N.B. Il nuvolone di fuffa è denso; qui di seguito un tentativo di fare chiarezza, senza alcuna pretesa né di completezza, né di precisione. Si tratta semplicemente di una “media ponderata” fra numerose fonti di diversa impostazione e lingua, nella speranza di non sbagliare di molto.
Guerra Iran – USA + Israele
Non è ancor detta l’ultima parola e il recentissimo “scambio di cortesie” fra Iran e USA potrebbe mandare tutto a monte, con sviluppi assolutamente imprevedibili. Ma da oltre un mese a questa parte Trump sta disperatamente cercando di squalgliarsela con una foglia di fico che gli iraniani sono fermamente intenzionati a negargli.
Ne risulta uno stallo in cui nessuno dei due ha la forza di risolvere la faccenda per via militare, meno che mai gli USA dopo che hanno concesso al nemico un mese abbondante per ripristinare le basi missilistiche prima messe fuori combattimento. Nel frattempo, i danni sono enormi non solo per i contendenti, ma per il mondo intero. Comunque, se anche solo una parte di quanto risulta scritto nel famigerato memorandum si tradurrà in azioni concrete, il quadro strategico in Medio Oriente muterà drasticamente. Ancor più di quanto non sia già cambiato.
La presenza e il peso degli USA ne escono infatti notevolmente ridimensionati e, probabilmente, sempre di più lo saranno, mentre l’Iran (con il suo orripilante regime) ne esce notevolmente rafforzato, malgrado i notevoli danni subiti. Anche se quelli di guerra non fossero mai pagati (probabile), l’abolizione delle sanzioni, il pizzo sul Hormuz e la restituzione degli asset sotto sequestro sarebbero infatti ampiamente sufficienti per ricostruire e rafforzare il potenziale bellico degli ayatollah, così come la loro presenza militare in Iraq e, probabilmente, anche in Libano ed in Yemen.
Non si può neppure escludere un ritorno in Siria, da cui le milizie filo-iraniane erano state spazzate via dagli attuali governativi. Viceversa, è interessante che nessuna delle condizioni poste dall’Iran riguardi neppure di striscio il funesto fato dei palestinesi. In pratica, se gli americani sbaraccheranno, lasceranno il proverbiale “cerino in mano” ai loro alleati locali: petrocrazie arabe ed Israele, che non gliene saranno certo grati.
Gli arabi stanno già correndo ai ripari su due fronti. Uno è migliorare i rapporti diplomatici e commerciali con iraniani e cinesi alla faccia degli americani; l’altro è consolidare l’alleanza militare con tre paesi sunniti dotati di considerevoli forze armate, ma molto bisognose di quattrini subito: Egitto, Pakistan e Turchia.
Quello ad oggi messo peggio è proprio Israele, paese “cocchino” di Trump e, pare, ideatore di questa guerra. A parte i danni che anch’esso ha subito durante i bombardamenti, l’orizzonte politico gli si è fatto molto scuro. Non solo il regime iraniano esce molto rafforzato da tutti i punti di vista, ma mentre finora l’ostilità verso Israele era solamente un pretesto per giustificare la sua politica espansionista, da ora in poi l’inimicizia è ben motivata e il desiderio di vendetta sarà accuratamente coltivato per molto tempo. I preti di ogni fede sono soliti avere buona memoria ed essere vendicativi.
D’altro canto, il processo di normalizzazione dei rapporti fra Israele e gli arabi, già interrotto dalla Guerra di Gaza (che poi una guerra non fu), difficilmente sarà ripreso, per non provocare i vicini ayatollah. Nel frattempo, la politica genocidaria perseguita a Gaza e nella West Bank ha sdoganato l’antisemitismo, finora sopito, in tutto il mondo. A tutto danno delle comunità ebraiche in Israele e nel mondo, malgrado molte di queste siamo assolutamente contrarie al governo di Netanyahu.
In Libano resta da vedere cosa succederà, ma non è probabile che gli israeliani riescano a schiacciare definitivamente Hezbollah. Specialmente ora che l’Iran ha vinto la guerra e che Israele si è giocata la possibile amicizia con la Siria, il cui governo ha invece ottenuto contro Iran ed Hezbollah molto di più di quanto abbiano conseguito Israele ed USA insieme.
Congrats!
Guerra Russia-Ucraina
Qui la partita è invece ancora aperta, anzi apertissima. In estrema sintesi: lungo il fronte, non c’è una “linea”, come spesso si legge, bensì una fascia di circa 10 km di profondità in cui le opposte forze si accavallano, sovrappongono e scontrano in modo alquanto confuso.
Al nord questa fascia è praticamente stabile, al centro avanza molto lentamente a favore dei russi, mentre al sud altrettanto lentamente a favore degli ucraini. Da qualche mese il saldo è molto leggermente a favore dell’Ucraina, ma ha un’importanza più psicologica e politica che militare.
Inoltre, è una tendenza che si può invertire in qualunque momento. Sul piano logistico, entrambi i contendenti impongono un severo pedaggio ai rifornimenti del nemico e, anche qui, nel Donbass prevale la Russia, mentre nel sud prevale l’Ucraina, specialmente in Crimea i cui contatti con la terraferma non sono del tutto tagliati, ma risultano molto ridotti, lenti e costosi in termini di perdite umane e materiali.
Sul piano dei bombardamenti strategici, entrambi colpiscono tutta la gamma di obbiettivi abituali (fabbriche, ponti, posti comando, depositi, ecc.), ma con una differenza sostanziale nell’impostazione. I bombardamenti russi sviluppano un maggiore volume di fuoco, ma sono meno precisi, colpendo regolarmente anche obbiettivi prettamente civili come ospedali, quartieri residenziali, chiese, ecc.
L’Ucraina dispiega un minor numero di vettori, ma con una maggiore precisione e, al netto di qualche incidente, colpiscono esclusivamente installazioni di elevato interesse militare e industriale: la grave crisi dell’industria petrolifera russa non è l’unico risultato di questa campagna. Una tale differenza dipende, probabilmente, in parte dalla disponibilità per l’Ucraina di sistemi di guida più sofisticati, dall’altro da una diversa impostazione della difesa anti-aerea.
L’aspetto più interessante è l’evoluzione del rapporto di forze. Rispetto al 2024, la Russia ha perso il primato in fatto di artiglierie e mezzi corazzati, mentre mantiene una superiorità numerica in materia di fanterie e di aviazione. Sul mare la prevalenza è invece tutta ucraina, anche se la Russia può ancora colpire i porti e le navi ucraine con l’aviazione.
Sul piano economico e finanziario, l’Ucraina dipende completamente dagli alleati europei che, grazie all’indebitamento ed alla stipula di numerosi contratti fra imprese ucraine ed europee, hanno oramai il controllo finanziario del paese. Una forte limitazione alla sovranità futura dell’Ucraina, ma anche una fortissima garanzia perché, tanto maggiore è l’impegno economico ed industriale delle imprese europee, tanto maggiore sarà la propensione dei relativi governi a mantenere il sostegno politico e militare.
Abbandonare un alleato è pratica a cui abbiamo assistito molte volte; abbandonare i propri oligarchi invece mai. Un aspetto molto importante in vista delle numerose elezioni che, nel 2027, si terranno in Europa e che potrebbero portare al potere partiti di estrema destra, finora apertamente filo-russi.
Dal canto suo, economicamente, la Russia si trova in acque ancora peggiori perché il calo dei prezzi del petrolio, assieme agli ingenti danni inflitti dalle “sanzioni a lungo raggio” ucraine, hanno creato una voragine che né il parziale sostegno cinese, né il mercato indiano, né l’indiretto sostegno americano sembrano poter colmare, per ora.
Sul piano politico, infine, mentre Trump continua a picconare la NATO e l’adesione dell’Ucraina alla UE va per le lunghe, i “cosacchi” si sono già capillarmente intrecciati con i principali paesi europei. Non solo tramite i legami finanziari e industriali di cui ho fatto cenno, ma anche sul piano strettamente militare in quanto oramai gli ucraini partecipano a tutte le esercitazioni NATO (da dove regolarmente escono vincitori) e sono sempre più richiesti come istruttori e consulenti. Grazie alla guerra in Iran, adesso anche in diversi paesi arabi, oltre che in Canada ed altri “quasi ex” alleati degli USA. Tutti servizi che, ovviamente, hanno una contropartita.
Insomma, a mio avviso la novità principale è il cambio di postura dell’Ucraina rispetto agli alleati (in realtà solo parzialmente tali). Da questuante a controparte che, certo, ha bisogno di aiuto, ma è pure in condizione di offrirne.
Con la rapida liquefazione degli USA, e conseguentemente della NATO, sempre più soggetti in Europa si rendono infatti conto che la propria sicurezza dipende in buona misura proprio dall’Ucraina, le cui forze armate sono oggi più numerose e capaci di tutti gli eserciti europei messi insieme o quasi.
Tuttavia, la Russia non è né al fondo delle proprie risorse, né incapace di reagire e adattarsi, per cui il fatto che attualmente le cose vadano meglio per l’Ucraina non significa che questa abbia già vinto, come affermano certuni. Esattamente come un anno fa non era vero che avesse già vinto la Russia, come sostenevano cert’altri.
La partita è dunque aperta e, salvo colpi di scena, non si chiuderà presto. Un fatto però certo è che il vantaggio russo si è molto ridotto e in alcuni settori invertito. La domanda è: la tendenza degli ultimi sei mesi andrà rafforzandosi o scemando?
Ci sono buoni motivi per pensare entrambe le cose, anche se, comunque, gli scopi inizialmente dichiarati da Putin sono irreparabilmente compromessi.
L’immagine serve per dare un’idea della complessità di un campo di battaglia odierno, con buona pace di chi parla di “guerra di trincea come nella I Guerra Mondiale”.


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