Secondo alcuni è “intrinsecamente antisemita e personalmente in guerra contro Israele”, per altri una donna coraggiosa da candidare al premio Nobel per la pace: la figura di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è divenuta assai controversa dopo la divulgazione del suo rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio – Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 (da qui in avanti Rapporto).
Molto probabilmente, contumelie e peana sono mossi solo dalle simpatie politiche riguardo il conflitto israelo-palestinese, senza avere mai consultato il documento (dal 2 agosto è in vendita allegato al Fatto Quotidiano, ma si può reperire liberamente on line in italiano, ad esempio qui). Io invece l’ho letto per intero e, diversamente dai giudizi manichei imperanti, ho maturato un’opinione più equilibrata sull’autrice, avendo ravvisato nel testo luci e ombre abbastanza significative.
Innanzitutto, che cosa si propone esattamente il Rapporto? Dall’introduzione:
Questo rapporto indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati. Mentre i leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana di occupazione illegale, apartheid e ora genocidio.
La complicità denunciata da questo rapporto è solo la punta dell’iceberg; porvi fine non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e accertamento delle responsabilità, in particolare in questo caso, in cui sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. Questo è un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso.
Viene adottata una prospettiva di indagine molto ampia utile per delineare un quadro realistico della situazione, evitando interpretazioni riduttive che potrebbero occultare gravi responsabilità. Eloquente quanto scrive delle aziende che forniscono energia allo stato ebraico:
Rifornendo Israele di carbone, gas, petrolio e carburante, le aziende contribuiscono alle infrastrutture civili che Israele utilizza per consolidare l’annessione permanente e che arma per la distruzione della vita dei palestinesi. La stessa infrastruttura serve l’esercito israeliano mentre annienta Gaza, compresa la rete di rifornimento delle risorse che queste aziende hanno fornito. La natura apparentemente civile di tali infrastrutture non esonera un’azienda dalla responsabilità.
Un ragionamento del tutto coerente con lo spirito della legislazione internazionale che disciplina la responsabilità delle imprese. Del resto, le vicissitudini legate alla sciagurata occupazione della Palestina tengono banco da quasi sessant’anni, pertanto, le ‘entità aziendali’ (così vengono chiamate nel Rapporto) non possono trincerarsi dietro la presunta ignoranza dei fatti.
Tali considerazioni sono ancora più valide dopo la spropositata reazione ai pogrom di Hamas del 7 settembre 2023 che ha condotto allo sterminio di decine di migliaia di persone. Pertanto, se sono palesi gli oneri di chi vende armi a Israele e trae vantaggio diretto dall’occupazione di Cisgiordania e Striscia di Gaza, è opportuno passare sotto la lente di ingrandimento anche tutti i soggetti che beneficiano indirettamente delle reiterate violazioni del diritto internazionale.
Rimandando alla lettura completa del Rapporto per i dettagli, qui una sintesi degli interessi economici più problematici rilevati da Albanese.
Nel complesso, il Rapporto non mi è parso molto più particolareggiato delle migliori inchieste condotte da ONG e attivisti pro Palestina. Con ciò non intendo affatto sminuire il coraggio di dichiarare che il re è nudo in un consesso internazionale andando incontro a prevedibili ritorsioni, come testimoniano le sanzioni emesse da Washington ai danni della relatrice e le campagne infamanti orchestrate da certa stampa. Semmai, ho altri rilievi da muoverle.
Il Rapporto è un testo redatto allo scopo dichiarato di attuare “azioni diplomatiche, economiche e legali contro coloro che hanno mantenuto e tratto profitto da un’economia di occupazione divenuta genocida”; pertanto deve proporsi obiettività, rigore documentario e, soprattutto, astenersi da qualsiasi doppiopesismo e calcolo politico.
Purtroppo, l’indagine è stata condotta in modo pressoché unilaterale, lasciando intendere che la complicità nelle angherie subite dai palestinesi sia da ascrivere esclusivamente a USA ed europei, ossia il cosiddetto ‘Occidente collettivo’ di una certa propaganda: della quarantina circa di entità accusate di fiancheggiare lo stato ebraico, solo tre non sono riconducibili a quell’area, cioè Bright Food (Cina), Orbia (Messico) e Petrobas (Brasile).
Indubbiamente, i paesi occidentali si devono accollare le maggiori responsabilità, ma far passare gli ‘altri’ (in particolare Cina e Russia) come innocenti immacolati grida vendetta. I freddi numeri sull’import-export israeliano riferiti al 2024 (quando a Gaza già infuriava l’inferno) parlano da soli.
Esportazioni in Israele per nazione (dati riferiti al 2024)
Importazioni da Israele per nazione (dati riferiti al 2024)
La Cina è divenuta il secondo partner commerciale di Israele e da tempo caldeggia di inserirlo nel progetto della Nuova via della seta, malgrado all’iniziativa aderisca l’arcinemico Iran. Possibile che un giro di affari tanto voluminoso sia esente da criticità con la questione palestinese? Nel Rapporto si accenna solamente al caso della Tnuva, conglomerato alimentare israeliano acquisito dalla cinese Bright Food, reo di sfruttare gli avamposti in Cisgiordania per prodotti destinati all’industria lattiero-casearia.
Un contributo ben documentato di Domenico Cortese per il blog L’Ordine Nuovo rivela invece una penetrazione molto più capillare del paese del dragone, nel settore agricolo ma non solo:
La presenza di manodopera cinese in colonie come Beit El e Yitzhar non è più un’eccezione ma una realtà sistematica. Gli operai delle aziende cinesi costruiscono abitazioni e infrastrutture all’interno degli insediamenti, frequentano i negozi palestinesi nei villaggi vicini e rappresentano una forza lavoro essenziale nel progetto di consolidamento territoriale israeliano in Cisgiordania.
A questo si aggiunge il sostegno diretto da parte di grandi imprese cinesi. Adama Agricultural Solutions, controllata dalla statale ChemChina [che possiede un centro di ricerca e sviluppo in Israele, n.d.r.], fornisce supporto logistico agli agricoltori dei territori occupati e finanzia borse di studio per i residenti delle colonie. Le sue forniture sono utilizzate anche nelle attività agricole in insediamenti come quelli nella Valle del Giordano, contribuendo a radicare una presenza coloniale considerata illegale dal diritto internazionale…
Le imprese cinesi stanno gestendo persino importanti progetti infrastrutturali in Israele: lo Shanghai International Port Group, come abbiamo accennato, si è aggiudicato un contratto di 25 anni al porto di Haifa, mentre il China Harbour Engineering Group ha vinto un appalto simile per il terminal di Ashdod; questi terminal sono anche adiacenti alle basi militari della marina israeliana. Non solo, quindi, la Cina non ha operato in concreto per l’indebolimento e il boicottaggio dello Stato sionista, ma contribuisce materialmente a rafforzarlo. Recentemente la Cina ha espanso i legami economici con Israele nei settori più disparati: dalla tecnologia al turismo, dalla cooperazione in campo scientifico all’istruzione.
Per quanto riguarda le relazioni con la Russia, il Rapporto non ne fa cenno, fatto molto strano perché si concentrano nel campo energetico (di cui si è tanto enfatizzata l’importanza nel sostenere i meccanismi di colonialismo e genocidio) e riguardano anche alcune questioni prese in esame, come gli oleodotti che approvvigionano Israele. Ad esempio, si legge:
BP e Chevron sono anche i maggiori contribuenti alle importazioni israeliane di greggio, in quanto principali proprietari rispettivamente dello strategico oleodotto azero Baku-Tbilisi-Ceyhan [oledotto BTC, n.d.r.] e del Consorzio dell’oleodotto kazako del Caspio [CPC-Caspian Pipeline Consortium, n.d.r], nonché dei relativi giacimenti petroliferi.
Chevron effettivamente è azionista al 15% del CPC, ma le società russe Transneft e IC CPC Company detengono rispettivamente il 24% e il 7% della proprietà (fonte). Inoltre, dallo scoppio della crisi di Gaza e per tutto il primo semestre del 2024, la Russia insieme agli USA è stato il principale venditore di prodotti petroliferi raffinati a Israele (fonte), oltre a garantire approvvigionamenti di carbone (fonte) e olio combustibile sotto vuoto (fonte).
Questi scambi sono stati favoriti dalle sanzioni successive all’invasione dell’Ucraina, a cui Israele non solo non ha aderito ma si è pure rifiutata di fornire a Kiev armi e lo scudo anti-missile Iron Dome, più volte richiesto da Zelensky. Emblematicamente, nel 2022 l’allora primo ministro israeliano Nfatali Bennett è stato il primo leader politico occidentale a recarsi a Mosca dopo lo scoppio del conflitto.
In un pregevole contributo pubblicato nel luglio dello scorso anno e di cui consiglio vivamente la lettura, Michael Karadjis analizza nel dettaglio il consistente supporto energetico (ma non solo) offerto dai BRICS allo stato ebraico, malgrado le reiterate dichiarazioni di facciata contro l’aggressione, in favore della pace e della soluzione ‘due popoli, due stati’.
Di tutto ciò nel Rapporto troviamo solo riferimenti alle importazioni di petrolio dal Brasile e alle spedizioni di carbone dal Sudafrica tramite l’azienda anglo-svizzera Glencore, avvenute regolarmente anche dopo il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia del governo sudafricano contro Israele per violazione della Convenzione sul Genocidio nella Striscia di Gaza.
Condivido in toto il seguente commento di Karadjis:
È ironico che tra gli attivisti occidentali pro-Palestina ci sia chi alimenta illusioni verso imperialismi rivali come Russia e Cina o chi vede più in generale nei BRICS una sorta di alternativa all’imperialismo statunitense, quando tutti questi stati continuano a fornire petrolio e carbone, così come una serie di altri prodotti, al regime [sionista] mentre commette un genocidio, insieme alle principali compagnie petrolifere occidentali coinvolte nel CPC e nel BTC come BP, Chevron, ExxonMobil, Shell, Eni e TotalEnergies. Se tutti quanti ponessero fine a questo commercio, potrebbe fare una differenza significativa.
Altrettanto fuorviante è l’idea di un mondo arabo-islamico radicalmente ostile a Israele. Gli Accordi di Abramo, sottoscritti nel 2020 da Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan sotto l’egida della prima amministrazione Trump, hanno favorito una normalizzazione dei rapporti che si è tradotta nel periodo 2023-25 in un’intensificazione degli scambi commerciali, anche con altri paesi che già da tempo si sono riappacificati con Tel Aviv, come Egitto e Giordania.
Tutto questo malgrado il costante aggravamento della situazione nei territori occupati e l’avvento della maggioranza di governo più reazionaria della storia israeliana, sostenuta dai nazionalisti religiosi. Non potendo valutare le eventuali implicazioni giudiziarie di tali traffici, mi limito a constatare che il Rapporto, pur invocando a gran voce sanzioni e boicottaggi, non trova nulla da eccepire su questi business proseguiti con maggiore slancio sullo sfondo degli orrori di Gaza.
Come spiegare una rappresentazione tanto deformata ed edulcorata della realtà? Possibile che a una studiosa preparata e già da tre anni Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati siano sfuggiti fatti facilmente reperibili con qualche paziente ricerca in Rete? Assai improbabile, quindi propendo per una spiegazione alternativa.
Puntando il dito quasi esclusivamente sull’Occidente era molto più facile catalizzare un vasto consenso intorno al Rapporto tra i membri dell’ONU e nell’opinione pubblica, e ciò deve averla convinta ad anteporre il pragmatismo all’obiettività. Il sospetto mi sembra in qualche modo confermato da una dichiarazione rilasciata alla trasmissione In onda di La7:
È vero che la comunità internazionale è nella paralisi più scioccante, però ci sono Stati del Sud del mondo che non sono più gli Stati all’epoca della decolonizzazione di 50-60 anni fa, ma si stanno opponendo, hanno cominciato a imporre sanzioni e a operare un taglio di risorse naturali ad Israele. In questo si riflette anche uno sdegno profondo di tanti e tanti cittadini ordinari che stanno protestando e che stanno cominciando a portare le loro legittime doglianze contro i rispettivi governi. Cioè stiamo vivendo una rivoluzione e non ce ne rendiamo conto.
Svelare le malefatte dei BRICS, su cui a torto o ragione tanti paesi e cittadini desiderosi di un ordine globale più equo ripongono tante speranze, avrebbe sicuramente indebolito tale narrazione. Il tempo ci dirà sull’efficacia di questa tattica; nel frattempo, continuo a rimanere diffidente sulla portata rivoluzionaria di mezze verità e bugie a fin di bene, almeno in politica.
Immagine in evidenza: Francesca Albanese



Avevo questo sospetto, e purtroppo questa tua interessante analisi lo conferma: Francesca Albanese è molto ideologica. Ho una stima infinita per le sue competenze, il suo coraggio, la risposta pronta e la compassione, però seguendola anche sui social ho notato che tende a utilizzare un certo linguaggio, e presentare una certa visione del mondo, per cui l’Occidente è cattivo, razzista, colonialista, eccetera, mentre gli altri… bè, basta dire che potrebbero impegnarsi un po’ di più. Nessuno è perfetto e lei è già abbastanza sotto pressione, però se le omissioni che citi sono gravi come sembra, Israele potrebbe farcela anche senza il sostegno dell’Occidente, e allora bisogna davvero dire le cose come stanno, non ci sono scuse.
Speravo in un tuo feedback perché molto interessato alla tua opinione al riguardo e ovviamente mi rassicura perché conferma le mie impressioni/illazioni.
Più in generale, mi sembra ci siano tre ordini di problemi:
1. semplicemente, un pregiudizio ideologico per cui l’Occidente è la fonte di tutti i mali, c’è un imperialismo cattivo occidentale e uno buono russo o cinese, eccetera
2. la critica è più rischiosa in certi paesi. Anche se in Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna si è scatenata una repressione sorprendente nei confronti di chi sostiene i palestinesi, in certi posti è ancora peggio. In Egitto, ad esempio, quasi nessuno ha il coraggio di protestare, anche se, decidesse l’Egitto di mandare il suo esercito a salvare i palestinesi, il genocidio finirebbe adesso. Idem in Giordania. Per cui vediamo tutti questi arabi in occidente (sportivi, intellettuali…) che accusano con parole pesanti i governi dei paesi in cui abitano, ma si guardano bene dal criticare quelli da cui provengono e in cui magari hanno ancora familiari a rischio di rappresaglie
La Albanese vive in Tunisia; mi sembra di aver letto una volta una sua critica nei confronti di questo paese, ma ci va molto più piano che per quanto riguarda Italia, Germania, eccetera.
3. Paradossalmente, l’ “ipocrisia occidentale” è meno ipocrita dell’ipocrisia non-occidentale, per cui i paesi occidentali sono ipocriti perché parlano di diritti umani e poi aiutano Israele, ma almeno si schierano apertamente con Israele (anche se sempre meno), mentre gli altri – Cina, Russia, paesi arabi, Turchia… criticano Israele, e poi continuano a foraggiarla. Evidentemente alcune ipocrisie sono più facili da smascherare di altre, e quindi molti ci cascano.
C’era un brano nella bozza originale che ho espunto un po’ per non appensatire il testo un po’ per non andare fuori tema, che affrontava nello specifico la questione. Andrebbe ricordato che gli stati che nel 48 votarono all’ONU contro la fondazione di Israele, di fatto votarono anche contro la fondazione dello stato palestinese. Nella prima guerra arabo-israeliana, gli egiziani occuparano Gaza e la governarono con una giunta militare fino al conflitto dei sei giorni, poi nella successiva guerra del Kippur si ripresero il Sinai ma lasciarono la Striscia a Israele; e la Cisgiordania venne conquistata dalla Transgiordania. La nascita di uno stato palestinese potrebbe indurre la minoranza (che in realtà è molto grande) palestinese della Giordania a uno sforzo di unificazione, scontrandosi con la monarchia al potere e rischiando la ripetizione degli eventi che portarono al cosiddetto Settembre Nero. E la solidarietà con i fratelli palestinesi contro il nemico sionista non è uno slogan sempre utile per smorzare le tensioni interne?
Ammetterai che qui non serviva chissà quale giornalismo d’inchiesta per portare alla galla certa magagne…
“gli stati che nel 48 votarono all’ONU contro la fondazione di Israele, di fatto votarono anche contro la fondazione dello stato palestinese. ” Bè, perchè? I palestinesi volevano uno stato unico, comprendente anche gli ebrei. Mi sembra tutt’ora la soluzione migliore, che avrebbe evitato infinite sofferenze.
Definire i palestinesi semplicemente “arabi” e attribuire loro le azioni di altri arabi è una delle tecniche della propaganda sionista. Per non parlare di quelle cartine colorate di verde che dicono: “tutti questi paesi sono arabi, perché i palestinesi non vanno a vivere lì e ci lasciano Israele?” Assurdo.
Ma anche l’etichetta generale ‘arabi’ è fuorviante, per di più quanto ci vengono buttati popoli che arabi non lo sono per nulla (vedi gli iraniani)
Sì ma se uno chiama gli iraniani arabi è ignorante perché vuole esserlo e lì non c’è molto da fare.