Qualche tempo addietro il professor Jeremy Sachs è stato invitato a tenere una conferenza al parlamento europeo dove ha parlato di come, secondo lui, ha avuto origine la guerra in Ucraina. Argomento quanto mai interessante perché un vero processo di pace può essere imbastito solo se è chiaro quali siano stati i moventi del conflitto e chi, eventualmente, lo abbia vinto ed in quale misura. Processo di pace di cui finora non si è visto traccia alcuna, se non nella propaganda trumpista, ma che prima o poi forse ci sarà.
Si raccomanda dunque di ascoltare il professore che di certo la sa lunga, ma si raccomanda anche di mantenere il proprio senso critico all’erta, come sempre si dovrebbe.
Qui di seguito alcune considerazioni circa alcune curiose omissioni ed incongruenze nella sua trattazione che, trattandosi di un discorso importante e ben preparato, non sono di certo casuali. Ho provato a contattare il professore per chiedergli chiarimenti in merito, ma non ho ricevuto risposta, come generalmente accade quando si cerca di contattare un personaggio d’alto bordo.
Premessa.
Nell’insieme, mi trovo d’accordo con Sachs: essere rimasti del tutto attaccati al carretto americano dopo il 1990 è stato un tragico errore per l’Europa ed ora più che mai abbiamo urgente bisogno di una politica estera comune ed indipendente. Trovo quindi strano che proprio lui, poi, stigmatizzi il primo tentativo FORSE serio di sganciarci parzialmente dallo Zio Sam, ma su questo tornerò in seguito.
Circa gli argomenti qui trattati, il sottoscritto vi dedica buona parte del suo parecchio tempo libero, confrontando fonti professionali diverse ed evitando la palese propaganda di entrambe le parti. Ritengo dunque di essere abbastanza bene informato, per quanto possibile a chi può accedere esclusivamente a fonti di pubblico dominio. Certamente le mie lacune sono quindi ampie, ma mi conforta il fatto che quasi tutto ciò che Sachs dice lo sapevo già e che i pochi dettagli che mi giungono nuovi non mi sorprendono.
Principali omissioni:
1 – Il prof. Sachs si dilunga sulla promessa verbale di non espansione della NATO (ma di espansione dell’UE) verso est fatta da George Bush a Gorbachev. Personalmente, concordo con il professore che sarebbe stato molto meglio rispettarla, sia perché il rispetto delle promesse è di per sé importante, sia perché sarebbe stata l’occasione per creare un sistema di difesa tutto europeo che ci avrebbe risparmiato numerosi lutti e disastri nei decenni seguenti, fino ad oggi. Ma, di fatto, non se ne parlò neppure sia per le costanti pressioni USA contro ogni ipotesi di integrazione politica e militare europea, sia per la pochezza della nostra classe dirigente.
Tuttavia, è sorprendente che Sachs non menzioni il Protocollo di Budapest (1994) che fu invece un trattato internazionale ufficiale e vincolante in base al quale l’Ucraina (su pressione americana) consegnò le sue armi nucleari alla Russia, avviando un processo di pressoché totale smilitarizzazione del paese culminato nel 2014. Avere fatto stracci di questo e dagli altri trattati siglati fra Russai ed Ucraina significa proclamare che i trattati non hanno più nessun valore, perlomeno per la Russia prima ed ora anche per gli USA.
Su quali basi, se non la fiducia nei trattati, si potrebbero costruire dei rapporti internazionali pacifici? Quando non ti puoi più fidare dei tuoi vicini e neppure dei tuoi alleati, la corsa alle armi diventa un percorso obbligato.
2 – Il professore stigmatizza giustamente l’imperialismo americano e la sua costante intromissione nella politica degli altri paesi, anche mediante congiure e colpi di stato. Tutto vero, epperò non accenna al fatto che è esattamente ciò che fanno tutte le altre potenze (come Russia e Cina fre le altre), ognuna secondo le proprie possibilità.
Ancor più sorprendente, per un apostolo della democrazia, appare però il fatto che sembra del tutto disinteressato a quello che i cittadini dei paesi in questione potrebbero volere e con quale maggioranza. Un atteggiamento decisamente colonialista.
Vale infatti la pena di ricordare che l’adesione alla NATO è sempre avvenuta su richiesta di governi democratici (entro i decrescenti limiti attuali) e ratificata dai parlamenti. E’ certo possibile che questi governi abbiano subito pressioni politiche per l’adesione, ma è certamente vero che la stragrande maggioranza dei cittadini dell’Europa orientale, negli anni ’90 e 2000, aveva buona memoria di come fosse la vita sotto l’Unione Sovietica e molto temeva, e teme, la Russia.
Per quanto riguarda specificatamente l’Ucraina, l’ultima volta che fu chiesto ai suoi cittadini se volevano essere indipendenti o parte della Russia fu il referendum del 1° dicembre 1991 in cui l’indipendenza vinse con il 90,3 % dei favorevoli ed un’affluenza dell’84,18%. Con una schiacciante maggioranza in tutte le regioni, tranne che in Crimea dove l’indipendenza passò invece per un soffio. Certo è possibile che ci siano stati brogli (la maggioranza “bulgara” è sempre sospetta), così come è possibilissimo che da allora le opinioni siano cambiate in un senso o nell’altro. Ma sta di fatto che in tutte le elezioni successive i filo-russi sono rimasti in minoranza, anche se non tanto quanto i banderisti (nazistoidi) che hanno meno del 5% e sono fuori dal governo
3 – Un altro fatto importante e taciuto è che la rottura fra USA e Putin avvenne nel 2002, su iniziativa degli americani. Inizialmente Putin infatti aveva sostenuto la disastrosa “guerra al terrorismo” degli USA in cambio del nostro sostegno alla sua guerra contro la Cecenia, allora in corso. L’accordo prevedeva che gli USA avrebbero costruito delle basi logistiche nelle ex-repubbliche sovietiche confinanti con l’Afghanistan, ma solo per il tempo strettamente necessario per l’invasione. Invece, dopo il successo iniziale, gli USA tentarono di mantenere la loro presenza in Asia centrale comprandosi i dittatori locali. Tentativo poi fallito, ma che ruppe definitivamente l’idillio Russia-USA, se mai c’era stato. Da allora, la Russia non solo ha fatto del riarmo una priorità assoluta, ma anche investito molto per infiltrare pesantemente la politica, i media, i social ecc. occidentali, fino ad ora e tuttora. Anche noi facevamo altrettanto in Russia e dintorni, ma mentre Putin chiudeva tutte le associazioni e carcerava tutti gli individui che facevano propaganda filo-occidentale, noi ancora tolleriamo organizzazioni pesantemente colluse con il Cremlino (come Forza Nuova o AFD, per esempio) e personaggi pubblici dichiaratamente filorussi (come Salvini, fra gli altri). Certo, a noi questo pone un problema di libertà di opinione ed espressione che in altri paesi nessuno si pone, ma credo che questo aspetto debba essere quanto meno considerato.
4 – Credo senz’altro che la rivolta di Maidan abbia avuto il supporto organizzativo e finanziario occidentale, non meno di quanto l’elezione di Jankovic fosse stata aiutata dal Cremlino (perché è vero che la CIA si impiccia regolarmente dei governi esteri, ma anche il GRU).
Tuttavia il prof. Sachs non dice quattro cose importanti: – Che le manifestazioni avvennero in tutto il paese con numeri enormi di partecipanti; è dunque presumibile che avessero i loro motivi. – Che la scintilla fu il rimangiarsi da parte del governo di un accordo commerciale con l’UE, dopo che era già stato annunciato. Chi dette l’ordine? – Che rivolte e manifestazioni ci furono in tutta l’Ucraina, anche nelle regioni a maggioranza russofona, soprattutto perché esasperati da livelli di corruzione ed incapacità esorbitanti anche per gli standard locali. – Che i soldi saranno anche stati nostri, ma i morti furono ucraini e chi si fa ammazzare è di solito ben motivato. Nel bene e nel male.
Fu infatti il tributo di sangue pagato che portò l’estrema destra nel governo provvisorio ucraino, dove si rese corresponsabile della guerra da allora in corso. Alle successive elezioni banderisti e simili furono sconfitti, ma i danni erano ormai fatti.
Altro passaggio importante e taciuto è che esattamente lo stesso può dirsi delle rivolte filo-russe del 2014, certo appoggiate a livello locale, ma anche finanziate ed organizzate dagli agenti russi.
5 – Infine, a proposito di Trump 2 “la vendetta”, Sachs non dice la cosa più importante ed evidente: Trump ed i suoi odiano e disprezzano tutto ciò che è europeo, vogliono castigarci del fatto che qui si vive meglio che in USA e cercano un’alleanza strategica con Mosca offrendogli l’Ucraina come dono di nozze. Questo perfino la maggior parte dei dirigenti europei lo ha capito (il che è tutto dire) ed il panico che ne è seguito lo dimostra. Se finalmente riusciremo a sganciarci dagli USA e ad elaborare una politica europea autonoma resta da vedere (sono scettico, ma possibilista). Tuttavia, proprio grazie a Trump, perlomeno se ne parla e qualcosa, anche se confusamente e lentamente, stiamo facendo ed è la prima volta dal 1945. Purtroppo non ci si sbarazza di 80 anni di dipendenza in pochi giorni e neppure in pochi anni. Necessariamente dovremo quindi continuare a giocare su più tavoli contemporaneamente e blandire il boss di Washington per guadagnare tempo, ma trovo molto strano che proprio questo tentativo (per ora tutto da definire) venga caldamente criticato proprio da uno che, contemporaneamente e giustamente, ci invita all’indipendenza.
Per motivi diversi, tanto Trump che Putin contano sul fatto che, col tempo e la fatica, finiremo per sottometterci per l’ennesima volta ai capricci di Washington. Io spero che li deluderemo, anche se non ci conto. L’abitudine, la pigrizia e la viltà hanno finora sempre vinto.
Incongruenze.
A – Parlando di Trump, Sachs afferma che questi si vuole sbarazzare in qualche modo della guerra in Ucraina semplicemente perché è un costoso fiasco. Ma se fosse, come lui stesso afferma, che il piano USA era quello di usare l’Ucraina per macinare il potenziale militare russo, si sarebbe invece trattato del maggiore successo strategico degli USA negli ultimi 30 anni almeno. Sappiamo infatti che in questa “speciale operazione militare” la Russia ha perso circa la metà delle sue immense riserve di materiale e mezzi; poco più poco meno secondo le stime basate su diverse fonti dirette (foto satellitari) ed indirette (presenza di mezzi al fronte). Inoltre, Putin ha ottenuto di estendere la NATO e di avviare la ricostruzione delle forze armate in tutta Europa. Ha inoltre perso la supremazia nel Mar Nero, mentre il baltico è oramai un “lago UE-NATO” con Pietroburgo e Kaliningrad in uno stato di assedio potenziale che può diventare effettivo in qualsiasi momento.
Nel contempo, essendo totalmente impegnata in Ucraina, la Russia ha perso il controllo dell’Armenia, della Siria e perfino la Transnistria vacilla. E tutto questo senza un solo morto americano, anzi, con un salutare smaltimento di materiale superato e di rinnovamento delle scorte, a tutto vantaggio dell’industria americana. Circa il 90% dei 180 miliardi di dollari stanziati per l’Ucraina sono infatti finiti all’industria USA per il ripascimento delle scorte. Semmai, sarebbe proprio il voltafaccia trumpiano a rappresentare una caporetto politica con pochi precedenti.
B – Il nostro si appella (molto giustamente) al diritto internazionale per quanto riguarda la Palestina, ma sostiene che di questo stesso diritto si debbano fare stracci a proposito dell’Ucraina. Avrei gradito che perlomeno spiegasse la ratio di ciò.
C – L’incongruenza maggiore, mi pare tuttavia il fatto che, a conclusione di un lungo discorso in cui ha illustrato il tenace imperialismo USA ed ha esortato l’Europa a sganciarsene, dotandosi di una politica finalmente unitaria ed alternativa, Sachs concluda stigmatizzando il primo tentativo forse serio che la maggior parte dei Paesi europei sta facendo proprio in tal senso.
Accettare il ruolo di colonie, rinunciare ad un deterrente militare proprio ed abbandonare l’Ucraina alla spartizione fra USA e Russia è infatti esattamente quello che tanto Putin che Trump sperano che faremo. E’ sorprendente come tante persone, che per anni si sono dette contrarie all’imperialismo a stelle e strisce, adesso lo sostengano.
L’elefante nella stanza
A mio avviso, la vera “bomba nucleare” politica di tutta questa vicenda, di cui Sachs in tutto il suo discorso non fa neppure cenno, sono le dichiarazioni unilaterali di annessione. L’unico precedente post 1945, che io sappia, è quello di Israele per il Golan, che neppure i più stretti alleati gli hanno mai riconosciuto perché sarebbe la fine di ogni traccia di normativa internazionale e la tomba di ogni ordine internazionale. Ora Trump preme perché l’Europa accetti l’annessione di 5 grandi regioni ucraine da parte della Russia. E’ solo per fare un regalo a Putin? Oppure è perché vuole creare il precedente che servirà ad Israele per annettere la Cisgiordania, Gaza e magari pezzi di Siria e Libano, come a lui di annettere la Groenlandia e forse anche altro? E’ solo un’ipotesi, ma visto che il professore dice di conoscere i retroscena, perché non ne parla?
Il diplodoco nella stanza.
Tutto questo gran parlare di geopolitica, di imperi e di guerre rimane comunque molto astratto se non si tiene conto del vero “diplodoco nella stanza”: l’impatto brutale che stiamo tutti vivendo contro i limiti globali allo sviluppo. Senza qui tornare per l’ennesima volta su un argomento che, si spera, ai lettori di Apocalottimismo sia ben noto, vorremmo ricordare che il tanto paventato picco della produzione industriale ed agricola è probabilmente ora o nel prossimo futuro. Probabilmente fra una decina d’anni, seguirà il picco della popolazione umana, sempre a livello globale, beninteso. E su questo non c’è nulla che possiamo oramai fare, i 50 anni che avevamo a disposizione per evitarlo li abbiamo sprecati e non torneranno.
E dunque che fare? Non lo sappiamo e sembra che non lo sappiano neppure né Sachs, né alcun altro fra i tanti personaggi autorevoli in circolazione. Tuttavia, di una cosa possiamo tutti stare ben certi: il futuro sarà molto, ma molto diverso dal passato e tutti i paradigmi che abbiamo elaborato per spingere e gestire la crescita ci saranno inutili o dannosi negli anni e nei decenni a vanire.
Un’ultima osservazione: in Russia chi parla contro il governo va in galera o al cimitero; in Usa viene licenziato; in Europa viene invitato a parlare in televisione ed al parlamento. Teniamocelo caro perché anche da noi questo raro privilegio vacilla. Curiosamente non a proposito della politica estera, bensì in altri settori, come la tutela ambientale, che evidentemente i governi “occidentali” considerano più pericolosi dell’Impero Russo.
Ma perché tutti questi americani devono venire in Europa a farci le lezioncine e dirci cosa fare? Che pensino ai loro problemi che ne hanno tanti.
Gli Americani ci fanno la lezioncina perché ci hanno sconfitto in guerra, ci hanno occupato fisicamente e ci hanno obbligati alla resa, due volte, la prima con l’Armistizio seguente il collasso del regime fascista e arresto di Mussolini (che nelle intenzioni doveva facilitare una “transizione” senza repulisti) e la seconda per procura quando si è arresa la armata germanica in Italia (RSI regime fantoccio).
Non ritengono di dovere pensare ai loro problemi perché spendono come tutto il resto del mondo messo insieme nella loro industria bellica e nel mantenimento di un apparato militare che in teoria gli dovrebbe permettere di combattere due guerre mondiali sui due lati del loro continente e vincerle tutte e due.
Un altro modo in cui l’Europa potrebbe contare è sospendere gli accordi commerciali e di ricerca con Israele: https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jun/02/israel-eu-trade-sanctions-human-rights
Notare che l’Italia ha votato contro una revisione.
Davvero vergognoso quello che sta succedendo.
Ah, un’altra cosa che nessuno dice: fu l’America, e Obama in particolare, che costrinse l’Ucraina a distruggere i propri arsenali, e non solo quelli nucleari ma anche quelli di armi convenzionali: https://www.nationalreview.com/corner/when-obama-left-ukraine-defenseless/
Pensa che assurdità, e anche che spreco di risorse, dato che poi quelle armi è stato necessario rifabbricarle (evidentemente a qualcuno conviene…).
Non si può andare da un paese, costringerlo a distruggere tutte le proprie armi, e poi quando viene attaccato rispondergli: adesso arrangiati.
Obama? E il macello che ha combinato in Libia col suo segretario di stato Hillary Clinton, a cui ha seguito la destabilizzazione del paese tuttora perdurante e proprio quando, dopo decenni di sforzi diplomatici italiani, stava avviandosi alla normalizzazione, dando inizio agli attraversamenti dei barconi dei migranti e all’installazione nel paese di teste di ponte russe e turche proprio di fronte alle nostre coste meridionali? Un capolavoro.
Riporto da wikipedia, voce hillary clinton:
“Allo scoppio della prima guerra civile in Libia, Hillary fu la principale sostenitrice[N 5][36] dell’intervento militare della NATO nel paese in sostegno ai ribelli islamisti che combattevano il regime del raʾīs libico Muʿammar Gheddafi”
Veramente la faccenda è iniziata con la rivolta contro Gheddafi. Il fatto che a noi italiani facesse comodo Gheddafi non cambia il fatto che a una buona parte dei suoi concittadini non andava più bene e se ne volevano liberare.
“a una buona parte dei suoi concittadini non andava più bene e se ne volevano liberare”
Vero, ma forse sarebbe dialetticamente piu’ profittevole osservare che per ogni regime politico vale la questione che il regime perfetto non esiste, e, viste le alternative praticabili, al finire nel fosso puo’ essere preferibile il male minore.
Col senno di poi, ai libici l’ardua sentenza. A quanto mi risulta prima non se la passavano poi male, perlomeno dal punto di vista materiale, dopo non credo. Ma si sa che non si vive di solo pane.
Dipende da che parte stavi.
Sinceramente non ho ancora sentito di un popolo che si è pentito di aver abbattuto un dittatore, al di là dei nostalgici che ci sono sempre per tutti i regimi.
Si può sempre passare dal dittatore alla barbarie islamica (dovrei aggiungere “fascistoide” secondo certi canoni). . Poi esserne pure contentoni.
Quando poi le cose non vanno per nulla si può invadere quei babbei ebeti di europei e riprendere a rovinare e disastrare le cose il più possibile. Con la testa bella farcita di oppio e le culle strapiene di nuovi promettenti cretini.
Ah beh ma il dittatore no, la democrazia, i diritti blabla blabla blu bli bla.
Prego, continuare senza-se-e-senza-ma!
Citofonare Bernard Henry Levy.
Sì la usi, bellissima perfetta vada sempre avanti così e non modifichi mai nulla di una virgola mi raccomando.
Che ci vuol fare, purtroppo finché lei non si rivela non potremo citofonarle e ci dovremo accontentare di chi ci mette la faccia.
Ho letto con attenzione il recente articolo di Jacopo Simonetta su Jeffrey Sachs e la guerra in Ucraina. Come spesso accade nei suoi scritti, emerge una volontà netta di smascherare le ipocrisie occidentali e di sfidare le narrazioni dominanti. È un esercizio salutare, soprattutto in un panorama mediatico dove l’omologazione del pensiero è sempre in agguato. Tuttavia, nel tentativo di mantenere un’equidistanza tra blocchi geopolitici, l’autore scivola talvolta in un’equidiffidenza generalizzata, in cui tutto è sospetto, ogni attore è compromesso, ogni versione è manipolata. Questo approccio, pur utile a scardinare le semplificazioni della propaganda, rischia di appiattire le differenze concrete tra aggressori e aggrediti, tra democrazie imperfette e regimi apertamente autoritari. In particolare, nel caso dell’Ucraina, la volontà popolare di avvicinarsi all’Occidente non può essere ridotta a una semplice illusione indotta dalla paura o dal marketing geopolitico: è una scelta storica e culturale, spesso espressa tramite processi elettorali legittimi. Negarla o minimizzarla significa togliere voce e dignità a milioni di persone. C’è poi, nel testo, un riferimento ricorrente alla necessità di un’Europa autonoma, libera dal giogo americano. Ma questa visione, sebbene suggestiva, appare scollegata dalla realtà storica e politica attuale: l’UE è ancora ben lontana dall’essere un soggetto geopolitico coeso, e invocarla come possibile terza via rischia di diventare una proiezione utopica più che una proposta concreta. L’analisi di Simonetta si affida a uno schema classico della critica sistemica: tutti sono imperialisti, ognuno persegue i propri interessi, nessuno ha ragione davvero. Ma in questo sguardo totalizzante si perde la specificità del presente. Il regime russo non è solo l’erede imperfetto dell’URSS o un potere in cerca di spazio vitale: è anche il portatore di un progetto ideologico fondato su nazionalismo etnico, repressione del dissenso, culto della forza e visione paranoica della storia. Equipararlo meccanicamente alle ciniche operazioni NATO del passato è storicamente impreciso e politicamente pericoloso. Infine, Simonetta chiude con un riferimento importante: la crisi ecologica. Ma lo fa come se fosse un’appendice, un’ombra incombente che sta sullo sfondo della tragedia geopolitica. Eppure, se davvero crediamo che il collasso ambientale sia il vero centro della crisi contemporanea, allora tutta l’analisi dovrebbe partire da lì, non concludervisi come un’amara postilla. In definitiva, Simonetta resta un autore utile, stimolante, fuori dal coro, ma è proprio per questo che merita un confronto schietto. Il disincanto non basta. Per leggere il presente serve anche il coraggio di distinguere, di prendere posizione, di non rimanere bloccati in una neutralità che rischia di somigliare all’impotenza. Come diceva Gramsci, serve il pessimismo dell’intelligenza, certo. Ma anche un minimo, irrinunciabile, ottimismo della volontà.
> una politica estera comune ed indipendente
Autonomia e indipendenza, come ogni cosa di pregio, hanno un costo notevole. Nella fattispecie quello di prendersi in carico la dimensione marziale relativa: eserciti, aeronautiche, marine con sufficiente capacità difensiva/offensiva.
Questo è un tabù in varie forze politiche, progressistiche, pseudosovranistiche, cattoliche, etc. . contrarie, per varie motivazioni.
A molte persone deve piacere che l’Europa sia vaso di coccio tra SUA e Russia.
Questi personaggi importanti hanno propri ideologia e interessi, appartengono a gruppi di portatori di intetessi: non vogliono/possono essere imparziali.
Questa volta mi trovo d’accordo con te. La sovranità ha dei costi molto superiori al monte di chiacchiere che di solito si associano a questo termine e che, di solito, mirano all’esatto opposto: cambiare un padrone scomodo con uno peggiore, ma che assicura il potere locale al partito che lo spalleggia.
“Franza o Spagna purché se magna”: siamo fatti così.
Trump ha una capacità comune a molti populisti: mettere il dito esattamente nella piaga. Su tante cose ha ragione, anche se le sue soluzioni poi non sono migliori del problema. È vero che tanti paesi vorrebbero simultaneamente 1 che gli Stati Uniti si facessero gli affari loro e non avessero tutto questo potere 2 essere protetti dagli Stati Uniti se succede qualcosa 3 non dover spendere e fare sacrifici per proteggersi 4 non avere nemici ma solo rapporti vantaggiosi con tutti, perché basta volerlo
C’è ancora gente che dice che la soluzione alla guerra tra Russia e Ucraina è “la diplomazia”. Magari! Prima o poi la diplomazia ci dovrà essere, ma al momento è palese che la Russia fa richieste inaccettabili e che “diplomazia” è diventata una parola magica per indicare “avere tutto quello che vorremmo senza fare le cose che non ci piacciono”.
Gaia non sono d’accordo nel senso che Trump non mette il dito nella piaga, contraddice il motto dei super-eroi, non a caso una invenzione americana, cioè “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”.
Certo, recentemente c’è stata una serie TV che giocava proprio sulla violazione di questo principio, descrivendo i “super” come una cricca di psicopatici criminali che da una parte si presta alla demagogia dei “Poteri Forti” e dall’altra indulge in tutti i vizi aberranti possibili nel segreto-privato.
Questo casomai è il dito nella piaga e cioè che gli USA formalmente dovrebbero essere il “faro” della “democrazia” e di tutti i nobili ideali, poi nella prassi spesso e volentieri per non dire sempre si dimostrano l’opposto, acqua di sentina.
Quello che Trump ha fatto è stato mostrarsi non come un “supereroe” della Justice League, un Avenger, un agente dello Shield ma come un “super” della serie The Boys, cioè un narcisista patologico rancoroso, incapace di empatia e privo di freni inibitori, insieme idolo di una marmaglia di miserabili e marionetta del “deep state” contro cui dice di battersi nell’interesse dei miserabili. Con il potere di mandare gli incapucciati a eseguire sentenze sommarie o i bombardieri sulla testa di chiunque.
Io non sono anti-americano nella tradizione italica.
Sono piuttosto atterrito da quello che sta succendendo, l’abbiamo visto arrivare da lontano e nessuno ha provato ad impedirlo, anzi.
Ho letto con attenzione il recente articolo di Jacopo Simonetta su Jeffrey Sachs e la guerra in Ucraina. Come spesso accade nei suoi scritti, emerge una volontà netta di smascherare le ipocrisie occidentali e di sfidare le narrazioni dominanti. È un esercizio salutare, soprattutto in un panorama mediatico dove l’omologazione del pensiero è sempre in agguato. Tuttavia, nel tentativo di mantenere un’equidistanza tra blocchi geopolitici, l’autore scivola talvolta in un’equidiffidenza generalizzata, in cui tutto è sospetto, ogni attore è compromesso, ogni versione è manipolata. Questo approccio, pur utile a scardinare le semplificazioni della propaganda, rischia di appiattire le differenze concrete tra aggressori e aggrediti, tra democrazie imperfette e regimi apertamente autoritari. In particolare, nel caso dell’Ucraina, la volontà popolare di avvicinarsi all’Occidente non può essere ridotta a una semplice illusione indotta dalla paura o dal marketing geopolitico: è una scelta storica e culturale, spesso espressa tramite processi elettorali legittimi. Negarla o minimizzarla significa togliere voce e dignità a milioni di persone. C’è poi, nel testo, un riferimento ricorrente alla necessità di un’Europa autonoma, libera dal giogo americano. Ma questa visione, sebbene suggestiva, appare scollegata dalla realtà storica e politica attuale: l’UE è ancora ben lontana dall’essere un soggetto geopolitico coeso, e invocarla come possibile terza via rischia di diventare una proiezione utopica più che una proposta concreta. L’analisi di Simonetta si affida a uno schema classico della critica sistemica: tutti sono imperialisti, ognuno persegue i propri interessi, nessuno ha ragione davvero. Ma in questo sguardo totalizzante si perde la specificità del presente. Il regime russo non è solo l’erede imperfetto dell’URSS o un potere in cerca di spazio vitale: è anche il portatore di un progetto ideologico fondato su nazionalismo etnico, repressione del dissenso, culto della forza e visione paranoica della storia. Equipararlo meccanicamente alle ciniche operazioni NATO del passato è storicamente impreciso e politicamente pericoloso. Infine, Simonetta chiude con un riferimento importante: la crisi ecologica. Ma lo fa come se fosse un’appendice, un’ombra incombente che sta sullo sfondo della tragedia geopolitica. Eppure, se davvero crediamo che il collasso ambientale sia il vero centro della crisi contemporanea, allora tutta l’analisi dovrebbe partire da lì, non concludervisi come un’amara postilla. In definitiva, Simonetta resta un autore utile, stimolante, fuori dal coro, ma è proprio per questo che merita un confronto schietto. Il disincanto non basta. Per leggere il presente serve anche il coraggio di distinguere, di prendere posizione, di non rimanere bloccati in una neutralità che rischia di somigliare all’impotenza. Come diceva Gramsci, serve il pessimismo dell’intelligenza, certo. Ma anche un minimo, irrinunciabile, ottimismo della volontà.
Grazie Giuseppe per le critiche costruttive. Risponderò solo su alcuni punti, ma anche gli altri sono per me interessanti.
Primo punto: l’affettazione di neutralità. Penso che sia un modo di esprimersi necessario, o perlomeno utile, per intavolare una discussione senza scatenare immediate levate di scudi. Certo, questo non deve oscurare le reali differenze, ma è pur vero che di “verginelle” ne girano poche in questi come in altri tempi. Ed è di coloro che esercitano il potere che mi occupo, proprio perché 50 anni di attivismo politico mi hanno convinto che i desideri e le pulsioni della base finiscono sempre e comunque con l’essere strumentalizzate da chi detiene o vuole il potere con l’unico scopo di mantenere/accrescere il proprio potere. Esistono i grandi statisti ed i santi, ma sono mosche bianche nella storia.
Punto secondo: il diplodoco nella stanza. L’analisi che giustamente invochi la ho tentata molte altre volte, anche in libri. In questo come in altri casi ho preferito concentrarmi sulla decostruzione di un testo che mi è parso tanto più truffaldino in quanto proposto da una persona certamente competente ed informata, ben più di me. Non un Orsini di turno, per capirsi.
Punto terzo: l’UE. Non penso assolutamente che l’attuale struttura e composizione dell’UE possa traghettarci verso una maggiore indipendenza da uno “zio Sam” sempre più ostile ed inaffidabile. Istituzioni e trattati attuali sono figli degli anno ’90 e finalizzate ad una costante ricerca di compromessi, soprattutto sul piano economico e finanziario, solo marginalmente politico. Non sono e non possono essere in grado di gestire emergenze. Penso quindi che negli anni a venire si formerà una sorta di club informale di un gruppo di stati che decideranno di procedere per conto proprio, elaborando procedure e modalità molto diverse da quelle attuali. Un gruppo più piccolo, ma anche più coeso degli attuali 27. Inglesi, tedeschi, polacchi e scandinavi sembrano su questa strada. Altri si accoderanno (Paesi Bassi, e Italia?) ed altri si marginalizzeranno. Vedremo.
La UE è un progetto iperburocratico, costoso e nella pratica profondamente antidemocratico.
Anch’io auspicherei una maggiore coordinazione e collaborazione europea per tutto ciò che riguarda i rapporti internazionali e degli standard minimi interni, ma senza creare sovrastrutture. E comprendendo anche chi è fuori dalla UE, ma dentro l’Europa. Per quanto gli stati abbiano una cattiva reputazione, e io preferisca la decentralizzazione del potere a livello di regioni più piccole, resta vero che la von der Leyen e la sua cricca rappresentano e ascoltano i cittadini europei ancora meno di quanto facciano i rispettivi capi di governo.
Sull’ipertrofia burocratica, farraginosità e ridondanza delle procedure ecc. sono perfettamente d’accordo con te. Sulla scarsa democrazia, magari anche, a condizione però di non dire poi che i governi nazionali lo siano di più (se ho ben capito). Perché le gerarchie UEW sono semplicemente espressione dei governi nazionali e l’organo decisionale principale è il Consiglio Europeo, assemblea paritaria dei rappresentanti dei governi. Dunque tutto quel che non va in UE, non va perché così risulta dalla sommatoria delle volontà nazionali. Per questo, penso che alcuni paesi formeranno un gruppo più piccolo, ma anche più coeso e centralizzato. E’ un’ipotesi, non una previsione.
” Dunque tutto quel che non va in UE, non va perché così risulta dalla sommatoria delle volontà nazionali.”
Bè, non è proprio così. Innanzitutto, ci sono organi elettivi (il parlamento). Poi, la distanza da Bruxelles e le barriere linguistiche rendono più difficile per i cittadini seguire cosa succede e farsi sentire. Infatti la loro voce è mediata oppure oscurata da lobby e gruppi di interessa vario.
Infine, proprio perché gli stati nazionali devono trovare un accordo tra loro, la decisione finale è un compromesso ad alti livelli con calcoli non trasparenti, e non un’espressione della volontà popolare.
Per dire: secondo te i cittadini europei avrebbero eletto una come la von der Leyen, potendo scegliere?
“Dunque tutto quel che non va in UE, non va perché così risulta dalla sommatoria delle volontà nazionali”
Non credo, a non andare e’ la pretesa di fondo di sottomettere un intero continente ad una unica legge, peraltro paranoicamente dettagliata.
I tappi delle bottiglie, nella loro irrilevanza, ne sono la rappresentazione simbolica.
Lo stesso errore e’ stato commesso con l’unificazione italiana, di cui dopo un secolo e mezzo continuiamo a rincorrere le disfunzioni aumentando sempre di piu’ il dettaglio e la prescrittivita’ delle leggi e delle sanzioni, in un paese che va da Prettau a Capo Passero.
Se non funziona, +1!
E siano maledetti i disertori, che e’ tutta colpa loro!
Il problema e’ intrinseco, avete presente la attuale discussione sui cosiddetti “dazi interni”? I cosiddetti dazi interni sono causati proprio dalle differenze normative (e quindi culturali) che permangono all’interno dei singoli stati. Eliminare i dazi interni significa eliminare queste differenze. Significa sottomettere l’intero continente ad una unica legge, azione che avviene nche obbligando a nuove leggi, a nuove norme, a nuove multe, a nuovi reati unificati, anche chi ne faceva benissimo a meno, fra l’altro rendendo sempre piu’ impossibile l’esistenza economica dei piccoli attori, impossibilitati a far fronte agli obblighi che NON sono fatti su misura per loro, anzi, che li calpestano!
E’ un processo intrinsecamente antidemocratico e illiberale, nascosto sotto una coltre fumogena di retorica ottocentesca, e’ inutile girarci attorno.
L’unificazione europea sarebbe forse auspicabile solo se nel continente fosse presente un fortissimo spirito liberale tale che, tolte poche cose, tutto il resto fosse lasciato alla liberta’ locale e individuale. Un po’ come nella borghese svizzera, quel fossile di liberta’ medioevali borgo-comunali. Ma vi pare che sia il nostro caso? Non direi proprio, siamo all’estremo opposto, la tendenza e’ del tutto opposta, la stessa mentalita’ degli europei, quando si tratta di imporre la propria volonta’ agli altri, e’ opposta (anche qui dentro si ragiona perlopiu’ cosi’, in fin dei conti se si tratta di salvare il pianeta dalla catastrofe apocalittica qualsiasi mezzo e’ concesso, no?).
Il che peraltro mi lascia estremamente scettico anche sulla opportunita’ di una sovranita’ europea, che peraltro c’e’ gia’ e a spese dei suoi singoli stati ex-sovrani specie quelli piu’ deboli, che e’ sottinteso dovrebbe essere in opposizione ai paesi anglosassoni, in nome di antiche inconfessabili rivalse. Per questa strada abbiamo gia’ fomentato due guerre mondiali, ci sono tutti gli indizi che ci metteremmo un attimo a fomentare la terza, e forse lo stiamo gia’ facendo.
Inoltre, vi inviterei di nuovo a riconsiderare la indiscutibilita’ del principio maggioritario** tanto invocato proprio da chi sostiene e propaganda il trasferimento dei poteri a brussel e piu’ in generale ad un centro di fatto imperiale: e’ un principio del tutto discutibile specie in tempi come i nostri in cui la legge tende e puo’ regolare e irregimentare TUTTO, rendendo penalmente rilevante ogni minima deviazione. Il “pangiuridicismo (im)positivo”, la sottomissione alla norma di tutto, e’ un male evidente della nostra epoca. Anche tralasciando la democraticita’ dei parlamenti, basta che la meta’ piu’ uno dei presenti in aula premano un bottone per disposizione del partito di appartenenza imboccato da tecnicismi e dalle piu’ potenti lobby, nella quasi totalita’ dei casi senza neanche sapere ne’ capire cosa stanno votando, perche’ dalla mattina dopo TUTTI si debbano adeguare. Prima in un troppo grande stato, poi in un ancora piu’ grande continente con enormi differenze socioeconomiche al suo interno. Vi pare sensato, o demenziale? Democratico, o totalitario? Esiste anche la dittatura della maggioranza, non confondiamo la democrazia liberale con la democratura, il potere limitato dal basso col potere illimitato dall’alto.
** consiglio bibliografico: Ruffini Edoardo – Il principio maggioritario – 1927 – Adelphi 1987
Osservazioni appropriate che in buona parte (non tutte) condivido. Ma resta il punto che siamo un vaso non di coccio, ma di vetro fra due vasi di materiale discutibile, ma almeno uno (quello ad ovest) molto più duro di noi, malgrado il matto. Quello ad est se la passa male, ma se ne avrà il tempo ed il modo, ha gli amici necessari per riprendersi. Certo non del tutto, ma abbastanza da farci dei danni seri. Ed allora? Non abbiamo neanche l’opzione solita di sdraiarci agli ordini degli USA perché, se non cambiano idea, non ci vogliono più. E comunque mi pare che abbiano già dimostrato abbastanza che di loro non ti puoi fidare. E dunque? Non mi pare che ci siano molte opzioni. O forse si, ma finora non ne ho avuto notizia. Tu si? Perché, se ce ne fossero, discuterle su questo blog mi interesserebbe moltissimo.
“E dunque? Non mi pare che ci siano molte opzioni. O forse si, ma finora non ne ho avuto notizia. Tu si? Perché, se ce ne fossero, discuterle su questo blog mi interesserebbe moltissimo.”
D’impulso vorrei dire lo stesso, ma a me un po’ meno, non credo che da noi, e tantomeno da me, dipenda il futuro del pianeta e dell’universo, soprattutto non credo che tale futuro vada nella direzione da noi sperata.
Da parte mia, ho un “ecological footprint” che farebbe invidia a san francesco, nella mia ferrea personale convinzione che le cose prima si fanno di persona e poi si lascia il resto alla buona volonta’ altrui, ma non credo, non sono convinto che serva a un cazzo, specie se per contrappasso risulta offensivo e istiga all’opposto.
Per il resto vedete voi.
Ma no dai, non sei poi così tanto offensivo, non ti buttare giù.
“Ma no dai, non sei poi così tanto offensivo, non ti buttare giù.”
Non credo tu abbia capito cosa intendevo dire, mentre io non capisco il tuo sarcasmo, il che mi butta un po’ giu’, a dire il vero, non era assolutamente mia intenzione offendere te ne’ alcun altro, per cui non considero per nulla un fallimento non esserci riuscito.
Anzi, intendevo proprio il contrario, cioe’ a malincuore osservare che qualunque convinzione espressa, non necessariamente a parole ma ad esempio con uno stile di vita diverso, genera contrapposizione.
Lo sperimento nel mio vivere quotidiano.
Se disprezzi l’auto e vai solo in bicicletta, con tutte le infinite limitazioni socio-economiche connesse che cio’ implica, ci sara’ gente che si sentira’ minacciata e/o ti considerera’ un cretino e si comprera’ l’auto proprio per questo: per reagire alla minaccia e per non voler somigliare a un cretino.
E’ difficile!
Se si vince, conviene, se si perde no, perche’ non si torna come prima, allo stato precedente, ma si va piu’ indietro ancora.
E’ un rischio, come la guerra.
Non solo non basta volere una cosa per ottenerla, ma a volte si finisce per ottenere giusto il contrario, per cui conveniva sopprimerlo subito, il proprio desiderio.
Generare ostilita’ e’ facile, basta andare col collo sbottonato dove tutti sono incravattati.
Questo volevo dire.
In questo articolo che mi sembra interessante (ma di cui non conosco l’autore), e che approfitto per porre alla vostra attenzione, si spiega bene la parabola, con un meccanismo simile, dell’ambientalismo (Jacopo ogni tanto dice piu’ o meno lo stesso, cioe’ che diventando l’affare del secolo ne e’ uscito sfigurato, opinione che condivido e che mi piacerebbe, questa si’, approfondire, come le mie osservazioni sopra pensavo suggerissero).
https://lisandermag.substack.com/p/la-nuova-burocrazia-celeste-e-la
Hai risposto a Jacopo ma l’ho scritto io in realtà, Igor.
Spendere migliaia di euro per un auto solo per questo paranoia mi sembra un comportamento decisamente da cretino, francamente.
Scusa, ma c’è un doppio malinteso. Il primo che non sono stato io, ma Igor a risponderti. Il secondo che non credo che vi siate intesi fra di voi. Succede.
La storia di Jacopo come autore sia di libri che di contenuti sul Web testimonia chiaramente il contrario.
A proposito del “diplodoco nella stanza”:
(se non ricordo male) anni fa J.Sachs si espresse pubblicamente (e coraggiosamente in contro-tendenza rispetto al mainstream economico-politico-religioso di ieri & di oggi sulla delicata questione) a favore dell’impiego di ragionevoli e moderne pratiche di birth control & family planning in grado di tenere a freno la costante crescita demografica umana e di ridurne/evitarne dunque le pessime conseguenze ambientali e sociali. A distanza di tempo non resta che prendere atto delle omissioni, incongruenze e conseguenti perplessità (a mio avviso giustamente) sottolineate dal bravo Simonetta a proposito delle recenti prese di posizione del medesimo illustre economista, peraltro in un ambito non strettamente ricollegabile a quello demografico e socio-ambientale. Saluti
Proprio perché Sachs non è un Orsini qualsiasi, trovo il suo discorso meritevole di attenta considerazione. Per quello che dice e per quello che tace. Tutti, da chi parla al parlamento europeo a chi scribacchia su di un micro-blog o FB, portiamo avanti coscientemente una visione politica (che non significa partitica). Il punto è che mi sfugge quale sia quella del nostro perché non trovo coerenza né interna, né esterna nel suo parlare.
Jacopo, non ho capito se stavi parlando con me o con FW, comunque io sono assolutamente favorevole a un coordinamento europeo in politica estera (purché non siano solo chiacchere), e poi secondo me dovremmo rifiutarci di seguire gli Stati Uniti nelle loro inimicizie, se sono immotivate. Per dire, io cercherei un accordo con l’Iran che, in cambio di qualche tipo di sollievo economico, li convinca a ridurre la collaborazione militare con la Russia. Israele dovrebbe essere invece isolata.
Inizierei a parlare con i paesi del cosiddetto Sud del mondo, mi terrei stretto il Canada, e cercherei più amici possibile tra i paesi emergenti, senza soprassedere sui diritti umani.
A proposito di Sachs, segnalo l’ultimo post dal canale Telegram del prof Giovanni Savino:
… domani e dopodomani (9 e 10 giugno) si terrà questo Forum del futuro – 2050, organizzato dall’Istituto Tsargrad, emanazione dell’omonima holding (e omonimo movimento politico, sito, fondo) di Konstantin Malofeev. Per molti a risultare interessante è la presenza di Errol Musk, definito nelle presentazioni sia in russo che in inglese come “padre di Elon” , ma in realtà a esser ben più significative son altre presenze straniere, in gran parte americane: tra di esse il complottista Alex Jones, il consulente d’intelligence (già in forze alla CIA) Larry C. Johnson, l’economista neoliberista e onnipresente in alcuni talk-show italiani Jeffrey Sachs, il giornalista Max Blumenthal (fondatore di The Grayzone, presentato come ex consigliere di Bill Clinton, in realtà ad esserlo era il Padre) e infine il britannico George Galloway (già parlamentare laburista per poi diventare “antisistema”) e l’analista francese d’estrema destra Pierre-Antoine Plaquevent (autore di un libro su Soros e la società aperta pubblicato in italiano dalle edizioni Passaggio al bosco, espressione dei camerati fiorentini di Casaggi). Probabilmente l’idea di Malofeev è di investire maggiormente sugli Stati Uniti, e il nome di Musk padre serve più come lancio che altro, visto che vi sono personaggi ben più significativi – giusto per capirci, tra i relatori russi vi sarà il ministro degli Esteri Sergey Lavrov – e alcuni degli ospiti stranieri interverranno, si legge dal programma, in “formato TED talks”: Alex Jones, Jeffrey Sachs, l’ideatore del “MAGA Communism” Jackson Hinkle (non annunciato tra gli speaker ma presente in agenda) e sempre Musk senior.
A colpire, oltre ai temi delle varie sessioni – “La politica territoriale della Russia del futuro”, “L’immagine del futuro secondo i servizi segreti mondiali” ma anche più prosaici “Il nuovo business, non son solo soldi” e “Il futuro dell’arte” – è l’idea di voler un po’ riprendere l’esperienza statunitense del Project 2025 della Heritage Foundation: l’apertura del forum infatti avverrà con una relazione di Malofeev dal titolo “La Russia del 2050. L’immagine del futuro”; l’ambizione di voler essere tra i protagonisti della riconfigurazione in chiave ideologica della società russa appare così andar di pari passo con i contatti con gli ambienti della destra statunitense, con cui l’oligarca nazional-ortodosso ha da anni ottimi rapporti tramite il World Congress of Families. Certo, sarà molto surreale vedere come si parlerà – in modo retorico e alquanto ipocrita – della rinascita della Russia dopo gli sconquassi degli anni Novanta, quando da quel palco si alterneranno un imprenditore le cui fortune vengono da quella rovina (Malofeev) e un economista che è stato l’ideologo della privatizzazione selvaggia nel 1992-93 (Sachs).[…]
(dal canale “Russia e altre sciocchezze”)
Lo ho appena visto su di un post di Scotto. Pian piano tutto si spiega e la logica sottostante emerge.
In estrema sintesi: chi si assomiglia si piglia!
Su qs emblematico ‘Forum del futuro 2050’ peraltro aleggia il quesito “teoretico” relativo alla compatibilità tra il (saggio) neo-malthusianesimo di Sachs e l’ipernatalismo degli ambienti ultra-conservatori russi e statunitensi.
Sachs è Orsini con gli occhiali e il naso finto.
Bella questa.
Sachs non demorde:
https://www.valigiablu.it/jeffrey-sachs-carlo-calenda-piazzapulita-propaganda/
Sachs appartiene a quella categoria di persone ‘intelligenti a prescindere’ (come direbbe Totò) e buona per tutte le stagioni (ma se la ricordano la sua ‘shock economy’ per i paesi ex comunisti?)