Quando ho pubblicato il post sul referendum svizzero per contenere la popolazione entro i dieci milioni di abitanti, non sapevo che Ugo Bardi si fosse già espresso al riguardo sul blog ospitato da Il Fatto Quotidiano, altrimenti l’avrei sicuramente citato e commentato. Già dal titolo (“Il referendum in Svizzera è stato superfluo: la crescita della popolazione sta già rallentando”) emerge il giudizio negativo sull’iniziativa. 

Per Bardi, infatti, non solo il tasso di fertilità svizzero si trova molto al di sotto della soglia di sostituzione (1,3 figli per donna) ma l’unico fattore che attualmente contribuisce all’incremento della popolazione, cioè i fenomeni migratori, non deve preoccupare perché nella grande maggioranza dei casi riguarda cittadini di paesi della UE, anch’essi in crisi di natalità, per cui sono destinati gradualmente a scemare.

Pertanto, la prospettiva per il futuro gli sembra esattamente opposta a quella paventata dal quesito referendario, ossia lo spopolamento, eventualità a cui la Confederazione elvetica, al pari degli altri paesi industrializzati con trend demografico simile, dovrebbe prepararsi per affrontarla efficacemente.

Bardi si limita alla mera contabilità della popolazione omettendo ogni riferimento al pesante overshoot della Svizzera, la cui impronta ecologica, come segnalato nel mio post, supera la biocapacità del 340%. Un elemento affatto trascurabile: giusto per farsi un’idea, per rientrare nella capacità di carico facendo leva unicamente sul calo demografico naturale, a parità di consumi pro capite e immaginando di azzerare l’immigrazione, servirebbero circa 4 secoli (calcolo di AI Gemini).

A fronte di ciò, la riflessione del chimico fiorentino, sulla carta sensata, perderebbe così ogni parvenza di ragionevolezza. Possibile che, a un membro del comitato esecutivo del Club di Roma e cultore della sostenibilità, sia sfuggito un dato tanto macroscopico? Spiegare io a lui che una situazione di overshoot può essere solo temporanea e non protratta indefinitamente sarebbe un atto di ignobile supponenza di cui non voglio certo macchiarmi; i dubbi, però, sorgono spontanei, pensando anche a quanto espresso in altri suoi contributi.  

Bardi non ha rigettato l’analisi proposta ne I limiti dello sviluppo ed anzi insiste nel rimarcare la fondatezza del cosiddetto Scenario Base per descrivere la parabola della società umana dagli anni Settanta ad oggi; così come non ha mai rinnegato il concetto, da lui ideato, di Effetto Seneca (derivato da una celebre citazione del filosofo latino tratta dalle Epistole a Lucilio: “La fortuna è di crescita lenta, ma la rovina è rapida”)

 

Bardi
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Scenario base de I limiti dello sviluppo

 

Eppure, negli ultimi anni ha manifestato un cambio di orientamento dal “catastrofismo” a un ambientalismo meno radicale e più vicino alle posizioni mainstream, che lo ha indotto ad esempio a prendere nettamente le distanze dai movimenti della decrescita felice, denigrando in più occasioni la filosofia di cui si fanno portatori (si veda qui).

Inoltre, la sua produzione scientifica e divulgativa è passata dall’enfasi sulla limitatezza delle risorse (tema centrale di opere quali La fine del petrolio, La terra svuotata, Extracted, The Seneca Effect, Il mare svuotato) a un approccio in stile green economy, incentrato sulla promozione delle energie rinnovabili e dell’auto elettrica.

Come si concilia questa parziale conversione sulla Via di Damasco dello sviluppo sostenibile con il sostegno imperterrito al più importante caposaldo sul crollo della società industriale? Personalmente, ho un’ipotesi al riguardo.

Se il quadro tratteggiato dallo Scenario Base ha assunto un carattere oramai irreversibile e tutti quanti – volenti o nolenti, svizzeri e non – siamo destinati a subire una rapida ed inevitabile contrazione dei consumi, allora i dibattiti sull’austerità volontaria risultano superflui o persino dannosi, pensando alle reazioni negative (eufemismo) che hanno sempre suscitato nel grande pubblico. 

Idem per la sovrappopolazione: se ai tassi di natalità già calanti in ogni parte del mondo dovesse accompagnarsi presto il sensibile incremento della mortalità previsto da World3, quello che ora è un problema epocale si trasformerebbe nel medio/lungo periodo in una questione del passato, mentre lo spettro dello spopolamento sarebbe pericolosamente dietro l’angolo.   

Da qui il comprensibile desiderio di archiviare istanze controverse e oramai inattuali per concentrarsi invece su tutti quegli aspetti dove permangono spazi di manovra prima che l’economia globale collassi definitivamente, come l’elettrificazione e la transizione energetica. In sostanza, implementare finché si può il massimo del “capitalismo verde” che tanto a consumare e vivere meno saremo presto comunque costretti da circostanze non più governabili. 

Ovviamente, trattasi di congetture che solo il diretto interessato può confermare o smentire. Nel frattempo, constatiamo che, immaginando una riduzione annua dell’impronta ecologica del 3% (poco importa se voluta o imposta), la Svizzera riuscirebbe a rientrare in una cinquantina d’anni nella capacità di carico, rendendo certi discorsi in apparenza slegati dalla realtà decisamente più sensati e plausibili. 

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