Nella mappa molto semplificata, le frecce verdi indicano rapporti interstatali amichevoli ed alleanze, quelle arancioni situazioni di tensione e quelle rosse conflitti aperti. La freccia gialla indica i rapporti difficili, ma non per il momento tesi, fra Cina e USA.
Analizziamo meglio come quanto scritto nei due precedenti post (Guerra quasi-mondiale 1 e 2 leggibili rispettivamente qui e qui) si articoli sul piano geografico. Abbiamo due principali “nuclei bellici”, ben distinti: la guerra tra Russia e Ucraina in Europa e la guerra tra Israele e USA contro l’Iran in Medio Oriente. Per ora sono indipendenti, ma potrebbero confluire a causa del contesto sia regionale che globale.
La guerra russo-Ucraina, perlomeno dal 2022, non riguarda più solo questi due paesi, ma praticamente l’intero “nord del Mondo”. Inizialmente, infatti, la NATO ha sostenuto l’Ucraina, sia pure in misura tale da assicurare, comunque, un netto vantaggio strategico alla Russia; forse per indurre Putin ad accettare un compromesso.
Non è dato sapere il motivo di tale scelta, ma probabilmente fu dovuta ad una combinazione di fattori fra cui il pietoso stato degli arsenali occidentali e la volontà di non rompere del tutto con Putin, il quale assicurava ottimi affari agli oligarchi euroamericani. Forse anche il timore che una sconfitta russa ne provocasse una “balcanizzazione” di scala continentale dagli esiti imprevedibili.
Con l’avvento di Trump, questa politica è stata archiviata e gli USA hanno tentato di imporre la resa a Ucraina ed europei, senza neppure consultarli. Lo scopo, probabilmente, era dimostrare al mondo che gli USA possono disporre in tutto e per tutto dei loro satelliti. Eppure ha fallito, ottenendo anzi l’effetto opposto: per la prima volta dal 1945 l’Europa non si è allineata alle scelte americane. Anzi, ha accresciuto il sostegno all’Ucraina, la quale è riuscita ad abbandonare il ruolo di questuante per assumere un rilievo geostrategico notevole, trattando da pari a pari con vari stati del mondo, anche importanti come Arabia Saudita e Giappone.
Ciò approfondisce progressivamente la frattura fra gli USA e gli altri membri della NATO che, oramai, si stanno riorganizzando senza più considerare lo “zio Sam” un alleato, semmai una minaccia potenziale. Percezione accresciuta dalla evidente e persistente collaborazione tra Putin e Trump che, sia pure per motivi diversi, anelano entrambi a schiacciare i paesi europei. In fondo, è proprio aver capito tale intento, ancor più che l’insofferenza verso sedici anni di regime di Orban, ad aver convinto la maggioranza degli ungheresi a voltare pagina.
In estrema sintesi, in vista dell’attacco all’Iran, Trump si è giocato il sostegno politico, economico e militare di tutti gli alleati tradizionali, non solo europei ma anche asiatici e persino delle milizie locali medio-orientali: più nessuno si fida degli USA, considerati sempre di più un’entità ad un tempo pericolosa e ridicola.
La seconda guerra importante in atto è molto più complicata perché, attorno all’offensiva israelo-americana e alla risposta iraniana, ruotano molti altri elementi. Innanzitutto l’attacco iraniano ai paesi arabi che, finora, non hanno risposto, ma forse lo faranno in futuro. Per il momento, stanno cercando appoggi indipendenti dagli USA, evidentemente non ritenuti più affidabili. Tra questi nuovi interlocutori svettano Ucraina e Pakistan.
Quest’ultimo, in particolare, è al centro di una rete complessa. Si trova in guerra aperta con l’Afghanistan e costantemente sull’orlo dello scontro armato con l’India, mentre è un alleato stretto della Cina e coltiva pure buoni rapporti con gli USA. Si era quindi proposto come mediatore ma, dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, ha optato per onorare l’alleanza con l’Arabia Saudita e gli Emirati, inviando truppe ed aerei, in cambio (guarda caso) di contanti di cui ha disperatamente bisogno.
Tutto ciò si intreccia con le diverse guerre civili in corso nei dintorni, alcune al momento quasi sopite, come quella irachena, altre conclamate come quella yemenita. La sudanese è la peggiore di tutte e in varia maniera coinvolge decine di altri paesi, compresi arabi, iraniani, Isrealiani, ucraini, americani, russi e cinesi. Il tutto attraversato da una minaccia molto concreta di guerra dell’Egitto all’Etiopia.
Terzo polo di forte tensione, potenzialmente bellico, è l’Asia orientale. La Cina minaccia apertamente Taiwan, ma in modo più o meno esplicito quasi tutti i vicini che, finora, sono stati relativamente tranquilli sotto l’ombrello americano, ora non più certo e comunque irreparabilmente indebolito dallo scontro con l’Iran.
Ne risulta una polveriera su cui la Cina continua a soffiare con un’accorta “politica del carciofo“, con l’obiettivo di mettere gli avversari con le spalle al muro senza bisogno di combattere. Tuttavia, l’opzione bellica rimane certamente sul tappeto, visto il costante incremento del budget militare, anche a fronte della grave crisi economica che attraversa il paese.
Quanto ai rapporti fra Cina e Iran, giunge notizia, non confermata, che il gigante asiatico avrebbe inviato al suo sodale consistenti rifornimenti di precursori chimici per i carburanti dei missili anti-aerei leggeri, oltre a radar di ultima generazione e alla disponibilità di informazioni utili a colpire bersagli americani mobili come navi e aerei a terra. Se fosse realmente così, un altro tassello per saldare i tre focolai in uno solo sarebbe già stato posto in opera.
Questi tre poli sono collegati dai rapporti che intercorrono fra i quattro nodi principali della rete economica globale, quella in cui tutti noi viviamo: UE, USA, Cina e Medio Oriente. L’Europa si sta concentrando sul fermare la Russia e sganciarsi almeno in parte dagli USA, anche a costo di stringere maggiormente i rapporti con la Cina. Per ora si sta tenendo alla larga dal vespaio iraniano, ma la recessione scatenata dall’attacco israelo-americano è globale quindi coinvolge anche noi, sia pure indirettamente.
Gli Usa stanno sistematicamente attaccando l’Europa sul piano politico ed economico (in sinergia, se non addirittura d’intesa, con la Russia) e hanno scatenato l’inferno nel Golfo Persico. Non si capisce come vogliano comportarsi con la Cina, probabilmente trattare una sorta di spartizione. Di sicuro non intendono difendere Taiwan, visto che stanno parzialmente smobilitando la loro presenza militare nel settore, come del resto in Europa.
La Cina intende certamente conquistare Taiwan (in un modo o nell’altro) ed espandere il proprio impero trasformando gli altri paesi circonvicini in satelliti. Ma non è assolutamente chiaro fin dove pensino di spingersi, né con quali mezzi; e neppure se davvero siano in grado di farlo.
Gli spettacolari fiaschi della “operazione militare speciale” di Putin e dell’ “Epic Mistake” di Trump dovrebbero aver insegnato che la netta superiorità militare può non bastare a soggiogare un nemico ostinato e sostenuto da alleati affidabili. Nel frattempo, la Russia è diventata in tutto e per tutto un satellite e parzialmente una colonia cinese, cosa che garantisce a Pechino ampi spazi di manovra aggiuntivi, sia politici che militari.
Nel Golfo la situazione è di caos totale, con danni oramai di tale portata che sarebbero necessari anni per ripristinare i flussi economici precedenti. Anzi, è probabile che non tornino mai più a quei livelli. Contemporaneamente continuano le offensive israeliane nei territori palestinesi, in Libano e, marginalmente, in Siria. Ciò malgrado l’attuale governo siriano abbia riscosso contro Hezbollah e Iran più successi di quanto non ne abbia ottenuti Israele.
Una nota a margine importante è ricordare il sostanziale e duraturo sodalizio fra le attuali leadership di Israele, USA e Russia.
La possibile saldatura
E’ possibile che questi tre nuclei di crisi acuta, le due guerre attuali e quella potenziale, restino separati, ma potrebbero saldarsi. Anzi, sul piano economico e politico lo sono già perché, in modi diversi, coinvolgono e danneggiano tutti e quattro i principali nodi della rete economica globale, attorno ai quali sono strutturate tutte le principali filiere produttive e rotte commerciali del mondo. Gli effetti globali ne sono quindi amplificati in tanti modi, largamente imprevedibili.
Sul piano politico, gli USA sono drasticamente ridimensionati, se non quasi scomparsi come attore geostrategico, mentre l’Europa annaspa solo per provare a costruirsi uno straccio di vera sovranità, sempre che ci riesca. India ed Indonesia rimangono grandi paesi, ma marginali, cosicché, in buona sostanza, il famigerato “cerino” è attualmente in mano a mr. Xi.
Questi potrebbe infatti usare il suo potere e prestigio (tuttora notevoli malgrado la grave crisi cinese) per porre le proverbiali “pezze fredde” sui focolai più caldi. Ad esempio allentando la pressione su Taiwan, inducendo Putin ad accettare un compromesso ragionevole e mediando un armistizio tra USA e Iran, cortocircuitando così Israele.
Oppure potrebbe decidere che la debolezza americana sia l’occasione di saldare il vecchio conto del “secolo delle umiliazioni” con tutti. E forse non avrebbe neppure bisogno di coinvolgere il suo paese direttamente in guerra. Immaginiamo che ordini un blocco aereo e navale di Taiwan, senza attaccarla direttamente: USA, Giappone, Australia, ecc. cosa farebbero? Si assumerebbero la responsabilità della prima cannonata, oppure lascerebbero perdere, come abbiamo fatto noi europei con la Crimea e parte del Donbass nel 2014?
Contemporaneamente, fanterie nord-coreane e mezzi cinesi potrebbero permettere alla Russia di attaccare l’Europa in maniera diretta, molto prima di quanto si pensi, facendoci trovare del tutto impreparati. In tal caso come agirebbero gli USA, che nel frattempo si sono giocati buona parte delle loro riserve in Iran e certamente ora non sono nostri amici?
L’Iran stesso, opportunamente alimentato e sostenuto, sarebbe perfettamente in grado di portare la guerra in buona parte del Medio Oriente. Un complesso di imprese che, in un diverso contesto ambientale, potrebbero effettivamente fare della Cina la potenza egemone a livello globale per almeno un secolo.
Tuttavia, il contesto non lo consentirebbe comunque. Pertanto, non lo consentirà.
Il contesto
Non tornerò qui sulla dinamica del collasso della civiltà industriale e sulla conseguente drastica e rapida contrazione della popolazione umana, perché sull’argomento la letteratura è immensa, disponibile a tutti dagli anni Settanta in poi, senza soluzione di continuità. Su questo, come su altri blog, si possono reperire decine di articoli in proposito; chi fosse interessato potrà facilmente trovarli e consultarli. Libri e testi autorevoli sono disponibili in molte biblioteche ed acquistabili on line.
Mi limiterò quindi a ricordare che, mentre dalle distruzioni dei precedenti conflitti c’è stato un recupero, qualora la situazione sfuggisse ulteriormente di mano ai numerosi e perlopiù incapaci burattinai, non sarà possibile porvi rimedio perché ci troviamo già sulla parte discendente della curva. Con riferimento al celebre scenario “Business As Usual” de I limiti alla crescita, è molto probabile che il picco globale della produzione industriale sia avvenuto nel 2025.
Se così fosse (e lo sapremo solo tra alcuni anni) il picco della produzione agricola seguirà a breve e quindi l’inizio della parabola discendente della popolazione globale (ma non necessariamente in maniera uniforme in ogni angolo del pianeta). La data (molto indicativa) attualmente più gettonata è il 2030. Guerre grandi e piccole non stanno creando la crisi globale che anzi si sviluppa come da programma oramai dal 2008 (almeno); però ne accelerano notevolmente le dinamiche e ne esasperano gli effetti più terribili.
Finora, tutto le azioni intraprese da Putin, Trump, Xi e Netanyahu sono servite solo a rendere più rapido il l’inevitabile declino. Moltissimi altri li coadiuvano, direi quasi tutti gli uomini e le donne di potere, come anche la quasi totalità dei comuni cittadini, tuttavia quei quattro figuri possiedono da soli un livello di responsabilità analogo a quello di tutti gli altri esseri umani messi insieme o quasi.
N.B. il grafico è aggiornato sui dati reali fra il 1972 ed 2020.

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