Ecologia profonda (Deep Ecology nell’originale inglese) fu un tentativo interessante, ancorché fallito, di costruire quella “grande narrativa” che avrebbe dovuto contrastare il dominio assoluto del culto dell’Uomo, sorta di inconfessata divinità collettiva pressoché onnipotente grazie al proprio inesauribile ingegno, al diuturno progresso tecnico-scientifico ecc.
Avrebbe cioè dovuto svilupparsi in alternativa ai presupposti culturali, etici e spirituali della civiltà industriale nelle sue varie forme, nella speranza di evitarne le conseguenze peggiori.
Prodromi dell’Ecologia Profonda
In ogni epoca e sotto ogni cielo vi sono state persone che si sono opposte, o che perlomeno hanno stigmatizzato, la sistematica distruzione degli ecosistemi che sostengono la nostra vita. L’Ecologia Profonda è però un movimento relativamente circoscritto all’Occidente (cioè USA & satelliti), sviluppatosi soprattutto negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, rifacendosi però ad alcuni autori precedenti, che vale la pena di ricordare non foss’altro per invitare a rileggerli con gli occhi di oggi. È un esercizio per certi aspetti disperante, ma fecondo.
Dunque, mentre tra i precursori dell’ecologia come scienza figurano personaggi quali Alexander von Humboldt, Charles Darwin ed Ernst Haeckel, fra quelli dell’Ecologia Profonda troviamo innanzitutto poeti e romanzieri romantici che descrissero efficacemente sia il senso di orrore che ispiravano loro gli insediamenti ed i suburbi industriali, con i loro corollario di degrado tanto umano quanto ambientale, sia l’estasi prodotta dalla contemplazione di paesaggi apparentemente intatti e da fenomeni naturali come le tempeste; allo stesso modo espressero il senso di profonda deprivazione che provavano di fronte all’inarrestabile “marcia del progresso”, vista più come impoverimento dell’Uomo, anziché quale potenziamento dell’umanità.
Movimento essenzialmente letterario, non seppe collegarsi con gli allora pochi ma importanti scienziati che in quegli stessi decenni andavano elaborando i prodromi dell’Ecologia come scienza e cominciavano ad allertare i sordi circa i rischi connessi alla combustione di immense quantità di carbone, alla caccia industriale, al disboscamento, ecc. Più importanti per la nascita dell’Ecologia Profonda furono invece personaggi come John Muir (fondatore del Sierra Club, prima e per molto tempo principale associazione ambientalista) e Aldo Leopold.
Nascita dell’Ecologia Profonda
Come data di nascita del movimento ecologista in tutte le sue innumerevoli varianti si suole porre la prima edizione di Primavera Silenziosa (1962) di Rachel Carson, che per prima divulgò gli effetti sulla biosfera, ed in particolare sugli uccelli, dei pesticidi. Un testo rigorosamente scientifico ma pure di agevole lettura, che temporaneamente scosse le coscienze di molti, anche perché fu seguito a relativamente breve distanza di tempo da altri due libri parimenti “best sellers”: The Population Bomb nel 1968 e I Limiti della Crescita nel 1972.
Erano gli anni in cui i “sessantottini” (oggi boomers) dilagavano per le strade protestando ed insorgendo contro tutto il mondo dei “matusa”. La rivolta fu soprattutto contro una farragine di usi e costumi oramai anacronistici, ma comprese pure una critica radicale, financo il rifiuto, del consumismo e del capitalismo.
Posizioni che si meticciarono con la nascente preoccupazione per l’inquinamento, la sovrappopolazione e la dilagante distruzione degli ambienti naturali (o percepiti come tali), creando un amalgama da cui nacquero le varie anime dell’ambientalismo, che possiamo molto approssimativamente raggruppare in tre filoni principali, ognuno poi articolato in una miriade di varianti.
“Protezionismo” si usa di solito per indicare il movimento culturale e politico che mira a proteggere singole specie, ambienti, paesaggi, ecosistemi senza porre in discussione il quadro d’insieme in cui tali crisi si maturano.
“Ecologia superficiale” (la definizione è di Arne Naess) indica invece l’approccio riduzionista che affronta il degrado ambientale sotto il profilo esclusivamente tecnico-scientifico, in particolare, ma non solo, per quanto riguarda l’inquinamento e il degrado/esaurimento delle risorse. Senza però mettere in discussione i presupposti politici, culturali, etici e spirituali che quel degrado producono.
“Ecologia profonda” (altra definizione di Arne Naess) si occupa, invece, proprio di quei presupposti, lasciando sullo sfondo gli aspetti tecnici e scientifici.
Gli 8 punti dell’Ecologia Profonda
Nel 1984, Arne Naess e George Sessions condensarono in 8 punti una sorta di “minimo comune multiplo” del pensiero riconducibile, in qualche modo, all’Ecologia Profonda. Una piattaforma volutamente minimale, per far sì che quasi tutti i pensatori del campo vi potessero concordare; e ciò nonostante dichiaratamente provvisoria e parziale, vista l’estrema eterogeneità dei punti di vista e dei retroterra culturali o religiosi coinvolti.
Del resto, da subito circolarono diverse varianti ed integrazioni di questo elenco, alcune proposte dagli stessi autori originali, altre da scienziati di spessore come Fritjof Capra.
Nella versione originale, gli 8 punti sono i seguenti (occhio alle maiuscole!):
- Il benessere e la prosperità della Vita umana e non umana sulla Terra hanno un valore proprio (sinonimi: valore intrinseco, valore inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano ha per la soddisfazione degli scopi umani.
- La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori di per sé stessi.
- Gli uomini non hanno il diritto di ridurre tale ricchezza e diversità se non per per soddisfare bisogni vitali.
- La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana. La prosperità della vita non umana richiede tale diminuzione.
- L’attuale interferenza umana nei confronti del mondo non umano è eccessiva e la situazione sta rapidamente peggiorando.
- I comportamenti devono quindi essere modificati, perché hanno influenza sulle strutture fondamentali economiche, tecnologiche e ideologiche. La situazione risultante sarà assai differente da quella odierna.
- Il cambiamento ideologico è principalmente quello di apprezzare la qualità della vita (vivere in condizione di valore inerente) piuttosto che cercare un tenore di vita sempre più alto. Ci sarà una consapevolezza profonda della differenza tra il grande in senso fisico (big) e il grande in senso metafisico (great).
- Coloro i quali sottoscrivono i punti precedenti hanno l’obbligo di cercare, direttamente o indirettamente, di attuare i necessari cambiamenti.
La funzione di questi 8 punti fu illustrata dagli stessi autori con un diagramma che mostra come da presupposti completamente diversi (livello 1) si possa confluire sulla piattaforma proposta (livello 2), per poi nuovamente divergere in una varietà di strategie, ma coerenti con gli 8 punti (livello 3); per infine approdare ad azioni concrete, dettagliate caso per caso (livello 4).
Commento
Tanti commenti a questa piattaforma sono stati espressi da autori ben più competenti del sottoscritto. Mi limiterò quindi ad un parere del tutto personale, maturato in 40 anni di attività sia professionale che politica nel campo.
Gli 8 punti di Naess e Sessions hanno indubbi pregi, specialmente nel cercare di essere compatibili con presupposti filosofici, scientifici, politici e religiosi diversissimi, finanche contrastanti. Giustamente, cercare una ”exit strategy” dal cul de sac in cui ci siamo ficcati è cosa che riguarda tutti, indipendentemente dai presupposti da cui ognuno parte.
Altro grosso merito, a mio avviso, è il tentativo di uscire dalla mentalità totalmente antropocentrica propria della civiltà moderna, per recuperare una visione più ecocentrica. Magari ispirata, ma non necessariamente mediata, da altre culture più antiche. Tuttavia, proprio su questo punto nevralgico “casca l’asino” o, perlomeno, inciampa.
Si evita infatti di rispondere ad una questione che nel 1984 era già d’attualità, ma che adesso è oramai stringente: “Cosa è giusto fare quando le necessità vitali umane sono incompatibili con le necessità vitali di tutto il resto?”. La risposta pratica è, evidentemente, “Pazienza per tutto il resto” da parte di chiunque, a partire dal sottoscritto.
Ma la risposta filosofica (Naess e Sessions erano filosofi) dovrebbe invece tener conto del fatto che sacrificare tutto il resto comporta necessariamente condannare l’intera umanità ad un ormai prossimo futuro di miseria, violenza e morte.
E dunque?


Recent Comments