato distrutto o danneggiato ed altro lo sarà. Ma questo non ha fermato i lanci di missili e droni, né ha impedito all’Iran di prendere in ostaggio l’economia globale, oltre a molti milioni di persone specialmente in Africa e nell’Asia meridionale.
E allora? Cosa contano di fare? “Spacco tutto finché non si arrendono” sembra essere l’idea del potus, ma intanto la posizione strategica e militare americana si degrada di giorno in giorno. Gli arsenali si svuotano (e ci vorranno anni per ricostituirli), le alleanze anche più solide si sgretolano, la situazione interna degenera. Riusciranno USA e Israele a silenziare i lanciamissili iraniani?
Se lo fanno in fretta potranno dire di aver vinto, ma se la faccenda andrà per le lunghe e fra qualche mese gli iraniani saranno ancora in grado di sparare qualche missile e qualche drone, avranno vinto loro e le conseguenze per gli USA saranno catastrofiche.
A maggior ragione se commetteranno il suicidio di sospendere le ostilità lasciando agli iraniani il controllo dello stretto di Hormuz. A prescindere dagli accordi che trovassero gli altri paesi, la presenza politica e militare degli USA nel Golfo Persico e in medio Oriente sarebbe finita, così come quel che resta della loro egemonia. Si troverebbero del tutto isolati contro il mondo intero.
Tra l’altro, mentre l’amministrazione Biden stava vincendo la guerra in Ucraina (dal punto di vista USA, non da quello ucraino) senza fare granché, quella successiva l’ha trasformata in una disfatta epocale (sempre dal punto di vista USA, non da quello dell’Ucraina).
(continua)




Direi che potremmo smettere di chiamare Hamas, Hezbollah e la resistenza palestinese “gruppi terroristici”.
Non vedo perché, soprattutto nel momento in cui la loro strategia si è ridotta soltanto a giocare al massacro e al tanto peggio tanto meglio. Non che prima avessero, eufemismo, molti profili discutibili.
Hamas ha versato sangue anche di compatrioti, ha contribuito alla frantumazione della causa palestinese e per questo è stata lautamente pagata da Netanyahu.
Hezbollah ha agito come longa manus dell’Iran per i suoi scopi nella regione, tra cui sostenere il regime infame di Bashar al-Assad.
Ma anche ragionando cinicamente, a parte attacchi alla popolazione civile utili per fornire a Israele pretesti per le sue nefandezze sulla pelle di palestinesi e libanesi, mi sai dire azioni con cui lo hanno fatto vacillare o quantomeno sono riusciti a infliggere colpi importanti?
Ma che razza di definizione di terrorismo stai usando? “Non sono d’accordo con le loro scelte” non è uguale a “sono terroristi”. O la parola “terrorismo” ha un significato oggettivo, o è inutile usarla. Si può disapprovare senza appiccicare etichette propagandistiche.
Non mi va di stare qui a fare la difesa d’ufficio di Hamas e di Hezbollah e delle loro colpe ed errori; comunque per quel che vale non sono d’accordo con la tua caratterizzazione. Non è stata Hamas a dividere i palestinesi, che erano già divisi (e quale popolo non lo è?), e che io sappia è stata Fatah a impedire ad Hamas, che aveva vinto le elezioni, di prendere il potere. Il 7 ottobre è stato un attacco principalmente militare, in cui sono stati commessi crimini di guerra contro sia i militari che la popolazione civile, in quale misura non è chiaro dato che alcune delle vittime sono molto probabilmente attribuibili all’intervento dell’esercito israeliano. Ma, a differenza degli attacchi suicidi di anni fa (quelli sì “terroristici”), in questo caso l’obiettivo non era una strage di civili.
Hezbollah colpisce molti meno civili di Israele (lasciando da parte la Siria naturalmente), ed è considerata l’unica forza che è stata in grado, dopo decenni, di espellere Israele dal paese. Se non è un colpo importante questo, non so cosa lo sia. Di nuovo, però, “non aver inflitto colpi importanti” NON è la stessa cosa che “essere terroristi”.
Al di là di tutto questo e delle opinioni mie e tue, “terrorista” ha un significato preciso e se usi questo termine devi farlo a proposito. Se “fa anche attacchi contro civili” è la tua definizione, allora per piacere riscrivete l’articolo e chiamate terroristi tutti gli eserciti menzionati, non solo le milizie non statali.
E come post scriptum, se “offrire pretesti per le nefandezze di un esercito regolare ” è terrorismo, erano terroristi anche i partigiani.
Se vogliamo essere precisi, il termine “terrorismo” nasce per definire un certo tipo di governo, durante la Rivoluzione Francese. E molto a proposito perché, da sempre, i governi possono fare e talvolta fanno di molto peggio di qualunque organizzazione criminale, per ovvi motivi.
Ciò detto, Hamas ed Hezbollah non sono SOLO gruppi terroristici, sono anche milizie e partiti politici, tutto insieme. Ma la componente terroristica rimane per essi fondamentale e identitaria, sia nei confronti dei nemici dichiarati, sia nei confronti dei dissidenti interni (e non entriamo a discutere di cosa sia un “dissidente interno” per favore. Facciamo a capirci).
Terroristi, a maggior ragione possono essere anche governi. Ma faccio una domanda: Israele ha ammazzato oltre 100.000 persone in buona parte a caso e non ha ancora finito, ma non fra i suoi cittadini. L’Iran ha appena ammazzato decine di migliaia di suoi cittadini che protestavano disarmati, ma ha finora mirato i suoi missili quasi esclusivamente su bersagli politici, militari o economici; attacchi diretti contro la popolazione civile sono pochi e forse errori. Chi dei due è terrorista? L’uno, l’altro o entrambi?
Appunto. Terrorista dovrebbe voler dire “che semina volutamente terrore con la violenza per ottenere uno scopo politico”. Siccome, almeno secondo una certa definizione di questi termini, tutti gli attori summenzionati o lo fanno o lo hanno fatto in passato (Hamas paradossalmente molto più in passato che oggi), o definisci terroristi tutti, oppure nessuno. Meglio “milizie”, o gruppi armati non statali. Terroristi è improprio e indica un pregiudizio.
“Paradossalmente” fino a un certo punto, dal momento che ha ricevuto svariati milioni di dollari dal Qatar grazie al placet di Israele e ha ottenuto la rimozione di tutti gli insediamenti ebraici dalla Striscia, cose che in Cisgiordania si sono sognati.
Mi sembra anche un’affermazione un po’ pericolosa, perché si potrebbe ribattere facilmente che se Hezbollah e Hamas hanno ridotto la loro attività terroristica non è tanto per loro volontà ma in virtù delle cruenti azioni militari dell’IDF contro Gaza e Libano che hanno limitato all’osso la loro capacità di azione.
Parimenti potrei dire che cassare il temine “terrorista” riguardo a determinati gruppi indica pregiudizio positivo a loro favore. Secondo me non sarebbe corretto in quanto niente lascia pensare che abbiano cambiato modus operandi. In altri casi è avvenuto. Per esempio Al Fatah è stato il gruppo terroristico più importante per parecchi anni (pensa che tempi tranquilli rispetto ad oggi). Trasformandosi (da facto) in OLP ha effettivamente abbandonato certe pratiche e quindi sarebbe scorretto continuare ad etichettare l’OLP come “terrorista”.
Comunque, è una questione di lana caprina perché questo come molti altri termini, alla fin fine, nel gergo giornalistico e governativo sono semplicemente sinonimi di “nemico”.
Questo è qualcosa che mi stai mettendo in bocca te. Semplicemente, come c’è gente che idealizza Putin dicendo “non chiamatelo invasore”, ci sono anche persone che idealizzano Hamas e Hezbollah, e io non ne vedo alcuna ragione.
Hamas ha scientemente collaborato, facendosi dare una barca di soldi, a un piano di Israele il cui scopo dichiarato (Netanyahu ha tanti difetti ma non si può dire che non sia esplicito) dividere insanabilmente le fazioni palestinesi e impedire la nascita dello stato di Palestina.
In questo attacco, al di là di installazioni militari, sono stati presi di mira kibbutz e un festival musicale allo scopo di ammazzare/sequestrare ebrei in modo del tutto casuale, il tutto condito da violenza sessuale e stupri. Mi pare che questo rientri in una definizione ‘oggettiva’ di terrorismo.
Hezbollah non dispone di aviazione, carri armati e marina militare, quindi il paragone non regge.
Sono d’accordo, i terroristi possono anche essere militarmente delle pippe, gli attentatori del Bataclan sono e restano dei terroristi anche se sono riusciti nell’impresa di inceppare dei Kalashnikov (per fortuna, ovviamente). Siccome però uno dei metri di giudizio morale su Hamas e Hezbollah sarebbe la loro presunta necessità per la causa palestinese, allora mi faccio delle domande al riguardo.
Per tonare a Hezbollah, il loro succeesso più grande in tempi recenti è stato costringere la popolazione residente di villaggi e ciità del nord di Israele a sfollare… una cosa di utilità zero per i palestinesi servita come giustificazione per i raid nel Libano.
Trovami un qualsiasi contributo dove io avrei usato la parola “terrorista” a sproposito. Come ti ha spiegato Jacopo, un’organizzazione può avere una natura terroristica ed essere contemporaneamente cose diverse dal terrorismo.
Abbiamo usato varie volte l’espressione “terrorismo di stato” riferendoci a USA e Israele. Di cui per l’altro l’articolo parla a tinte decisamente fosche, quindi non credo proprio che siamo tacciabili di simpatie per la loro leadership.
Non mi risulta che i partigiani abbiano preso soldi da fascisti o nazisti per piani volti a dividere il fronte della Resistenza, che si siano fatti armare e finanziare da altri stati per attaccare altri paesi (riferimento a Iran con Hezbollah), non mi risulta che nessuna strage nazista (Fosse Ardeatine, Marzabotto, ecc) sia stata la risposta ad atti terroristici compiuti dai partigiani su civili tedeschi.
“hanno ridotto la loro attività terroristica non è tanto per loro volontà ma in virtù delle cruenti azioni militari dell’IDF contro Gaza e Libano che hanno limitato all’osso la loro capacità di azione.”
Se stasera avessero la possibilità, parte rilevante dei vicini farebbero sparire Israele.
Come, se fosse possibile, una parte importante degli Israeliani farebbero sparire gran parte di coloro che “ostacolano” i loro progetti espansionistici, sionistici.
Decenni di conflitto sono ciò che ha condotto a questa massa di odio reciproco in crescita tumultuosa.
Il terrore è il conflitto, è la concretizzazione dell’odio, il modo con cui l’odio si realizza e dal quale esso si nutre.
Ciò che successe prima, quanto successe il 7 ottobre 2023 e quanto segue sono logicamente causa ed effetto del conflitto in un macro gioco a somma zero: la tua morte, la vostra distruzione è la mia vita, la nostra speranza.
Il terrore è solo un corollario.
La cosa che mi stupisce è come sia possibile che intercorrano ancora rilevanti rapporti economici tra le parti. Qualche tempo fa girò un video ripreso da alcune persone arabe (com’era evidente dalle loro espressioni) che commentavano da un grattacielo (in costruzione?) israeliano i bombardamenti missilistici sugli edifici adiacenti che stavano riprendendo.
Dalle voci si intuiva fossero due persone arabe.
Due artigiani, suppongo (piastrellisti, intonacatori, imbianchini, etc. forse).
È possibile visto che tutte le società hanno faglie interne che ne separano parti interne radicalmente differenti se non incompatibili.
Queste parti incompatibili convivono finché i giochi vengono esasperati da condizioni ambientali via via più estreme.
Ciò che successe alla fine della seconda guerra mondiale, i vari eccidi e stragi efferate (a Schio, Argelato,, quanto preparato meticolosamente in quel di Stazzema, a Porzius etc.) e a livello macroscopico da parte dei sovietici sulle donne tedesche, il piano Morgenthau, etc. sono semplici esempi di come i vincitori abbiano usato gli stessi metodi e la stessa violenza che imputavano come prima causa di immoralità, di malvagità ai nemici sui quali avevano prevalso.
Ciascuna delle parti cerca di eliminare i nemici come può, con mezzi, la tecnologia che può utilizzare, che ha a disposizione. Il proprio odio trae soddisfazione da dolore e sofferenze inflitte ai nemici.
Ha senso una classifica di chi sia più o meno terroristico?
Intuisco di no.
Purtroppo sola intuizione perché per misurare questa intuizione bisognerebbe invertire le parti e osservare ciò che succedebbe.
La polarizzazione è consolatrice e conforta e supporta i propri ideali e proiezioni. Ma non è la realtà.
Se parliamo di stati, questo è vero solo dell’Iran. Tra scambi economici già esistenti, accordi di Abramo e altri patti simili in definizione, c’è una grandissima volontà da parte degli stati della regione di riconciliarsi con Israele e la questione palestinese è vista come una seccatura terrificante che lo impedisce. Durante la crisi di Gaza, si sono limitati a condanne a parole, e sia durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni sia nell’attuale Arabia Saudita e Giordania hanno attivamente sostenuto Israele contro gli attacchi di droni e missili balistici. Dal loro particolarissimo punto di vista, comprendo bene perché gli ayatollah stiano bersagliando gli altri stati islamici, di fatto sono alleati fattivi della coalizione USA-Israele. Almeno le élite arabe sarebbero sicuramente molto più contente della sparizione della teocrazia iraniana che dello stato ebraico.
QUesta cosa può stupire solo chi vede la questione con la lente “ebrei vs islamici”. I cittadini arabo-israliani, per quanto non vivano una condizione idilliaca, sanno benissimo che l’alternativa in un paese arabo sarebbe vivere in zozzissimi campi profughi. Sicuramente gli ebrei secolarizzati (qui parlo anche per qualche testimonianza diretta, che non voglio elevare a dato generale ma credo abbia qualche consistenza) hanno più rispetto per queste persone che per i loro correligionari ultraortodossi, che pretendono di formare un corpo separato e incitano guerre da cui loro pretendono di essere dispensati.
I palestinesi, prima di subire l’occupazione israeliana, erano colonizzati da Egitto (Gaza) e Giordania (Cisgiordania). Gli stati islamici che votarono contro la fondazione di Israele, di fatto fecero lo stesso con lo stato palestinese. E gli eventi del ‘settembre nero’ sono molto rivelatori, al netto delle responsabilità di Fatah (anche in quel caso si verificò un’allenza tra Giordania e Israele contro i palestinesi, e a pochi anni di distanza dalla fine della guerra dei sei giorni).
Bel tentativo per generalizzare facendo passare l’idea che tutti sono ugualmente schifosi e quindi pari sono, peccato però che lei stia mettendo sul medesimo piano eventi che per una parte sono stati l’iceberg di un orrore alimentato in gran parte dall’odio della violenza subita dai vinti con quelli che per l’altra sono invece soltanto la punta di crimini basati su crudeltà del tutto gratuite.
Il piano Morgenthau non è stato applicato, gli ex nemici Germania, Italia e Giappone si sono risollevati fino a diventare alcune delle maggiori potenze industriali del pianeta, certo in tutto questo gli USA avevano i loro evidenti vantaggi e non erano dei filantropi, ma ho più di qualche dubbio che se l’Asse avesse vinto si sarebbe comportato analogamente con gli sconfitti.
Assolutamente sì, invece. Questa pseudo-filosofia può sembrare ragionevole solo a chi vede le cose comodamente da casa mentre si sorseggia un caffè davanti alla tv, il pc o il “furbofono”. Ma se tu sei là sotto a subire le bombe sulla tua testa, le cose cambiano enormemente. L’occupazione della Striscia rimane sempre un crimine, ma per un gazawi la condizione di vita prima della rappresaglia per i fatti del 7 ottobre e dopo è enormemente diversa. Ugualmente, per un iraniano un conto era avere a che fare con presidente USA che cercavano di destabilizzare il suo stato con il “soft power” e un altro che sbraita “brutti bastardi datemi tutto quello che voglio o distruggo tutto”. E si potrebbe andare avanti all’infinito con gli esempi.
Se lo ricordi quando scrive sul suo blog, essendo totalmente basato sulla polarizzazione.
Signor Giussani, aggiungo un altro fatto importante: nel mondo islamico esiste una faglia tra Sunniti e Sciiti oltre che alla faglia culturale e linguistica semiti vs ariani.
Durante la guerra civile in Siria esistevano filmati degli uni che “Allah ahbar”-eggiavano con gioia e soddisfazione quando gli “altri islamici” esplodevano sopra i tunnel preparati e minati dagli esultanti.
In quanto a odio e orrori potrei ricordare i trattamenti dei bolscevichi nei confronti dei menscevichi, l’eccidio di Katyn, i gulag al posto dei lager, etc. , elenco troppo lungo per tempo a disposizione e contesto.
A dispetto della narrazione dei vincitori, assumendo come misura la morale di questi (e non quella degli sconfitti) non ci fu e non c’è alcuna superiorità.
Anzi, come sottolineo sempre, dalla violenza dichiarata esplicitamente puoi in qualche modo difenderti o gestirla meglio da quella negata e poi attuata.
La cosa continua nel 2026 con le molteplici espressioni apologizzanti morti, appendimenti (impiccagioni) etc. da parte degli antifascisti nei confronti dei fascisti che furono e sono accusati, in primis, per la loro violenza.
La cortocircuitazione logica e morale è evidente a parte coloro che non la vogliono vedere.
La cosa che non piace che è la stessa dinamica che intercorre tra SUA e Israele da una parte e Iran dall’altra (non so se esista ancora quell’orologio che a Teheran conta il tempo che manca alla distruzione di Israele o sia stato bombardato) o tra Israele e la Palestina.
=> Vorrei ma non posso.
> Se parliamo di stati, questo è vero solo dell’Iran.
Aggiungo che un’altra faglia è quella che separa i vertici dal resto delle piramidi sociali.
Nel grosso delle società possono esistere odio e violenza anche quando i vertici sono addivenuti a degli accordi.
Nelle democrazie, inoltre, in teoria, la società esprime o dovrebbe esprimere i vertici.
Rabin e Gandhi (solo per citare due esempi) vennero assassinati da esponenti della propria parte. Questo avviene fino ad un certo punto e quando avviene iniziano le tensioni dovute alle faglie interne.
Il fatto che i vertici arabi stringano accordi con i vertici israeliani non significa che i gazawi siano ben disposti nei confronti degli israeliani.
Negli ultimi 7-8 anni almeno gli sciiti iraniani hanno appaggiato la sunnita Hamas, i sunniti giordani hanno sterminato sunniti palestinesi durante il ‘settembre nero’, il sunnita e baathista Gheddafi appoggiò gli sciiti e teocratici ayatollah durante la guerra contro l’Iraq di Saddam… solo alcuni degli svariati casi in cui i leader di nazioni islamiche hanno preso decisioni dove prioritario non era evidentemente il tribalismo religioso.
Guarda caso, ha dovuto tirare fuori esempi riguardanti l’URSS staliniana, ovvero l’esperienza totalitaria più simile al nazismo. E, per quanto gravi e deplorevoli, i crimini che nascono nel contesto della guerra e della lotta politica si trovano su di un livello diverso da quelli totalmente gratuiti (anche cercare di nascondere il crimine commesso, come i russi a Katyn, o sbattere in faccia la propria malvagità come nel caso delle Fosse Ardeatine, direi). La Shoah è uno sterminio su basi industriali e burocratiche commesso contro ebrei e in misura minore altre categorie per situazioni totalmente aliene alla guerra e alla lotta politica, per puro odio e ideologismo. Questo è l’iceberg che sorregge le Marzabotto, le Sant’Anna di Stazzena, le Fosse Ardeatine ecc mentre gli altri si sono fermati a quello per gli altri era solo la punta. Non la vuole chiamare superiorità morale dei vincitori, chiamiamola allora inferiorità di quelli che per fortuna hanno perso.
Questo sua equiparazione degli antagonisti, minoranze casinare che non sapevo avessero addirittura impiccato della gente, agli “antifascisti” tout court è intellettualmente onesta quanto il voler profilare l’elettore medio di centro-destra usando come campione esclusivamente degli ultras della Lazio. La verità è che, poco dopo la conclusione della guerra, i fascisti hanno ottenuto un’aministia e la possibilità di aver loro partito politico ed entrare in parlamento, i cui eredi nel 1994 sono diventati forza di governo e nel 2022 hanno visto una loro ex militante diventare presidente del consiglio. In tutto questo, i soldati della RSI hanno anche avuto accesso ai trattamenti pensionistici, mentre gli ‘antifascisti-antagonisti’ sono perseguiti (giustamente) dalla magistratura.
In Spagna e Portogallo, dove il fascismo è sopravvissuto alla guerra, finché sono durati Franco e Salazar non è stato ammesso il multipartitismo; trovo difficile immaginare che l’Italia fascista o la Germnaia nazista eventualmente vincitrici si sarebbero comportate diversamente.
“Cortocircuitazione logica e morale evidente” è cantarsela e menarsela a modo proprio facendo un’accurata selezionato taglia e cuci dei fatti storici.
Perché?
Ci mancherebbe, anche perché non sono i loro vertici. Mi pare che si continui a ragionare unicamente con le categorie “ebreo”, “musulmano sunnita”, “musulmano sciita” quando la realtà è molto più varia.
Sono stati uccisi da connazionali, mica da gente della stessa parte: il killer di Gandhi era un nazionalista indù, quello di Rabin era un estremista della destra religiosa. Gente insomma lontana anni luce politicamente dalle loro vittime.
Scusate, scritto di fretta.
Avrebbe dovuto essere
Nelle democrazie, inoltre, in teoria, la società esprime o dovrebbe esprimere i vertici.
Questo avviene fino ad un certo punto e quando avviene iniziano le tensioni dovute alle faglie interne.
Rabin e Gandhi (solo per citare due esempi) vennero assassinati da esponenti della propria parte.
Igor, guarda che non ci sono prove di stupri da parte di Hamas il 7 ottobre. Ci sono invece prove di un utilizzo sistematico della violenza sessuale contro i prigionieri palestinesi.
Riguardo al resto, dividere la resistenza e attrarre rappresaglie NON sono la definizione di terrorismo (tra l’altro se il tuo nemico ti dà soldi che puoi utilizzare per resistere contro di lui, e il tuo rivale interno invece collabora con il nemico e prende soldi lo stesso, sarebbe da scemi non prendere quei soldi anche tu. Per fare un esempio, il Myanmar si è liberato dagli inglesi alleandosi con i giapponesi, e dai giapponesi alleandosi con gli inglesi. Se devi, fai questo ed altro).
A me sembra assurdo dare la colpa ad Hamas ed Hezbollah delle reazioni di Israele, tanto più che Israele si comporta allo stesso modo che incontri resistenza o che non la incontri, quindi le tue critiche mi sembrano come quelle del lupo all’agnello nella famosa favola di Esopo.
Se aver preso di mira i civili è l’unico criterio per definire un gruppo terrorista, allora, ribadisco, qui lo sono o tutti o nessuno. Il resto mi sembra secondario, rispetto a questo specifico tema della definizione, che è quello che stiamo discutendo.
Intendo risponderti con un post essendo le tue osservazioni sono condivise da molti, quindi vorrei che avesse più risonanza di quanto accadrebbe rispondendoti nei commenti.