“Vedo due popoli, quello israeliano e quello palestinese, in trappola, incapaci di liberarsi di una sorta di condanna a odiarsi e a combattersi a vicenda… Aggrava la situazione il fatto che entrambi siano guidati dalle componenti peggiori delle rispettive classi dirigenti, tanto che per lungo tempo hanno dato, molto cinicamente, l’impressione di avere bisogno l’uno dell’altra per restare in piedi”.

I dubbi di Liliana Segre sul finale della dichiarazione trovano conferme ben oltre il giochino intellettuale del ‘Cui prodest?’. Da un articolo di Valigia Blu basato su rivelazioni del New York Times:

ll primo ministro israeliano avrebbe usato la vecchia strategia di divide et impera per minare attivamente l’unitá palestinese e delegittimare i partner palestinesi. Per farlo, avrebbe scientemente deciso di permettere il rafforzamento e il finanziamento di Hamas. Senza un interlocutore credibile, Netanyahu aveva una scusa per evitare di sedersi al tavolo negoziale. L’attuale ministro delle finanze, il colono Belazel Smotrich, spiegò l’approccio al canale israeliano Knesset nel 2015: «Hamas è un vantaggio e Abu Mazen (Mahmoud Abbas, leader dell’Autorità nazionale palestinese) è un peso»…

Quando Netanyahu tornò al governo nel 2009, la strategia venne rilanciata. Nel frattempo, Israele aveva smantellato gli insediamenti – illegali secondo il diritto internazionale – all’interno della Striscia, mantenendo tuttavia il controllo del territorio e dell’accesso delle risorse. Nel 2006, la vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi non venne riconosciuta dalla comunità internazionale e fu seguita da un conflitto tra Hamas e Fatah – partito fondato da Arafat, con la maggioranza dei voti in Cisgiordania – che portò a uccisioni di leader di entrambe le parti. Nel 2007 venne sancita la separazione, che permane tuttora, tra la Cisgiordania amministrata in parte dall’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen e Gaza, amministrata da Hamas. 

L’approccio controverso di Netanyahu prevedeva l’isolamento di Gaza, rafforzando il controllo di Hamas sulla Striscia, da un lato, e il sostegno al governo economico verso Hamas a Gaza, dall’altro, arrivando anche a garantire fondi qatarioti al gruppo. Questa politica fu criticata da membri del suo stesso governo, come Avigdor Lieberman e Naftali Bennett, ma nonostante brevi interruzioni è persistita per anni. La strategia mirava a complicare la prospettiva di una soluzione a due Stati, facilitando così a Netanyahu argomentazioni contro negoziati e compromessi. 

Nel novembre del 2018 le immagini di valigie piene di milioni di dollari in contanti, provenienti dal Qatar e destinati ad Hamas, fecero il giro del mondo. Erano le prove di una strategia di finanziamento che tra il 2012 e il 2018 avrebbe portato al trasferimento di 1,1 miliardi di dollari nelle casse di Hamas. I fondi venivano trasferiti elettronicamente dal Qatar a Israele, per poi essere introdotti in contanti all’interno della Striscia da parte di inviati qatari e distribuiti direttamente a dipendenti pubblici di Gaza, a famiglie e individui.

Netanyahu difese pubblicamente la scelta di autorizzare il trasferimento di fondi, sostenendo che fossero destinati al pagamento degli stipendi e del carburante, anche in funzione di un indebolimento dell’ANP: «Mantenere una separazione tra l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Hamas a Gaza aiuta a impedire l’istituzione di uno stato palestinese», affermò Netanyahu. 

Lieberman si dimise in segno di protesta contro la politica pro-Hamas di Netanyahu, affermando che in questo modo Israele stesse «alimentando un mostro». Anche l’allora ministro dell’istruzione di Netanyahu, Naftali Bennett, condannò i pagamenti e rassegnò le dimissioni. Ahmed Majdalani, rappresentante dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), accusò l’inviato del Qatar a Gaza, Mohammad al-Emadi, di far transitare denaro ad Hamas «come un gangster e un trafficante». 

La crisi di governo determinò la creazione di un nuovo esecutivo, che fermò i trasferimenti di fondi ad Hamas, ma che durò solo 19 mesi, dall’aprile 2019 al settembre 2020. La successiva coalizione, caratterizzata dall’alleanza dei partiti più estremi, appoggiò nuovamente la politica di favorire Hamas per evitare un accordo di pace negoziato. 

Netanyahu insisteva sul fatto che né i soldi né i materiali di costruzione che arrivavano a Hamas sarebbero stati deviati a scopi militari. All’epoca, alcuni esponenti dell’esercito cercarono di avvertirlo. Nel 2019, il membro del Partito laburista, Haim Jelin – residente del kibbutz Be’eriaffermó: «Noi residenti al confine di Gaza stiamo pagando il prezzo per la mancanza di politica e l’arroganza di fronte al terrorismo». Parole che avrebbero mostrato tutto il loro peso quattro anni dopo quando la comunità del kibbutz Be’eri è stata devastata da Hamas il 7 ottobre.

 

E’ sempre incauto immedesimarsi nei terroristi per comprendere le motivazioni profonde delle loro azioni, soprattutto se c’è di mezzo una formazione fanatica e senza scrupoli come Hamas. Tuttavia, i suoi leader potevano essere tanto ingenui da non immaginare le prevedibili conseguenze dello spietato pogrom costato la vita a più di mille israeliani?

Prima di quel terribile eccidio, la permanenza al potere di Netanyahu si era fatta sempre più traballante, a cause della forte opposizione popolare ai provvedimenti legislativi per controllare la magistratura e salvarsi dalle accuse di corruzione, frode e abuso di potere. Era ovvio che un gesto talmente brutale avrebbe ricompattato l’opinione pubblica israeliana intorno al premier, per quanto screditato; altrettanto scontata la reazione militare esorbitante dell’esecutivo più reazionario e sciovinista della storia del paese, sostenuto da una coalizione dove il Likud è alleato con l’estrema destra religiosa e suprematista.

L’unica ipotesi plausibile è che tutto ciò rientrasse nei piani dei vertici di Hamas, nella speranza di una rappresaglia talmente smisurata da smuovere le nazioni islamiche, a parole sempre convinte sostenitrici della causa palestinese ma nei fatti riluttanti ad azioni concrete. Discorso che vale anche per il principale sponsor di Hamas oltre al Qatar, ovvero l’Iran: se è corretta la ricostruzione dei servizi di intelligence israeliani e statunitensi, l’organizzazione islamista ha provato a coinvolgerlo nell’esecuzione degli attentati, ma senza successo.

Persino dopo l’attacco israeliano dello scorso anno all’ambasciata iraniana a Damasco, il regime degli ayatollah ha lanciato strali e giurato vendetta, ma la replica avvenuta due settimane più tardi è stata volutamente blanda e contenuta per evitare un’escalation del conflitto. Tra l’altro, Giordania e Arabia Saudita hanno collaborato con Israele per ridurre al minimo l’impatto dell’offensiva, nonostante Gaza fosse già stata abbondantemente devastata, dimostrando così le loro reali priorità politiche.

Per l’Iran sarebbe stato molto più difficile defilarsi se Israele avesse attaccato i suoi siti nucleari, operazione apparentemente scongiurata per intervento diretto di Trump. Netanyahu a suo tempo ha dichiarato di voler inaugurare una ‘guerra dei sette fronti‘ contro tutti i nemici nazionali (oltre ad Hamas e all’Iran, Hezbollah, Houthi, Cisgiordania, Siria, Iraq) e le ragioni sembrano perfettamente comprensibili, almeno nell’ottica del suo interesse personale: uno stato di conflitto permanente sembra l’unica garanzia per rimanere aggrappato al potere.  

In patria cresce infatti l’insofferenza verso i continui colpi di mano (tra cui il licenziamento del capo dello Shin Bet Ronen Bar, poi revocato dalla Corte Suprema), nonché per il clima sempre più autoritario e guerrafondaio. Il quotidiano Ha’retz parla apertamente di “guerra contro chi cerca di difendere la fragile democrazia israeliana”; i riservisti dell’aeronautica hanno scritto una petizione per interrompere i bombardamenti su Gaza; un sondaggio dell’Israeli Democracy Institute rivela che il 48% della popolazione pretenderebbe da Netanyahu l’ammissione di responsabilità per gli attentati del 7 ottobre e le conseguenti dimissioni immediate, mentre il 24,5% a guerra ultimata. Solo un misero 10% lo sosterrebbe a oltranza.

Sull’altro versante, anche la popolarità della nemesi del premier israeliano pare giunta ai minimi storici. Le recenti proteste di alcune migliaia di cittadini di Gaza contro Hamas sono molto significative, dal momento che la fazione islamista non tollera il dissenso e non si è mai fatta problemi a versare sangue di compatrioti non allineati sulle loro posizioni. Intervistato dal New York Times, un esponente di alto profilo dell’organizzazione si è spinto fino a mettere in dubbio l’opportunità delle azioni del 7 ottobre, ammissione che non avrebbe certo osato se la sua posizione fosse isolata.

L’annuncio di Netanyahu della imminente e massiccia occupazione di Gaza a tempo indeterminato, assicurandosi il controllo esclusivo degli aiuti umanitari e confinando i gazawi in un enorme campo di concentramento a sud della Striscia, rappresenta l’occasione migliore per tirare a campare anche per Hamas, decimata nel gruppo dirigente ma rimpolpata da nuove schiere di guerriglieri mossi dal desiderio di vendicare le atrocità subite. L’ulteriore recrudescenza militare giustificherà misure straordinarie e il conseguente accentramento autocratico in Israele, così come potrebbe costringere i presunti sostenitori della causa palestinese ad andare oltre i semplici atti dimostrativi per non perdere completamente la faccia.

In questo gioco al massacro, entrambe le parti in causa sembrano puntare non tanto alla ‘vittoria’ (di fatto impossibile) quanto a una situazione di stallo permanente, dove le principali vittime sacrificali, oltre agli ostaggi in mano ad Hamas abbandonati dal loro governo, sono la popolazione palestinese e la democrazia israeliana. Per citare 1984:

“Noi siamo impegnati in un gioco che non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.”

 

 

 

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