Nello stesso mercatino dell’usato di Cervia in cui acquistai il terrificante libro L’ecologista ragionevole di Patrick Moore, ho trovato la ben più pregevole raccolta di saggi Nel nostro tempo del poeta premio Nobel della letteratura Eugenio Montale, pubblicata nel 1972 (curiosamente, lo stesso anno de I limiti dello sviluppo). Tra tutti i contributi, ho deciso di presentare sul blog uno che ritengo particolarmente pregnante.
Il “nostro tempo” di cui parla Montale era quello in cui la televisione stava iniziando la sua dittatura comunicativa, per cui sembra strano proporre questo testo oggi, cioè nel momento in cui tale medium si trova oramai in fase declinante in favore dei social media e delle piattaforme digitali. Riporto integralmente il testo con i miei commenti tra parentesi in corsivo.
***
La sostituzione della parola con altro dalla parola, con differenti mezzi espressivi, è la prova che l’uomo è stanco di essere uomo, e quindi è perfettamente logico che egli espunga dalle sue manifestazioni ogni riferimento alla sventurata condizione umana.
Perché i pittori non dipingono più la figura umana e il paesaggio in cui vive l’uomo? Perché dietro l’uomo e dietro il suo reale habitat è pur sempre nascosta l’insidia della parola. Un’opera d’arte che si possa spiegare, tradurre in termini di linguaggio appartiene ancora al vecchio mondo che si illudeva dispiegare, di giustificare, di capire: è un’opera che non si muove, che nasce vecchia.
Reso balbuziente il linguaggio – al quale si riconosce una utilità non più che pratica, di segno utilitario – si mostra inutile la conversazione, ridicola l’affermazione di opinioni che pretendano di cristallizzare in un senso o nell’altro il flusso della vita. Resta il problema della comunicazione, tutt’altro che insolubile sul piano della vita pratica. Si possono comunicare non idee, ma fatti e bisogni, con l’arte del segno, dell’allusione, con l’impiego di particolari cifrari; e a questo provvede la scienza delle comunicazioni visive.
[ L’avvento dei media digitali, benché pensati per ovviare alla comunicazione unidirezionale di radio e televisione, mi sembra aver favorito ulteriormente la “fine della conversazione” di cui parla Montale. Perché un confronto dove ci si limita a scambiare sentenze apodittiche, situazione tipica dei social network, non è una vera conversazione]
La quasi totale scomparsa della conversazione ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano intorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato, assiste al loro colloquio.
[Oggi invece sul Web abbiamo un’inflazione di esperti o presunti tali. Emergono ancora, tuttavia, alcune figure che, per dei meriti in qualche particolare campo, sono poi assurti a tuttologi dalle cui labbra pendono intere masse: il caso di Alessandro Barbero mi pare abbastanza eloquente]
Intanto coloro che reggono la vita pubblica – politici, amministratori, uomini d’affari – non potrebbero impunemente mostrarsi a vuoto di idee generali, di opinioni; e quanto più il vuoto è reale tanto più essi sono tenuti a coprirlo col vento della loro
verbosità. Non altrimenti potrebbero andare le cose perché il linguaggio – veicolo di ogni opinione – è appunto in crisi. Una importante scuola filosofica si è sforzata di dimostrare che il linguaggio non afferra enti reali ma fantasmi.
L’uomo, sostanzialmente, non sa nulla di sé, ma per vivere deve darsi significati del tutto provvisori. Il filosofo è consapevole della sua ignoranza, ma è necessario impedire che l’uomo della strada si renda conto dell’ignoranza dei clercs e dei filosofi. Si riesce a impedirlo?
Un tempo si riusciva, perché gli uomini di dottrina, col sussidio della religione o di qualche filosofia positiva, erano ancora uomini di opinione; e soprattutto perché gli uomini indotti erano tenuti fuori dal circolo del pensiero. Gli uomini autorizzati a pensare erano pochi; la bomba del pensiero era custodita da rari specialisti che non avevano alcun interesse a farla scoppiare.
Oggi la bomba è scoppiata e anche l’analfabeta ha il sospetto che la sua ignoranza valga la più scaltrita dottrina. Scompare dunque quella figura collettiva, sempre alquanto ipotetica ma composta di figure reali, che si chiamò « il pubblico». Non c’è pubblico vero, cioè profano, per l’arte d’oggi: c’è solo una sterminata massa di conoscitori, di complici, di artisti in atto o in potenza.
[Questo sembra davvero scritto oggi, nell’era degli intellettuali da Google e dei “content creator”!]
All’interno di questa massa si potrà determinare qualche conflitto: non però tale da minare l’efficienza complessiva dell’insieme: una teoria in sé non nuova, che fa dell’arte un puro fatto ludico, un giuoco. Non ci sono congiure; c’è soltanto una spontanea convergenza di interessi creati.
È fatale, è inevitabile, che l’industria culturale fondi le sue fortune, non sui valori, che sono pochi, ma sui disvalori, che sono
molti e sono aggressivi e pronti a mimetizzarsi per restar sempre in cresta, nuovi e attuali.
[L’aggressività rappresenta la principale strategia comunicativa sul Web (il famigerato ‘dissing’), notoriamente per i pesci piccoli della Rete un modo efficace per crescere è attaccare pesantemente qualcuno di grosso nella speranza che replichi dando visibilità. Un altro chiodo sulla bara della conversazione, insomma]
Se poi lo spirito umano così suddiviso e polverizzato possa ancora permettere il suo accentramento in qualche opera o figura d’importanza capitale, è problema che non si può trattare. Per dirlo bisognerebbe sapere se lo spirito è, a modo suo, una sostanza limitata; nel qual caso, largito a tutti in piccole dosi, esso non consentirebbe più grandi masse e accumulazioni.
[Il dubbio di Montale permane ancora oggi; perlomeno io non ho una risposta risolutrice in proposito]
Mah, oggi tra narcisismo sfrenato ed effetto Dunning-Kruger mi sa che siamo messi anche peggio rispetto ai tempi di Montale. Proprio in una fase storica in cui avremmo bisogno di tutt’altro.
Vero, bisognerebbe anche capire però dove le cose sono migliorate.
Be’, c’è molto più materiale a disposizione, molta più conoscenza scientifica e di altro tipo a portata di click, se sai dove cercare. Il problema sono i bias di conferma.