Analogamente a quanto fatto con le consultazioni europee di due anni fa, propongo un’analisi del referendum costituzionale del 22-23 marzo prima concentrandomi sugli aspetti di maggior impatto mediatico, poi esprimendo una riflessione in salsa apocalottimista. Iniziamo con il tema che ha scosso maggiormente l’opinione pubblica, ossia stimare il colpo inferto dalla vittoria del NO al governo guidato da Giorgia Meloni.

Numeri alla mano, il consenso raggiunto dal SÌ ha superato quello espresso per i partiti dell’attuale maggioranza parlamentare alle trionfali elezioni politiche del 2022 (12.4 milioni di voti contro 12.3), malgrado un’affluenza minore di cinque punti percentuali. Un chiaro progresso rispetto alle bistrattate Europee del 2024 (appena il 49,6% di partecipazione), dove il centro-destra, pur primeggiando sui rivali, complessivamente ha superato di poco gli 11 milioni di consensi. 

Il confronto può far storcere il naso, essendosi espressi a favore della riforma anche Azione e alcuni esponenti del PD, mentre Italia Viva non aveva dato indicazioni precise in merito. Tuttavia, se la ricerca condotta da YouTrend sulle intenzioni di voto ai partiti rispetto al quesito referendario è corretta, solo una quota minoritaria di voti per il SÌ proviene da elettori non riconducibili alle forze di governo. 

 

  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr

 

Se il SÌ sembra incarnare abbastanza fedelmente il sostegno al centro-destra, possiamo parimenti associare i 14.4 milioni di elettori che hanno optato per il NO al cosiddetto “campo largo” (PD, AVS e M5S)? Oggettivamente, nulla lascia supporre un recupero di ben cinque milioni di voti rispetto alle Europee. Nemmeno i sondaggi più recenti dei principali istituti demoscopici fanno presagire uno scossone di tale portata.

  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Buffer
  • Evernote
  • Gmail
  • Delicious
  • LinkedIn
  • Blogger
  • Tumblr

 

Se, come pare, il NO si è imposto grazie al sostegno massiccio degli under 35, trattasi di una fascia di età (soprattutto per quanto riguarda la componente più vicina ai 18 anni) che si appassiona per cause di grande spessore come la tragedia palestinese, l’ambiente e appunto la costituzione, ma molto diffidente verso i partiti, mostrandosi pertanto incline all’astensionismo nelle consuete competizioni elettorali. Difficile ora immaginarli fedeli adepti del centro-sinistra.

Alla luce di quanto esposto, non mi sorprendono le voci di una Giorgia Meloni tentata di giocare la carta del voto anticipato: forse non ripeterebbe l’exploit di quattro anni fa, ma potrebbe ugualmente conseguire una maggioranza sufficientemente solida anche senza revisioni ad hoc della legge elettorale. Le dimissioni di Bartolozzi, Delmastro e Santanchè, unitamente alla rimozione di Maurizio Gasparri da capogruppo di Forza Italia al Senato per opera di Marina Berlusconi (che sta mettendo sulla graticola pure l’attuale segretario Tajani), potrebbero essere propedeutiche a questa decisione. 

Al di là del gossip politico, l’esito del referendum mi suggerisce due considerazioni. La prima molto leggera, ossia constatare l’ennesima dimostrazione di incompetenza degli esperti di comunicazione a cui si affidano ciecamente i partiti. Ossessionati dalle dinamiche dei social media, ambienti in cui urge consolidare la fedeltà dei propri seguaci, replicano pari pari le medesime strategie nella comunicazione politica, dove invece è prioritario guadagnarsi il consenso di indecisi e votanti “trasversali”, cioè non rigidamente ancorati a un determinato partito o schieramento. 

Con rare eccezioni, la campagna a favore della riforma Nordio si è basata su argomentazioni utili a scaldare il cuore e la pancia del popolo di destra, come la retorica sui “giudici di sinistra” e i continui riferimenti a Silvio Berlusconi nella sua eterna crociata contro i magistrati. Espedienti buoni per fare il pieno di like sui Facebook, Instagram e TikTok, non certo per convincere quella fetta di elettorato molto meno ideologizzata e determinante per le sorti del SÌ.

Ancora più deleterio è stato buttarla in caciara paventando stupratori e pedofili liberi di scorrazzare per il paese in caso di vittoria del NO, o sfruttare strumentalmente casi di cronaca giudiziaria vecchi e nuovi (processo a Tortora, “famiglia nel bosco”, omicidio di Garlasco, ecc.). Senza dimenticare l’osceno consiglio del ministro della giustizia a Ely Schlein, secondo cui la riforma “gioverebbe anche al PD”, nell’ottica di una magistratura prona al governo a prescindere dal suo colore.

Gli stessi consulenti che hanno convinto Meloni e soci ad alzare prepotentemente i toni in campagna elettorale avranno poi suggerito di tenere un basso profilo, ostentando la serena accettazione di una sconfitta sminuita a incidente di percorso senza particolari strascichi (come nel video girato dalla premier quando, a scrutinio in corso, si profilava oramai la disfatta). Essendo i protagonisti della politica nostrana già bravissimi a sbagliare da soli, consiglierei loro di sbarazzarsi di queste figure tanto inutili quanto lautamente pagate. 

Seconda osservazione, decisamente più seria: siamo alla terza proposta di modifica costituzionale bocciata dai cittadini, dopo quelle varate sotto i governi Berlusconi (2006) e Renzi (2016). Tutte accomunate dal fatto di appellarsi a problemi concreti (farraginosità del bicameralismo perfetto, abolizione di enti di dubbia utilità, correntismo all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, ecc.) come paravento per introdurre misure volte a indebolire la divisione tra i poteri dello stato a vantaggio dell’esecutivo, trasformando la figura del presidente del consiglio da primus inter pares a dominus del governo (dopo la separazione delle carriere dei magistrati, la riforma sul premierato dovrebbe essere la prossima a iniziare l’iter parlamentare). 

Vanno nella stessa direzione anche le proposte di legge ordinaria allo scopo di garantire la “governabilità”, in primis quelle che prevedono cospicui premi di maggioranza per la coalizione uscita vincitrice dalle urne. Sebbene in misura differente, destra e sinistra invocano la stabilità di governo per svariate ragioni, ma soprattutto quale condizione necessaria per la crescita economica. 

In questo sono sicuramente spalleggiate da importanti potentati. Afferma il centro studi di Confindustria: È importante, anche nei prossimi anni, riuscire ad avere Governi stabili e a mantenere una determinazione condivisa trasversalmente tra le forze politiche su alcuni punti cruciali dell’azione di governo”. Tradotto dal politichese, significa all’incirca: “Poco importa chi vinca le elezioni, chi si trova al potere deve avere le mani libere per portare avanti la nostra agenda”.  

A parte il carattere palesemente antidemocratico di tale concezione, l’idea della stabilità di governo come condizione necessaria per la crescita è ampiamente smentita dalla storia: in Italia, tra il 1958 e il 1972 (gli anni del boom economico) in tre legislature si alternarono ben quindici esecutivi, la cui durata media è stata quindi inferiore ai dodici mesi. Tuttavia, la fase della crescita economica “sana”, dove cioè i benefici superano i costi marginali, come ha ben spiegato Hermann Daly (tra gli altri) è ampiamente alle spalle dei paesi a industrializzazione matura. 

A quel punto, per grattare il fondo del barile del PIL, l’unica strada percorribile rimane l’estrazione violenta di valore dalla società umana e dagli ambienti naturali, nel contesto di un capitalismo che oramai cannibalizza se stesso per tirare a campare. Ben lungi dal rappresentare un fenomeno estemporaneo, Donald Trump, con il suo aperto disprezzo per tutele democratiche, diritto del lavoro ed ecologia, rappresenta il modello ideale a cui tendere, al netto di stramberie e deliri di onnipotenza.

La costituzione repubblicana non deve essere un feticcio, è figlia del suo tempo e alcune parti sono obiettivamente migliorabili. Tuttavia, memori della lezione appresa con l’ascesa del fascismo, i padri costituenti hanno dispensato preziosi anticorpi utili a contrastare le patologie politiche dei nostri giorni. La loro Carta prevede infatti un assetto istituzionale e dei meccanismi di garanzia che fungono da sabbia nell’ingranaggio per i tentativi di accentrare il potere e forzare la mano in senso più o meno autoritario.

Pertanto, in mancanza di meglio, consiglierei di tenercela stretta il più possibile.

 

Fonti dei dati elettorali

Referendum costituzionale 2026

Elezioni politiche 2022

Elezioni europee 2024

Share This