Trattative! Trattative! Recentemente, si è fatto un gran parlare di trattative di pace che non ci sono mai state. E per solide ragioni, per entrambi i contendenti.  Delle trattative vere ci saranno solo se e quando si saranno rassegnati al fatto che, per ora, non possono vincere. Le trattative sono infatti, per definizione, la ricerca di un possibile compromesso, presuppone quindi che tutte le parti in causa pensino, per infinite ragioni, che gli convenga trovare un accordo. Altrimenti è solo scena per menare per il naso la stampa, il pubblico, questo o quel leader ecc.

La “Guerra di Gaza”.

Le virgolette sono d’obbligo perché ciò che è in corso non è una guerra e neppure è limitato a Gaza, bensì riguarda anche la Cisgiordania, nonché il sud-ovest della Siria ed il sud del Libano. Dal 13 giugno scorso anche l’Iran, ma quella è una guerra in senso proprio e per adesso la lasciamo da parte, anche perché è assolutamente troppo presto per capire cosa stia succedendo e perché.

Qui cominceremo banalmente dal 7 ottobre 2023, senza rivangare la complicatissima storia di Israele, cominciata con l’“Affaire Dreyfus”, nel 1894, e con l’introduzione del catasto nell’Impero Ottomano, circa nelle stesso periodo. In estrema sintesi, circa 2.000 miliziani di Hamas sono evasi dalla più grande prigione della storia ammazzando, o peggio, tutti coloro che hanno potuto. Nel frattempo, i colleghi rimasti a Gaza sparavano migliaia di razzi contro le città del sud, qualcuno fino a Tel Aviv. Circa 1200 israeliani, fra civili e militari, sono stati uccisi, ma altri 100-200, secondo le fonti, sono dati per “dispersi”; altri 250 furono presi in ostaggio. Le forze armate e la polizia israeliana impiegarono circa una settimana per riprendere il completo controllo del territorio, uccidendo circa 1000 terroristi e catturandone 200.

A fronte di un tale disastro, frutto di plateale incapacità e totale sbracamento degli apparati di sicurezza, appena superata l’emergenza ci si sarebbe aspettata un’immediata caduta del governo ed una furiosa resa dei conti interna, prima che fosse pianificata una resa dei conti col nemico. Invece è accaduto il contrario: il già traballante governo Netanyahu, indubbiamente corresponsabile dell’accaduto, non foss’altro per immense omissioni e cialtroneria, ne è uscito più forte che mai e da allora guida il paese sempre più addentro ad una trappola da cui non si vede scampo, né per gli israeliani, né per i palestinesi.
Inizialmente, gli scopi ufficiali dell’occupazione israeliana della striscia di Gaza erano l’eliminazione di Hamas e la liberazione degli ostaggi.

Due intenti perfettamente legittimi, tuttavia quanto accaduto nell’anno e mezzo successivo non è risultato coerente con tali dichiarazioni, mentre anche da parte di fonti governative sono gradualmente stati dichiarati propositi ben diversi. In sintesi, si prospetta l’occupazione definitiva di tutti i territori palestinesi e la deportazione della popolazione in altri paesi da stabilire. E non solo a Gaza.

Infatti, mentre nella “striscia” si procedeva a demolire la maggior parte degli edifici, eliminare i servizi di emergenza, impedire gli aiuti internazionali in cibo, acqua e medicinali ecc., si attaccava anche la Cisgiordania, benché in modo molto meno spettacolare, ossia con i metodi classici del pogrom, che gli ebrei conoscono bene avendone subiti tanti. Qui sono infatti milizie civili che, con la copertura di esercito e polizia, incendiano, saccheggiano, stuprano ed persino uccidono gente a caso. E ciò malgrado in Cisgiordania Hamas sia fuorilegge e le autorità palestinesi abbiano sempre tenuto il profilo più basso possibile.

Inoltre, approfittando di qualche lancio di razzi da parte di Hezbollah, si è proceduto anche al bombardamento ed all’occupazione di parte del Libano (di nuovo) mentre, dopo la fuga di Assad ed il ritiro dei russi, anche la Siria è stata abbondantemente bombardata ed in piccola parte occupata.  Fatto questo particolarmente importante per capire cosa bolle in pentola giacché l’attuale regime siriano è arcinemico dell’Iran ed ha agito contro Hezbollah più di quanto Israele non sia mai riuscita a fare. Come se non bastasse, malgrado l’aggressione, si è dichiarato interessato ad un buon vicinato. Certo, non è detto che sia sincero, ma di sicuro non è la Siria di oggi che può rappresentare una minaccia per Israele.

Quello che Netanyahu e soci stanno tentando è insomma un gigantesco pogrom, finalizzato alla definitiva costruzione di quell’Eretz Israel di cui i nazionalisti più accaniti e i religiosi più bigotti fantasticano da sempre. Oramai lo dicono esplicitamente anche membri del governo e si capisce perché. Da un lato il governo in carica, se decadesse, vedrebbe alcuni suoi membri probabilmente in galera, a cominciare dal Primo Ministro. Dall’altro, il contesto geopolitico non è mai stato così favorevole a questo piano che, da sempre, alleggia nei sogni di una parte degli israeliani (quanto grande non saprei).

Non solo gli USA e l’Europa (al netto di qualche dichiarazione di rito) sono infatti schierati con Israele in maniera ben più convinta e convincente di quanto non lo siano mai stati per l’Ucraina, ma nessun altro paese, men che meno islamico, ha mosso un dito o speso più di una parola vuota. Persino l’Iran, che si è sempre eretto a paladino dei palestinesi, si era almeno provvisoriamente chiamato fuori, salvo esservi poi stato risucchiato nuovamente (NB. A torto o a ragione non possiamo saperlo perché non sappiamo quali e quante minacce gli ayatollah stessero effettivamente mettendo in essere. “Siamo minacciati” è un pretesto usato spessissimo dagli aggressori netti, ma talvolta è vero; l’Iran non ha mai fatto mistero di voler distruggere Israele.)

Comunque, dal punto di vista dei nazionalisti israeliani sembra che questo sia il classico momento “Ora o mai più”, analogamente a quando avvenne nel 1948. Non è quindi certo il momento per delle trattative e qui è scattata la trappola, perché nessun paese al mondo, meno che mai uno fra quelli arabi, si è detto disponibile ad accogliere anche un solo profugo. E dunque? Sterminati gli adepti di Hamas e dimostrato il pressoché totale disinteresse per la sorte degli ostaggi, il pogrom funziona solo se la gente può scappare da qualche altra parte. E se le è impedito? La risposta del governo Netanyahu finora è stata ammazzare sempre di più con bombe, fame e privazioni varie, finché qualcuno si rassegnerà a sobbarcarsi almeno una parte dei cinque milioni e passa di palestinesi.
La domanda dunque è se resisteranno di più gli israeliani nel loro intento o gli altri paesi nel loro rifiuto.

Nessun’altra possibilità sembra plausibile perché, se Israele si ritirasse permettendo il ritorno degli aiuti internazionali, Hamas (o qualcosa di addirittura peggiore) sorgerebbe in un baleno, decretando la sconfitta dello stato ebraico. Infatti, fino ad un anno e mezzo fa, molti, anche a Gaza, avversavano il terrorismo islamista (terrorista anche in patria, non solo all’estero), ma oramai ogni singola famiglia gazawi e moltissime anche della West Bank hanno almeno un morto da vendicare, per non parlare del fatto che, quando non hai più nulla da perdere, ammazzare qualcuno a caso può facilmente sembrare una buona idea.

Neppure l’attuale idea di ammassare i palestinesi in alcuni ghetti sarà risolutiva perché già la Striscia era di per sé un ghetto. E dunque? Netanyahu non può smettere, pena la perdita del potere, la probabile galera e, forse, la morte.  Ma non può neppure continuare all’infinito.  O davvero pensa di poter ammazzare tutti?

D’altro canto, è emerso che ai dirigenti di Hamas non importa minimamente quanti palestinesi saranno uccisi. Anche perché, ricordiamolo, i vertici dell’organizzazione sono ben protetti in Qatar. Dunque perché dovrebbero capitolare? Più gente soffre e muore, più Israele perde consensi internazionali e si ravviva il mai del tutto sopito antisemitismo. Un buon risultato dal loro punto di vista; su cosa dovrebbero vertere quindi delle ipotetiche trattative, se non a guadagnare tempo e visibilità sulla stampa internazionale?.

Ogni ebreo dovrebbe però sapere che la “soluzione finale” non solo non cancellò gli ebrei dall’Europa, ma fu la ragione fondamentale della nascita dello stato di Israele. Senza il trauma di scoprire i campi di sterminio, nessun governo al mondo lo avrebbe mai permesso; non gli americani, certo non gli inglesi e neppure i russi.

Ma il fattore principale, ancorché non immediato, di cui tenere conto è che Israele è un paese spaventosamente sovrappopolato ad altissimo input energetico, che vive in quanto perfettamente integrato in un sistema politico-economico globale particolarmente favorevole. Un contesto che, per un vasto insieme di ragioni, si sta sfaldando rapidamente. E quando il contesto che consente ad un piccolo paese di mantenere una delle più potenti forze armate del mondo sarà venuto meno in misura sufficiente, cosa accadrà?

Spero proprio di essere totalmente in errore, ma temo che la mattanza in corso non sia che una blanda anticipazione di quello che accadrà in un futuro forse lontano, ma forse no.

La guerra in Ucraina.

Questa, invece, è una guerra vera e propria fra due stati sovrani, ognuno con i suoi appoggi internazionali. Anche in questo caso sorvoleremo sull’origine del conflitto per concentrarci sul fatto che, per ora, nessuno dei due contendenti ha interesse ad una vera trattativa di pace. L’Ucraina potrebbe avere interesse ad una tregua, ma proprio per questo alla Russia non interessa.

Partiamo dunque dal grottesco tentativo di “trattative”  di Trump che, come se nulla fosse, ha proposto a Putin la spartizione dell’Ucraina: alla Russia il controllo politico e agli USA quello economico. Senza neppure consultare né gli ucraini, né gli altri paesi coinvolti nella questione. Il tutto condito con esplicite minacce agli ucraini. Tuttavia, Ucraina e la Russia hanno entrambe rifiutato, mentre la maggior parte dei paesi europei ha dichiarato di voler proseguire l’appoggio all’alleato orientale. 

Ricevuto un più o meno esplicito “NO” da tutte le parti in causa, Trump si è ritirato e si sta ora occupando di mettere sottosopra Los Angeles ed altre città americane, oltre che di litigare con l’ex “amico ciliegia” Elon Musk. Fin qui è cronaca, ma perché tutti hanno rifiutato e cosa ci possiamo aspettare dal prossimo futuro? Ovviamente non si conoscono i retroscena, ma si possono avanzare ragionevoli illazioni laddove le dichiarazioni risultino coerenti con le azioni.

Da parte Ucraina è facile: dal momento che la proposta americana significava la capitolazione non solo alla Russia, ma anche all’industria estrattiva a stelle e strisce, rispondere negativamente e cercare di guadagnare tempo era ed è l’unica opzione possibile. Forse alla fine gli ucraini dovranno comunque arrendersi, ma non sono ancora a quel punto e Putin dovrebbe sapere che è pericoloso confinare un topo nell’angolo.

Da parte europea, forse ciò che ha pesato di più è il fatto di essere stati trattati come colonie e non come alleati. Ma ancor di più penso che abbia pesato l’aperta ostilità dell’amministrazione americana nei nostri confronti, non solo a parole, ma anche nei fatti come ha dimostrato con la guerra commerciale in corso. Comunque sia, un certo numero di governi sembra essersi rassegnato al fatto che gli USA non sono più affidabili, forse neppure più un alleato, e che occorrerà quindi imparare a camminare da soli. Facile a dirsi, ma non a farsi, dopo 80 anni di placida dipendenza.

Da parte della Russia il rifiuto è più strano, visto che la proposta americana ne sposava di fatto i desiderata. L’unica spiegazione per me possibile è che Putin non abbia nessuna voglia di avere gli americani fra i piedi in Ucraina, neppure se suoi alleati.  Si è già visto con quanta facilità certe alleanze possono essere ribaltate e nessuno più, nemmeno Putin, si fida dello “Zio Sam”. D’altronde, il voltafaccia americano ha aperto una fase politica estremamente favorevole alla Russia, perché non dovrebbe sfruttarla al massimo? Con gli USA fuori dal gioco o, forse in futuro al proprio fianco, Putin ha buoni motivi per essere molto ottimista, almeno per un anno ed anche più.

Perché uno o due anni? Molti paesi europei stanno aumentando e (forse) migliorando la propria spesa militare e i primi risultati dovrebbero essere visibili fra un anno al più presto, probabilmente due. Dal canto suo, la Russia ha invece già fatto tutto il possibile per aumentare e migliorare la propria industria bellica ed i risultati ci sono già da almeno un anno. Attualmente la produzione bellica russa supera largamente quella dell’Europa intera, ma il potenziale industriale europeo surclassa quello russo per almeno 20 ad 1. E’ dunque solo questione di volontà e di tempo perché Putin si trovi alle strette.

Lo sa benissimo, ma sa altrettanto bene che per almeno un anno, forse due, può invece contare di prevalere sul campo. Certo, al ritmo di avanzata degli ultimi 18 mesi, non si conquisterebbe granché. Dalla fine della fallimentare controffensiva ucraina del 2023 ad oggi, in direzione di Pokrovsk, i russi sono avanzati di una sessantina di chilometri; in tutti gli altri settori molto meno, anche niente e le perdite di uomini e materiali sono state ingenti.

Ma anche se, in rapporto al nemico, l’Ucraina ha recuperato molto in materia di artiglierie e mezzi corazzati, benché lievemente dominante quanto a droni, è tuttora molto inferiore in quanto ad aviazione e soprattutto fanterie. La famigerata “carne da cannone” che, gira e rigira, è sempre decisiva. Se il prezzo del petrolio risalisse abbastanza da mantenere l’attuale sforzo bellico russo (magari grazie alla guerra Iran-Israele) e gli americani continuassero come ora, è quindi probabile che Putin possa mantenere l’attuale livello di pressione sull’Ucraina ancora per molti mesi.

Ciò potrebbe bastare a provocare un collasso interno dell’Ucraina, costringendola a capitolare a condizioni ancora peggiori di quelle attualmente pretese. Non è sicuro che accada, ma Putin sa di avere una finestra favorevole perlomeno fino alle elezioni di mezzo termine in USA, quando Trump potrebbe essere messo in minoranza e la produzione militare europea potrebbe cominciare a surclassare quella russa.

Ovvio che voglia approfittarne, anche perché, a questo punto, non ha molte scelte. Avendo pompato l’opinione pubblica interna ed il suo “fan club” internazionale annunciando niente meno che una battaglia epocale contro le forze del male e che l’esistenza stessa della Russia è minacciata, non può accettare compromessi. E senza essere pronti a compromessi, non ci sono trattative.

D’altronde, troppa gente è morta, troppi danni sono stati sofferti, troppe parole roboanti sono state proferite. A questo punto, o Putin vince e passa alla storia come “pater patrie”, o perde. E se perde la guerra perde anche il potere e, probabilmente, la vita. Forse c’è stata una finestra di possibile compromesso nella primavera 2022, ma oramai Putin può solo continuare a qualunque costo, nel senso letterale del termine. E L’Ucraina, viste le condizioni richieste, può solo cercare di sfiancare i russi e stabilizzare il fronte. O, perlomeno, durare abbastanza a lungo affinché gli europei arrivino con il materiale necessario. Sempre che non cambino idea nel frattempo.

Comunque, nessuno dei due contendenti dispone di spazio di manovra. Neppure per un a tregua temporanea, che gioverebbe all’Ucraina e che, quindi, la Russia non concederà mai, a meno che non vi sia costretta. Ma ci sono solo due paesi che potrebbero obbligarla: la Cina e gli USA. Non lo faranno e tutto continuerà così.  Per quanto tempo ancora non è dato sapere, c’è chi azzarda pronostici, ma io me ne astengo.

La “lectio magistralis” di tutto ciò è che, quando si pianifica un’azione importante, occorre sempre prevedere anche una scappatoia decente nel caso qualcosa andasse storto (come spesso accade). Giocarsi il tutto per tutto su di una sola strategia è estremamente rischioso, facilmente fatale.

N.d.A. L’aver espresso queste opinioni in pubblico mi è già valso l’epiteto di “nazista”. Prego dunque chi volesse ulteriormente insultarmi di fare uno sforzo e trovarne altri. In fondo, il turpiloquio è la sezione maggiormente creativa di qualunque lingua, specialmente dell’Italiano.

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