Questo sarà il primo di due post correlati. L’inopinato attacco israelo-americano all’Iran si sta rapidamente allargando, grazie anche alle interconnessioni con parecchi altri conflitti in giro per il mondo. Una guerra non ancora mondiale, ma per così dire quasi-mondiale.

D’altronde, se consideriamo tutti i paesi direttamente o indirettamente coinvolti e le possibili conseguenze economiche e forse anche demografiche, nonché la disintegrazione di ogni residuo equilibrio geopolitico, la posta in gioco ha raggiunto un livello paragonabile a quello del 1939, certamente superiore a quello del 1914. Ancorché con modalità di gran lunga meno cruente, per adesso.

In questa sede non si pretenderà di fare un punto aggiornato su di una situazione spesso in rapido divenire e solo molto parzialmente di pubblico dominio. Piuttosto, proveremo a dare uno sguardo alle implicazioni strategiche per i vari soggetti coinvolti, nei ristretti limiti delle notizie disponibili e del carattere divulgativo di questo blog.

In altre parole, corriamo il fortissimo rischio di sbagliarci nelle nostre analisi, anche se difficilmente eguaglieremo la bassezza di taluni canali di informazione alla moda che non nomineremo a scanso di querele. Ogni contributo e precisazione è pertanto benvenuto.

Paesi direttamente coinvolti

Israele

guerra
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È l’epicentro di questa conflagrazione. A quanto pare, il governo israeliano ha deciso che sia il momento “ora o mai più” per annientare i propri nemici storici e realizzare la famigerata quando vaga “Grande Israele”, su cui lo stato ebraico vanterebbe nientemeno che un “diritto biblico”. Tutto lascia pensare che molti israeliani (assolutamente non tutti), oggi credano davvero a questa narrazione.

Di qui derivano la distruzione totale della Striscia di Gaza, il pogrom graduale in Cisgiordania, gli attacchi alla Siria e l’invasione del monte Hermon, l’occupazione in corso del Libano meridionale. Oltre, ovviamente, al coinvolgimento in un secondo e massiccio attacco all’Iran insieme agli USA, dopo quello del giugno scorso che aveva già fatto a pezzi buona parte del programma nucleare di Teheran.

Per il momento, dal punto di vista israeliano, il piano sembra avere successo. Gaza è stata rasa al suolo senza che nessun paese al mondo (meno che mai islamico) muovesse serie obiezioni. Rimane solo da occuparsi di oltre due milioni di persone accampate fra le macerie. Gli israeliani li vorrebbero scaricare a vari stati arabi che, però, si sono per ora rifiutati. Il “piano B” sembra la creazione di una gigantesca favela stretta fra la “linea gialla” (che ha già inglobato il 50% della Striscia ed è già stata dichiarata nuovo confine) e i resort di lusso che Trump e i suoi compari intendono realizzare sulla costa.

Hamas e gli altri gruppi terroristici sono però ancora presenti sul territorio e, pur al momento impotenti, c’è da scommettere che alla prima occasione sapranno sfruttare la disperazione e il desiderio di vendetta della popolazione, così come in Cisgiordania. A nord, Hezbollah è stato per ora eliminato dalla Siria (dai siriani, non dagli israeliani) e in Libano forse non durerà ancora molto, ma bisogna aspettare quali eventuali accordi saranno trovati con il governo e le altre fazioni libanesi. Sempre che Netanyahu non abbia in mente di inglobare anche pezzi di Libano e di Siria, cosa a questo punto assai probabile. 

Israele sembra per ora emerso vincitore dallo scontro con l’Iran. Ha subito danni ingenti (il rigido segreto sugli effetti dei bombardamenti iraniani non lascia presagire niente di buono) e altri ne subirà, ma il potenziale militare e industriale iraniano uscirà comunque drasticamente ridimensionato, sempre che l’intero stato non sprofondi in una guerra civile sine die, tipo Siria o Libia. Ciò che probabilmente sperano a Gerusalemme.

In cambio, “Bibi & co.” hanno però riportato in auge a livello mondiale l’anti-ebraismo (termine assai più appropriato di “anti-semitismo”) e minato profondamente la coesione politica interna. Inoltre, aver trascinato attivamente i propri alleati di sempre (e con loro il mondo intero) in una crisi economica dagli sviluppi assai preoccupanti potrebbe finire con l’alienargli molti appoggi internazionali, ben più di qualunque crimine di guerra.

Insomma, nel breve periodo il piano israeliano sembra efficace ma, in un’ottica un poco più di lungo termine, potrebbe tradursi invece in un disastro. Specie se, come probabile, la progressiva disintegrazione dell’economia globale, a cui Israele sta contribuendo attivamente, finirà con il ridurre sensibilmente il suo stesso potenziale militare, lasciandola sola in mezzo a masse di gente bramose di vendetta.

Siria

La guerra civile non è finita, ma si è molto rallentata. Dopo la sconfitta dei curdi, la riunificazione dello stato sembra sostanzialmente compiuta e l’attuale governo sta giocando bene su molti tavoli contemporaneamente. Tuttavia, permangono tutti i presupposti essenziali per la ripetizione della crisi che scatenò la guerra civile nel 2011, come e peggio di prima: ridotta produzione petrolifera, sovrappopolazione, desertificazione, inimicizie vecchie e nuove fra le diverse etnie e confessioni.

Proseguono attentati e sommosse da parte di tutte le principali fazioni sconfitte (assadisti ed alawiti, curdi, ISIL e varie altre minori). Gli americani stanno evacuando tutte le loro basi (strano alla luce dei loro piani per l’Iran, ma forse l’amministrazione USA non brilla per coordinamento), mentre i russi mantengono (pare) una presenza formale nella un tempo grande base di Latakia.

Il governo siriano gode del pieno appoggio della Turchia, ma deve fare i conti con Israele che ha bombardato tutte le basi e gli arsenali abbandonati dagli assadisti, ha occupato una fascia di territorio ai piedi del Golan fino in vetta al monte Hermon e sta sobillando il separatismo delle comunità druse nel sud.

Libano

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Dall’invasione palestinese del 1970, il Libano ha conosciuto pochissimi momenti di pace, fra scontri interni e ricorrenti invasioni israeliane e siriane. Attualmente, circa un milione di persone è in fuga dal sud del paese per l’ennesimo scontro fra Israele e Hezbollah.

Finora la milizia terrorista ha sempre riportato una netta vittoria politica sul potente nemico, ma ora potrebbe perdere e trovarsi oramai del tutto isolata, con la Siria decisamente ostile e l’Iran che difficilmente può offrire assistenza, trovandosi nel bel mezzo di una guerra. Sta però vendendo cara la pelle, benché non ci sia alcuna certezza sulle intenzioni delle varie parti in causa (governi e milizie).

Palestina

A Gaza il cosiddetto “cessate il fuoco” ha comportato una drastica riduzione dei bombardamenti, ma non la loro fine (registriamo ancora centinaia di morti e migliaia di feriti), così come non sono stati ripristinati gli aiuti internazionali, se non in piccola parte, con tutto ciò che ne consegue. Meno nota è la situazione in Cisgiordania, dove uccisioni e violenze varie da parte dei coloni, protetti dall’esercito e dalla polizia, proseguono a ritmo serrato; così come le nuove confische e costruzioni. 

Nelle speranze degli israeliani, tutto ciò dovrebbe estirpare i gruppi terroristici, ma potrebbe pure sortire l’effetto contrario. A che pro, infatti, le autorità nazionali palestinesi mantengono un profilo collaborativo o anche solo paziente, se in cambio si ottengono solo violenza e sopraffazione?

Iraq

In Iraq le milizie sciite lanciano salve di razzi non solo sulle basi americane, ma anche contro le città della Giordania e dei paesi del Golfo Persico. Finora hanno reagito solo gli americani con attacchi aerei, ma la pazienza degli arabi volge al termine, mentre le legittimità del governo iracheno si erode rapidamente. Una nuova implosione del paese è dunque un’eventualità sempre più minacciosa.

Altro attore importante in zona sono le milizie curde nel nord del paese che Trump ha reiteratamente invitato ad attaccare l’Iran, in sostegno dei locali separatisti curdi. Ma l’amministrazione USA si è fatta una solida fama di abbandonare gli alleati non appena le conviene, come ha appena fatto, fra gli altri, proprio con i curdi siriani.

Nessuno vuole essere lasciato solo a fronteggiare la vendetta degli ayatollah, nel caso in cui dovessero rimanere in sella alla fine della guerra:  i curdi ricordano bene cosa fece loro Saddam Hussein nel 1991. Su entrambe i lati del confine le milizie sono quindi in allerta, ma per ora nessuno si è mosso.

Petrocrazie arabe (Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Emirati, Kuwait)

Gli arabi hanno accettato le numerose basi statunitensi sul loro territorio soprattutto in quanto garanzia contro un eventuale attacco dell’Iran sciita, nemico tradizionale delle monarchie sunnite. Ma l’essere state coinvolti in una guerra di vasta portata senza la minima consultazione non contribuito a cementare i buoni rapporti con gli americani. Tanto più che i danni economici maggiori a livello mondiale sono proprio per loro, oltre che per l’Iran stesso.

Per giunta, Israele ha bombardato i pozzi di metano iraniani al confine con il Qatar, provocando un’analoga ritorsione da parte di Teheran e causando un disastro economico di lungo periodo forse irreparabile. Se riaprire il traffico attraverso lo stretto di Hormuz potrebbe infatti essere questione di settimane o mesi, serviranno invece anni per rimettere in servizio installazioni di questo genere, dopo distruzione ed abbandono.

Questo nella migliore delle ipotesi perché, visto il contesto economico generale, è probabile che i danni odierni e futuri siano almeno in parte irreparabili. Pare proprio che Trump abbia trovato il modo per ridurre i consumi globali di idrocarburi, cosa che gli sta creando molte antipatie e non solo nella penisola arabica. 

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Finora gli arabi hanno sparato solo per difesa, senza contrattaccare, ma la sempre maggiore aggressività iraniana li pone di fronte ad un dilemma terribile: partecipare attivamente all’attacco israelo-americano contro un altro paese musulmano (sia pure sciita) oppure dare lo sfratto agli americani.

Entrambe le opzioni sono cariche di conseguenze gravissime e forse fatali. Una sola cosa è certa: superata la fase acuta, gli stati arabi cercheranno altri accordi e alleanze al posto della Zio Sam. Tanto per cominciare, hanno accolto Zelensky in pompa magna, siglando con lui accordi di collaborazione militare ed economica che, fra qualche mese, dovrebbero produrre qualche risultato per entrambi. Un colpo durissimo alla reputazione degli USA ed allo smisurato ego del loro presidente.

Iran
L’Iran si è preparato per cinquant’anni a questa guerra, con una strategia peculiare.  La “parte offensiva” della loro politica militare contro gli USA e gli stati sunniti si basa sul finanziare e sostenere gruppi terroristici e milizie armate, come stiamo vedendo anche in questi giorni. L’odio per Israele, che per decenni ha minacciato l’Iran solo a parole, fungeva da pretesto per atteggiarsi a campione dell’Islam contro il Nemico per antonomasia.

La parte difensiva è invece basata sul deterrente di un arsenale missilistico impressionante, probabilmente superiore a quello di ogni altra potenza al mondo, molto ben protetto in tunnel scavati nel cuore delle montagne, fuori tiro per qualunque arma esistente. USA e Israele stanno infatti cercando di colpirne gli ingressi, in modo da renderli inutilizzabili, mentre gli iraniani ogni volta li riscavano e ricominciano a sparare: con frequenza effettivamente sempre minore, ma contro obbiettivi le cui difese sono già state danneggiate.

A fronte di un attacco che ha cercato di evitare, il governo iraniano ha reagito coinvolgendo direttamente gli stati arabi dell’altra sponda del Golfo ed indirettamente il resto del mondo, scatenando una crisi riguardante non solo gas e petrolio, ma anche zolfo, nitrati, elio e altri materiali. In pratica, creando le condizioni concrete di una crisi energetica globale nonché di carestie in molti paesi. 

Con ogni probabilità lo scopo è costringere tutti gli stati del mondo a premere su Trump affinché sospenda l’attacco, dando di fatto partita vinta agli ayatollah. Non sappiamo se funzionerà, tuttavia l’attuale regime molto probabilmente è in grado di mantenere questa scommessa mortale per parecchio tempo, benché il danno economico per l’Iran sia assai maggiore e duraturo che per tutti gli altri attori coinvolti. Il regime iraniano è infatti disposto a sacrificare l’intero paese pur di continuare ad esistere. 

Per inciso, la vendita di petrolio conviene all’Iran se le quotazioni si aggirano intorno ai 125 $/barile. Già prima della guerra esportava per fare cassa, ma in perdita. Senza un rialzo duraturo e consistente del prezzo, buona parte dell’infrastruttura petrolifera iraniana era comunque condannata, per cui tanto vale ora scommettere il tutto per tutto. 

Piccola digressione riguardo allo stretto di Hormuz: non è stato l’Iran ad averlo bloccato di sua iniziativa, anche perché non sembra capace di affondare grandi navi, specialmente se sotto scorta militare o, magari, dotate a loro volta di sistemi anti-drone anche semplici come mitragliatrici. Tuttavia, è certamente in grado di danneggiare più o meno seriamente alcune delle navi che tentassero di forzare lo stretto, come ha per altro già fatto. 

Tale semplice constatazione ha convinto le sette principali società assicuratrici mondiali a non coprire più questo tratto di mare, inducendo i principali armatori a non correre il rischio, complici le “Big Oil” che su questa crisi stanno realizzando attivi da record. A nulla sono valse le promesse americane di coprire gli assicuratori mediante un fondo specifico: chi si fida più degli USA?

Nel frattempo, il regime iraniano continua ad essere uno dei più repressivi al mondo ed ha anzi aumentato ulteriormente la pressione sulla popolazione civile. Finora non c’è stata alcuna sollevazione popolare, in nessuna parte del territorio.  Probabilmente Trump & co. contavano su questo, ma non è accaduto malgrado siano in molti ad odiare il regime e siano parecchie le minoranze etniche tradizionalmente separatiste (Curdi, Baluchi, Azeri, Arabi, Turkmeni e varie altre).

I motivi sono molti: mancanza di un’intesa fra le varie anime dell’opposizione, ferocia della repressione e totale mancanza di fiducia negli americani.

USA

Di solito, le guerre si fanno perseguendo uno scopo preciso, benché spesso non raggiunto. Ma cosa si riproponesse l’amministrazione americana lanciando l’attacco e cosa voglia adesso non lo ha ancora capito nessuno, forse nemmeno Trump, a giudicare dalla totale mancanza di senso nelle sue dichiarazioni e dall’assenza di un’evidente coerenza nelle sue decisioni. 

Certo, gran parte del potenziale militare e industriale iraniano è stato distrutto o danneggiato ed altro lo sarà. Ma questo non ha fermato i lanci di missili e droni, né ha impedito all’Iran di prendere in ostaggio l’economia globale, oltre a molti milioni di persone specialmente in Africa e nell’Asia meridionale. 

E allora? Cosa contano di fare? “Spacco tutto finché non si arrendono” sembra essere l’idea del potus, ma intanto la posizione strategica e militare americana si degrada di giorno in giorno. Gli arsenali si svuotano (e ci vorranno anni per ricostituirli), le alleanze anche più solide si sgretolano, la situazione interna degenera. Riusciranno USA e Israele a silenziare i lanciamissili iraniani? 

Se lo fanno in fretta potranno dire di aver vinto, ma se la faccenda andrà per le lunghe e fra qualche mese gli iraniani saranno ancora in grado di sparare qualche missile e qualche drone, avranno vinto loro e le conseguenze per gli USA saranno catastrofiche. 

A maggior ragione se commetteranno il suicidio di sospendere le ostilità lasciando agli iraniani il controllo dello stretto di Hormuz. A prescindere dagli accordi che trovassero gli altri paesi, la presenza politica e militare degli USA nel Golfo Persico e in medio Oriente sarebbe finita, così come quel che resta della loro egemonia. Si troverebbero del tutto isolati contro il mondo intero.

Tra l’altro, mentre l’amministrazione Biden stava vincendo la guerra in Ucraina (dal punto di vista USA, non da quello ucraino) senza fare granché, quella successiva l’ha trasformata in una disfatta epocale (sempre dal punto di vista USA, non da quello dell’Ucraina).

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(continua)

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