Personalmente, odiando profondamente gli intenti censori, simpatizzo sempre per chi riesce ad approfittarne volgendoli a suo favore, a prescindere dal fatto che io condivida o meno le sue ragioni. Per tale motivo, non ho potuto fare a meno di apprezzare la maniera in cui Alessandro Orsini, discusso sociologo della LUISS, è riuscito a fare buon viso a cattivo gioco dopo lo stigma in cui è incorso per frasi come “Quello che Putin ha fatto all’Ucraina noi l’abbiamo fatto nello stesso identico modo in Iraq” o “Se il problema è che Putin sia un cane e uno schifoso, allora tra schifosi possiamo intenderci”. Tali dichiarazioni hanno notoriamente scatenato orde di politici di varia estrazione che hanno urlato al filo-putinismo, invocando la rimozione dello studioso da ogni programma RAI.

 

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Da allora, anziché sparire dalla scena mediatica, la visibilità di Orsini è giustamente cresciuta a dismisura, al punto che attualmente sta persino girando i teatri italiani per tenere un ciclo di conferenze dal titolo Ucraina. Tutto quello che non vi dicono . Dico ‘giustamente’ non in quanto suo fan, bensì perché certe pretese nazi-liberali (non so chiamarle in altro modo) devono necessariamente ritorcersi contro chi le invoca.

Anche la decisione dell’ENI di interrompere la collaborazione con l’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, entità curata dal sociologo, alla lunga non farà che portare acqua al suo mulino. Insomma, Orsini, come si suole dire qui in Romagna, non finirà alla carriola, grazie a una notorietà che difficilmente avrebbe ottenuto tramite le pubblicazioni accademiche. Il problema, semmai, nasce proprio su questo versante, quello della credibilità scientifica.

I sostenitori di Orsini ne esaltano il carattere di ‘bestemmiatore’ della vulgata dominante e da lui si attendono sempre e comunque la posizione ‘controversa’ da opporre alle tesi sul conflitto ucraino diffuse a tutto spiano dalla grancassa di Tv e giornali. Si è calato nel ruolo di scandalizzatore degli opinionisti conformisti benpensanti, come personaggio mediatico da ciò trae la sua esistenza. Solo che di mezzo non c’è Marylin Manson, Helmut Newton o Lady Gaga, bensì un ricercatore, ossia qualcuno deontologicamente obbligato a una gerarchia di valori dove il rigore intellettuale venga anteposto al gusto della provocazione e al bastiancontrarismo.

Ho il sospetto che alcune recenti uscite, in particolare quella sull’infanzia felice di suo nonno durante il fascismo o sulla non volontà di Hitler di scatenare una guerra mondiale* (attribuita invece all’esecuzione di clausole difensive in stile NATO), siano dettate dal volersi caratterizzare in maniera sempre più marcata come persona ‘politicamente scorretta’, distinguendosi anche dalle altre voci critiche sulla visione dominante della guerra meno propense alle frasi a effetto (penso al direttore di Limes Lucio Caracciolo o Sergio Romano, che infatti a differenza sua non entusiasmano altrettanto il pubblico dei social network). 

Disse Leonardo Sciascia intervenendo nel 1979 presso una scuola dell’agrigentino: “L’eresia è di per sé una grande cosa, e colui  che difende la propria eresia è sempre un uomo che tiene alta la dignità dell’uomo. Bisogna essere eretici, rischiare di essere eretici, se no è finita. Voi avete visto che non è stata soltanto la Chiesa cattolica ad avere paura delle eresie. È stato anche il Partito Comunista dell’Urss ad avere paura dell’eresia, e c’è sempre nel potere che si costituisce in fanatismo questa paura dell’eresia. Allora ogni uomo, ognuno di noi, per essere libero, per essere fedele alla propria dignità, deve essere sempre un eretico.”

Sciascia si riferisce all’atteggiamento che ha permesso ad Albert Camus, ad esempio, di denunciare il regime sovietico malgrado le sue posizioni filo-socialiste e anti-capitaliste, dissociandosi da Sartre e altri intellettuali di sinistra che ritenevano sconveniente farlo. Oppure alla forma mentis di Albert Einstein e svariati scienziati che non hanno esitato a mettere in crisi, con i loro studi, quelle che erano ritenute verità consolidate dei rispettivi settori disciplinari.

Di queste persone, però, non si apprezza tanto l’attitudine eretica in sé e per sé, quanto la brillantezza e la qualità dei contenuti con cui l’hanno caratterizzata. Giocare a fare gli originali a tutti i costi, per il solo desiderio di atteggiarsi a nemici del ‘pensiero unico’, porta al disastro, anche se a provarci è un premio Nobel; basti pensare alle figuracce in cui sono incorsi Freeman Dyson, Kari Mullis o Carlo Rubbia quando si sono intestarditi nel tentativo di confutare gli studi sul clima.

Più spesso, vengono esaltati a ‘eretici’ delle nullità intellettuali buone solo per montare polemiche insulse. Non potrei definire diversamente ‘l’ambientalista eretico’ Patrick Moore, transfuga di Greenpeace innalzato da taluni a genio per le sue idee ‘non ortodosse’ ma che di fatto, quando tratta di ecologia e sostenibilità, ostenta un’imbarazzante mancanza di rigore metodologico, oltre a una profonda ignoranza, che a volte sfocia addirittura nel ridicolo (qui per chi volesse approfondire facendosi anche qualche risata).

Siccome il “medium è il messaggio” (Mcluhan), sottolineerei altresì i rischi derivanti da una reiterata esposizione in televisione, di cui è nota la capacità di agire da Re Mida al contrario (trasformando cioé l’oro in merda) qualora si resti invischiati nei i suoi schemi, in particolare i dibattiti stereotipati da talk show o la divulgazione a ciclo continuo in stile fast food. Trappole nelle quali vengono fagocitate anche menti brillanti, come Alessandro Barbero, di cui ho apprezzato le qualità di docente prima che diventasse una celebrità del piccolo schermo e di cui posso quindi constatare ora alcune degenerazioni.

Per chiudere, rifacendoci alle parole di Sciascia, auspichiamo che ogni uomo assuma un atteggiamento eretico per rimanere fedele alla sua dignità, ma non che l’eresia sia usata strumentalmente per darsi una parvenza di dignità intellettuale, facendo abilmente leva su nervi scoperti del momento. Il conformismo non è certamente una virtù, ma meno che mai lo può essere l’anticonformismo opportunista.

 

*Benché Orsini sia un sociologo e non uno storico, dovrebbe essere consapevole del pericolo insito nell’attualizzazione forzata di eventi passati, tipica pratica revisionista.

 

 

 

 

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