Ogni guerra ha la sua storia e le sue peculiarità.  L’attuale fase delle lunga guerra fra Ucraina e Russia ne ha molte, fra cui l’arruolamento di tutti gli arruolabili, compresi vecchi di 60 e passa anni da parte di entrambi i contendenti, così come l’impiego al fronte di tutto quello che può sparare, dai prototipi fino alla ferraglia come i venerandi T62 ed i protostorici M113.  Tutto ciò è è molto simbolico perché, in buona sostanza, questa guerra pone fine al XX secolo, analogamente a come la I GM pose fine al XIX.

Riassunto delle puntate precedenti.

I rapporti fra i vari popoli ucraini ed il governo russo hanno una lunga e complicata storia, oscillante fra collaborazione e conflitto, ma finora si era sviluppata più su basi etniche e nazionali che statali.  Lo scontro diretto fra i due stati sovrani e reciprocamente riconosciuti è quindi una novità (fatta eccezione per il caotico periodo fra il 1918 ed il 1922) ed è cominciato nel 2014 con l’occupazione e l’annessione della Crimea da parte della Russia.  L’occupazione non fece scalpore, mentre l’annessione sì per un’ottima ragione: significò né più né meno che dichiarare in modo ufficiale ed inequivocabile che la Russia ripristinava unilateralmente quel “diritto di conquista” che avrebbe dovuto essere definitivamente sepolto sotto le macerie della II Guerra Mondiale (con la molto marginale eccezione dell’annessione del Golan da parte di Israele, non riconosciuta da alcuno).  La guerra è quindi proseguita, sempre nel 2014, con l’intervento russo in sostegno dei ribelli filorussi del Donbass, per poi cronicizzarsi per 8 anni lungo una linea del fronte, con saltuari scambi di cannonate e sparatorie fra pattuglie e cecchini.
In questo lungo periodo entrambi i contendenti hanno lavorato sodo per preparare la resa dei conti. L’Ucraina grazie agli istruttori ed alle informazioni fornitegli soprattutto dagli americani. La Russia attingendo ai suoi immensi arsenali, tessendo varie trame sinergiche nel cuore della UE e della NATO, ma soprattutto sfruttando a fondo un mercato occidentale sempre pronto a sacrificare qualunque cosa sull’altare del business.

Ci si aspettava dunque una nuova fiammata bellica, ma sia in casa NATO che nella stessa Ucraina tutti si aspettavano uno scontro limitato, come quelli avvenuti fino ad allora.  Invece Putin ha colto quasi tutti di sorpresa decidendo che i tempi fossero maturi per marciare alla riconquista delle regioni perdute dell’Impero (lo ha detto lui stesso e le sue azioni sono del tutto coerenti con quest’idea).  Come di sorpresa sono state colte le cancellerie europee quando Putin, annunciando l’invasione dell’intera Ucraina, ha profferito minacce terrificanti verso chiunque avesse aiutato quello che, secondo lui, non è un vero stato che non ha diritto di esistere (malgrado la Russia non solo lo abbia riconosciuto, ma ne sia anche garante dell’integrità territoriale per trattato).
Da quel momento però le sorprese peggiori sono state per il governo russo perché le truppe ucraine hanno reagito in modo molto più rapido, coordinato ed efficace di quanto Putin non si aspettasse, mentre il suo stesso esercito si dimostrava assai meno potente ed efficace di quanto non credesse.  Dal canto loro, i governi europei, proprio perché spaventati, anziché girarsi dall’altra parte come avevano fatto fino ad allora, hanno reagito con un’insolita prontezza varando sanzioni economiche senza precedenti e fornendo aiuto economico e militare all’aggredito (cosa che non gli ha comunque impedito di insabbiarsi poi nelle solite diatribe).  Fu così che la pianificata “speciale operazione militare” si è trasformata nel tritatutto che sta lentamente, ma inesorabilmente distruggendo entrambi i contendenti.
D’altronde, una brutta sorpresa c’è stata anche per noi.  Le sanzioni hanno posto l’economia e la finanza russe in grave affanno, ma non le hanno portate al collasso e non sembra proprio che lo faranno, mentre le contro-sanzioni russe stanno aggravando da noi una crisi strutturale che viene da molto lontano, radicata nella struttura stessa del sistema capitalista.  Insomma, come Mosca ha ampiamente sopravvalutato la propria forza militare, i nostri hanno di altrettanto sopravvalutato la propria forza finanziaria.

A che punto siamo sul campo?

Come stanno davvero le cose non è dato sapere, ma confrontando una vasta gamma di fonti diverse (bollettini di guerra, stampa di diversa nazionalità ed orientamento, siti di analisti militari professionisti) ci si può fare un quadro abbastanza coerente.

Nel nord del paese la sconfitta russa è stata totale, più per l’impreparazione russa che per la forza d’urto delle truppe ucraine.  Nella dintorni di Kharkiv una controffensiva ucraina aveva respinto i russi fino quasi al confine, ma un contrattacco ha riportato le artiglierie moscovite a tiro della periferie nord della città a da allora il fronte è praticamente fermo.

Nel Donbass i russi hanno sfruttato a fondo la loro schiacciante superiorità numerica, soprattutto in materia di artiglieria, rieditando una tattica che ricorda da vicino la prima GM: bombardamento a tappeto con tutto quello che può sparare qualcosa e quindi assalto.  Se l’assalto viene respinto, si ripete la procedura ancora ed ancora finché si riesce ad avanzare di qualche centinaio di metri.  Quindi si ricomincia.   Una carneficina che, in 5 mesi, ha permesso alla Russia di avanzare di 30-40 km  lungo un fronte di circa 100 chilometri, conquistando le macerie di numerosi villaggi e delle due importanti città Severodonetsk e Lysychansk.  A parte l’elevato costo in mezzi e vite, questo approccio ha infatti il principale difetto di distruggere completamente ciò che si conquista: case, fabbriche, strade e ponti, campi e foreste; mentre la gente scappa o muore.

Il lungo fronte approssimativamente compreso fra Donetsk e Kherson è praticamente fermo da Aprile perché nessuno dispone delle forze necessarie per spostarlo, mentre la zona ad ovest del Dnepr è da tempo oggetto di una lenta e molto prudente controffensiva ucraina, condotta però con una tattica completamente diversa da quella russa.  Le poche artiglierie a lunga gittata disponibili vengono usate per colpire la logistica nemica, mentre pattuglie infiltrano le linee russe e colpiscono le retrovie.  Ne risulta un fronte alquanto confuso, anche per la presenza attiva di partigiani.

La guerra aerea è stata forse il maggiore insuccesso della Russia che, malgrado l’assoluta superiorità numerica e parzialmente anche tecnologica, non è ancora riuscita ad eliminare né l’aviazione, né la contraerea nemiche.  Ne risulta che i piloti di entrambe le parti evitano accuratamente di sorvolare il territorio nemico.
Fallita anche l’offensiva strategica che avrebbe dovuto impedire i rifornimenti dall’Europa.  Dopo aver di fatto esaurito gli insostituibili missili a lungo raggio moderni (sono assemblati usando componenti prodotte a Taiwan, USA e perfino Ucraina), sono stati lanciati migliaia di vecchi missili di produzione sovietica che hanno fatto danni ingenti alle città, ma trascurabili agli obbiettivi prefissati.  Comunque, da circa un mese sembra che anche questo tipo di munizionamento scarseggi perché i bombardamenti si sono per ora molto rarefatti.
Al contrario, proprio in queste ultime settimane, l’Ucraina ha messo a segno numerosi colpi ben addentro alle linee nemiche, sia in Crimea che in Russia.  Un fatto nuovo, ma che per ora non influenza l’andamento delle operazioni.  Semmai è importante sotto il profilo politico perché rappresenta un inequivocabile “messaggio” che suona circa cosi: “Hey Vlad, non pensare che se ti annetti altri territori ucraini smetteremo di attaccarli, semmai il contrario”.

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Da segnalare anche la morte improvvisa di alcuni importanti oligarchi su entrambi i fronti e quella di un ministro (nonché generale) russo.  Poi ci sono stati diversi “incidenti”, alcuni dei quali gravi, ai danni di strutture industriali di interesse militare in varie parti della Russia, nonché il recentissimo attentato a Dugin.  Come interessante è la fuga dei ricchi da entrambe i paesi in guerra (e dalla Cina). Anche questi fatti sono interessanti sotto il profilo politico, ma non sotto quello militare.

Anche la guerra navale sta andando male per la Russia che ha perso alcune navi importanti e non è riuscita a mantenere il controllo della famigerata “Isola dei serpenti”.  Tuttavia il controllo del mare aperto rimane saldamente in mano alla flotta russa e le navi del grano possono quindi transitare solo alle condizioni che questa impone.

In sintesi, entrambi gli eserciti sono sfiniti ed a corto di tutto, ma la Russia non sembra intenzionata a sospendere l’offensiva, semmai il contrario.  L’Ucraina, dal canto suo, ha tentato di trattare nei primi due mesi di offensiva, ma attualmente non pare disposta a rinunciare alla prospettiva, del tutto teorica, di una riconquista.  Lo si vede bene dalle dichiarazioni diplomatiche: Putin si ostina a chiedere niente di meno che la capitolazione di quella che, per lui, è solo una provincia ribelle; mentre Zaleski esige la restituzione di tutti i territori occupati dal 2014 ed il pagamento dei danni di guerra.  Ne consegue che questa storia è appena cominciata ed il proverbiale cerino è in mano agli Stati Uniti, ai principali stati europei ed alla Cina.   La Russia potrebbe infatti vincere solo se gli occidentali si stancassero di sostenere l’Ucraina, mentre questa potrebbe prevalere se la Cina piantasse in asso Putin.  Che gioco stanno dunque facendo i diversi protagonisti?

Strategie.

Buona parte della discussione su questa guerra è incentrata sui torti e le regioni dei contendenti.  Un esercizio futile perché mai i risultati di una guerra sono dipesi dall’aver torto o ragione.  Contano invece le intenzioni e le strategie.

La strategia russa è stata più volte enunciata da Putin in persona e ribadita dalla sua propaganda interna (molto diversa da quella destinata agli europei): tramontato il sogno di una conquista veloce e poco cruenta, si procederà alla distruzione sistematica del paese finquando questo non capitolerà, accettando la perdita di una parte consistente del proprio territorio, pesanti sanzioni ed un governo fantoccio analogo a quello bielorusso.  La principale speranza di Putin risiede nella possibilità che americani ed europei si stufino e tornino a fare buoni affari con lui ed i suoi oligarchi, lasciando perdere tutto il resto. Potrebbe accadere, ma per adesso in questa avventura la Russia è sola; neppure i suoi alleati e satelliti hanno finora accettato di darle sostegno a parte la Bielorussia e la Cina, ma anch’esse solo in misura limitata.

La strategia ucraina è l’unica che gli è possibile: resistere, sperando che la Russia esaurisca le sue immense scorte di armi e munizioni prima che gli europei si stanchino di sostenerla.  A questo proposito, merita una digressione la cosiddetta “guerra del gas”.  Tutti i principali accordi fra Russia e paesi europei (in primis Italia e Germania) sono stati siglati dopo l’annessione della Crimea e, lo si poteva capire, facevano parte della preparazione all’attuale invasione.  Porre due dei principali paesi UE alla propria mercé energetica fu infatti un colpo da maestri di cui i nostri politici ed oligarchi portano la totale responsabilità, solo che invece di essere sotto processo stanno facendo miliardi con la speculazione.   Non è stato tuttavia sufficiente ed ora si sta svolgendo una strana battaglia in cui entrambi i contendenti perdono, ma per adesso noi più di loro; una situazione destinata però ad invertirsi se e quando i piani per affrancarsi da questa dipendenza saranno abbastanza avanzati.  Di qui la fretta russa, anche sul campo, e gli incerti risultati negli anni a venire.

La strategia NATO è meno evidente. Al di là delle dichiarazioni, armi e munizioni vengono concesse col contagocce; giusto il minimo indispensabile per evitare il crollo del fronte, ma assolutamente troppo poco e troppo tardi per rovesciare le sorti del conflitto.  Certamente il costo elevato delle armi moderne, le limitate disponibilità e la volontà di rafforzare in primis il proprio apparato militare sono certamente fattori che spingono in questo senso, ma la sistematicità dell’approccio lascia ipotizzare che ci sia un preciso disegno: evitare una plateale sconfitta russa che potrebbe destabilizzare l’intera Asia (ed i buoni affari che intanto i nostri oligarchi ci stanno facendo).  Meglio erodere gradualmente il prestigio e la forza militare della Russia, costringendola infine ad accettare una linea del cessate il fuoco a tempo indeterminato (in stile Corea) ed una serie di trattati commerciali a tutto nostro vantaggio.

La strategia cinese è, come sempre, ancora più criptica, ma sembra che sia sostanzialmente analoga a quella americana. Di fatto Pechino sta sostenendo la finanza e l’economia russe quel tanto che basta per evitarne il collasso, ma stando ben attenta a non subirne contraccolpi nel bel mezzo della peggiore recessione della loro storia recente.  In fondo, una Russia indebolita e totalmente dipendente dalla Cina può essere un “asset” importante nel vero “grande gioco” dei prossimi decenni: il controllo del Pacifico e dell’Asia meridionale.

La “Fine del mondo”

La fine della civiltà industriale, assieme a quella di alcuni miliardi di noi, è scritta da tempo nella struttura stessa del sistema capitalista che o cresce o muore, tertium non datur. Se ci saranno civiltà post industriali dipenderà interamente dalla resilienza della Biosfera.  Se questa riuscirà a recuperare abbastanza da ripristinare condizioni chimico-fisiche accettabili in regioni abbastanza grandi del Pianeta ce ne saranno, altrimenti no.  Da questo punto di vista non ci sono novità e nessuna delle crisi sinergiche in corso (economica, energetica, alimentare, climatica, ecc.) dipende da questa guerra se non, eventualmente, in misura limitata e temporanea.  Tuttavia questa guerra è importante proprio perché, a differenza delle centinaia di altri conflitti in corso, colpisce al cuore proprio il sistema capitalista globale, già gravemente provato dalla pandemia.  L’invasione russa ha infatti messo tutti i governi del mondo di fronte ad un’amara verità: più le tue filiere di approvvigionamento sono lunghe e complesse, più sono vulnerabili.  Lo si era già capito, naturalmente, ma nel corso degli ultimi mesi sono sorte barriere al commercio internazionale che hanno tutta l’aria di essere irreversibili.   La reazione dei governi e delle oligarchie globali è convulsa e, come al solito, di breve respiro, ma che la globalizzazione sia finita per sempre, credo che oramai lo abbiano capito quasi tutti.
Quali saranno le conseguenze?  Nel dettaglio è impossibile saperlo, ma a livello molto generale ci dobbiamo aspettare una progressiva flessione sia della produzione agricola che di quella industriale, quindi anche demografica come, peraltro, già 50 anni fa si sapeva benissimo che sarebbe successo verso la metà di questo secolo.  Alla fin fine, Putin non ha fatto altro che accelerare un poco i tempi.

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