Ecologia profonda (Deep Ecology nell’originale inglese) fu un tentativo interessante, ancorché fallito, di costruire quella “grande narrativa” che avrebbe dovuto contrastare il dominio assoluto del culto dell’Uomo, sorta di inconfessata divinità collettiva pressoché onnipotente grazie al proprio inesauribile ingegno, al diuturno progresso tecnico-scientifico ecc.
Avrebbe cioè dovuto svilupparsi in alternativa ai presupposti culturali, etici e spirituali della civiltà industriale nelle sue varie forme, nella speranza di evitarne le conseguenze peggiori.
Prodromi dell’Ecologia Profonda
In ogni epoca e sotto ogni cielo vi sono state persone che si sono opposte, o che perlomeno hanno stigmatizzato, la sistematica distruzione degli ecosistemi che sostengono la nostra vita. L’Ecologia Profonda è però un movimento relativamente circoscritto all’Occidente (cioè USA & satelliti), sviluppatosi soprattutto negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, rifacendosi però ad alcuni autori precedenti, che vale la pena di ricordare non foss’altro per invitare a rileggerli con gli occhi di oggi. È un esercizio per certi aspetti disperante, ma fecondo.
Dunque, mentre tra i precursori dell’ecologia come scienza figurano personaggi quali Alexander von Humboldt, Charles Darwin ed Ernst Haeckel, fra quelli dell’Ecologia Profonda troviamo innanzitutto poeti e romanzieri romantici che descrissero efficacemente sia il senso di orrore che ispiravano loro gli insediamenti ed i suburbi industriali, con i loro corollario di degrado tanto umano quanto ambientale, sia l’estasi prodotta dalla contemplazione di paesaggi apparentemente intatti e da fenomeni naturali come le tempeste; allo stesso modo espressero il senso di profonda deprivazione che provavano di fronte all’inarrestabile “marcia del progresso”, vista più come impoverimento dell’Uomo, anziché quale potenziamento dell’umanità.
Movimento essenzialmente letterario, non seppe collegarsi con gli allora pochi ma importanti scienziati che in quegli stessi decenni andavano elaborando i prodromi dell’Ecologia come scienza e cominciavano ad allertare i sordi circa i rischi connessi alla combustione di immense quantità di carbone, alla caccia industriale, al disboscamento, ecc. Più importanti per la nascita dell’Ecologia Profonda furono invece personaggi come John Muir (fondatore del Sierra Club, prima e per molto tempo principale associazione ambientalista) e Aldo Leopold.
Nascita dell’Ecologia Profonda
Come data di nascita del movimento ecologista in tutte le sue innumerevoli varianti si suole porre la prima edizione di Primavera Silenziosa (1962) di Rachel Carson, che per prima divulgò gli effetti sulla biosfera, ed in particolare sugli uccelli, dei pesticidi. Un testo rigorosamente scientifico ma pure di agevole lettura, che temporaneamente scosse le coscienze di molti, anche perché fu seguito a relativamente breve distanza di tempo da altri due libri parimenti “best sellers”: The Population Bomb nel 1968 e I Limiti della Crescita nel 1972.
Erano gli anni in cui i “sessantottini” (oggi boomers) dilagavano per le strade protestando ed insorgendo contro tutto il mondo dei “matusa”. La rivolta fu soprattutto contro una farragine di usi e costumi oramai anacronistici, ma comprese pure una critica radicale, financo il rifiuto, del consumismo e del capitalismo.
Posizioni che si meticciarono con la nascente preoccupazione per l’inquinamento, la sovrappopolazione e la dilagante distruzione degli ambienti naturali (o percepiti come tali), creando un amalgama da cui nacquero le varie anime dell’ambientalismo, che possiamo molto approssimativamente raggruppare in tre filoni principali, ognuno poi articolato in una miriade di varianti.
“Protezionismo” si usa di solito per indicare il movimento culturale e politico che mira a proteggere singole specie, ambienti, paesaggi, ecosistemi senza porre in discussione il quadro d’insieme in cui tali crisi si maturano.
“Ecologia superficiale” (la definizione è di Arne Naess) indica invece l’approccio riduzionista che affronta il degrado ambientale sotto il profilo esclusivamente tecnico-scientifico, in particolare, ma non solo, per quanto riguarda l’inquinamento e il degrado/esaurimento delle risorse. Senza però mettere in discussione i presupposti politici, culturali, etici e spirituali che quel degrado producono.
“Ecologia profonda” (altra definizione di Arne Naess) si occupa, invece, proprio di quei presupposti, lasciando sullo sfondo gli aspetti tecnici e scientifici.
Gli 8 punti dell’Ecologia Profonda
Nel 1984, Arne Naess e George Sessions condensarono in 8 punti una sorta di “minimo comune multiplo” del pensiero riconducibile, in qualche modo, all’Ecologia Profonda. Una piattaforma volutamente minimale, per far sì che quasi tutti i pensatori del campo vi potessero concordare; e ciò nonostante dichiaratamente provvisoria e parziale, vista l’estrema eterogeneità dei punti di vista e dei retroterra culturali o religiosi coinvolti.
Del resto, da subito circolarono diverse varianti ed integrazioni di questo elenco, alcune proposte dagli stessi autori originali, altre da scienziati di spessore come Fritjof Capra.
Nella versione originale, gli 8 punti sono i seguenti (occhio alle maiuscole!):
- Il benessere e la prosperità della Vita umana e non umana sulla Terra hanno un valore proprio (sinonimi: valore intrinseco, valore inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano ha per la soddisfazione degli scopi umani.
- La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori di per sé stessi.
- Gli uomini non hanno il diritto di ridurre tale ricchezza e diversità se non per per soddisfare bisogni vitali.
- La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana. La prosperità della vita non umana richiede tale diminuzione.
- L’attuale interferenza umana nei confronti del mondo non umano è eccessiva e la situazione sta rapidamente peggiorando.
- I comportamenti devono quindi essere modificati, perché hanno influenza sulle strutture fondamentali economiche, tecnologiche e ideologiche. La situazione risultante sarà assai differente da quella odierna.
- Il cambiamento ideologico è principalmente quello di apprezzare la qualità della vita (vivere in condizione di valore inerente) piuttosto che cercare un tenore di vita sempre più alto. Ci sarà una consapevolezza profonda della differenza tra il grande in senso fisico (big) e il grande in senso metafisico (great).
- Coloro i quali sottoscrivono i punti precedenti hanno l’obbligo di cercare, direttamente o indirettamente, di attuare i necessari cambiamenti.
La funzione di questi 8 punti fu illustrata dagli stessi autori con un diagramma che mostra come da presupposti completamente diversi (livello 1) si possa confluire sulla piattaforma proposta (livello 2), per poi nuovamente divergere in una varietà di strategie, ma coerenti con gli 8 punti (livello 3); per infine approdare ad azioni concrete, dettagliate caso per caso (livello 4).
Commento
Tanti commenti a questa piattaforma sono stati espressi da autori ben più competenti del sottoscritto. Mi limiterò quindi ad un parere del tutto personale, maturato in 40 anni di attività sia professionale che politica nel campo.
Gli 8 punti di Naess e Sessions hanno indubbi pregi, specialmente nel cercare di essere compatibili con presupposti filosofici, scientifici, politici e religiosi diversissimi, finanche contrastanti. Giustamente, cercare una ”exit strategy” dal cul de sac in cui ci siamo ficcati è cosa che riguarda tutti, indipendentemente dai presupposti da cui ognuno parte.
Altro grosso merito, a mio avviso, è il tentativo di uscire dalla mentalità totalmente antropocentrica propria della civiltà moderna, per recuperare una visione più ecocentrica. Magari ispirata, ma non necessariamente mediata, da altre culture più antiche. Tuttavia, proprio su questo punto nevralgico “casca l’asino” o, perlomeno, inciampa.
Si evita infatti di rispondere ad una questione che nel 1984 era già d’attualità, ma che adesso è oramai stringente: “Cosa è giusto fare quando le necessità vitali umane sono incompatibili con le necessità vitali di tutto il resto?”. La risposta pratica è, evidentemente, “Pazienza per tutto il resto” da parte di chiunque, a partire dal sottoscritto.
Ma la risposta filosofica (Naess e Sessions erano filosofi) dovrebbe invece tener conto del fatto che sacrificare tutto il resto comporta necessariamente condannare l’intera umanità ad un ormai prossimo futuro di miseria, violenza e morte.
E dunque?


Penso che una certa responsabilità ce l’abbiano anche certi ecologisti profondi che non hanno compreso che la loro ottima filosofia non fosse un programma politico.
L’idea era quella di ispirare un cambio di paradigma mentale da cui sarebbero poi derivati i progetti politici (livelli 3 e 4 del diagramma). Il punto è che FORSE c’erano dei margini per salvare capra e cavoli negli anni ’70, ma cdertamente non oggi. Penso (ma è solo una mia idea) che una “grande narrativa” alternativa al Progresso ecc. nascerà in seguito al redde rationem; non prima. Del resto, le civiltà amerinde che tanto ispirarono i “Deep Ecologists” svilupparono il loro rapporto con quello che restava della biosfera, solo dopo aver provocato una catastrofe di taglia continentale.
La prima immagine rappresenta molto bene il paradosso profondo che permea ontologicamente le scimmie nude.
A sinistra il predatore apicale. In natura esso segue il principio di massima potenza fino a distruggere la piramide ecologica che ne permette la vita.
A destra la cultura e la cognizione: non posso segare né il ramo sul quale sono seduto, mentre che meno l’albero di cui è parte.
Come si risolve il paradosso? Con un paradosso.
Come essere senziente rinuncio alla massima potenza, alla natura bioevolutiva, con raziocinio mi limito (limito la mia demografia) perché so che in un deserto asfalto sabbia polvere cemento plexiglas non potrei vivere.
Per essere naturali, per evitare ciò che succede ai daini a San Rossore o ai mufloni al Giglio, dobbiamo innaturalmente, con raziocinio, limitarci.
Il raziocinio è diffuso?
No.
Boumedienne docet.
Fine delle pippe.
Gli algerini da tempo se ne stranno strafregando di Boumedienne e il tasso di fecondità è crollato nel tempo e sta per andare sotto i 2,1 figli per donna. Come del resto, e su questo Bardi ha assolutamente ragione, sta capitando in quasi tutto il mondo tranne Israele e pochissime altre eccezioni. Che avvenga per “raziocinio” o altre ragioni è discutibile, di sicuro non è da esseri raziocinanti continuare a parlare per stereotipi e/o ignorare le variabili di impatto ecologico diverse dalla demografia.
Parli per lei, noi ci facciamo tutte le pippe che vogliamo.
Il tasso di fertilità mondiale è ancora al di sopra della sostituzione; sembra sia circa il 2.2.
Quindi, a Bardi e a tutti quelli che parlano di crollo demografico e simili, direi “non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco.”
Sì Gaia e l’ho anche fatto notare a Bardi come sai, però non si può neppure portare avanti questa idea che il resto del mondo stia seguendo le teorie di Boumedienne (la cui famosa frase sul “ventre delle nostre donne” pare tra l’altro spuria, per inciso).
La complessità…
Le complessità.
Le complesse complessità.
Le difficili e inaffrontabili complessità.
La complessità è di destra o di sinistra?
Gabriele cosa direbbe? Pastina in brodo o minestrone?
È il ritornello da sempre utilizzato per reprimere e inibire ogni anche minima resistenza alla immigrazione di massa (da Africa e Asia islamica).
Immaginate l’addetto alla stazione di monte o valle che smette di impedire l’accesso in soprannumero alla cabina della funivia causa le insondabili complessità nelle vite e nelle motivazioni dei “funivisti”.
Sarebbe il disastro assicurato.
Quando devo erogare acqua alla frazione e quartiere e acqua non c’è, della complessità ma ne faccio un baffo, anche due.
Acqua zero, consumatori di acqua troppi.
Ohh, ahh, che brutto ragionamento terra terra, la brutalità fasciofassista che non considera le complesse complessità.
Vabbè, ci vuole pazienza.
Io non reprimo e non inibisco nessuno né in nessuno dei commenti l’ho definita fascista, fassista, fascialeastica,
Il tasto Reply non era quello giusto.
Il commento è apparso nel posto sbagliato.
Qui, dati 2024, siamo a 2.7 figli per donna algerina.
https://data.worldbank.org/indicator/SP.DYN.TFRT.IN
In ogni caso la invasione della Sardegna da parte di algerini significa che là sono troppi e stanno male, altrimenti rimarrebbero nel (sub)deserto algerino.
Moltiplicare per tutta l’Africa del nord e pure per il resto dell’Africa. La follia è completa, la irresponsabilità viene scaricata sull’Europa scatola di sardine.
Israele è un altro tumore che compete a somma zero con quello palestinese.
Le altre variabili della impronta ecologica contano molto meno. Il pauperismo caro alla sinistra non lo fila nessuno: gli invasori in Europa sono peggio degli autoctoni perché hanno una fame insaziabile di consumismo, cosa peggiorata dall’assenza di istruzione e coscienza ecologiche.
Solo che parlare della oncologia demografica africana/islamica è uno dei tabù a sinistra e del loro razzismo al contrario.
Per tornare a tema, parrebbe che questi casi confermino la assoluta incapacità di limitarsi: uso gli antibiotici per salvare i miei 38 figli ma non la pillola contraccettiva.
Raziocinio tendente a zero.
Vorrei ricordare che se l’immigrazione massiccia è effettivamente un grosso problema ed un pericolo, cviò dipende soprattutto dal fatto che l’Europa è già un paese estremamente sovrappopolato e che a fare una scafandia di figli, fino a ieri, non siamo stati secondi a nessuno. Vorrei anche ricordare che tutti gliimmigrati sudamericani e filippini sono di formazione cristiana, come anche moltissimi africani e qualche levantino. Non ultimo motivo per cui la chiesa favorisce il fenomeno.
Jacopo, scusa, ma cosa c’entra? Questo autoflagellarsi non porta da nessuna parte. A favorire il fenomeno sono tutti, dall’estrema destra all’estrema sinistra passando per la chiesa. E il fatto che facessimo tanti figli anche noi è irrilevante. Tutti hanno fatto tanti figli in passato, molti continuano anche adesso, e allora? Bisogna comunque tenere sotto controllo i nostri numeri.
Si, dobbiamo controllare i nostri numeri ed anche chi entra e chi esce. Qualunque “sistema” per funzionare ha bisogno di controllare il proprio confine. Dove controllato non significa impermeabile. Con ciò, non vedo autoflagellazione nel constatare i fatti.
Ai tempi di Boumedienne era 7,5 figli per donna. Non ho contestato il fatto che in Algeria la natalità sia ancora sopra il tasso di sostituzione, ma questa idea (già da lei reiterata varie volte) che si riprodurrebbero come mufloni e senza raziocinio.
https://www.worldometers.info/it/demografia/algeria-demografia/
Solo che il “tumore israeliano” è in ascesa e riguarda persone con alti consumi, mentre quello palestinese in crollo costante da 30 anni, quindi i palestinesi stanno seguendo il “raziocinio”, gli altri no.
Questo lo ha deciso lei, se permette mi fido un po’ di più di gente come Paul Ehrlich e della scienza della sostenibilità in generale.
Tabù un par di balle, secondo la sua visione i paesi occidentali non dovrebbero fare assolutamente nulla perché già a posto con la variabile demografica: nulla di più comodo!!!
Ma quali 38 figli, in nord africa siamo tra i 2,2/2,5 figli a donna, Tunisia e Marocco sono già sotto il tasso di sostituzione. E’ in atto la stessa dinamica avvenuta in Europa tra gli anni 60 e 80, sebbene con livelli di reddito inferiori. E’ un dato ancora eccessivo? Sì, ma piantiamola con discorsi assurdi che non hanno alcun riscontro con la realtà.
Fertilità media per donna, in Africa: 3.9 figli
(manineicapelli)
https://www.worldometers.info/it/demografia/demografia-di-africa/
Sì, piantiamola con negazionismi assurdi che non hanno alcun riscontro con la realtà.
Io non nego una beata mazza e lei che segue il blog lo sa benissimo. Quello che io contesto è questa sua strategia dialettica per cui prende numeri totalmente decontestualizzati (come sta facendo ancora ora) per portare le sue visioni ideologiche “occidentali razioncinanti vs altri come conigli”.
Il tasso di natalità africano era ancora sopra i 5 figli per donna a inizio 2000 (dato di worldmeters da lei citato e opportunamente selezionato). L’Africa sta seguendo lo stesso identico trend dei paesi più avanzati (la cosiddetta “transizione demografica) e solo un becero “ugualismo” (uso un termine a lei tanto caro) può aspettarsi gli stessi identici valori demografici tra un ricco paese a industrializzazione matura e altri più poveri dove ancora sono ancora ampiamente sistemi agricoli tradizionali familiari. Marocco e Tunisia, ad esempio, in paragone con l’Italia sono scesi sotto il tasso di sostituzione prima, visto che la loro ricchezza pro capite è paragonabile a quella del nostro paese a inizio anni Cinquanta.
Se si mette le manine nei capelli è già un passo in avanti, così se li leva dagli occhi e la pianta con le sue giaculatorie su popoli che farebbero 38 figli a donna peché seguirebbero le teorie di Boumedienne.
Detto questo, il problema della sovrappopolazione africano esiste? Sì, ma non perché gli africani siano diversi da noi, ma proprio perché sono come noi e stanno seguendo le nostre medesime dinamiche demografia/ricchezza, che però avendo un solo pianeta finito non sono replicabili con le stesse modalità.
“Il problema della sovrappopolazione africano esiste? Sì, ma non perché gli africani siano diversi da noi, ma proprio perché sono come noi”. Sottoscrivo questa lapidaria affermazione. Epperò, eviterei di fidarmi della “Transizione Demografica”, teoria sulla quale, se ben ricordo, proprio su questo blog abbiamo pubblicato articoli assai critici. 🙂
Se si confrontano Israele e Palestina analizzando i numeri invece di parlare di tumori, oncologia e cazzate varie, viene ben fuori quali comportamenti sono realmente anomali e quali no. L’attuale ricchezza palestinese pro capite è simile a quella dell’Italia tra gli anni Venti e Trenta, e il tasso di fertilità palestinese (3,1 figli per donna) è equivalente a quello che c’era nel nostro paese in quell’epoca. Totalmente anomalo è il dato Israeliano, pil pro capite simile alla Spagna ma 2,6 figli per donna contro 1,1!
Igor, se posso, ti stai arrabbiando un po’ troppo e stai palesando anche tu il tuo pregiudizio ideologico.
L’idea che il tasso di fertilità scenda in base alla ricchezza è solo un’ipotesi, non una legge della natura, e ci sono significative eccezioni (tipo i paesi del Golfo). Se scegli di paragonare Israele all’Europa, e i palestinesi agli arabi, questo è tanto ideologico e forse ancora più forzato che paragonarli gli uni agli altri, dato che vivono nello stesso posto. È una scelta, quindi non è disonesto chi fa altrimenti.
In quanto agli africani dell’Africa subsahariana, lo dicono tutti gli esperti che il loro tasso di natalità sta calando MOLTO lentamente. Se lo paragoni ad altri paesi “in via di sviluppo”, ad esempio in Asia o America Latina, anche altrettanto poveri, vedi la bella differenza. E.g.: the number of children per woman has declined much more slowly in most SSA countries than in the other less developed countries (https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-031-02040-7_8)
Ci sono un sacco di studi che affrontano questo tema, cioè perchè in Africa la natalità resta così alta nonostante tutto, non li metto perché il sito blocca i commenti con troppi link, ma è evidente che c’è qualcosa di “diverso” in Africa.
Per cui secondo me invece di urlare contro UIC, magari esamina anche tu i tuoi pregiudizi e perchè vuoi per forza far rientrare la realtà in una certa visione del mondo per cui certe cose non si possono dire neanche quando sono vere.
Io non mi sto arrabbiando proprio su nulla, sto argomentando cercando di portare dei dati effettivi rispetto al tirare fuori luoghi comuni abusati.
Io non stavo cercando alcuna legge di natura, semplicemente ribattendo a un tizio la cui tesi è “occidentali raziocinanti limitano la loro demografia vs gli altri no perché incapaci”. E allora ho fatto la cosa che mi pareva più ovvia: prendere come riferimento il trend occidentale, con le sue peculiarità, e paragonarlo con quello dei paesi africani.
Dello studio che hai linkato ho letto solo l’abstract (spero che non attribuirai ai miei “pregiudizi” il fatto che sia riluttante a spendere 37 dollari per leggerlo tutto) e considera 6 paesi, Kenya, Ghana, Rwanda, Ethiopia, Burkina Faso, and Niger. Se tu paragoni i loro tassi demografici in rapporto al pil pro capite con quelli dell’Italia, le anomalie sono Kenya e Ghana che hanno liveli equiparabili a quelli dell’Italia di inizio anni 50, non il Rwanda ed Ethiopia (livello da anni 10-20) o il Niger (su livelli probabilmente pre novecenteschi).
Ci sono paese DELL’AMERICANI LATINA O DELL’ASIA che in paragone hanno fatto meglio? Sì, e questo probabilmente indica che anche i paesi dell’Africa subsahariana potrebbero fare meglio? SI, però probabilmente non ci sono solo questioni culturali di mezzo, come dice l’articolo: “A significant paradigm shift in population policies occurred in the 1990s and 2000s, with much more attention given to reproductive health and the rights of women to freely choose the number of children they want as well as the spacing of their children. However, the HIV/AIDS crisis that began in the 1990s diverted attention and reduced funding of family planning programs”.
Quello però spero che ti entri nella testa è che non sto ribattendo a un fine cultore delle dinamiche demografiche, bensì qualcuno la cui tesi è che in Africa si fanno 30 figli a donna per seguire le teorie di Boumedienne e/o perché sono conigli senza racionio. QUELLO contesto con forza, non che ci siano dei problemi demografici in Africa. Io sui social intervengo sempre per smentire chi dice che in Africa non esista un problema di sovrappopolazione, l’ho fatto anche su questo blog per criticare FFF.
io 25 anni fa ero di quelli che diceva che non esite un problema sovrappopolazione in Africa e in generale nel mondo, ho mutato profondamente il mio punto di vista.
Non mi risulta che ci siano impostazioni simili, controllerò.
E qui sì invece devo cercare di stare molto calmo, perché siamo di fronte a un colpo basso squallidissimo. Io non vorrei fare dire le cose alla gente??? Io permetto sul mio blog la pubblicazione di qualsiasi idea con qualsiasi tono, non banno nessuno se non lo spam russo del cialis. Per me chiunque può dire tutto quello che vuole, a differenza tua semmai che banni se non ti garbano certe idee o certi toni. Per carità: liberissima di farlo e non ci trovo nulla di male, finché però tu non vieni ad accursarmi di voler zittire la gente su qualsivoglia argomento solo perché mi permetto di ribattere senza accettare pedissequamente le opinioni altrui. Se io rispondo a una persona, non significa che io le voglia tappare la bocca, è proprio l’esatto contrario. Se io volessi far tacere qualcuno, userei il pulsante “unapprove”, con il quale tu hai infinitamente più dimestichezza di me. E dire che tu mi segui da anni e hai visto che ho concesso infinito spazio a gente con idee molto diverse dalle mie anche quando andava completamente fuori argomento rispetto al post. Attribuirmi quindi intenti censori è una bugia colossale e tu lo sai bene.
Quanto alle “urla”, ti consiglierei di argomentare sempre nel merito evitando insulse introspezioni psicologiche. Io non mi sono mai permesso di fartele quando ti dici che Israele è come il III Reich. E’ vero, mi abbasso al livello del mio interlocutore, per cui ad esempio restituisco al Camminatore un po’ delle medicina dialettica che lui è solito servire agli altri. Ma se rispondo e non banno è perché comunque cerco uno scambio e non ritengo che esistano tabù dialettici di alcun genere.
Ribandendo che non ho molta voglia di spendere 37 dollari per l’articolo quindi non posso entrare nel merito dei paragoni che sono stati fatti, tra i primi 30 paesi al mondo più poveri gli unici non africani sono Yemen, Afghanistan e Haiti. Qualche dubbio sulla congruità dei raffronti mi viene, specialmente poi con stati dell’America latina.
Igor, “Quello però spero che ti entri nella testa” è una cosa molto antipatica da dire a qualcuno, per cui per quanto mi riguarda la tua sì, è una reazione anche emotiva.
Non ti ho accusato di censurare alcunchè (e a ridaglie con il tirare fuori il mio blog, e poi sono io con i colpi bassi?), per cose che “non si possono dire” intendevo che non si tollerano, non si accettano, non che tu le blocchi. Altrimenti come farei io a sapere che UIC le ha dette, se tu non gli avessi permesso di dirle?
Riguardo all’Africa subsahariana, il problema è sicuramente culturale; al di là di spendere o meno 37 euro c’è tanta roba in rete, anche sul blog The Overpopulation Project con cui ogni tanto collaboro. Ad esempio, questo sulle preferenze riguardo al numero di figli, che restano molto alte: https://overpopulation-project.com/how-a-survey-in-developing-countries-might-reveal-hidden-fertility-norms/
E te lo possono confermare anche gli africani con cui parli, sono i primi a dire che in Africa si preferisce fare tanti figli e presto, che la norma è quella, e così via. Non so cosa vuoi dire tirando fuori Afghanistan, Yemen e Haiti, ma i primi due sono altri due paesi con un “problema culturale” nei rapporti tra i sessi, da cui anche l’alta natalità, e Haiti è probabilmente il più africano dei paesi americani. Poi questo non vuol dire che la cultura non possa cambiare, come dici tu una volta anche qui dieci figli non erano niente di strano, però sicuramente l’Africa subsahariana è un’eccezione che non si spiega solo con la povertà, ma in buona parte anche con la cultura. Sul perché la cultura sia questa si può discutere – poligamia? Trauma della schiavitù? – però sicuramente è così.
Chiedo scusa se la cosa ti ha urtato, anche se sinceramente non so quanto sia peggio dire quella frase “emotivamente” oppure apostrofare in tutta calma qualcuno, ad esempio, come intellettualmente disonesto (mi riferisco ad altri tuoi commenti in altri post). Ma tant’è.
Cerchiamo di capire un po’ meglio cosa mi ha reso “emotivo” del tuo commento: tu mi hai criticato come se io avessi lanciato strali contro delle edotte e raffinate critiche mosse da un antropologo oxfordiano, quando invece tu sai benissimo chi è il Camminatore e cosa pensa degli africani: subumani incapaci di controllarsi che ingravidano le loro donne il più possibile per conquistare l’Europa. Nulla a che vedere con lo studio che hai citato o gli argomenti che hai portato in questo commento; eppure tu di fatto glieli attribuisci, affermando che dice verità scomode mentre io sareu uno con pregiudizi che non vuole sentire parlare di certi argomenti. Mi vanno bene tutte le opinioni, però di fronte a una distorsione totale della realtà e della mia persone, se permetti mi girano parecchio.
Un consiglio: quando lanci delle accuse a qualcuno, vedi di essere il più chiara possibile e non lasciare adito a dubbi. Per il resto, è un dato di fatto che il mio grado di tolleranza sul blog sua superiore al tuo, ma non mi sognerei mai di avanzare alcun minimo rilievo alle tue scelte editoriali se tu per prima non mi venissi ad accusare di intolleranza o incapacità di accettare le idee altrui. E la cosa che ha ancora alzato di più il mio tasso di animosità è che da una parte tu mi critichi per l’atteggiamento negativo che avrei verso il Camminatore (Gli “urlo contro”), quando io accetto tutti i suoi commenti mentre tu con lui ti sei comportata diversamente (https://unuomoincammino.blogspot.com/2022/04/eccoli-metrica.html). E VA BENISSIMO COSI’ HAI TUTTO IL LEGITTIMO DIRITTO DI AGIRE IN QUESTA MANIERA però per favore non uscirtene dicendo che sono io quello che non vuole sentire certe ragioni.
E sai com’è, quando si fa la morale a qualcuno bisogna per lo meno comportarsi in maniera migliore di lui nel frangente che viene a criticato. Se tu mi venissi a criticare, che ne so, riguardo allo stile di vita sostenibile, me ne starei muto come una pietra perché sei enormemente superiore a me. Invece non credo affatto di essere una persona con meno apertura mentale e meno disposta al confronto di te. Se mi attacchi su questo punto, allora non sto zitto.
Volevo semplicemente osservare che fare pianificazione familiare quando uno stato è abbastanza ricco da permettersi un minimo di servizi di welfare, è probabilmente più facile, quindi certi paragoni tra stati africani e asiatico/latinoamericani potrebbero non essere del tutto congrui.
Partiamo con il dire che questa osservazione NON è il punto di vista del Camminatore, secondo cui gli africani sono semplicemente conigli che ingravidano le donne per conquistare il mondo.
Secondo, parlare addirittura di “eccezione alla regola” lo vedo molto forzato IN CERTI CASI perché 1) i livelli demografia/ricchezza di svariati paesi subsahariani sono in linea con quelli europei quando avevano il medesimo tenore vita 2) “eccezione alla regola” vorrebbe dire incremento, e invece il calo, per quanto insufficiente, c’è.
Qui si sta parlando di altro, non certo del punto di vista del Camminatore e che io ho criticato. Così come io non mi sono mai sognato la tua critica all’immigrazione, condivisibile o meno che sia, con quella del Camminatore.
Uff, non ho dato A TE dell’intellettualmente disonesto! Ho mai parlato di caccia, lupi e orsi con te?
Comunque effettivamente se uno dà l’impressione di intervenire in difesa di un’altra persona, come io ho fatto (dare l’impressione), poi si confonde tutto. Io non sto facendo mie le idee di altri, stavo solo sottolineando che negare l’unicità della situazione africana sia un errore, perché effettivamente lì la natalità sta scendendo più lentamente di quanto era stato previsto e di quanto è successo in paesi paragonabili. Questo è un dato di fatto. Siamo a livelli altissimi e considerando anche l’inerzia demografica, per cui anche con una fertilità a 2 la popolazione continua a crescere, le proiezioni sono spaventose. Questa mi sembra l’unica cosa importante, anche per il bene sia del pianeta che nostro che loro che degli animali che vivono su quel continente.
E’ il contrario infatti, hai messo in testa al Camminatore complesse idee sulla sovrappopolazione africana quando le sue concezione sono decisamente più terra terra.
Non l’ho neanche nominato! Ti ho solo dato i dati che ho trovato io sulla natalità in Africa, checché ne pensi Pinco o Pallo.
Mi riferivo ovviamente alla tua intemerata difesa del Camminatore sulla base di presupposti che lui manco si sogna.
Penso che tu abbia frainteso il mio commento, ma va bene, mi sarò espressa male.
“Nei giorni scorsi la Bild ha raccontato la storia incredibile di un clan siriano formato dal patriarca, le tre mogli (sposate secondo la legge islamica), i 32 figli e i 25 nipoti. Per i figli l’uomo riceve dallo Stato tedesco «100mila euro l’anno in assegni famigliari». ”
Cornuti e mazziati.
Con giubilo orgoglione per venir sostituiti.
Il progresso buono e giusto.
Sì, verso il collasso.
No grazie!
E io prendo l’ex ministro Graziano Del Rio che ha 9 figli e lo presente come modello della natalità italiana, sarebbe la stessa identica operazione. Il tasso di fertilità siriano era 4 figli a donna nel 2000 ed è 2,6 oggi il resto è (lo scrivo in un modo a lei comprensibile) cerri picching.
Perché dici che le necessità vitali umane sono incompatibili con tutto il resto? Mi sembra una conclusione un tantino sbrigativa.
Aldo Leopold comunque ebbe cinque figli.
Non direi che le necessità vitoali umane sono necessariamente incompatibili con tutto il resto. Abbiamo esempi chenon è così. Il punto è che possono esserlo e spesso lo sono. per una questione di numero, ma non solo, contano anche altri fattori.
Vorrei ricordare che il numero di persone dipende sia dalla natalità che dalla mortalità e che entrambe queste variabili fluttuano continuamente in rapporto a numerosi fattori. Ergo ogni luogo ed ogni tempo ha una sua storia, Solo parzialmente paragonabile con altre. La ricerca de “IL” fattore chiave è spesso sterile. Risultati analoghi possono dipendere da combinazioni diverse di forzanti ed il reddito pro capite è solo una di queste. Secondo me (ribadisco che è “secondo me”) generalmente è correlato in modo indiretto alla natalità e solo nell’attuale contesto socio-economico (nei limiti in cui si può considerare globale). Viceversa, la correlazione del reddito con la mortalità è molto più significativa, ma (ancora) solo nell’attuale contesto. Comunque, tutto questo è argomento di discussione.
Vorrei anche ricordare che la sovrappopolazione è un fattore relativo, non assoluto. Le forzanti che la incrementano sono il numero di persone, i consumi procapite ed il livello tecnologico. L’unico fattore che la riduce è la biosfera. Il tutto in funzione del tempo.
In parole povere, vuol dire che per cercare di cavarcela un tantino meno peggio dovremmo tutti quanti (bianchi, neri, gialli e turchini) figliare pochissimo, accettare di morire prima, consumare meno e abbandonare le tecnologie più avanzate come la AI. O perlomeno confinarle in settori di nicchia estrema. Ma SOPRATTUTTO proteggere a qualunque costo il poco che resta della biosfera e cercare di sbrigarsi.
Il numero di persone dipende dalla mortalità solo a breve termine, perché prima o poi tutti muoriamo. Invece il numero di nati può variare, per cui è quello che determina la crescita della popolazione.
A meno che tu per “mortalità” non intendessi mortalità infantile, ma se così fosse penso che l’avresti specificato.
I consumi di risorse della IA sono una dei disastri che si stanno riversando sul pianeta. Peraltro, ancora una volta, una delle espressioni del peggior tecnoteismo.
Siamo ancora nel paradigma raffigurato dalla prima immagine, nella parte sinistra.
E’ inutile figliare meno se poi ciascuno aumenta terribilmente i propri consumi.
I propri consumi di cosa? per cosa? La industrializzazione del pensiero e delle capacità cognitive è solo una delle industrializzazioni ovvero lo scalare nelle quantità in aumento e in diminuzione della qualità.
La cosa paradossale è che plutocrati, grandi parassiti, oligarchi che sono ai vertici delle industrializzazioni nelle loro vite ricercano la qualità degli ambienti (le nicchie della biosfera), dei manufatti, delle opere che hanno contribuito a distruggere, eliminare con le loro attività.
C’è una generale mancanza di raziocinio.
Mah.
In prima approssimazione, conta la mortalità complessiva. La mortalità per classi di età contribuisce a definire la struttura della popolazione e quindi Mcontribuisce alla sua dinamica sui tempi lunghi. ma non è certo l’unico fattore. La dinamica delle popolazioni è una branca particolarmente complessa dell’ecologia. Non si può riassumenre in un post o in un commento.
Tu stavi parlando del *numero* di persone, non della struttura della popolazione!
E qui no, non può contribuire sui tempi lunghi, perché sui tempi lunghi tutti muoriamo, quindi sui tempi lunghi non cambia se la gente muore a 70 o 90 anni, cambia solo nel breve-medio termine. A meno che tu non intenda mortalità *prima* di arrivare all’età riproduttiva, ma allora devi specificarlo.
Non si può riassumere un trattato di dinamica delle popolazioni in un commento. Del resto, ricorderai che all’argomento abbiamo deticato su questo blog numerosi articoli. Alcuni anche lunghi, eppure sempre, necessariamente, molto parziali.
Colgo però l’occasione per osservare che tutti state commentando circa la questione demografica che è un pezzo importante, ma assolutamente non l’unico della “Deep Ecology” cui è dedicato il post. L’aspetto dirimente di questo approccio, rispetto ad altri parimenti ambientalisti, è semmai se attribuire un valore intrinseco alla vita selvatica o meno. E se si, in quale rapporto questo valore sta rispetto alla vita domesticata (compresa la nostra)?
>>sacrificare tutto il resto comporta necessariamente condannare l’intera umanità ad un ormai prossimo futuro di miseria, violenza e morte.
E dunque?
E dunque fortunato chi lascia questa valle di lacrime il più presto possibile.
Magari venisse fornita a chi ne fa richiesta una bella pillolina per una dipartita indolore! Che a un certo punto poi i farmaci dovremo proprio scordarceli, insieme a tutti i comfort e sconfort della modernità.
In Canada circa il 5% delle morti totali è per eutanasia, volontaria ovviamente. Un tema che mi piacerebbe approfondire dovessi mai tornare là.
Però quello che intendeva Paolo è il suicidio assistito, che è una cosa diversa. Sono favorevole all’eutanasia, mentre non ritengo giusto chiedere a un medico di sopprimere una persona fisicamente sana o le cui condizioni non sono comunque incompatibili con una vita assolutamente dignitosa sul piano biologico. Lì devi trovare il coraggio di fare da te.
No, la mia idea andava oltre il suicidio assistito. Considerando i danni che stiamo provocando alla biosfera non vedo perché non favorire chiunque abbia voglia di non pesare ulteriormente sul pianeta (naturalmente m’includerei nella lista).
È abbastanza “deep ecology”?
Chiedi a loro. Come ho già detto, sono sempre stato incuriosito dall’Ecologia Profonda come filosofia ma non ho mai provato particolare accordo con i suoi sedicenti sostenitori.
Non so se sarebbe molto “deep ecology”, ma serabbe a mio avviso molto caritatevole. Avere a disposizione una simile scappatoia (stole Soylent geen) sarebbe di conforto a molti. Ma è un tabù, basta accennare alla Morte per essere guardati male. Mai capito perché, ma è così.
Anch’io la penso come te in buona parte, anche se leggere le storie di giovani molto gravemente e cronicamente depresse per cui anche solo la possibilità di ricevere il suicidio assistito è un’ancora di salvezza mi ha fatto riflettere. Certo, uno può fare da sè, ma si sentono tanti tentativi di suicidio andati male, e allora uno soffre ancora di più, e magari perde la capacità di suicidarsi da solo.
Questioni difficili.
Credo che la maggior parte dei tentati suicidi siano di persone che non vogliono morire, bensì chiedere aiuto. La possibilità di ricorrere ad un’eutanasia ospedaliera, del tutto indolore, ma anche senza possibilità di fallimento, sarebbe qualcosa di completamente diverso. Non ho la più pallida idea di quante persone vi ricorrerebbero.
Articolo indubbiamente interessante e istruttivo.
Peraltro il Commento finale sembra prefigurare una sorta di “doppio legame” alla Bateson: qualunque delle due opzioni proposte si finirà per scegliere ci si esporrà a conseguenze tragiche se non catastrofiche (almeno dal punto di vista antropico)…
L’ipotesi MENO inquietante sembrerebbe a questo punto RIDURRE le “necessità vitali” umane ma ovviamente CHI, DOVE e IN CHE MISURA dovrebbe farlo?
Chiaramente dare una risposta precisa, esaustiva e soprattutto globalmente accettabile risulta sostanzialmente IMPOSSIBILE…
Esatto, sia in stallo, perlomeno da 30 anni, ma secondo me da di più.