“ReArm Europe” è un titolo che, probabilmente, i pubblicitari della Commissione hanno scelto per blandire l’elettorato scandinavo e slavo, forse anche francese ed inglese; naturalmente, con l’eccezione in tutta Europa di quasi tutta l’estrema destra da sempre filo-putiniana.
In Italia, però, è bastato da solo a scatenare fenomeni curiosi, come una buona fetta della sinistra che è scesa in piazza per manifestare a favore di Trump. Ovviamente senza rendersene conto, visto che formalmente il documento parla di aiutare l’Ucraina e difendersi dalla Russia; eppure, fra le righe (ma neanche tanto), si legge bene che il problema urgente è il voltafaccia degli Stati Uniti. Che poi i cugini d’oltreoceano fossero ostili ad ogni traccia di autonomia europea non è certo cosa nuova  risalendo perlomeno agli anni ’50. Ma ci è voluto Trump 2 perché la classe dirigente nostrana si rassegnasse a rendersene conto.

Ma cosa c’è scritto sotto questo titolo così terribile?

Qui una sintesi estrema, con i link al testo completo e gli altri documenti correlati, qui per un volantino.

Lo scopo dichiarato è quello di mantenere il sostegno militare all’Ucraina e preparare l’Europa resistere ad un ipotetico attacco russo fra 4-6 anni. Quindi molto in fretta, visto lo stato di estremo degrado in cui si trovano le nostre FFAA e la totale perdita di fiducia nei confronti degli USA, che non si sa più se considerare alleati o meno. Due obbiettivi dietro i quali se ne leggono però parecchi altri, descritti peraltro in chiaro. Ma prima di elencarli, vediamo cosa c’è di vero nei due obbiettivi ufficiali, che tanto hanno spaventato parte dell’opinione pubblica italica.

E’ possibile un attacco russo? Ora certamente no. Anche se la Russia mantiene da oltre un anno l’iniziativa, i suoi progressi sul fronte terrestre sono stati molto modesti e da mesi quasi zero, mentre gli ucraini hanno recuperato qualche posizione. Per entrambe, non si conosce il prezzo pagato in vite umane, ma si hanno dati parziali circa le perdite di materiali e sappiamo dunque che quelle russe, probabilmente, sono state circa il triplo delle ucraine e che Putin, in quest’impresa, si è giocato almeno la metà del suo arsenale. Inoltre, molte delle perdite in mezzi, aerei e navi, sono irreparabili, a meno di un deciso intervento cinese che, per ora, non si è visto.
Sul piano strategico la Russia ha perduto ogni potere sul mar Baltico (Kaliningrad e Pietroburgo sono oramai in stato di assedio potenziale) oltre alla la supremazia nel mar Nero. Economicamente parlando, tutto ciò che riguarda le FFAA va bene, mentre il resto va rotoli.
In parziale compenso, malgrado le pesanti sanzioni e qualche bombardamento o sabotaggio, l’industria bellica russa è riuscita ad incrementare sensibilmente la produzione e i militari hanno molto migliorato l’uso delle forze residue. Se Putin riuscisse ad ottenere una tregua di alcuni anni a condizioni per lui favorevoli, se i suoi alleati (N. Korea, Iran e parzialmente Cina) mantenessero, o incrementassero, il loro appoggio e se noi non facessimo nulla nel frattempo, fra alcuni anni la Russia potrebbe effettivamente essere in grado di attaccare quel che eventualmente restasse dell’Ucraina ed anche altri paesi. Compresi alcuni NATO, se gli USA continuassero nel loro attuale percorso di sganciamento da quello che è stato il loro principale strumento di potere fino ad ora. Dunque ci sono parecchie incognite, ma solo una dipende totalmente da noi ed è dotarsi di un deterrente militare non eccelso, ma sufficiente a scoraggiare un’aggressione armata.
Insomma, certamente non c’è rischio di vedere “i cavalli dei cosacchi abbeverarsi nelle fontane di Roma” (anche perché i cosacchi li ha fatti fuori tutti Stalin). Ma i tank russi a Tallin, Varsavia o Budapest potrebbero anche arrivarci.
Ci riguarda direttamente? Se crediamo che il rispetto dei trattati e la solidarietà, perlomeno fra europei, siano dei valori, allora sì. Ed anche se vogliamo evitare di fare la fine del carciofo.

Perché sostenere l’Ucraina?  

I nostri disgraziati vicini hanno un ruolo strategico nell’ottica non solo di scoraggiare un’ipotetica aggressione militare russa, ma anche di reagire ad una ben manifesta aggressione politica statunitense. Perché?
In primo luogo, la credibilità è merce rara e preziosa in tutti i campi, compresa la politica internazionale e, mentre Russia ed USA si sono giocate completamente la loro, noi e la Cina non ancora del tutto. Dimostrare al mondo che l’Europa mantiene gli impegni e, soprattutto, che può fare a meno degli USA  cambierebbe totalmente il quadro strategico in cui ci muoviamo. Oltre a rappresentare una sconfitta politica nettissima per uno “Zio Sam” sempre più impegnato a dimostrare che tutti noi non siamo alleati, bensì colonie statunitensi. Inoltre, in un contesto globale necessariamente sempre più caotico e conflittuale, coltivare le alleanze e la propria reputazione di affidabilità internazionale è vitale. Se ne accorgeranno gli americani fra qualche anno se non prima.
In secondo luogo, l’Ucraina è oggi il leader mondiale per quanto riguarda la progettazione e l’impiego operativo dei droni, oltre a essere più avanti di noi in parecchi altri campi cruciali, come la guerra elettronica. Ma anche in altri settori l’industria giallo-azzurra sta sfornando materiali che hanno un rapporto qualità/prezzo enormemente migliore dei nostri prodotti, talvolta talmente sofisticati da risultare scarsamente efficaci in combattimento. Insomma, abbiamo parecchio da imparare dagli ucraini.
In terzo luogo, se temiamo una possibile offensiva russa, il modo più efficace di evitarla è che Putin continui a macinare la sua gente ed i suoi mezzi in Ucraina. Tanto più che l’Autocrate di tutte le Russie sembra disposto a continuare ad oltranza, così come gli ucraini.

Fra le righe, ma non troppo.

In parole povere, “Rearm Europe” è un piano per la conversione industriale di settori in crisi nera (come quello automobilistico) e per lo sviluppo rapido di altri comparti in grave ritardo (tecnologie avanzate come AI, computer quantistici, spaziale, ecc.). Tutta roba che ha anche altri sbocchi, oltre a quello militare. A tal proposito, sono molto interessanti alcuni dettagli poco reclamizzati dalla stampa popolare.
Innanzi tutto, si specifica che, oltre a spendere di più, occorre farlo molto meglio (sarebbe ora!). Resta da vedere se lo faremo davvero, ma il principio è giustissimo. Difatti, anche se in percentuale del PIL e del bilancio dello Stato quasi tutti gli stati europei si sono finora raggruppati verso i minimi mondiali, in cifra assoluta, tutti insieme spendiamo probabilmente quanto la Cina, che ha seconda forza armata a livello planetario, mentre noi non abbiamo praticamente niente. Al massimo possiamo offrire un blando supporto agli americani, quando, dove e come decidono loro.
Dunque “Rearm Europe” caldeggia commesse sovranazionali, nonché fusioni e collaborazioni fra imprese di nazionalità diverse, così da superare, almeno in parte, i campanilismi industriali cui tanto deve l’attuale inanità delle FFAA europee.

Poi, in pratica, si specifica che si dovranno prediligere tecnologie europee o, perlomeno, riparabili e modificabili in Europa. Ciò risponde in parte alla volontà di non finanziare più l’industria statunitense; in parte ad una concreta necessità operativa, visto che lo Zio Sam ci può piantare in asso in qualunque momento.
Infine, è molto importante che le facilitazioni finanziarie non siano riservate esclusivamente ai paesi UE, ma estese anche ai paesi EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) che già stanno modificando le loro normative in materia di transito ed esportazione di materiale militare. Ancor più significativo, però, è che si lasci uno spiraglio aperto anche al Regno Unito, che molto si sta impegnando in Ucraina e sta cercando il modo di rientrare in Europa dalla finestra dopo essere uscito dall’uscio, solo per ricevere la porta in faccia dagli USA (non poteva andare diversamente, del resto). Ma anche altri alleati storici degli USA stanno guardando a noi come partner alternativo, tra cui importanti nazioni quali Canada e Australia. La Turchia partecipa alle discussioni, ma il recente arresto del candidato alternativo ad Erdogan pone un problema politico maggiore. Qualcuno, penso giustamente, definisce gli stati occidentali delle “post-democrazie“, tuttavia di dittature de facto, per ora, ne abbiamo in pancia solo due: Orban ed Erdogan. Oltre a Netanyahu e, nei suoi programmi, Trump, ma per fortuna non sono in Europa. 

Insomma.

rearm europe
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Non ci si sbarazza di ottant’anni di dipendenza in pochi giorni e neppure in pochi anni. Ammesso e non concesso che almeno una parte dei paesi europei abbia deciso di sganciarsi anche solo parzialmente dagli Stati Uniti, serviranno molti anni perché ricostruire un’industria della difesa ed un deterrente militare è solo un primo passo, oltre che il minore dei problemi da risolvere. Dobbiamo cambiare abitudini e modi di pensare, imparare a concepire politiche autonome anziché seguire quelle di oltreoceano, occorre smettere di dare spazio al “divide et impera” con cui ci hanno dominati finora, è necessario costruire un’infrastruttura di controllo, trasmissioni e comando del tutto autonoma e moltissimo altro ancora.
Serve potenziare una serie di servizi e strutture indispensabili in qualunque crisi, non solo militare. Ma soprattutto, dobbiamo creare strutture politiche e militari alternative o, perlomeno integrative, a quelle attuali dell’UE e della NATO che si stanno dimostrando inaffidabili o, comunque, inadatte a fronteggiare il profluvio di emergenze che ci aspetta. Il tutto mentre dovremo barcamenarci fra l’incudine (la Cina) ed il martello (gli USA).

Nel frattempo, dovremmo anche fronteggiare la cresta dell’onda demografica e cercare una scappatoia da un capitalismo diventato oramai cannibale, il tutto mentre stiamo scavalcando il “picco di tutto” a livello globale, con quel che ne consegue. Ma questi sono sogni, nessuno che ci sta minimamente pensando.

Comunque, certo non sarà gratis, specialmente considerando che tutto questo dovremo farlo di corsa ed in un contesto di crisi economica globale cronica, se non peggio. Eppure, la prospettiva di restare asserviti ad un potere tanto dispotico quanto stupido e rapace sembra sia talmente fosca che perfino buona parte della nostra classe dirigente, solitamente estremamente conservatrice (se non peggio), forse comincia a reagire.

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