Da molto tempo oramai, i temi ambientali erano completamente scomparsi dalle agende politiche italiane, europee e mondiali, a parte il pietoso ed ossessivo richiamo a concetti astratti quali “sviluppo sostenibile”, “eco-efficienza” e simili viatici di nefandezze. Nel disinteresse di tutti, le associazioni ambientaliste storiche proseguivano nella loro agonia, mentre gli aderenti ai movimenti “decrescisti” e “transizionisti” parevano perlopiù interessati all’orto di casa, piuttosto che al destino del Pianeta, dato oramai per perso.
Nel giro di un anno tutto è cambiato: milioni di ragazzi sfilano per le strade, migliaia di attivisti organizzano azioni di disturbo e si fanno arrestare, talvolta anche picchiare. I media principali non possono più ignorare il tema, i social sono invasi dalla crisi climatica.
Certo, molti dei ragazzi fanno solamente forca a scuola e molte delle cose che si dicono e si scrivono sono sbagliate o stupide, ma intanto se ne parla. E non tutto ciò che si fa e si dice è sciocco o banale; molte cose rimaste finora nei circoli degli addetti ai lavori stanno finalmente filtrando verso un pubblico ancora di nicchia, ma già molto più vasto di un anno fa.
Lo dimostra il fatto che in molti stanno cercando di soffocare il movimento, mentre altri stanno cercando di cavalcarlo. E’ inevitabile che accada, ma intanto un gran numero di persone si sta rendendo conto per la prima volta di essere davvero in pericolo e cerca di aggregarsi in modo da poter reagire. Non è un piccolo risultato.
Non sappiamo cosa il movimento otterrà, né quanto durerà o come si trasformerà, ma sappiamo che in questo momento si è aperta una finestra attraverso la quale è possibile far passare una ventata di idee, informazioni e richieste alle autorità. E su quest’ultimo punto io credo che si stia commettendo un errore tattico.
Ripartiamo da un dato politico: questi movimenti sono presenti in molte parti del mondo, ma per ora sono importanti e possono sperare di ottenere qualcosa solo in alcuni paesi dell’EU. Altrove sono assenti o molto marginali, ma per avere una qualche efficacia sull’evoluzione del clima la riduzione delle emissioni deve essere quantitativamente rilevante a livello globale.
Oggi l’Italia contribuisce alle emissioni climalteranti globali per l’1% circa; la UE nel suo complesso per meno del 9% (8% se alla fine uscirà il UK). Per confronto, gli USA producono quasi il 15% delle emissioni globali e la Cina il 27% da sola. Questo significa che una riduzione del 10% delle emissioni climalteranti italiane (un traguardo che costerebbe consistenti sacrifici immediati) peserebbe per lo 0,1% a livello operativo; circa il 1/3 rispetto ad una riduzione di appena l’ 1% delle emissioni cinesi. Un fatto che non può essere ignorato, specialmente non da chi mette giustamente in capo a tutto l’imperativo di “dire la verità”.
Inoltre, provvedimenti tesi ad ottenere riduzioni importanti sarebbero complesse e costose, dunque richiedono tempo, cosicché gli attivisti si devono necessariamente accontentare di promesse che nessuno garantisce. Tutta la quarantennale storia politica della crisi climatica è fatta di lunghe trattative, promesse mancate o, al massimo, risultati totalmente insufficienti.
Dunque dovremmo lasciar perdere le emissioni? Secondo me no, ma occorre aggiustare il tiro.
Sappiamo che il principale inquinatore del mondo è la Cina, ma le emissioni cinesi sono in gran parte dovute alla produzione di beni di consumo per l’estero ed il 15% circa di questi sono importati dalla UE. Circa altrettanto vendiamo noi ai cinesi, ma attenzione che questi sono dati in valore monetario, non in peso o altra misura fisica. In effetti, in termini di CO2 equivalente, importiamo enormemente di più di quanto esportiamo perché la Cina ci compra modeste quantità di merci ad elevato valore aggiunto, mentre ci vende miriadi di tonnellate di paccottiglia e generi di largo consumo.
Di conseguenza, anche se in termini economici l’Europa è riuscita a diventare un attore marginale nella scena globale, (sarà bene rendersene conto), ha ancora qualcosa su cui può forse lavorare. Tanto più che alle cifre ufficiali si dovrebbero aggiungere le emissioni climalteranti prodotte dai trasporti internazionali che non si sa bene se e a chi vengano attribuiti nelle statistiche.
Ridurre le importazioni dalla Cina potrebbe quindi avere un impatto sulle emissioni globali ben più consistente di farraginosi interventi sulle emissioni domestiche. Io credo che sarebbero anche molto più bene accetti dalla popolazione, malgrado comporterebbero certamente delle rappresaglie da parte della Cina. Una cosa che certamente preoccuperebbe (e con molta ragione) chi si occupa di commercio, ma che sarebbe un’ottima notizia per chi si occupa di clima e di ambiente. In fondo, il recente rallentamento nella crescita delle emissioni deriva, almeno in parte, proprio dalle scaramucce doganali fra Cina e USA.
Ci sarebbero però due grossi scogli da superare: il primo è che nessun paese europeo, neanche la Germania, potrebbe permettersi oggi di fare cosa sgradita al sig. Xi. Per prendere un provvedimento simile (od un qualunque altro provvedimento climatico minimamente serio) dovremmo quindi agire a livello di UE, in modo compatto e senza tirare a fregarci fra di noi, come invece siamo abituati a fare.
Il governo Ceco aveva firmato un polposo e molto reclamizzato accordo con la Cina che, come al solito, prevedeva investimenti cinesi in cambio di aperture commerciali e dell’appoggio alla “politica di una sola Cina” (leggi: far fuori Hong Kong e Taiwan, dimenticare tibetani e uiguri, ecc.).
Tutti contenti, ma il sindaco di Praga, semplicemente, non ha sottoscritto il gemellaggio con Pechino, sostenendo che un gemellaggio è un accordo culturale. Le clausole prettamente politiche dovevano quindi essere depennate, altrimenti lui non firmava. Apriti cielo! L’ambasciatore cinese, in preda ad una vera crisi isterica, è arrivato a minacciare apertamente la città e lo stato e, per tutta risposta, il sindaco ha appeso la bandiera tibetana al municipio.
Risultato: brusco calo dei flussi di turisti dalla Cina, cosa che ha molto giovato a Praga (oramai asfissiata da troppo turismo al pari di Firenze, Venezia e altre città) e corrispondente riduzione delle emissioni. Una cosa così la potrebbe fare qualunque sindaco di qualunque città europea e, se fossero molti, i punti percentuali potrebbero cominciare ad essere visibili. Paradossalmente, cose che non possono fare i governi o la UE, le possono fare i municipi.
Una seconda strada, molto più complessa e lenta, ma anche molto più efficace, sarebbe una drastica riforma dell’IVA, materia su cui il WTO non ha alcuna balìa. Potremmo infatti aggirare almeno in parte i trattati commerciali iniqui che abbiamo sottoscritto (e promosso) concordando fra i 28 una riforma dell’IVA tale da castigare i generi di consumo più inquinanti e di breve vita utile; guarda caso molti dei quali prodotti in Cina.
Una riforma radicale dell’IVA, tendente ad internalizzare i costi ambientali e sociali dei prodotti avrebbe anche numerosi altri effetti benefici, a cominciare dallo sblocco del recupero e riciclaggio dei rifiuti. Attualmente, infatti, le filiere del riciclo pagano l’IVA su ognuno dei loro numerosi passaggi, mentre le materie prime pagano le tasse solo dal secondo passaggio in poi. Il primo passo, l’estrazione della materia prima è infatti gratis o quasi. Si pagano gli operai, le macchine, ecc., ma non si pagano la roccia, l’acqua, la distruzione del territorio, eccetera in quanto tali; se non talvolta sotto forma di concessioni il cui onere è risibile rispetto agli impatti prodotti.
Come risultato, le materie prime hanno un prezzo spesso inferiore a quello delle materie seconde, oltre che essere di migliore qualità media. Una riforma fiscale che inverta questo rapporto avrebbe il risultato di rendere finalmente vantaggioso il recupero dei rifiuti e di chiudere qualche cava (anche se non tutte).
Certo, ci sarebbero anche molti altri modi per ridurre le emissioni climalteranti nazionali, dal dimezzare l’illuminazione stradale a ridurre gli allevamenti intensivi; quest’ultimo intervento viene anzi indicato come quello che avrebbe il miglior rapporto costo/efficacia, oltre ad effetti molto positivi anche sulla riduzione dell’inquinamento a livello locale. Tutte cose già ampiamente dibattute e mai fatte.
Qui vorrei invece approfittare per suggerire un provvedimento di cui non ho mai sentito parlare. La sua efficacia in termini di emissioni climalteranti sarebbe inferiore rispetto ad una drastica riduzione degli allevamenti intensivi, ma in compenso potrebbe essere attuato in un fiat e praticamente a costo zero. Parlo di riportare il wattaggio dei contatori domestici da 6 a 3 kW, come erano fino a qualche anno fa. Una cosa fattibile direttamente dalle centrali di controllo, senza andare a casa di ogni cittadino.
Non ho idea di quale sarebbe l’impatto effettivo sui consumi nazionali, ma di sicuro avrebbe un impatto psicologico e di conseguenza culturale sulla cittadinanza.
Abbassare il wattaggio e razionare l’acqua, spiegando bene il perché di simili provvedimenti, sarebbero a mio avviso due strumenti formidabili per far capire alla cittadinanza che siamo davvero in emergenza e che lo stile di vita cui siamo abituati è finito per sempre. Sarebbero anche provvedimenti molto impopolari, certo, e di conseguenza avrebbero un costo politico per i governi e le amministrazioni che li varassero. Cioè esattamente quello che ci vuole per dimostrare che la “dichiarazione di stato d’emergenza” che taluni stanno rilasciando è presa sul serio e non è un’ennesima pennellata di greenwashing.
Tutto ciò non sarebbe né facile, né indolore, ma niente oramai sarà facile o indolore; men che meno restare sull’attuale traiettoria. La possibilità di cavarcela a buon mercato l’abbiamo avuta, ma abbiamo preferito ignorarla. Ora si tratta di scegliere il male minore, sperando di non sbagliarsi.
Per fare una metafora, la scelta è fra sbattere contro un muro fra 10 km andando a 100 all’ora, oppure subito, ma 70 kmh. Non è una scelta facile, ne convengo.


Il wattaggio del mio contatore domestico è da sempre 3 kW, anzi francamente credevo che la norma fosse quella (salvo esigenze particolari).
Sicuro? Perché anche io pensavo così, poi ho visto che era passato a 6 senza che ne sapessi niente.
Ho controllato sull’ultima bolletta, 3 kW.
Meglio. Mi informerò del perché a me la hanno alzata a 6. Fra l’altro, ho dei consumi assai inferiori alla media (c’è scritto sul foglio allegato alla bolletta). Grazie della collaborazione.
Aumentare l’IVA sulle materie prime? Per un paese che importa risorse e materie prime e che le trasforma in prodotti che spera possano interessare i mercati esteri? Per un paese che ha una normativa per la riduzione al 4 e al 10% per l’uso di materiali e prodotti destinati alle ristrutturazioni edilizie e dei fabbricati rurali al fine di migliorarne la sicurezza e le prestazioni energetiche? Un boomerang …
L’aumento delle tasse (in primis delle concessioni) sulle materie prime dovrebbe andare di pari passo con la detassazione delle materie seconde. Vedi un altro modo per ridurre l’estrazione ed aumentare il riciclaggio?
I flussi di emissioni “nascoste” nelle merci che importiamo dovrebbero essere colpiti da dazi speciali , che andrebbero in buona parte (o anche del tutto) restituiti al paese esportatore per finanziarne la transizione energetica. Il volume del commercio diminuirebbe, l’impatto negativo per l’economia esportatrice sarebbe più limitato, e quest’ultima sarebbe incoraggiata a effettuare la transizione.
Non voglio far del nazionalismo a buon mercato, ma non vedo come molto proponibile di finanziare l’economia cinese che già è la maggiore del mondo e sta rapidamente mangiando la nostra. Semmai, i frutti di un’ipotetica “Import carbon tax” potrebbero servire per finanziare la nostra transizione o, magari, progetti di salvaguardia della Biosfera in giro per il mondo, ivi compresa l’Europa dove ce ne sarebbe gran bisogno.
D’accordo con tutto quanto dici, ma credo sia importante aggiungere un dato, per inquadrare meglio il problema: le emissioni pro capite dei cinesi sono più o meno paragonabili a quelle di noi europei e di molto inferiori a quelle degli statunitensi (qui c’è una bella mappa che illustra la situazione: https://ourworldindata.org/grapher/co-emissions-per-capita). La popolazione degli stati uniti (330 milioni) è un quarto di quella cinese (1 miliardo e 400 milioni), ma le sue emissioni totali sono più della metà di quelle della Cina. Ciò significa che un americano produce in media più del doppio delle emissioni di un Cinese. Detto questo, è evidente che il problema possa essere risolto solo attraverso accordi internazionali vincolanti. Dato che i benefici della transizione ecologica di un singolo paese sono globali ma i costi sono locali, nessun paese vuole fare il primo passo da solo.
Certamente, ma se si volesse fare, si farebbe sulla base di un accordo vincolante fra 10 governi. Dal punto di vista delle emissioni, sarebbe la condizione necessaria e sufficiente. Non così per quanto riguarda la distruzione di biosfera e la sovrappopolazione, campi in cui anche paesi con emissioni risibili stanno facendo danni enormi ed irreparabili a sé stessi, ma con impatti globali.