Su stampa, televisione e Web si sprecano le analisi e le opinioni relative all’attacco militare USA contro il Venezuela che ha condotto all’arresto del presidente Maduro e della moglie. Nel mio piccolo, desidero semplicemente proporre tre grafici che condensano alla perfezione tutte le criticità fondamentali del paese sudamericano.
Fonte: oec.world
Pil pro capite Venezuela (fonte: Statista)
Essi descrivono un paese dove le esportazioni dipendono in maniera esorbitante dal petrolio, le cui quotazioni hanno determinato il benessere economico nazionale nonché la stabilità politica. Nel periodo 2006-08, Chavez nazionalizzò di fatto il greggio locale, imponendo pesanti condizioni alle compagnie straniere accettate solo dalla Chevron, mentre Exxon Mobil e ConocoPhillips sono state espropriate per il loro rifiuto (fonte).
Tra il 2008 e il 2012 il petrolio è arrivato a costituire oltre il 90% delle esportazioni, ma il regime di alti prezzi permetteva cospicue entrate che hanno alimentato il programma riformista-socialdemocratico di Chavez. Ma quando Maduro ha assunto la presidenza nel 2013, ha dovuto fronteggiare l’inizio del trend deflattivo del comparto idrocarburi.
Ciò ha provocato una grave recessione economica seguita da una graduale involuzione autoritaria: il neo presidente dal 2013 al 2015 ha governato quasi ininterrottamente tramite la ‘legge abilitante’ che gli permetteva di legiferare autonomamente senza l’approvazione del parlamento, rendendo così meno trasparente la sua azione di governo e favorendo forse operazioni poco convenzionali.
Il Cartel de los Soles con ogni probabilità è un’invenzione dell’Amministrazione Trump per giustificare la sua politica aggressiva contro Caracas, ma non si possono escludere tentativi di rimpinguare le casse attraverso il narcotraffico, similmente a quanto fatto in Siria da Assad con il fentanyl per compensare i mancati introiti dagli idrocarburi.
In ogni caso, le elezioni presidenziali del 2018, contraddistinte dal boicottaggio del principale partito di opposizione e da un’astensione superiore al 50%, testimoniavano definitivamente la fine del ‘sogno bolivariano’, trasformatosi al più nell’aspirazione a diventare un’appendice di Cina e Russia all’interno dei BRICS.
Anche la rivendicazione territoriale della Guayana Esequiba, che Maduro ha tentato di legittimare nel 2023 con un referendum consultivo, è parsa più che altro un tentativo in salsa nazionalista per riacquistare prestigio presso il suo popolo. Sanzioni statunitensi e ingerenze internazionali hanno sicuramente agevolato il tracollo, ma hanno accelerato e aggravato un processo già in corso.
Cosa accadrà ora? Trump è stato molto chiaro in proposito: gli USA “governeranno la transizione” e metteranno le mani sulle ingenti riserve petrolifere del Venezuela, stimate tre le più grandi al mondo. Si tratta però di petrolio extra-pesante, simile alle sabbie bituminose ma ancora più denso, il cui sfruttamento risulta molto costoso e quindi poco conveniente in regime di prezzi relativamente bassi (cioè al di sotto dei 100 dollari al barile).
La mia ipotesi è che l’Amministrazione Trump possa agire in maniera analoga a quanto fatto da quella Bush con l’Iraq: l’obiettivo prioritario potrebbe non essere tanto impadronirsi del petrolio straniero, ma escluderlo almeno temporaneamente dal mercato mondiale favorendo così una crescita delle quotazioni di cui avrebbero grande bisogno i produttori di shale oil statunitensi, che potrebbero rivelarsi in ultima analisi i veri beneficiari dell’operazione.
Nel frattempo, esponenti di punta del governo russo (Lavrov e Medvedev su tutti) hanno tuonato contro l’attacco e l’imprigionamento dei coniugi Maduro, tuttavia mentre scrivo Vladimir Putin non si è ancora espresso pubblicamente al riguardo.
Il leader del Cremlino aveva manifestato solidarietà al presidente venezuelano in una telefonata dell’undici dicembre scorso, ma non ha concesso alcun supporto concreto per prevenire un’azione militare che, in conseguenza del perdurante blocco navale della US Navy, era tutt’altro che imprevedibile.
Nonostante la perdita di un prezioso alleato nel continente americano, forse intravede alcuni aspetti positivi in questa crisi:
- tra le principali beneficiarie delle esportazioni petrolifere venezuelano ci sono Cina e India, che ora probabilmente si rivolgeranno alla Russia;
- un aumento del prezzo degli idrocarburi sarebbe una manna dal cielo per sostenere un’economia interna travagliata dagli sforzi per sostenere la guerra in Ucraina;
- l’iniziativa di Trump rientra perfettamente nella logica del “mondo multipolare” prospettato da Putin, che potrebbe giocarsi la carta della non interferenza del nuovo corso del Venezuela in cambio del ritiro di ogni forma di sostegno a Kiev (una condotta appena più radicale di quella già perseguita da tycoon).
Mi rendo conto di quanto sia arduo entrare nella mente dello Zar, ma mi sembra un quadro abbastanza plausibile, valido anche quando pronuncerà la probabile condanna di circostanza.



Intanto Trump conferma le sue mire sulla Groenlandia:
https://www.arctictoday.com/trump-repeats-call-for-greenland-annexation-declines-to-rule-out-force/
Come scrivevo anche sul mio blog, è incredibile quanto questi paesi, dopo mesi e anni di minacce continue e palesi, si facciano trovare completamente impreparati. Forse una certa sinistra dovrebbe rivedere i suoi miti “anti imperialisti”, visto che sono una manica di incompetenti odiati dai loro stessi cittadini.
La Corea del Nord ha il regime peggiore del mondo, però guarda caso, quelli nessuno li tocca.