Avvertenza: In questo post si usano i termini “destra” e “sinistra” in senso tradizionale. Un senso che avrebbe dovuto essere superato ed abbandonato da tempo, ma che l’insipienza della politica sta invece riportando in auge.
Quando, nei primi anni ’90, i giornalisti occidentali scopersero i “naziskin” ne parlarono come di un fenomeno folcloristico, legato alla mancata “defascistizazione” che, si diceva, era invece avvenuta in Europa occidentale. 30 anni dopo quelli che si salutano “alla romana”, che ricercano cimeli di un fosco passato e che si sognano eroi del riscatto della propria razza allignano un poco dovunque a decine e centinaia di migliaia. Perfino un ex, e forse anche prossimo, presidente degli Stati Uniti non ha mai celato le sue simpatie per i primatisti bianchi, Qanon ed altri soggetti a dir poco inquietanti.
Certo, l’estrema destra è un caleidoscopio di posizioni ed alleanze politiche assai complicate e talvolta contrastanti fra loro, come platealmente dimostrato proprio dalla lunga guerra ucraina (cominciata, si ricorda, nel 2014) in cui personaggi ammantati di svastiche militano per entrambe le fazioni in lotta e si scannano fra loro. Tutto questo dovrebbe essere oggetto di molta attenzione perché l’evolvere degli eventi potrebbe avere effetti paradossali ed in politica non è raro che il paradosso divenga paradigma.
Le lezioni della storia.
La storia non si ripete mai perché mai identica è la combinazione di fattori che ne determina l’evoluzione, tuttavia studiando situazioni parzialmente analoghe si possono talvolta individuare delle tendenze pericolose che, se identificate in tempo, possono essere efficacemente contrastate.
In questo contesto, è quindi utile richiamare alla mente il complesso di situazioni che portarono alla nascita ed al trionfo del partito Fascista, che costituì poi un modello di riferimento per altri regimi come quello di Franco e dello stesso Hitler, come di molti altri meno famosi. Durante gli anni ’30 movimenti e partiti basati su ideologie di questo tipo ebbero infatti un vasto consenso quasi ovunque, comprese America, Inghilterra, Francia e perfino in Svizzera.
In estrema sintesi, il movimento fascista nacque negli anni precedenti la I Guerra Mondiale dalla concomitante diffusione di potenti sentimenti quali l’insofferenza per uno status quo ritenuto totalmente e irreparabilmente corrotto, un senso di decadenza morale e fisica del nostro popolo, il bisogno spasmodico di una catarsi che avrebbe ripulito, rinnovato e rinvigorito la società. Questi erano condivisi fra persone e movimenti anche molto diversi fra loro, finanche nemici, finché la tensione creata dalla guerra non fece da catalizzatore, portando molti degli avversari di ieri a militare insieme per un più alto e nobile scopo: la liberazione delle terre irredente e la rinascita nazionale.
Malgrado l’estrema riluttanza del governo, l’eterogeneo, ma sostanzialmente compatto, movimento interventista portò l’Italia in una guerra che, però, risultò molto più lunga e sanguinosa di quanto gli interventisti non avessero previsto. Fatto questo rilevante perché, quando fu finalmente firmato il trattato di pace, furono in moltissimi, ex-militari e non, a trovarne i termini estremamente deludenti e del tutto sproporzionati allo sforzo compiuto, finanche un tradimento. Su questo substrato di frustrazione, delusione e bisogno spasmodico di un cambiamento epocale, il movimento fascista divenne partito ed il partito governo.
Oggi il contesto è diverso sotto molti aspetti, ma c’è un fattore che potrebbe determinare evoluzioni pericolose: il fatto che analoghi e potenti sentimenti siano condivisi da settori molto diversi dello spettro politico e l’incapacità dell’establishment di rispondere in maniera costruttiva ad essi. Il tutto in un contesto di stress sociale certamente destinato a crescere.
II contesto socio-economico.
Tornando all’oggi, l’incertezza è totale per quanto riguarda i dettagli, ma non vi sono invece dubbi possibili su quale sia e sarà la tendenza nei prossimi decenni. Senza qui tornare su argomenti ampiamente trattati su questo ed altri blog, ricorderemo solo che 50 anni di approfondimenti e verifiche hanno confermato oltre ogni possibile dubbio che i LtG avevano centrato il nocciolo della questione: a meno di non fermare il prima possibile (era il 1972) la crescita economica e demografica, nella prima metà del XXI secolo saremmo necessariamente giunti ad un picco della produzione industriale ed agricola seguiti, con circa un decennio di distanza, da un analogo picco della popolazione mondiale. A seguire, un declino molto diverso da regione a regione, ma comunque inevitabile, irreversibile ed inarrestabile almeno per parecchi decenni.
Da allora, invece di adoperarci per fermare la crescita, abbiamo fatto tutto il possibile per rilanciarla dopo ogni crisi che ci avvertiva del pericolo; sappiamo dunque che il futuro che oggi cominciamo ad intravedere è solo un preludio di ciò che deve arrivare. Covid e guerra in Ucraina non sono infatti la causa dell’attuale crisi, bensì due fattori che hanno accelerato tendenze di lungo periodo già ben avanzate. E’ possibile (anche se non certo) che il 2019 sia stato il picco della produzione agricola e industriale. Se fosse così, probabilmente intorno al 2030 comincerà un decremento demografico guidato soprattutto dalla contrazione dei servizi sanitari internazionali, malnutrizione, siccità, sommosse e dal disperato tentativo dei paesi del “Nord del Mondo” di arginare le decine, se non centinaia di milioni di persone che cercheranno scampo in zone già ampiamente sovrappopolate ed impoverite. Certo, ci saranno differenze importanti a seconda dei paesi e delle classi sociali, ma il quadro di riferimento generale lascia poco spazio per ipotesi diverse dal momento che, se anche volessimo finalmente fare qualcosa di utile, sarebbe in gran parte troppo tardi. Sulla Terra ci sono già molto più del doppio delle persone che c’erano quando LtG venne scritto e di circa altrettanto sono aumentati i consumi globali di energia. I biomi non esistono più, le temperature sono già salite di oltre un grado medio e aumenteranno ancora per decenni qualunque cosa facciamo; buona parte delle risorse necessarie per una qualunque transizione energetica saranno disponibili solo finché rimarrà in piedi la rete commerciale globalizzata che pandemia e guerre stanno stracciando ad un ritmo incredibilmente rapido.
In sintesi, povertà ed anche miseria saranno rapidamente di ritorno anche nei “paesi avanzati” che, proprio perché meno di altri avvezzi a fare con poco, si troveranno particolarmente sotto stress. Il malcontento non potrà che crescere ed il malcontento non cerca di capire, cerca vendetta.
Il contesto politico.
Ad oggi, sia gli USA che i paesi europei sono governati da sistemi di impostazione democratica e liberale, ma sempre più controllati da alleanze fra grandi capitalisti e politici di successo (alcuni dei quali sono anche grandi capitalisti). Ne derivano sistemi che, pur mantenendo le forme della democrazia, sempre più somigliano ad oligarchie grazie al sostanziale controllo non solo della stampa e dell’informazione, ma soprattutto dell’assegnamento dei posti chiave nella macchina dello stato e dell’amministrazione. Casi limite sono l’Ungheria e la Turchia (oltre che Russia e satelliti), ma anche dove vi è ancora un’alternanza ai supremi posti, il meccanismo risulta sempre meno capace di essere riconosciuto come legittimo da porzioni consistenti di opinione pubblica.
In questo quadro, ed in parte come reazione ad esso, si sono sviluppati una vasta gamma di partiti e movimenti genericamente di “estrema destra”. Una definizione necessariamente vaga in quanto comprende soggetti politici anche molto diversi e talvolta stravaganti, ma complessivamente accomunati da un forte sentimento nazionalista e tradizionalista, dove la tradizione invocata è generalmente un’invenzione post-moderna basata su monconi di ricordi di un passato che si immagina sempre più glorioso del presente. Una singolare analogia con i movimenti jihadisti.
Critico in questo contesto è il fatto che una parte consistente della retorica e dei sentimenti che animano la destra siano condivisi anche da una parte della sinistra, specie quella più tenacemente legata alla tradizione sovietica, ma anche da quella per cui l’odio verso l’occidente, corrotto e nefasto, giunge all’autolesionismo. Ne sono esempi i discorsi di Mélenchon che, su molti punti, ricalcano quelli di Marine Le Pen o quelli di Rizzo che, malgrado le polemiche, su diversi argomenti si trova in sostanziale accordo con Meloni o Salvini. Sono indizi interessanti anche gli articoli ed i commenti compiaciuti a fronte delle calamità che colpiscono o potrebbero colpire le popolazioni europee (dunque anche chi li scrive).
Il soggetto chiave di questo mondo è Vladimir Putin che si è saputo costruire un personaggio pubblico che piace negli ambienti più disparati. Piace a destra per la sua reputazione di “uomo forte” e spietato scacchista, ma anche perché è nazionalista e militarista, oltre che per gli atteggiamenti decisamente machisti. Piace anche a parte della sinistra perché è anti-americano ed anti europeo; un fatto questo che porta a prendere posizioni che lo favoriscono nei fatti, anche se non nelle intenzioni, anche persone che, personalmente, disprezzano l’Autocrate di tutte le Russie. Finora piaceva anche al centro perché ha sempre assicurato buoni affari a tutti, specialmente agli oligarchi americani ed europei. In Russia, è riuscito costruirsi l’immagine di “quello che ha fatto pulizia”, tanto da farsi amare sia dai nostalgici dello Zar che da quelli dell’URSS; un vero capolavoro di propaganda.
Malgrado buona parte del sostegno estero, specie indiretto, gli venga da frange della sinistra e (fino ad ora) dall’oligarchia economica internazionale, ha sempre coltivato un rapporto speciale con molti gruppi dell’estrema destra sia europea che americana, con l’importante eccezione della Polonia e dell’Ucraina dove, al contrario, è particolarmente odiato proprio dall’estrema destra. Una delle cattive sorprese che l’invasione gli ha riservato è infatti stato che buona parte di questa rete internazionale lo abbia, almeno per il momento, abbandonato (ad es. in Italia) o, addirittura, gli si sia rivoltata contro (come in Cechia).
La domanda dunque è: l’invasione dell’Ucraina potrebbe catalizzare una sostanziale unità delle diverse destre ed anche di parte delle sinistre europee? Se si, sarebbe molto pericoloso perché gli oligarchi più svegli farebbero presto ad abbandonare il morente cavallo liberale per cavalcare quello fascista (sensu lato) e non sarebbe nemmeno la prima volta che succede. Proviamo dunque ad ipotizzare due scenari.
Ipotesi 1. In un primo scenario immaginiamo che, malgrado tutto, vinca la Russia. Se la guerra durasse abbastanza a lungo, europei ed americani potrebbero stancarsi di rifornire gli ucraini e la retorica disarmista potrebbe fornire un pretesto apparentemente molto etico per mollare quelli a cui abbiamo detto “vai avanti tu che ti copro io” per recuperare il recuperabile dei vasti giri di affari attualmente in blocco o in bancarotta. Se qualcosa del genere avvenisse, la popolarità di Putin schizzerebbe alle stelle, potendosi spacciare per l’eroe che ha sconfitto la NATO e gli USA, senza peraltro perdere il suo smalto di novello zar, lanciato alla riconquista del perduto impero. Altre “speciali operazioni militari” completerebbero il trionfo, scaricando su di noi altri milioni di fuggiaschi, mentre ciò che resta del dissenso interno alla Russia ed agli altri satelliti verrebbe definitivamente annichilito.
Certo, i russi continuerebbero a sdrucciolare nella miseria, ma potrebbero consolarsi con la gloria del loro paese, nuovamente assurto a grande potenza mondiale, mentre la sconfitta delle destre est-europee e la popolarità di Putin potrebbero ben servire allo sdoganamento politico delle organizzazioni putiniane anche più estreme (tipo FN, per capirsi) e rappresentare il catalizzatore capace di amalgamarne buona parte, forse anche con consistenti frange della sinistra euroccidentali in una trionfale sovversione di ciò che resta delle democrazie europee, instaurando una stagione di epigoni di Orban e di Erdogan in molti paesi. Questione non secondaria: in un simile scenario alcuni milioni di profughi non potrebbero mai più tornare a casa, creando seri problemi in paesi già largamente sovrappopolati ed in via di rapido impoverimento. Inoltre, molti di quelli che oggi sono bambini, fra dieci o quindici anni saranno adulti e molti di loro coverebbero un’inestinguibile rancore per coloro che li hanno traditi: niente di meglio per creare il substrato in cui sviluppare movimenti ed organizzazioni eversive e terroristiche, come dovrebbero averci insegnato i ghetti islamici. Questo sarebbe, a sua volta, un ulteriore e potente fattore per facilitare l’affermarsi di governi sempre più repressivi che nulla potrebbero per rallentare il declino economico e sociale, ma che manterrebbero l’ordine pubblico: prima e suprema preoccupazione del grande capitale.
Ipotesi 2. In questo scenario, immaginiamo che avvenga l’esatto contrario: sfibrate dalle perdite, dalle sanzioni e dalle diserzioni, le forze armate russe ripiegano in disordine. Il trionfo dell’Ucraina rimbomberebbe nel mondo, portando in auge non solo i governi che più la hanno appoggiata (Polonia in testa, che vanta uno dei governi più destrorsi d’Europa), ma anche facendo assurgere ad eroi nazionali ed internazionali personaggi disparati, compresi alcuni emuli di Bandera. Certo, non ci sarebbero altre invasioni russe ed i profughi potrebbero tornare a casa, ma in compenso la Federazione Russa piomberebbe in un caos anche peggiore di quello degli anni ’90, senza le possibilità di recupero che ci furono allora. Una situazione che potrebbe evolvere in infinite maniere, tutto estremamente pericolose anche per noi, oltre che disastrose per i russi. Anche uno scenario del genere avrebbe infatti pesanti ripercussioni sugli stati occidentali, facilitando la scalata al potere dei partiti di estrema destra che, non per nulla, in questa fase si sono come ritirati in attesa di capire da che parte tirerà il vento. Un’ondata di nazionalismo e militarismo potrebbe ben produrre altri epigoni di Orban ed Erdogan poiché, questo tipo di politici, per creare delle “quasi dittature di fatto” non ha e non necessita di un’ideologia coerente, ma solo di un’efficace propaganda e di un’onda emozionale che li sollevi abbastanza da raggiungere le leve del potere un tempo sufficiente a saturare i posti chiave con uomini fidati.
Questo piccolo esercizio non serve per prevedere un futuro imperscrutabile, bensì serve solo a capire che, comunque evolva, questa guerra contiene elementi di rischio politico rilevanti. Elementi che sarebbero più facilmente controllabili se le due parti dovessero invece scendere ad un compromesso, probabilmente foriero di una nuova cortina di ferro e, comunque, di un colpo irreparabile al sistema industriale globale, ma comunque meno pericoloso dal punto di vista politico. Se un compromesso rappresentasse il nostro obbiettivo, per perseguirlo avremmo dunque bisogno di una strategia articolata, capace di dosare, ma soprattutto di condizionare l’auto militare ed economico all’Ucraina in modo da evitare che perda la guerra, ma anche che vinca troppo e, soprattutto, che finita la guerra si affretti a sbarazzarsi di organizzazioni e personaggi pericolosi il cui rapido oblio (od il carcere per crimini di guerra) dovrebbe essere da subito posto come un prerequisito per ogni ulteriore sostegno, oltre che per l’agognato ingresso in organizzazioni come la UE o la NATO.
Appunti per una strategia.
Il futuro ci riserva una serie di calamità inevitabili. Se, per esempio, avessimo voluto evitare il collasso del credito, la crisi energetica, il peggioramento del clima o la migrazione di centinaia di milioni di persone avremmo dovuto cominciare ad agire al più tardi 30 anni or sono. Oramai abbiamo solo ristretti margini di azione per mitigare alcuni degli effetti più devastanti di eventi che dipendono assai poco dalle nostre scelte attuali e molto da quelle compiute in passato, oltre che da ineluttabili leggi naturali.
Esistono però anche calamità “voluttuarie” che, cioè, dipendono in gran parte dalle nostre scelte politiche attuali e future. Queste, forse, potremmo evitarle, ma solo a condizione di elaborare ed attuare per tempo delle strategie efficaci ed una strategia è tale se persegue in maniera coerente uno scopo preciso.
Il punto fondamentale è quindi questo: per contrastare una deriva politica pericolosa sul lungo periodo occorre un progetto alternativo.
L’establishment, quale che ne siano la retorica ed il colore politico, è attualmente impegnata in un supremo sforzo per mantenere lo status quo. Lo vediamo in maniera lampante con la crisi energetica: tutti gli sforzi sono tesi a reperire gas e petrolio in quantità uguali o maggiori di quelle che potrebbero venir meno dalla Russia. Nell’immediato è parzialmente comprensibile ed anche necessario, ma non può essere una strategia di medio e lungo termine perché il picco del greggio lo abbiamo superato verso il 2005, il picco di tutti i petroli è stato probabilmente il 2019, il picco del gas è forse adesso e quello del carbone non è lontano. Le energie rinnovabili possono fare molto, ma non tutto e solo finché reggerà il commercio globalizzato. Ne consegue che lo status quo è morto e sepolto comunque, tanto vale prenderne atto.
L’unico modo che abbiamo per mitigare, entro certi limiti, il disastro è dedicare ogni risorsa ed intelligenza alla riduzione dei consumi, al restauro degli ecosistemi, alla ricostruzione di un tessuto sociale e molte altre cose fattibili solo a condizione di disporre di una proposta politica che sia alternativa sia al mantenimento di un sistema liberal-capitalista decotto, sia all’instaurazione di governi autoritari, se non dittatoriali, che proteggano con le armi e con le spie quello stesso sistema capitalista che dichiarano di combattere.
La mancanza di una simile proposta politica è quel vuoto in cui “crescono i mostri” di gramsciana memoria.
Grandioso questo post di Jacopo, anche se su alcune parti del ragionamento potrei partire per arrivare a conclusioni almeno parzialmente “altre”. Spero che ne nasca un dibattito anche altrove, non solo in questo blog dai pochi lettori e dalla “bannazione” facile…
“Anche uno scenario del genere avrebbe infatti pesanti ripercussioni sugli stati occidentali, facilitando la scalata al potere dei partiti di estrema destra” Perché? Non hai spiegato perché una vittoria ucraina si tradurrebbe in un’ascesa dei partiti nazionalisti nel resto dell’Occidente. Al momento la retorica nazionalista ucraina è solamente difensiva, come lo fu ad esempio quella dei partigiani, che erano patrioti – oggi li chiameremmo nazionalisti – e lo dicevano apertamente: andate a guardare i testi delle canzoni che cantavano. Eppure combatterono l’estrema destra e contribuirono a fondare uno stato democratico.
La chiave è la capacità di deporre le armi una volta finita la guerra, e nel caso dell’Ucraina, dato che non mi sembra ci siano i presupposti per una guerra civile e la popolazione è già esausta, non vedo perché non dovrebbero essere deposte. Si potrebbe anche condizionare gli eventuali aiuti per la ricostruzione a questo.
L’idea che mi sono fatta leggendo più fonti possibile, anche russe, è che la Russia contemporanea sia diventata quanto di più simile si può immaginare a uno stato fascista, compreso un nazionalismo isterico e quasi autodistruttivo. La storia insegna che con questo genere di regimi, quando passano all’attacco, un compromesso non è possibile, perché lo usano per continuare nella loro espansione, mai per fermarsi.
La Russia di Putin si comporta esattamente come la Germania di Hitler: ha un progetto espansionista apertamente dichiarato, e ogni concessione (“compromesso”) le serve per continuare ad andare avanti. Lasciarle prendere la Crimea e fomentare una rivolta nel Donbass non è servito a placarla ma solo a preparare un’invasione più grande. Non difendere Cecenia, Georgia e Siria (più complessa) è stato un altro implicito via libera. Non capisco come un “compromesso” con una controparte del genere servirebbe alla causa della pace.
La Russia, oltre che paese nazionalista, è di fatto un impero non dichiarato in cui la popolazione delle periferie, in buona parte non etnicamente russa, viene mandata a morire in guerre d’espansione mentre le risorse materiali ed economiche vengono convogliate al centro. C’è chi parla apertamente di dissoluzione della Russia: non so quanto sia probabile, o se sia un bene o un male, ma c’è anche questa ipotesi.
L’Ucraina è vittima di un’invasione che per dichiarazione degli stessi siti ufficiali del governo russo ha molte caratteristiche simili all’invasione nazista della Polonia (persecuzione degli ebrei esclusa). Questi sono fatti e non opinioni. Tuttavia, i nazionalisti ucraini non sono fatti di una pasta diversa da quelli russi ed una guerra è certamente il modo migliore per farli crescere. Il 23 febbraio scorso i partiti neo-nazisti ucraini erano qualcosa come il 2% dell’elettorato, ora non si sa, ma la guerra può cambiare molte opinioni in pochissimo tempo. Contemporaneamente, l’estrema destra europea che finora ha sostenuto Putin, potrebbe benissimo girare la gabbana e usare una sua sconfitta per scalare il potere. Questa è naturalmente un’ipotesi e non un fatto. Non è affatto detto che accada, ma potrebbe accadere e si dovrebbe perciò fare attenzione.
Penso che dipenda da chi vince, quando e come.
La sconfitta del fascismo e del nazismo ha “vaccinato” a tal punto gli europei che, terrorizzati all’idea di ripetere l’esperienza, hanno finito per vedere neofascismi dappertutto (tranne che dove c’erano veramente). Aver sconfitto i fascisti non ci ha fatto diventare ancor più nazionalisti, anzi – con l’eccezione di Israele, in cui gli ebrei da perseguitati sono diventati persecutori.
Il nazionalismo ucraino è sicuramente un problema nelle sue versioni estreme, ma penso che sia diverso da quello russo attuale, se non altro nel suo essere (per ora) un nazionalismo difensivo e non aggressivo, e non è una differenza da poco. Inoltre sembra aver incorporato le minoranze interne (ucraini musulmani, ucraini ebrei, ucraini di lingua russa… tutti uniti nell’autodifesa).
Purtroppo, penso che l’unica cosa che neutralizzerebbe il nazionalismo espansionista russo sarebbe una sconfitta decisiva. Una deescalation, un accordo che andrebbe bene a entrambi, non farebbe che dar loro il tempo di prepararsi per riprovarci. Non riescono ad accettare di aver sacrificato così tanto per niente, non sopporterebbero di essere sconfitti, dall’Ucraina e dall’Occidente per giunta. Per questo da un lato ovviamente auspico una fine rapida del conflitto, dall’altra temo cosa potrebbe succedere se la potenza bellica aggressiva russa non venisse neutralizzata. È un po’ come prendere un antibiotico ma non andare fino alla fine: l’infezione peggiora.
So di fare affermazioni pesanti, ma se vedi a che livello è arrivata la propaganda russa e l’isteria collettiva, ti renderai conto che è difficile che si calmino da soli.
temo cosa potrebbe succedere se la potenza bellica aggressiva russa non venisse neutralizzata. È un po’ come prendere un antibiotico ma non andare fino alla fine: l’infezione peggiora.
E come si neutralizza un arsenale atomico?
L’articolo formula una serie di previsioni abbastanza fosche, ma (complessivamente) tutt’altro che campate in aria. Decisamente azzeccato il parallelismo tra gli attuali comportamenti dell’estrema Destra e quelli dell’estrema Sinistra, accomunate (come d’altronde i vari fondamentalismi religioso-confessionali) da un approccio più o meno apertamente irrazionalista, emotivo-sentimentale, anti-illuminista ovvero neo-romantico (organicistico-vitalista), “teologicamente” ostile al libero mercato e cmq profondamente anti-euroatlantico e dalla parallela profonda diffidenza per le complesse pratiche liberaldemocratiche occidentali, per i diritti individuali e per il moderno pensiero scientifico. Saluti
Fuzzy, in teoria, gli arsenali atomici si neutralizzerebbero facendo accordi tra paesi per la non-proliferazione. In pratica, visto che tutti hanno capito che se hai l’atomica nessuno ti aggredisce, e se non ce l’hai sì, nessuno che abbia già un arsenale atomico accetterebbe volontariamente di privarsene. L’Ucraina l’aveva fatto e guarda il risultato.
C’è chi dice che se la Russia finisse per disintegrarsi i paesi emergenti al suo posto potrebbero vendere o cedere gli arsenali, ma si tratta solo di ipotesi, non so se definirle ottimistiche.
Detto questo, io non ho parlato di neutralizzare la capacità di difesa russa, che non sarebbe giusto, ma di attacco. Penso che questo si possa fare come si sta facendo adesso, cioè rendendo così costoso da un punto di vista militare ed economico il fatto di aggredire un altro paese, che o non vorranno o non potranno più farlo.
L’ideale ovviamente sarebbe che ai russi succedesse quello che è successo ai tedeschi e ai giapponesi, e purtroppo meno agli italiani, dopo la seconda guerra mondiale, cioè di prendersi una bella lezione. Il fatto è che senza un enorme spargimento di sangue, ancora maggiore dell’attuale, non vedo come questa lezione potrebbe arrivare ai destinatari, per cui non mi rimane che sperare che i russi si rendano conto da soli di cosa hanno combinato negli ultimi decenni (secoli?), e se ne vergognino. Ma purtroppo solo una sonora sconfitta fa arrivare i popoli a quel punto.
Seguo questo blog perchè interessato ai temi ambientali ma leggere che una “ecologista scrive certe cose è agghiacciante Praticamente si auspica che i russi che certo compiono un aggressione ma dopo anni di accerchiamento minacce e provocazioni ai loro confini e contro loro compatrioti subiscano una “lezione” tipo Dresda o meglio Hiroshima.Tra l altro l idea non è originale l aveva tirata fuori già Rampini Gli USA invece non pagano mai pegno Le loro oltre 20 aggressioni armate dal 1945 in poi con 10-15 milioni di morti sono tutte scusate in nome della libertà e democrazia.Forse sarebbe meglio essere meno accecati dall ideologia Cordiali saluti
Forse il post è scritto male, o forse è stato letto male perché in nessuna parte si auspica di “dare una lezione” alla Russia ed ai russi, ben al contrario si auspica una soluzione diplomatica che riduca il rischio di una deriva ulteriormente autoritaria in Europa e negli USA. Se invece il commento voleva semplicemente stigmatizzare il “doppiopesismo” operato dalla propaganda occidentale a favore dei propri governi, niente da obbiettare: è un dato di fatto inconfutabile ed il fatto che tutti i governi operino allo stesso modo non riduce l’ipocrisia della cosa.
Le mie osservazioni non erano contro il tuo post come sempre molto profondo e in molte parti condivisibile ma contro certi commenti secondo me molto ingiusti verso il popolo russo e la sua storia.Saluti a tutti
Bisogna fare attenzione a confondere i popoli con i loro governi, talvolta è corretto e talaltra no. Personalmente, ho sempre avuto grande ammirazione per la cultura russa ed ho amici russi. Proprio per questo non ne ho mai apprezzato i governi.