N.B. Queste sono considerazioni basate su esperienze personali e non hanno quindi alcuna pretesa di scientificità. Le propongo quindi solo come spunto per eventuali riflessioni e discussioni. Diciamo che è uno spunto per un'”autocritica” (come usava dire negli anni ’70) a livello generazionale.
Il fallimento di banche, imprese, commerci e professionisti non fa più notizia. Qui vorrei invece parlare del fallimento di un’intera generazione, quella dei “boomers”, che poi è la mia.
A metà degli anni ’70 si sapeva già tutto quello che era necessario sapere, sia a livello scientifico, sia a livello divulgativo. Sapevamo che, al di la delle fantasie malate dei fanatici, i processi economici sono fenomeni fisici che generano un’entropia che solo la Biosfera è in grado, entro ristretti limiti, di compensare. Sapevamo anche con buona approssimazione quando sarebbe stato il picco del petrolio greggio, con tutto ciò che ne consegue, e sapevamo che il modello di Hubbert si applica, con qualche adattamento, a tutte le risorse non rinnovabili; così come a quelle teoricamente rinnovabili, se sfruttate oltre la soglia di rinnovamento (cioè praticamente tutte). Conoscevamo molte delle conseguenza sulla salute umana e sulla Biosfera dell’uso e dell’abuso della chimica moderna in agricoltura e nell’industria; così come eravamo al corrente di cosa accadeva con la deforestazione, l’eccesso di pascolo, l’agricoltura industriale e l’urbanizzazione.
Sapevamo anche che la crescita economica e demografica stava alterando il clima. Seppure all’epoca si sottostimassero la velocità e le conseguenze del fenomeno, sapevamo benissimo che era urgente fermare la crescita economica e demografica perché, altrimenti, l’intera società umana sarebbe collassata, presumibilmente nella prima metà del XXI secolo.
All’epoca, però, le società occidentali erano controllate dai “matusa”: i nostri genitori e nonni. Gente che era sopravvissuta a una delle guerre più distruttive della storia umana e che aveva ricostruito l’Europa sfamandosi con purè di piselli secchi americani e poco più. Ora che avevano un appartamento, o magari una villetta, e la macchina per andare in gita la domenica non era materialmente possibile che capissero che in quel sistema c’era qualcosa di profondamente sbagliato e mortalmente pericoloso.
Molti giovani parteciparono invece attivamente a movimenti di protesta ed anche di rivolta, ma inutilmente. Forse, almeno in parte, perché fu sbagliato il bersaglio. La protesta di quegli anni era infatti solo contro il capitalismo, non contro la crescita, men che meno metteva in dubbio l’archetipo fondante della società industriale: il PROGRESSO. Semplicemente, si cercava un modo diverso di declinarlo, perlopiù ispirandosi al mito del “socialismo reale” che, altrove, stava perseguendo esattamente la stessa crescita, solo in modo assai più autoritario e meno efficiente. Mentre la maggior parte dei paesi del “terzo mondo” (che allora significava “neutrali”) festeggiava la fine recente o prossima del dominio coloniale: nessuno più di loro era ebbro di ottimismo per le “sorti magnifiche e progressive” che si schiudevano.
Passò il decennio ed i primi nodi erano venuti al pettine: crisi energetiche e ondate di recessione avrebbero dovuto suggerire, perlomeno ai più istruiti ed ai meno anziani della classe dirigente, che qualcosa cominciava a rompersi nella magica macchina della crescita perpetua.
In effetti, qualcuno lo disse, ma eravamo in guerra con il blocco sovietico. Una guerra che rimase “fredda” solo perché la forza militare e industriale dei due contendenti era approssimativamente equivalente. Chi dei due avesse imboccato per primo un percorso di autentica sostenibilità avrebbe dovuto, necessariamente, ridurre il proprio peso militare-industriale e la guerra sarebbe diventata caldissima. O, perlomeno, il rischio era molto elevato e concreto.
Così, la scelta fu quella esattamente opposta: barare. Ronald Regan e Margareth Tatcher sono le due icone di questa stagione politica, anche se i primi provvedimenti di “deregulation” bancaria furono presi da François Mitterrand, presidente socialista della Francia. Comunque, mentre gli “hippies” lasciavano il campo agli “yuppies”, crescita esponenziale del debito, moneta virtuale, finanziarizzazione, eccetera furono gli ingredienti per un rilancio della crescita del PIL che permise di trascinare lo zoppicante Impero Sovietico in una corsa ad armamenti sempre più sofisticati e costosi che condussero noi sull’orlo del fallimento e loro oltre quella fatale soglia. Lo storico ammaina-bandiera al Cremlino avvenne il 26 dicembre 1991, a conclusione di due anni di agonia del regime.
Io non sono mai stato comunista, men che meno filosovietico, ma ricordo bene che pensai: “Oggi il capitalismo celebra i suoi massimi ed ultimi fasti. Senza più nulla che lo contrasta, esagererà fino a distruggere sé stesso”. Purtroppo, a distanza di 30 anni sembra proprio che ci avessi azzeccato.
Comunque, è negli anni ’90 che prende corpo il fallimento dei “boomers” in quanto tali. A quel punto, avevamo perlopiù fra i 30 ed i 40 anni; eravamo cioè abbastanza cresciuti da cominciare ad occupare spazi importanti nella società, ma eravamo ancora abbastanza giovani da non aver vissuto l’esperienza condizionante della ricostruzione e del “miracolo economico”. Anzi, già allora circolavano dati e ricerche da cui risultava con tutta evidenza che l’ascensore sociale era già andato, sostituito da un efficace “discensore”.
Eravamo anche la generazione più numerosa, oltre che quella più scolarizzata, e, solo volendolo, potevamo avere facilmente accesso a tutte le informazioni necessarie per capire quello che stava accadendo e che sarebbe accaduto. Nei 20 anni precedenti, infatti, le conferme e le messe a punto riguardanti l’oscuro Fato che andavamo maturando si erano accumulate e le “grida di allarme” si erano fatte più acute, anche se meno ascoltate.
Anche il contesto geopolitico era cambiato e l’occidente, USA in testa, aveva praticamente il controllo del mondo. Nessun nemico, neanche potenziale, ci poteva minacciare, se non noi stessi. I popoli dell’ex-Impero Sovietico, Russi compresi, guardavano a noi come a coloro che “hanno capito tutto e ci insegneranno”. La Cina era un gigantesco sacco pieno di miseria, mentre la maggior parte del Terzo mondo era oramai definitivamente fuori gioco, schiacciato dalle principali tre eredità dell’era coloniale: la crescita demografica, lo stato-nazione ed i trattati economici a tutto vantaggio delle potenze industriali.
C’erano, insomma, tutte la condizioni necessarie perché i paesi dominanti potessero permettersi di intraprendere un percorso di autentica decrescita inducendo, o costringendo, gli altri a fare altrettanto onde non perdere l’egemonia testé conquistata.
In particolare per l’Europa, si era aperta anche una possibile finestra di recupero di sovranità. Non solo il clima generale di euforia era favorevole ad una brusca accelerazione nel processo di integrazione politica e militare che avrebbe potuto porci su di un piano di parità o quasi con lo “Zio Sam”. Eravamo anche nelle condizioni di costringere gli USA a rispettare i patti fatti con Gorbaciov, estendendo verso oriente l’UE, ma non la NATO, così da poter stabilizzare dei rapporti di salda collaborazione con la Russia che avrebbero cambiato la storia sia nostra che loro. Ma tutto questo è fantasia. Nei fatti, abbiamo fatto il contrario: abbiamo continuato a tirare il carretto americano e, mentre la questione ambientale diventava una foglia di fico sulle pudenda del capitalismo, la globalizzazione si “mangiò” l’Europa.
Insomma, la sostanziale scomparsa dei confini commerciali a livello globale e la disponibilità sul mercato civile di una vasta gamma di tecnologie miliari già largamente ammortizzate e collaudate permise una fase di nuova crescita economica che abbiamo sostanzialmente usato per suicidarci.
L’elenco degli errori irreparabili che abbiamo commesso è pressoché infinito, ma per me i principali furono tre:
1 – Spingere al massimo la crescita dei consumi ed i conseguenti impatti ambientali, dando nuovo impulso a quella “grande accelerazione” che aveva già dimostratamente provocato danni irreparabili alle strutture ecologiche che assicurano condizioni ambientali idonee alla vita su questo pianeta.
2 – Delocalizzare in paesi privi o quasi di norme di tutela ambientale e sociale (anche se potenzialmente ostili) il grosso delle nostre manifatture, con le relative tecnologie. Quelle stesse tecnologie che ci avevano permesso di vincere la guerra contro l’URSS, le abbiamo regalate (o ce le siamo lasciati fregare) da chiunque ci promettesse un buon prezzo all’ingrosso. Ho l’idea che dietro una simile follia collettiva ci sia stata una buona vena di razzismo: pensare che noi saremmo stati sempre e comunque più bravi degli altri che sarebbero dunque stati i nostri servi ed operai, mentre noi occidentali avremmo costituito la nuova classe dirigente globale.
3 – Con altrettanta disinvoltura, abbiamo anche permesso ai nostri imprenditori di stringere rapporti molto stretti con i nuovi plutocrati orientali, perlopiù gente che doveva le proprie fantastiche ricchezze all’usurpazione di grossi pezzi di proprietà statali ed alla collaborazione con le potenti cosche mafiose nate dalla disintegrazione degli stati, col risultato di rendere ancora più sfumato il già vago confine fra l’”economia pulita” e l’”economica canaglia”.
Un fallimento direi totale: ambientale, economico e politico che ha creato l’attuale situazione che non piace a nessuno, ma da cui è tardi per uscire: la “capacità tampone” della Biosfera è stata ampiamente superata, cosicché tutti i parametri ambientali vitali sono oramai fuori controllo ed è in corso un’estinzione di massa che rischia di emulare quelle che hanno segnato la fine di intere ère geologiche. Le risorse necessarie per la famigerata “transizione” sono state in gran parte dilapidate per aumentare la produzione globale di rifiuti, la classe dirigente ha perduto ogni credibilità e una vera sindrome psichiatrica si sta impossessando di tutti noi, chi più chi meno.
Cosa è, infatti, la follia? Uno stato in cui paradigma mentale di una persona non corrisponde alla realtà. Questo può avvenire perché dinamiche patologiche inducono la mente ad elaborare modelli mentali e sistemi di certezze fantastici. Ma può avvenire anche al contrario: quando cioè la realtà evolve più rapidamente di quanto non possa fare la nostra mente col risultato, parimenti patologico, di sistemi mentali che non hanno più rapporto con la realtà.
Di questo tipo di follia collettiva si sta ammalando l’umanità intera, indipendentemente dalle convinzioni politiche, filosofiche e religiose di ognuno.
Così, mentre un’intera generazione si stava morbosamente accartocciando sul proprio fallimento e su quello di buona parte delle proprie idee e speranze, nel 2018 esplosero come mortaretti in un pollaio alcuni movimenti di protesta giovanili, molto diversi da quelli che avevano animato la gioventù di noi “boomers” e, sembrava, molto più ancorati alla realtà. Non veniva infatti messo in discussione solo il sistema economico e sociale capitalista, ma anche il concetto stesso di crescita economica, con un molto maggiore livello di consapevolezza delle implicazioni ambientali del capitalismo ed un sentimento di urgenza molto a proposito.
La reazione boomers è stata variegata: dall’entusiasmo all’ira funesta, ma entrambi questi atteggiamenti sono risultati ingiustificati. Da un lato, infatti, le piattaforme finora proposte dai movimenti giovanili mancano pesantemente di coerenza e palesano lacune profonde nella loro elaborazione concettuale.
Dall’altro, noi più di ogni altra generazione abbiamo fallito nel contrastare l’evoluzione autodistruttiva delle società, volenti o nolenti che fossimo. Non siamo quindi i più indicati a criticare chi, a buon diritto, si sente tradito; se c’è qualcuno che è in diritto di adirarsi, non siamo noi.
Il cammino verso il futuro è ancora lungo e molte cose inattese accadranno. Probabilmente, la fase più acuta della crisi che spazzerà via la civiltà industriale, comincerà fra 10-20 anni e procederà perlomeno fino alla fine del secolo. Nel frattempo, noi “boomers” ci saremmo portati nella tomba il nostro fallimento e i nostri rimpianti; mentre quelli che adesso sono giovani e ragazzi saranno i “matusa” di allora che cercheranno a tentoni una “exit strategy” dall’eredità che gli abbiamo lasciato.
Possiamo ancora fare qualcosa per loro? Io credo di si. Le nuove civiltà sorgono in luoghi risparmiati dalle civiltà precedenti, oppure sulle rovine di quelle. La civiltà industriale non ha risparmiato un solo metro quadro del Pianeta ma, in compenso, sta lasciando una mole impressionante di rovine da cui le genti del futuro potranno recuperare molto di ciò che gli servirà. Ci sono però alcune cose che non si possono ricavare dalle rovine e dalle discariche, ma senza le quali nessuna civiltà, finanche nessuna vita, è possibile. La principale fra queste è una biosfera vitale. Popolazioni, specie e biocenosi sono le “carte” con cui si giocherà il futuro della Biosfera e, dunque, anche quello dell’umanità. Ecco perché la priorità assoluta dovrebbe essere quella di salvare il salvabile di ogni forma di vita.
Altri elementi assolutamente vitali sono l’acqua ed il suolo che siamo abituati a dare per scontati e che, invece, stanno scomparendo ad una velocità senza precedenti storici. Una scomparsa, si noti, largamente irreversibile se non, forse, nel corso di migliaia di anni, quando non milioni.
Un altro elemento meno vitale, ma comunque importante, è la cultura. La nostra società si è permessa il lusso di accumulare un patrimonio di arte e conoscenza senza precedenti e senza successori; sarebbe una buona idea cercare di lasciare ai nostri discendenti il più possibile di questa eredità che rischia, invece, di scomparire con estrema rapidità.
“Sento dunque che l’improbabile al quale mi dedico rischia di diventare davvero impossibile. Ma sento anche che, se il Titanic naufraga, forse una bottiglia gettata in mare giungerà sulla riva di un mondo in cui tutto sarebbe da ricominciare … Non si sa mai se e quando è troppo tardi.” (E. Morin, La via, 2012).
“Io vedo capitalismo e marxismo come due arcate di un ponte che per secoli si sono sostenute a vicenda. Ma il crollo del marxismo prelude, rifacendoci all’immagine del ponte, a quello del capitalismo per la mancanza di opposizione e di limiti. Come scrivo ne Il Ribelle dalla A alla Z: “Se il comunismo è vittima del suo insuccesso, il capitalismo lo è del suo successo””.
http://www.massimofini.it/articoli-recenti/2078-destra-e-sinistra-sono-morte-ha-ragione-gaber
Massimo Fini l’aveva già compreso decenni fa – non inganni la data dell’articolo, le sue considerazioni sono di molto antecedenti – ma ovviamente nessuno l’ha ascoltato.
“Se il comunismo è vittima del suo insuccesso, il capitalismo lo è del suo successo”. Eccellente sintesi.
Grazie! In tutta la mediocrità che sta diventando la nostra cultura, leggere qualcosa di intelligente è un sollievo.
Sono giorni che guardo al futuro dalla sommità della civiltà dei consumi sapendo che destino ci aspetta.
Dal punto di vista economico non abbiamo saputo valorizzare gli “investimenti” relegandoli a parte della crescita. Saranno quelli che definiranno la ricchezza futura.
La capacità di produrre qualcosa di utile per gli anni a venire. Probabilmente non sarà neanche materiale ma culturale.
Io spero che sia la capacità di prendersi cura. Fare insieme e prendersi cura delle persone e dell’ambiente potrebbe essere l’esperienza umanamente più bella che potremmo fare!
Sono arrivata alla conclusione che non ha senso decrescere se non sei in grado di difenderti: verresti solo aggredito e inglobato da una civiltà in espansione (come è successo a tutte le comunità indigene “sostenibili” all’arrivo degli europei). Per cui auspico una situazione in cui paradossalmente si decresce in tutto ma non nell’investimento nella difesa.
Direi che allora la scelta giusta sarebbe l’autismo (difenderci con le nostre corazze autarchiche), pardon l’autoritarismo, pardon… mi manca la parola giusta: forse l’overflow delle informazioni ci ha resi dislessici (un’altra delle patologie di cui parla Jacopo)! Ah, e pardon: anch’io scado nella prima persona “plurale majestatis” che per Jacopo è un efficace e giustissimo espediente per farsi seguire nel ragionamento, per altri come forse noi commentatori sarebbe solo un’assurdo orgoglio-alibi. Di fronte al “noi” usato come corazza e clava anzichè come segno di fratellanza, anche la gara dei commenti egocentrici trova il suo spazio. E temo faccia terra bruciata attorno alle migliori idee. Probabilmente al di là delle intenzioni di chi commenta.
Penso anche io che il ruolo delle FFAA in un contesto di decrescita andrebbe analizzato in modo ben più approfondito di quanto di solito si faccia. “Si vis pacem para bellum” lo dicevano certi che di guerra ci capivano assai, epperò è anche vero che questi son discorsi molto facilmente strumentalizzabili da chi costruisce conflitti apposta per sostenere il proprio potere personale. Le dittature sono quasi sempre militariste ed i governi militari quasi sempre dittatoriali. Eppure la capacità di autodifesa è un fattore irrinunciabile. Il ruolo problematico del guerriero professionista (protezione o minaccia a seconda del contesto) è di tutte le società abbastanza complesse da avere questa figura. Ne parla assai bene G. Dumezil in uno dei sui libri più belli: “Heur et malheur du guerrier”.
Sto seguendo, direi ossessivamente, la situazione birmana. È un esempio estremamente interessante di come si mette in piedi in relativamente poco tempo (ma sostenuti da eserciti ribelli operativi da decenni) una resistenza micidiale ma non aggressiva.
Anche i curdi, seppur meno, sono un buon esempio. E ovviamente i nostri partigiani.
È l’esercito professionista ad essere pericoloso. Una rapida capacità di mobilitazione in caso di necessità è tutta un’altra cosa.
Dipende dal contesto, da quello che vuoi ottenere ecc. Un conto è. per esempio, condurre operazioni di guerriglia in zone impervie o in grandi città, altra occupare territori, altra ancora controllare i medesimi o respingere un e4sercito invasore. La guerra è un argomento estremamente complesso ed io non sono certo un esperto in materia.
Vero, infatti io non parlavo di come fare una guerra (che si spera che non ci sia), ma di porsi il problema di come non essere invasi nel momento in cui la creazione di una società veramente sostenibile si basa sul rifiuto di sfruttare risorse che farebbero gola ad altri, e su una minore disponibilità totale di materie prime ed energie.
Molti popoli indigeni e non contattati dipendono da protezioni internazionali e leggi varie, ma le loro possibilità concrete di autodifesa sono limitate e li costringono a rivolgersi a polizia e forze armate del paese in cui si trovano (es. Brasile o India).
Si, ma non è detto che milizie locali possano fare al caso. Intanto dipende dal tipo di avversario che si fronteggia. Eppoi spesso sono proprio le milizie irregolari a perpetrare i peggiori crimini di guerra, anche peggio delle truppe regolari che, tendenzialmente, sono meno aggressive verso i civili (meno non vuol dire che non lo siano e ovviamente ci sono abbondanti eccezioni).
Che una parte dell’umana gente sia condannata in modo definitivo e fatale, mi sembra sia più che evidente. Chi sarebbero questi disgraziati?
Di certo, credo , quella parte che non vuole ammettere che la natura umana è quella chè è proprio perchè è insaziabile, o, altrimenti detto, non accetta limiti. Al massimo si rassegna a sopportarli.
Che cosa c’è di più insondabile di un buco nero galattico?
Un’infinità di cose, ma questo può rappresentarle tutte più che degnamente.
C’è qualcun altro, di quel castello di carte dell’immagine che accompagna il post, che si chiede se possano esistere i buchi neri e se sì cosa nascondano?
Pare proprio di no.Solo noi Homo Sapiens sapiens.E senza una ragionevole ragione.
Ora, se aggrappati sul ciglio del dirupo in fondo al quale c’è la fossa dove potremmo finire estinti tutti quanti, stiamo (non tutti) ancora gingillandoci con la possibile terraformazione di Marte, il turismo spaziale con soggiorno selenita, mica di massa, per ora, sia chiaro, e ancora produciamo ammennicoli come questo:
https://www.dottorgadget.it/blog/tagliapizza-spada-laser/
invece per esempio, che convincere la gente a non abbandonare la plastica dappertutto, allora non so più che cosa pensare di sensato e il
“chi ha avuto ha avuto , chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato” credo sia il meglio che possiamo darci come proposito per il futuro, e, se sarà a breve,lungo o incalcolabile termine, chissenefrega.
Marco Sclarandis
Jacopo, non volevo dire niente di preciso né difendere il fatto di avere milizie sparse e fuori controllo in giro per il territorio, semplicemente che la questione di come difendere fisicamente una società della decrescita è cruciale. Osservando quello che succede ed è successo nel mondo noto:
1. che le società che hanno un minore impatto sul proprio ambiente sono vulnerabili nei confronti di aggressioni da parte di società che hanno consumato il proprio
2. che una società con un più alto “tenore di vita” è considerata migliore dai popoli vicini e quindi, a meno di non voler fare come la Corea del Nord (poveri) e cercare di sigillarsi del tutto, che comunque non funziona, bisogna “difendere” una società con bassi consumi anche dal punto di vista della competizione con società più opulente. Una maggiore eguaglianza di reddito potrebbe essere un modo per cui tutti siano soddisfatti anche senza avere chissà che grandi consumi pro capite.
Sono completamente d’accordo con te. E’ da tempo che ci rimugino e magari proverò a scriverne qualcosa anche perché questo è uno dei tabù che limitano l’orizzonte politico dell’ambientalismo italiano ed europeo.
Io non parlerei di “tabù” vero e proprio, quanto di ignoranza di cui si ostacola il coming out. La differenza pare sottile, ma non lo è, anzi credo che il sia uno dei frutti più avvelenati di un certo relativismo culturale…
Nello specifico, quando un ambientalista parla di difesa finisce spesso col parlare di pace tout court. Come superare l’impasse che ne consegue nel ragionamento?
La risposta non è facile, nel momento in cui siamo costretti a ragionare in termini di eserciti e armi. E’ come se finissimo col chiederci: cosa capiterebbe se…?
Cosa succederebbe, se i carrarmati non facessero più tutto quell’inquinamento? Se le munizioni non fossero più all’uranio impoverito? Se magari perfino compensassero la co2? Se i droni killer andassero a energia solare?
La mia personale risposta è questa: inutile arrampicarci sugli specchi del domani, quando basta vedere l’oggi. Gran parte dei cosiddetti “effetti collaterali” della cosiddetta “difesa” militare non sono in realtà collaterali. Ne sono il centro, oggi. A partire dal fatto che non siano deterrenza (pure chiacchiere e distintivo, il più delle volte, se va bene…), ma semplice Mercato della Morte. Cos’è un’arma, sennò? Se ce n’è qualcuna davvero difensiva nelle sue finalità e nella sua stessa progettazione, è solo l’eccezione che conferma la regola. Buona per dire che si sta facendo il possibile per restare umani (balle).
Diverso, è chiedersi come l’umanità posa difendersi efficacemente dalle sue pulsioni interne/internazionali di distruzione. Certo non lo può fare con gli strumenti di morte che OGGI dominano il Mitico Mercato.
O è forse il Mercato il vero nemico da cui difenderci? Ai posteri l’ardua sentenza, chè noi la Transizione Apocalittica la intravvediamo appena….
La questione è troppo complicata per sbrigarla in un commento. Qui posso solo dire che le armi sono oggetti progettati per fare il più male possibile, altrimenti non sarebbero armi, e che esistono da moltissimo prima del mercato ed esistono laddove di mercato nessuno ha mai sentito parlare. Le armi sono funzionali alla guerra e dunque credo che la domanda che ci dobbiamo porre è se sia possibile evitarla per sempre.
L’ambientalismo occidentale è diventato una specie di sottoinsieme di una sola parte politica, la sinistra. Io mi ritengo di sinistra (come principi se non altro), ma non è utile che il dibattito su temi ambientali sia così limitato o sia indissolubilmente legato ad altre prese di posizione (ad esempio sull’immigrazione o sul pacifismo) che non c’entrano o limitano il ventaglio di possibilità da considerare, quando non sono addirittura in contraddizione con obiettivi di tutela ambientale.
Sono d’accordo, ma il tentativo di elaborare una “terza via” è fallito.