Secondo post relativo alla guerra quasi mondiale in corso, il primo è leggibile qui.
Paesi direttamente coinvolti in altre guerre correlate
Ucraina-Russia
L’attacco all’Iran sembrava una manna per Mosca, che viveva un momento particolarmente difficile. L’improvviso e forse duraturo rincaro del petrolio, unitamente alla decisione americana di mitigare parte delle sanzioni, portano senz’altro sollievo alle esauste casse russe, mentre la crisi politico-economica correlata non fa che allargare il fossato che Trump ha scavato fra gli USA e tutti i suoi alleati (o ex-alleati?).
Tuttavia, i recenti e molto distruttivi attacchi ucraini ai terminal petroliferi, alle petroliere ed alle raffinerie russe hanno di molto ridotto, forse azzerato, questo vantaggio perlomeno per diversi mesi. Se non per anni, considerando che gli impianti attuali sono stati realizzati con tecnologia tedesca non più disponibile. Nell’insieme, per il momento, non sembra esserci un miglioramento nell’economia russa.
Comunque, questa nuova guerra rappresenta sicuramente una iattura per l’Ucraina in quanto sta prosciugando gli arsenali americani, così da far tramontare ogni residua speranza di poter ottenere rifornimenti, specie di missili anti-aerei di cui il paese ha disperatamente bisogno. Nelle prime due settimane di guerra, USA, Israele e arabi hanno infatti sparato più missili patriot di quanti ne abbia ricevuti l’Ucraina in 4 anni.
Zelensky ha trovato ugualmente il modo per trarne un vantaggio o almeno provarci: mettere immediatamente a disposizione degli arabi (non di Israele e neppure degli USA) tecnologia ed istruttori esperti nell’abbattimento di droni e missili è stata una mossa ardita, ma geniale.
La pompa magna con cui il presidente ucraino è stato ricevuto dai principali paesi arabi e la successiva firma di numerosi accordi economico-militari sono stati molto efficaci per uscire dalla posizione di questuante e diventare un partner strategico internazionale rilevante. Un ruolo che si sta rapidamente allargando anche ad altri paesi, forse più per far dispetto agli americani che per far piacere agli ucraini, ma “basta che funzioni” (Woody Allen).
I risultati sul campo si vedranno, forse, fra diversi mesi o più, ma quelli politici sono già evidenti. Ed anche se non ci sono informazioni in proposito, è molto probabile che in questo modo Zelensky abbia reperito i finanziamenti che gli erano necessari in attesa che la UE trovi il modo di “disattivare” Orban, sempre che non siano gli ungheresi a sbarazzarsi di lui.
Tutto considerato, è molto probabile che nei prossimi mesi, cioè finché permarranno condizioni a lei favorevoli, la Russia lancerà tutto quello che le rimane nel tentativo di soggiogare definitivamente il riottoso vicino. Le capacità militari ucraine crescono e la Russia ha perduto buona parte del vantaggio numerico in molti campi; così come l’esclusiva dei bombardamenti strategici, oramai quotidiani da entrambe le parti.
L’industria bellica europea si sta rafforzando e, in alcuni settori, legando sempre maggiormente a quella ucraina; è in forte ritardo, ma recupera lentamente terreno. D’altro canto, il più sicuro “asset” moscovita in Europa, cioè Mr. Orban, perderà forse le elezioni o verrà trovato un altro modo per metterlo in condizione di non nuocere.
Rimane Trump che, sullo scacchiere europeo, continua ad aiutare Putin come può, ma anche lui potrebbe veder ridotto il suo potere nell’autunno venturo, quando potrebbe perdere il controllo del Congresso. A quel punto il prezzo del petrolio sarà nuovamente sceso, forse precipitato per la recessione che lui stesso ha astutamente scatenato. Insomma, sembra che la finestra favorevole a Mosca si ridurrà nel corso del 2026, lasciando a Putin ancora 6 mesi di sicuro vantaggio strategico; poi si vedrà.
Beninteso: ciò non significa necessariamente che la Russia sarà sconfitta bensì che, presumibilmente, dall’autunno di quest’anno si troverà a combattere in un contesto meno favorevole. Fra l’altro, una netta sconfitta politica americana in Iran si rivelerebbe una catastrofe per il Cremlino perché, presumibilmente, favorirebbe negli USA l’ascesa di un governo di inclinazioni opposte a quelle attuali.
Pakistan-Afghanistan
Il Pakistan aveva lanciato un’offensiva contro l’Afghanistan giusto due giorni prima dall’attacco israelo-americano all’Iran. Una guerra che continua nel disinteresse internazionale, malgrado sia cruenta ed aggiunga un ulteriore polo di instabilità nella medesima area: l’esperienza ha molte volte dimostrato quanto i conflitti tendano a diventare “infettivi”.
Il Pakistan ha coltivato buoni rapporti sia con l’Arabia Saudita sia con l’Iran, anche se quest’ultimo permetteva agli indiani di usare il porto di Bandar-Abbas per rifornire i Talebani di armi e munizioni; afflusso ovviamente ora interrotto. Il Pakistan è anche un paese da sempre “nella manica” degli USA, malgrado sia uno stretto alleato della Cina nonché implicato con una vasta gamma di organizzazioni criminali e terroristiche di matrice islamista.
E’ anche uno dei paesi più direttamente e duramente colpiti dalla crisi energetica attuale e coinvolto con la guerriglia Baluci, come l’Iran. Insomma, sembrerebbe il candidato ideale per condurre una mediazione che fermi questa follia ed infatti ci sta provando attivamente, vedremo con quale esito.
Yemen
Gli Houti si sono tenuti insolitamente tranquilli per un mese, poi hanno lanciato qualche missile e alcuni droni contro Israele, per ora senza troppa convinzione. Probabilmente aspettano di capire che piega prenderà questa vicenda, analogamente a ciò che stanno facendo anche i Curdi e gli altri numerosi gruppi armati in circolazione in Medio Oriente.
Sudan
La guerra civile sudanese ha coinvolto, a vario titolo, buona parte dei paesi del mondo, dagli USA all’Uganda, passando per tutti quelli confinanti per arrivare a Cina, Russia e Ucraina, fino agli Emirati Arabi Uniti e Israele. Noto per essere il più cruento e devastante dei conflitti in corso, non cercheremo qui di dirimere una matassa di tale complessità, ma ci limiteremo a ricordare che trattasi di un’altra guerra in quella zona che coinvolge diversi fra i paesi impegnati nella crisi iraniana
Altri paesi fortemente coinvolti
Unione Europea e Regno Unito
L’Europa, finora, ha voluto rimanere strettamente dipendente dagli USA, malgrado tutto. Non dimentichiamoci che l’URSS rispettò sostanzialmente gli accordi di Yalta e così fecero gli USA nei suoi confronti, ma non si comportarono allo stesso modo con Regno Unito e altre nazioni europee. All’epoca si trattava di scegliere il male minore, ma dagli anni ’90 in poi fu evidente come la protezione USA comportasse un “pizzo” sempre più esoso e non più conveniente.
Eppure soltanto il secondo mandato di Trump ha scalfito la nostra inossidabile dipendenza psicologica, prima ancora che politica e militare. Tuttavia, non bastano uno o due anni per recuperarne ottanta e nemmeno trenta. Ecco dunque spiegato il quotidiano teatrino mediante il quale, tra farse e tragedie, l’Europa sta annaspando disordinatamente e controvoglia verso una maggiore sovranità, malgrado i molti e notevoli ostacoli. Non ultima la robusta rappresentanza di “sovranisti” e “patrioti” che remano alacremente per mantenere, anzi accrescere, la nostra dipendenza dall’estero.
Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, l’Europa è finora riuscita a sopperire pienamente al tradimento americano, mentre cerca di tenersi al margine della crisi iraniana, evitando sia di collaborare che di rompere con gli USA o di condannare apertamente e decisamente gli eccessi israeliani. Il “non condivido né condanno l’attacco di Iran” di Giorgia Meloni è la ciliegina sulla torta di un esercizio di cerchiobottismo più o meno generalizzato che ci è valso l’accresciuto odio del Potus, senza con ciò lenire l’ostilità iraniana nei nostri confronti.
Molti, a partire da chi scrive, gradirebbero un atteggiamento più deciso da parte nostra, ma la UE è una struttura pletorica e lenta, progettata per trovare compromessi commerciali in tempi di pace e prosperità. Non è strutturalmente in grado di affrontare efficacemente la concatenazione di emergenze di ogni genere che ci stanno investendo e che sempre più ci investiranno. Sarebbe quindi urgentissimo dotarsi di una organizzazione diversa e più agile .
Se ne discute da tempo, ma le resistenze sono fortissime e non è affatto scontato che ci riusciremo. In caso positivo, probabilmente nei prossimi decenni apparterremo alla schiera di quelli che se la caveranno meno peggio, altrimenti ci ritroveremo tra chi si farà più male di tutti.
Turchia
La Turchia è coinvolta fin dall’inizio nella guerra civile siriana, in netto contrasto con Israele, suo antico alleato e attuale arcinemico; anche in opposizione agli USA, che hanno per molti anni protetto le milizie curde, legate al PKK turco, ma anche molto efficaci contro l’ISIL.
Attualmente Ankara è impegnata a contrastare la penetrazione israeliana nel sud della Siria, mentre cerca di mantenersi sostanzialmente neutrale sia nella guerra contro l’Iran che nel conflitto tra Russia ed Ucraina, ma non è detto che ci riesca ancora per molto. Anche in questo caso, la pomposa visita di Zelensky a Istanbul potrebbe essere indice di un parziale riallineamento del dittatore turco, ma non è certo; lo scopriremo nei prossimi mesi.
Cina
La Cina è il vero “convitato di pietra” di tutto questo insieme di guerre: pur non essendo direttamente coinvolta in nessuna di esse, ne tesse buona parte della trama. Alleato (ma non troppo) della Russia, dell’Iran e del Pakistan, vanta rapporti molto cordiali anche con i paesi arabi ed è un partner commerciale di primissimo piano per tutti gli altri stati del mondo, specialmente per l’Europa, ora che gli USA si sono fatti una solida fama di inaffidabilità in tutti campi: politico, economico e militare.
Ciò malgrado, è anche uno degli stati più direttamente colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. A mio giudizio, ma è solo un’ipotesi, Xi sta aspettando che gli americani si ritirino con una scusa più o meno pietosa, per poi presentare la Cina quale potenza equilibrata ed affidabile capace di mediare un ragionevole accordo fra tutte le parti in causa. Un trionfo, insomma, che lascerebbe ben poco margine di manovra a tutti gli altri.
Tuttavia, la Cina vive di quella rete di commercio globale che gli USA hanno prima tessuto e ora stanno riducendo in stracci. Un sostanziale e rapido ridimensionamento della globalizzazione sarebbe quindi catastrofico per la Cina non meno che per gli altri, soprattutto ora che si stanno cumulando i sintomi del suo impatto contro i limiti globali dello sviluppo.
La Cina ha infatti bruciato le tappe della crescita in un mondo già posto in crisi da altri (fra cui noi) e rischia ora di bruciare anche quelle del declino. Il futuro, come al solito, rimane imprevedibile, ma quanto sta succedendo già dal 2008 all’interno della “pancia del dragone” non promette bene.
India
L’India è uno dei principali importatori mondiali di petrolio e altre materie prime sia dalla Russia che dal Golfo Persico. Si trova quindi in una posizione particolarmente difficile, soprattutto in rapporto al suo principale problema interno (l’esplosione devastante della bomba demografica e la conseguente crisi economica e sociale), unitamente alla due guerre croniche che si porta dietro fin dall’indipendenza: quelle contro Cina e Pakistan.
La prima delle quali rimasta sempre sotto traccia e mai risolta; la seconda più volte conflagrata, senza per questo giungere a una soluzione. Recentemente, sono divenuti assai tesi anche i rapporti con il Bangladesh, precedentemente suo alleato.
Vietnam, Corea del Sud, Sri Lanka e Giappone.
Senza entrare nei dettagli, sono i paesi più duramente e direttamente colpiti dalla crisi energetica scatenata da Trump. In qualche modo se la caveranno, ma di certo trattasi di un altro bel chiodo sulla bara di quella che un tempo fu la rete globale di alleanze americane. Oltre che sulla bara dell’economia globalizzata perché, a parte lo Sri Lanka, sono tutti pezzi insostituibili di molte filiere vitali per la civiltà industriale attuale.
Taiwan.
Per Taiwan si tratta di una catastrofe forse irreparabile. Sul piano militare, non solo gli USA si sono dimostrati del tutto disinteressati ai propri alleati tranne Israele, ma hanno spostato in Medio Oriente buona parte di armi e munizioni precedentemente piazzate in Estremo Oriente proprio come deterrente per i sogni imperiali cinesi.
Le navi e una parte degli armamenti potrebbero anche tornare indietro, ma non le munizioni sparate, la cui sostituzione impiegherebbe (o impiegherà?) parecchi anni, visto che, per ora, l’industria a stelle e strisce non accenna ad aumentare la tartarughesca produzione bellica.
Sul piano economico non solo la crisi energetica colpisce Taiwan in modo particolarmente duro, ma la mancanza di elio e altre materie importate dal Golfo Persico sta rapidamente mettendo in ginocchio il settore industriale di gran lunga preponderante del paese, quello di chip e semiconduttori.
Materiali che, per altro, vengono poi importati da tutti gli stati del mondo, compresi USA, Cina, Ucraina e tutti gli altri qui nominati a vario titolo. Un colpo forse mortale per l’IA che richiede enormi disponibilità di energia, acqua e componenti elettroniche di primissima qualità. La mostruosa bolla speculativa gonfiata su questa tecnologia rischia ora di scoppiare da un mese all’altro.
In sintesi, Taiwan si sta scoprendo impoverita e abbandonata. Tuttavia, si può sperare che Xi Jimping abbia imparato la lezione che Putin e Trump stanno insegnando al mondo: la netta superiorità militare non basta a soggiogare un paese deciso a combattere e aggredire qualcuno può trasformare facilmente una “Epic Fury” in un “Epic Mistake”.
Africa
Come al solito nessuno si preoccupa dell’Africa, malgrado molti dei paesi che la compongono siano toccati brutalmente dalla crisi, sia per l’energia (in particolare per la carenza di gasolio), sia per la penuria di fertilizzanti che incrementa considerevolmente il rischio di carestie nel giro di un anno circa.
Ma il problema non si limita a questi aspetti. Comunque vada, la crisi economica globale che sta iniziando proprio ora lascerà tutti i paesi “donatori” (si fa per dire) ulteriormente impoveriti e preoccupati, più di quanto non lo siano già ora; fatto che si tradurrà in un’ulteriore contrazione dei finanziamenti internazionali, compresi quelli sanitari. Un aumento della mortalità in molte regioni sembra inevitabile, anche se diluito nel tempo.
Conclusioni
Benché il livello di incapacità e dilettantismo dell’amministrazione USA continui a sorprendere, ricordiamoci che tutto questo non fa che accelerare il largamente previsto e sviscerato processo di collasso della civiltà industriale globale. Il “Picco” della produzione industriale ed agricola mondiale era previsto approssimativamente per il 2030, ora pare che sia stato il 2025, ma lo sapremo solo fra minimo 5-6 anni, ammesso che per allora siano ancora disponibili dati statistici globali credibili. In ogni caso, niente di veramente sorprendente, benché molto tragico.
AGGIORNAMENTO AL VOLO
Da qualche giorno girano all’impazzata svariate versioni del “decalogo” alla base del “quasi cessate il fuoco” in atto e della trattativa fra Iran e USA. Dal momento che non conosciamo la versione più simile all’autentica (e neppure se questa esista davvero), eviteremo commenti in proposito.
Piuttosto, mi preme far presente un aspetto che rimane negletto: la trattativa in corso è tra USA ed Iran, con la mediazione del Pakistan e la supervisione cinese. Nessun altro dei paesi coinvolti è stato consultato in proposito, malgrado le decisioni eventualmente prese li riguarderanno molto da vicino, a cominciare da Israele e gli arabi del Golfo, ma non solo.
Non si tratta di una novità per Trump il quale, non dimentichiamolo, pretendeva di trattare la pace in Ucraina senza nemmeno consultarne il governo, men che meno gli “alleati” che, così, hanno potuto capire che poi tanto alleati non sono. Anche l’attacco all’Iran è staro deciso, apparentemente, senza consultare gli arabi, ma perlomeno in accordo con il governo israeliano.
Stavolta, invece, nemmeno Netanyahu sembra partecipare alle trattative, pare che neppure sia stato consultato circa i 15 giorni di “cessate il fuoco” che, se saranno rispettati, rappresentano già di per sé una netta sconfitta diplomatica e militare per gli USA, ma soprattutto un disastro per Israele, che rischia davvero di ritrovarsi con il proverbiale “cerino in mano”. L’Iran avrebbe infatti 15 giorni di tranquillità per sgomberare gli ingressi ai bunker missilistici dalle macerie e tornare, eventualmente, ad attaccare con maggior potenza di prima.
Nonostante i sondaggi negli USA diano sfavoriti i Repubblicani, se fossi nei Dem aspetterei a cantare vittoria: nei mesi scorsi sono usciti vari articoli su come Trump stia cercando di truccare le carte in vista delle elezioni. Non dimentichiamo che si tratta dell’uomo che ha istigato l’assalto a Capitol Hill, ed è anche riuscito a passarla liscia (graziando per di più gli assalitori una volta tornato al potere). Tra l’altro da qui a novembre potrebbe innescarsi una tale crisi economico-finanziaria da causare tumulti nelle strade, e quello sarebbe un ottimo pretesto per istituire la legge marziale.
Il futuro è molto incerto, ma di sicuro non roseo.
Per quanto riguarda i rapporti Cina-Taiwan, sembra iniziare a esserci un avvicinamento. Stando al Sole24Ore, “la Cina ha annunciato la ripresa di alcuni canali di cooperazione con Taiwan, tra cui il possibile ripristino di voli diretti verso diverse città della Cina continentale e la riapertura alle importazioni di prodotti dell’acquacoltura taiwanese.”
Immagino che a Taiwan abbiano capito di non poter fare affidamento sugli USA, e cerchino di cavarsela in qualche modo…
Penso anche io che non sia affatto scontato che si terranno regolari elezioni in USA il prossimo autunno. E’ certo possibile, ma non scontato.
Quanto a Taiwan, credo che la Cina non tenterà un’invasione vera, con tutti gli innumeri rischi che (abbiamo visto) questo comporta. Credo che bloccheranno l’isola, costringendo i taiwanesi ad accettare un temporaneo compromesso tipo Hong Kong, da poi rimangiarsi per gradi. Ma non è detto che la Cina avrà la forza per farlo fino in fondo perché la crisi che sta colpendo noi sta colpendo anche loro, per certi versi in modo anche peggiore.
Sarà interessante vedere come reagirà la Cina al blocco dello stretto di Hormuz minacciato da Trump (ammesso sia davvero attuabile).
“Sarebbe quindi urgentissimo dotarsi di una organizzazione diversa e più agile .” Oppure, al contrario, meglio il sistema attuale degli stati: la Spagna si è già sfilata senza aspettare la UE, e persino l’Italia sembra voler fare altrettanto.
Sembra che per ora la Cina stia passivamente accettando il blocco navale degli Stati Uniti, ma sinceramente non ci sto capendo molto. Forse hanno solo deciso di fare il giro per terra.