Donald Trump non ha usato giri di parole: l’obiettivo prioritario dell’attacco militare al Venezuela e del rapimento del presidente Maduro è mettere le mani sul petrolio del paese sudamericano. Il tycoon, prima ancora di riconoscere la legittimità del nuovo assetto istituzionale a Caracas, ha invitato alla Casa Bianca i rappresentanti di 14 società attive nel settore degli idrocarburi (tra cui l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi) allo scopo di allestire un piano di investimenti da 100 miliardi di dollari. 

In questo contributo in due puntate proveremo a far luce sulla realtà petrolifera degli USA e del Venezuela, per spiegare alcuni aspetti solitamente poco approfonditi dai media mainstream e proporre un quadro più obiettivo della situazione che si sta delineando.

 

USA e petrolio

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L’andamento storico della produzione petrolifera statunitense viene spesso impiegato per rimarcare l’infondatezza delle tesi ‘catastrofiste’ sull’esaurimento delle materie prime e la validità invece delle teorie economiche secondo cui il meccanismo dei prezzi è in grado di ovviare a qualsiasi rischio di scarsità strutturale. Ma procediamo con ordine. 

Gli USA detennero la leadership mondiale fino al 1970, quando venne raggiunto il primo picco delle estrazioni che consegnò al Medio Oriente il ruolo di nuovo attore dominante  nel campo degli idrocarburi.

Le crisi politiche che coinvolsero questa regione tra il 1973 e la prima metà degli anni Ottanta (su tutte il conflitto del Kippur Israele-Egitto con conseguente embargo dell’OPEC contro l’Occidente e la rivoluzione khomeinista in Iran) determinarono un consistente rincaro del prezzo del petrolio rispetto al periodo del boom economico post-bellico, decretandone di fatto la fine

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D’altro canto, le maggiori entrate favorirono investimenti per nuove perforazioni: fu così che iniziò lo sfruttamento delle risorse dell’Alaska, che dal 1977 (quando fu inaugurata la Trans-Alaska Pipeline) fino a metà anni Ottanta riuscirono a invertire la tendenza ravvivando la produzione nazionale.

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Tuttavia, dopo il 1985 il prezzo del greggio precipitò, attestandosi nei vent’anni successivi su di un valore medio inferiore a $50 al barile, troppo basso per mettere a profitto nuovi giacimenti. A quel punto, l’industria petrolifera statunitense intraprese un declino apparentemente irreversibile. 

Invece, a partire dal 2006-07, come la mitica araba fenice è risorta dalle ceneri grazie al cosiddetto ‘miracolo dello shale oil’, il petrolio ricavato dalla fratturazione degli scisti bituminosiUn evento epocale che ha segnato l’ascesa del petrolio non convenzionale, tradizionalmente tenuto ai margini per i costi ritenuti eccessivi e l’impatto ambientale decisamente maggiore: ad esempio, è provato che la fratturazione idraulica (fracking), tecnica per estrarre petrolio e gas dagli scisti, possa indurre eventi sismici per l’elevata pressione esercitata sulle faglie.

Manco a dirlo, in questo evento prodigioso c’era nuovamente lo zampino dei prezzi: il picco produttivo globale del petrolio convenzionale a inizio millennio e gli sconvolgimenti internazionali successivi agli attentati alle Torri Gemelle, culminati nelle guerre di Geoge W. Bush contro Afghanistan e Iraq, fecero infatti schizzare alle stelle il prezzo del greggio, che tra il 2007 e il 2012 raggiunse i massimi storici.

All’epoca tanti analisti, tra cui Art Berman, liquidarono il fenomeno a fuoco di paglia destinato a spegnersi con i primi crolli consistenti delle quotazioni. Invece, nonostante la bancarotta di svariate aziende in seguito all’ondata deflattiva che ha investito il settore degli idrocarburi dal 2013 in poi, la produzione a stelle e strisce ha tenuto botta grazie a una combinazione di equilibrismi finanziari, ottimizzazioni operative e sviluppi tecnologici tali da permettere un prezzo di pareggio tra $60-70 al barile per i nuovi pozzi e $30-35 per quelli esistenti. 

Questi sforzi hanno permesso, alla faccia degli scettici, di stracciare i precedenti record estrattivi riportando gli USA ai vertici mondiali. Drill, baby, drill! Tuttavia, come spesso capita, il tempo si dimostra galantuomo con le cassandre.

Dati forniti da Incorrys, confermati da altre fonti indipendenti, indicano infatti un picco imminente dei due principali bacini di shale oil, Permian ed Eagle Ford.

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Fonte: Incorrys

 

Sento sempre puzza di di trucchi contabili per edulcorare la realtà quando vedo, come in questo caso, previsioni produttive di risorse non rinnovabili con plateau prolungati nel tempo. Spulciando tra i grafici, si scopre effettivamente un artificio tipico dell’industria degli idrocarburi per gonfiare i numeri delle estrazioni future: confidare su non meglio precisati “nuovi pozzi”. 

Qui le ipotesi relative al Permian, ma quelle di altri giacimenti, sia di petrolio che di gas naturale, sono del tutto analoghe. Ostentano un ottimismo decisamente contrastante con i riscontri empirici, per cui ogni nuovo ciclo di espansione delle trivellazioni ha prodotto meno impianti attivi rispetto al precedente.

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Fonte: Incorrys

 

Soggetti decisamente più autorevoli del sottoscritto mostrano la medesima diffidenza. Un’analisi di Enverus pubblicata nel settembre scorso stima che, per spremere le risorse esistenti e sfruttare le nuove ragionevolmente accessibili, il prezzo di pareggio dello shale oil da qui al 2035 dovrebbe salire fino a $95 al barile. A quel punto sarebbe ancora competitivo sul mercato internazionale?

Negli ultimi cinque anni la quotazione media del WTI, dopo i forti ribassi dovuti alla pandemia, si è assestata su livelli inferiori a $80 con l’eccezione del 2022, quando l’invasione dell’Ucraina e le successive sanzioni hanno spinto i prezzi proprio ai valori preconizzati da Enverus. Ricordiamo bene le conseguenze: rallentamento dell’economia mondiale e inflazione alle stelle, ossia le condizioni ideali per ridurre la domanda e ribassare successivamente i prezzi (come infatti è avvenuto).

Berman e gli altri scettici avevano suonato troppo presto il de profundis dello shale oil ma, alla fine della fiera, tutte le criticità da loro enfatizzate stanno venendo a galla. Chris Wright, ministro dell’energia di Trump, proviene dall’industria del settore e sicuramente, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è consapevole di tutte le problematiche trattate.

Alla luce di quanto esposto, al netto di arroganza, protervia e irresponsabilità per le conseguenze delle proprie azioni, l’aggressione al Venezuela pare razionalmente giustificata dal proposito di controllare la nazione che vanta le maggiori riserve provate al mondo (quattro volte quelle statunitensi), prima che il ‘miracolo dello shale’ inizi definitivamente a perdere colpi. 

Insomma, al di là dei toni decisamente più pecorecci dell’attuale inquilino della Casa Bianca, pare ripetersi una strategia simile a quella tentata da Bush padre e figlio quando presero di mira l’Iraq di Saddam Hussein per arginare una produzione interna in crollo. Tuttavia, le cose sono più complesse di come sembrano sulla carta. 

(continua)

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