Avvertenza: In questo post si  usano i termini “destra” e “sinistra” in senso tradizionale.  Un senso che avrebbe dovuto essere superato ed abbandonato da tempo, ma che l’insipienza della politica sta invece riportando in auge.

Quando, nei primi anni ’90, i giornalisti occidentali scopersero i “naziskin” ne parlarono come di un fenomeno folcloristico, legato alla mancata “defascistizazione” che, si diceva, era invece avvenuta in Europa occidentale.   30 anni dopo quelli che si salutano “alla romana”, che ricercano cimeli di un fosco passato e che si sognano eroi del riscatto della propria razza allignano un poco dovunque a decine e centinaia di migliaia.  Perfino un ex, e forse anche prossimo, presidente degli Stati Uniti non ha mai celato le sue simpatie per i primatisti bianchi, Qanon ed altri soggetti a dir poco inquietanti.
Certo, l’estrema destra è un caleidoscopio di posizioni ed alleanze politiche assai complicate e talvolta contrastanti fra loro, come platealmente dimostrato proprio dalla lunga guerra ucraina (cominciata, si ricorda, nel 2014) in cui personaggi ammantati di svastiche militano per entrambe le fazioni in lotta e si scannano fra loro.  Tutto questo dovrebbe essere oggetto di molta attenzione perché l’evolvere degli eventi potrebbe avere effetti paradossali ed in politica non è raro che il paradosso divenga paradigma.

Le lezioni della storia.

La storia non si ripete mai perché mai identica è la combinazione di fattori che ne determina l’evoluzione, tuttavia studiando situazioni parzialmente analoghe si possono talvolta individuare delle tendenze pericolose che, se identificate in tempo, possono essere efficacemente contrastate.
In questo contesto, è quindi utile richiamare alla mente il complesso di situazioni che portarono alla nascita ed al trionfo del partito Fascista, che costituì poi un modello di riferimento per altri regimi come quello di Franco e dello stesso Hitler, come di molti altri meno famosi. Durante gli anni ’30 movimenti e partiti basati su ideologie di questo tipo ebbero infatti un vasto consenso quasi ovunque, comprese America, Inghilterra, Francia e perfino in Svizzera.
In estrema sintesi, il movimento fascista nacque negli anni precedenti la I Guerra Mondiale dalla concomitante diffusione di potenti sentimenti quali l’insofferenza per uno status quo ritenuto totalmente e irreparabilmente corrotto, un senso di decadenza morale e fisica del nostro popolo, il bisogno spasmodico di una catarsi che avrebbe ripulito, rinnovato e rinvigorito la società.  Questi erano condivisi fra persone e movimenti anche molto diversi fra loro, finanche nemici, finché la tensione creata dalla guerra non fece da catalizzatore, portando molti degli avversari di ieri a militare insieme per un più alto e nobile scopo: la liberazione delle terre irredente e la rinascita nazionale.
Malgrado l’estrema riluttanza del governo, l’eterogeneo, ma sostanzialmente compatto, movimento interventista portò l’Italia in una guerra che, però, risultò molto più lunga e sanguinosa di quanto gli interventisti non avessero previsto. Fatto questo rilevante perché, quando fu finalmente firmato il trattato di pace, furono in moltissimi, ex-militari e non, a trovarne i termini estremamente deludenti e del tutto sproporzionati allo sforzo compiuto, finanche un tradimento.  Su questo substrato di frustrazione, delusione e bisogno spasmodico di un cambiamento epocale, il movimento fascista divenne partito ed il partito governo.
Oggi il contesto è diverso sotto molti aspetti, ma c’è un fattore che potrebbe determinare evoluzioni pericolose: il fatto che analoghi e potenti sentimenti siano condivisi da settori molto diversi dello spettro politico e l’incapacità dell’establishment di rispondere in maniera costruttiva ad essi.  Il tutto in un contesto di stress sociale certamente destinato a crescere.

II contesto socio-economico.

Tornando all’oggi, l’incertezza è totale per quanto riguarda i dettagli, ma non vi sono invece dubbi possibili su quale sia e sarà la tendenza nei prossimi decenni.  Senza qui tornare su argomenti ampiamente trattati su questo ed altri blog, ricorderemo solo che 50 anni di approfondimenti e verifiche hanno confermato oltre ogni possibile dubbio che i LtG avevano centrato il nocciolo della questione: a meno di non fermare il prima possibile (era il 1972) la crescita economica e demografica, nella prima metà del XXI secolo saremmo necessariamente giunti ad un picco della produzione industriale ed agricola seguiti, con circa un decennio di distanza, da un analogo picco della popolazione mondiale.  A seguire, un declino molto diverso da regione a regione, ma comunque inevitabile, irreversibile ed inarrestabile almeno per parecchi decenni.
Da allora, invece di adoperarci per fermare la crescita, abbiamo fatto tutto il possibile per rilanciarla dopo ogni crisi che ci avvertiva del pericolo; sappiamo dunque che il futuro che oggi cominciamo ad intravedere è solo un preludio di ciò che deve arrivare. Covid e guerra in Ucraina non sono infatti la causa dell’attuale crisi, bensì due fattori che hanno accelerato tendenze di lungo periodo già ben avanzate.  E’ possibile (anche se non certo) che il 2019 sia stato il picco della produzione agricola e industriale.  Se fosse così, probabilmente intorno al 2030 comincerà un decremento demografico guidato soprattutto dalla contrazione dei servizi sanitari internazionali, malnutrizione, siccità, sommosse e dal disperato tentativo dei paesi del “Nord del Mondo” di arginare le decine, se non centinaia di milioni di persone che cercheranno scampo in zone già ampiamente sovrappopolate ed impoverite.  Certo, ci saranno differenze importanti a seconda dei paesi e delle classi sociali, ma il quadro di riferimento generale lascia poco spazio per ipotesi diverse dal momento che, se anche volessimo finalmente fare qualcosa di utile, sarebbe in gran parte troppo tardi.  Sulla Terra ci sono già molto più del doppio delle persone che c’erano quando LtG venne scritto e di circa altrettanto sono aumentati i consumi globali di energia. I biomi non esistono più, le temperature sono già salite di oltre un grado medio e aumenteranno ancora per decenni qualunque cosa facciamo; buona parte delle risorse necessarie per una qualunque transizione energetica saranno disponibili solo finché rimarrà in piedi la rete commerciale globalizzata che pandemia e guerre stanno stracciando ad un ritmo incredibilmente rapido.
In sintesi, povertà ed anche miseria saranno rapidamente di ritorno anche nei “paesi avanzati” che, proprio perché meno di altri avvezzi a fare con poco, si troveranno particolarmente sotto stress.  Il malcontento non potrà che crescere ed il malcontento non cerca di capire, cerca vendetta.

Il contesto politico.

Ad oggi, sia gli USA che i paesi europei sono governati da sistemi di impostazione democratica e liberale, ma sempre più controllati da alleanze fra grandi capitalisti e politici di successo (alcuni dei quali sono anche grandi capitalisti).  Ne derivano sistemi che, pur mantenendo le forme della democrazia, sempre più somigliano ad oligarchie grazie al sostanziale controllo non solo della stampa e dell’informazione, ma soprattutto dell’assegnamento dei posti chiave nella macchina dello stato e dell’amministrazione.  Casi limite sono l’Ungheria e la Turchia (oltre che Russia e satelliti), ma anche dove vi è ancora un’alternanza ai supremi posti, il meccanismo risulta sempre meno capace di essere riconosciuto come legittimo da porzioni consistenti di opinione pubblica.
In questo quadro, ed in parte come reazione ad esso, si sono sviluppati una vasta gamma di partiti e movimenti genericamente di “estrema destra”.  Una definizione necessariamente vaga in quanto comprende soggetti politici anche molto diversi e talvolta stravaganti, ma complessivamente accomunati da un forte sentimento nazionalista e tradizionalista, dove la tradizione invocata è generalmente un’invenzione post-moderna basata su monconi di ricordi di un passato che si immagina sempre più glorioso del presente.  Una singolare analogia con i movimenti jihadisti.
Critico in questo contesto è il fatto che una parte consistente della retorica e dei sentimenti che animano la destra siano condivisi anche da una parte della sinistra, specie quella più tenacemente legata alla tradizione sovietica, ma anche da quella per cui l’odio verso l’occidente, corrotto e nefasto, giunge all’autolesionismo.  Ne sono esempi i discorsi di Mélenchon che, su molti punti, ricalcano quelli di Marine Le Pen o quelli di Rizzo che, malgrado le polemiche, su diversi argomenti si trova in sostanziale accordo con Meloni o Salvini.  Sono indizi interessanti anche gli articoli ed i commenti compiaciuti a fronte delle calamità che colpiscono o potrebbero colpire le popolazioni europee (dunque anche chi li scrive).
Il soggetto chiave di questo mondo è Vladimir Putin che si è saputo costruire un personaggio pubblico che piace negli ambienti più disparati.  Piace a destra per la sua reputazione di “uomo forte” e spietato scacchista, ma anche perché è nazionalista e militarista, oltre che per gli atteggiamenti decisamente machisti. Piace anche a parte della sinistra perché è anti-americano ed anti europeo; un fatto questo che porta a prendere posizioni che lo favoriscono nei fatti, anche se non nelle intenzioni, anche persone che, personalmente, disprezzano l’Autocrate di tutte le Russie. Finora piaceva anche al centro perché ha sempre assicurato buoni affari a tutti, specialmente agli oligarchi americani ed europei.  In Russia, è riuscito costruirsi l’immagine di “quello che ha fatto pulizia”, tanto da farsi amare sia dai nostalgici dello Zar che da quelli dell’URSS; un vero capolavoro di propaganda.

Malgrado buona parte del sostegno estero, specie indiretto, gli venga da frange della sinistra e (fino ad ora) dall’oligarchia economica internazionale, ha sempre coltivato un rapporto speciale con molti gruppi dell’estrema destra sia europea che americana, con l’importante eccezione della Polonia e dell’Ucraina dove, al contrario, è particolarmente odiato proprio dall’estrema destra.  Una delle cattive sorprese che l’invasione gli ha riservato è infatti stato che buona parte di questa rete internazionale lo abbia, almeno per il momento, abbandonato (ad es. in Italia) o, addirittura, gli si sia rivoltata contro (come in Cechia).
La domanda dunque è: l’invasione dell’Ucraina potrebbe catalizzare una sostanziale unità delle diverse destre ed anche di parte delle sinistre europee?  Se si, sarebbe molto pericoloso perché gli oligarchi più svegli farebbero presto ad abbandonare il morente cavallo liberale per cavalcare quello fascista (sensu lato) e non sarebbe nemmeno la prima volta che succede. Proviamo dunque ad ipotizzare due scenari.

Ipotesi 1. In un primo scenario immaginiamo che, malgrado tutto, vinca la Russia.  Se la guerra durasse abbastanza a lungo, europei ed americani potrebbero stancarsi di rifornire gli ucraini e la retorica disarmista potrebbe fornire un pretesto apparentemente molto etico per mollare quelli a cui abbiamo detto “vai avanti tu che ti copro io” per recuperare il recuperabile dei vasti giri di affari attualmente in blocco o in bancarotta.  Se qualcosa del genere avvenisse, la popolarità di Putin schizzerebbe alle stelle, potendosi spacciare per l’eroe che ha sconfitto la NATO e gli USA, senza peraltro perdere il suo smalto di novello zar, lanciato alla riconquista del perduto impero.  Altre “speciali operazioni militari” completerebbero il trionfo, scaricando su di noi altri milioni di fuggiaschi, mentre ciò che resta del dissenso interno alla Russia ed agli altri satelliti verrebbe definitivamente annichilito.
Certo, i russi continuerebbero a sdrucciolare nella miseria, ma potrebbero consolarsi con la gloria del loro paese, nuovamente assurto a grande potenza mondiale, mentre la sconfitta delle destre est-europee e la popolarità di Putin potrebbero ben servire allo sdoganamento politico delle organizzazioni putiniane anche più estreme (tipo FN, per capirsi) e rappresentare il catalizzatore capace di amalgamarne buona parte, forse anche con consistenti frange della sinistra euroccidentali in una trionfale sovversione di ciò che resta delle democrazie europee, instaurando una stagione di epigoni di Orban e di Erdogan in molti paesi.  Questione non secondaria: in un simile scenario alcuni milioni di profughi non potrebbero mai più tornare a casa, creando seri problemi in paesi già largamente sovrappopolati ed in via di rapido impoverimento.  Inoltre, molti di quelli che oggi sono bambini, fra dieci o quindici anni saranno adulti e molti di loro coverebbero un’inestinguibile rancore per coloro che li hanno traditi: niente di meglio per creare il substrato in cui sviluppare movimenti ed organizzazioni eversive e terroristiche, come dovrebbero averci insegnato i ghetti islamici.  Questo sarebbe, a sua volta, un ulteriore e potente fattore per facilitare l’affermarsi di governi sempre più repressivi che nulla potrebbero per rallentare il declino economico e sociale, ma che manterrebbero l’ordine pubblico: prima e suprema preoccupazione del grande capitale.

Ipotesi 2. In questo scenario, immaginiamo che avvenga l’esatto contrario: sfibrate dalle perdite, dalle sanzioni e dalle diserzioni, le forze armate russe ripiegano in disordine.  Il trionfo dell’Ucraina rimbomberebbe nel mondo, portando in auge non solo i governi che più la hanno appoggiata (Polonia in testa, che vanta uno dei governi più destrorsi d’Europa), ma anche facendo assurgere ad eroi nazionali ed internazionali personaggi disparati, compresi alcuni emuli di Bandera.   Certo, non ci sarebbero altre invasioni russe ed i profughi potrebbero tornare a casa, ma in compenso  la Federazione Russa piomberebbe in un caos anche peggiore di quello degli anni ’90, senza le possibilità di recupero che ci furono allora.  Una situazione che potrebbe evolvere in infinite maniere, tutto estremamente pericolose anche per noi, oltre che disastrose per i russi.  Anche uno scenario del genere avrebbe infatti pesanti ripercussioni sugli stati occidentali, facilitando la scalata al potere dei partiti di estrema destra che, non per nulla, in questa fase si sono come ritirati in attesa di capire da che parte tirerà il vento. Un’ondata di nazionalismo e militarismo potrebbe ben produrre altri epigoni di Orban ed Erdogan poiché, questo tipo di politici, per creare delle “quasi dittature di fatto” non ha e non necessita di un’ideologia coerente, ma solo di un’efficace propaganda e di un’onda emozionale che li sollevi abbastanza da raggiungere le leve del potere un tempo sufficiente a saturare i posti chiave con uomini fidati.

Questo piccolo esercizio non serve per prevedere un futuro imperscrutabile, bensì serve solo a capire che, comunque evolva, questa guerra contiene elementi di rischio politico rilevanti.  Elementi che sarebbero più facilmente controllabili se le due parti dovessero invece scendere ad un compromesso, probabilmente foriero di una nuova cortina di ferro e, comunque, di un colpo irreparabile al sistema industriale globale, ma comunque meno pericoloso dal punto di vista politico.  Se un compromesso rappresentasse il nostro obbiettivo, per perseguirlo avremmo dunque bisogno di una strategia articolata, capace di dosare, ma soprattutto di condizionare l’auto militare ed economico all’Ucraina in modo da evitare che perda la guerra, ma anche che vinca troppo e, soprattutto, che finita la guerra si affretti a sbarazzarsi di organizzazioni e personaggi pericolosi il cui rapido oblio (od il carcere per crimini di guerra) dovrebbe essere da subito posto come un prerequisito per ogni ulteriore sostegno, oltre che per l’agognato ingresso in organizzazioni come la UE o la NATO.

Appunti per una strategia.

Il futuro ci riserva una serie di calamità inevitabili.  Se, per esempio, avessimo voluto evitare il collasso del credito, la crisi energetica, il peggioramento del clima o la migrazione di centinaia di milioni di persone avremmo dovuto cominciare ad agire al più tardi 30 anni or sono.   Oramai abbiamo solo ristretti margini di azione per mitigare alcuni degli effetti più devastanti di eventi che dipendono assai poco dalle nostre scelte attuali e molto da quelle compiute in passato, oltre che da ineluttabili leggi naturali.
Esistono però anche calamità “voluttuarie” che, cioè, dipendono in gran parte dalle nostre scelte politiche attuali e future.  Queste, forse, potremmo evitarle, ma solo a condizione di elaborare ed attuare per tempo delle strategie efficaci ed una strategia è tale se persegue in maniera coerente uno scopo preciso.
Il punto fondamentale è quindi questo: per contrastare una deriva politica pericolosa sul lungo periodo occorre un progetto alternativo. 
L’establishment, quale che ne siano la retorica ed il colore politico, è attualmente impegnata in un supremo sforzo per mantenere lo status quo.   Lo vediamo in maniera lampante con la crisi energetica: tutti gli sforzi sono tesi a reperire gas e petrolio in quantità uguali o maggiori di quelle che potrebbero venir meno dalla Russia.  Nell’immediato è parzialmente comprensibile ed anche necessario, ma non può essere una strategia di medio e lungo termine perché il picco del greggio lo abbiamo superato verso il 2005, il picco di tutti i petroli è stato probabilmente il 2019, il picco del gas è forse adesso e quello del carbone non è lontano.  Le energie rinnovabili possono fare molto, ma non tutto e solo finché reggerà il commercio globalizzato.   Ne consegue che lo status quo è morto e sepolto comunque, tanto vale prenderne atto.
L’unico modo che abbiamo per mitigare, entro certi limiti, il disastro è dedicare ogni risorsa ed intelligenza alla riduzione dei consumi, al restauro degli ecosistemi, alla ricostruzione di un tessuto sociale e molte altre cose fattibili solo a condizione di disporre di una proposta politica che sia alternativa sia al mantenimento di un sistema liberal-capitalista decotto, sia all’instaurazione di governi autoritari, se non dittatoriali, che proteggano con le armi e con le spie quello stesso sistema capitalista che dichiarano di combattere.
La mancanza di una simile proposta politica è quel vuoto in cui “crescono i mostri” di gramsciana memoria.

 

 

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