La demografia è un soggetto di cui ci siamo occupati molte volte su questo blog. Una breve ricerca frutterà quasi una decina di titoli, perché dunque tornarci sopra? Perché finalmente i tabù che la ingessano iniziano a scricchiolare e ricominciano ad apparire lavori scientifici che approcciano la materia da un punto di vista più realistico di quello “mainstream” con risultati interessanti
Come ricorderà chi ha letto i precedenti post sull’argomento, la demografia ufficiale soffre di tre principi sinergici che ne rendono futili le argomentazioni e le previsioni. Ricordiamoli brevemente:
1 – La popolazione umana non è soggetta fattori limitanti esterni. Per quanto stravagante sia questa tesi, è uno dei fondamenti degli studi e delle previsioni ufficiali delle istituzioni grandi e piccole. Talvolta è esplicitata, spesso viene invece taciuta, ma è sempre presente. Ne consegue pretendere che, al netto di gravi e temporanee calamità, la dinamica della popolazione umana risponda solo a pulsioni interne alla popolazione stessa. Essenzialmente quindi fattori economici e culturali.
2 – L’influenza dei fattori economici si estrinseca secondo la cosiddetta “transizione demografica”. Teoria secondo cui la povertà è la principale forzante sia dell’elevata natalità che della mortalità. Aumentando il benessere, la mortalità diminuisce subito, mentre la natalità segue con una certa inerzia così da giungere dopo alcuni decenni ad un nuovo sostanziale equilibrio su livelli molto più alti che si dà per scontato siano sostenibili a tempo indeterminato. Nata come ipotesi scientifica alla fine del XIX secolo, questa teoria è si è dimostrata falsa in moltissimi casi, ma rimane fortemente radicata nella cultura sia popolare che scientifica perché politicamente ed eticamente molto confortevole.
3 – La sovrappopolazione non esiste, perlomeno non a livello globale, e parlarne è indizio sicuro di una mentalità gretta e colonialista (se non peggio).
Il modello Word4
Prima di tutto è bene ricordare che i modelli sono solo degli strumenti per studiare i fenomeni; anche i migliori di essi non sono la realtà, al massimo ne simulano abbastanza bene alcuni aspetti e tendenze.
Ciò detto, è però vero che, alla prova dei fatti, alcuni modelli si sono dimostrati straordinariamente predittivi; anche più di quanto presumessero gli stessi autori. Il più noto ed importante fra questi è il famigerato Word3 su cui torniamo perché uno dei suoi principali difetti è proprio l’incorporare fra i suoi algoritmi la citata “teoria della transizione demografica”. Una scelta perfettamente legittima nei primi anni ’70 e priva di effetti sensibili sulla parte ascendente delle curve. Nella parte “pre-picco” per intendersi. Non lo è però più sulla base delle conoscenze attuali e la sua sostituzione con qualcosa di più realistico cambia drasticamente la nostra prospettiva sulla fase “post-picco”.
Rimandando al lavoro originale per i dettagli, Word4 è stato elaborato sulla base dei dati fino al 2010 e pubblicato nel 2021. Il suo interesse è che rompe drasticamente con i modelli demografici correnti, basandosi su tre principi fondamentali:
- L’umanità non può eccedere la disponibilità di cibo.
- La produzione di cibo dipende anche da servizi ecosistemici che sono resi gratuitamente dagli ecosistemi naturali (assorbimento e stoccaggio di CO2, fertilità, acqua dolce, impollinazione, banchi di pesca, ecc.).
- Gli ecosistemi naturali vengono distrutti dalla crescita demografica ed economica.
Anziché sui tassi di natalità, l’aspettativa di vita ecc., Word4 è quindi focalizzato sulla disponibilità di risorse e sulla nostra capacità di estrarle. In effetti, vi sono altri due insiemi di fattori critici per il nostro destino: la complessità del sistema socio-economico-tecnologico e la capacità degli ecosistemi di rigenerare le risorse ed evitare l’accumulo di sostanze nocive. A dire il vero quest’ultimo aspetto è indirettamente preso in conto, visto che si utilizza la metodologia dell’ ”Impronta ecologica” e si fa riferimento esplicito a fenomeni come il GW. La complessità è invece parzialmente correlata con la tecnologia che, invece sta al centro del modello.
Dunque, il modello è strutturato su 2 fattori aggregati: la tecnologia e l’ambiente, correttamente considerando che è soprattutto dal loro rapporto dinamico che deriva la capacità di carico umana, vale a dire quanta gente può vivere su questo pianeta. Entrambi i fattori si articolano in due sotto-fattori: la tecnologia in Conoscenza ed Ignoranza che determinano il tasso di mortalità. La prima riducendolo e la seconda aumentandolo. Entrambi i due sotto-fattori operano in ogni momento, ma il punto di equilibrio fra di essi si sposta: verso l’ignoranza per obsolescenza (tecnologie non più utili, non più possibili o comunque dimenticate); viceversa per apprendimento.
L’ambiente si articola invece in antroposfera (la parte di biocapacità già sfruttata) ed ecosfera (la parte di biocapacità ancora libera e dunque in grado di rendere servizi ecosistemici vitali. Anche in questo caso si passa dall’una all’altra mediante rinaturalizzazione o, viceversa, domesticazione.
Queste quattro variabili sono legate fra loro da un sistema di 6 equazioni da cui si estrapola la capacità di carico. Si noterà che questo modello considera la mortalità come fattore principale nel determinare la popolazione. E’ molto politicamente scorretto, ma scientificamente accettabile in quanto chi nasce in un contesto di “overshoot” conclamato, vale a dire carestia, assenza di sostegno internazionale, caos sociale, ecc., facilmente muore.
Previsioni.
Come al solito, il modello è stato messo a punto facendogli riprodurre i dati reali dei 100 anni scorsi, per poi azzardare delle previsioni sul futuro, inserendo una serie di variabili. Facendo quindi girare il programma un milione di volte, via via inserendo combinazioni di dati diverse, si ottiene un fascio di curve che indicano i possibili sviluppi. Orbene, contrariamente alle proiezioni attualmente accreditate, tutte le curve disegnate puntano decisamente verso il basso a breve termine. La “finestra” che contiene l’80% di probabilità è che il picco della popolazione si verifichi fra il 2025 ed il 2030 intorno ai 7,5 miliardi di persone, per poi giungere al 2060 con una popolazione globale compresa fra 2 e 6,5 miliardi di persone. Come si vede, tutte le curve sottostimano il numero di persone attuali (si ricorda che il modello è settato sui dati fino al 2010) che pare abbia già raggiunto gli 8 miliardi nel 2022 (anche se non è poi certo), ma l’aspetto più interessante è che il margine di incertezza risulta molto ridotto circa l’inizio della flessione, mentre è molto ampio per quanto riguarda la sua rapidità. Tale differenza dipende prevalentemente da differenti ipotesi fatte circa la resilienza degli ecosistemi selvatici; vale a dire dalla loro capacità di continuare a fornire servizi ecosistemici vitali ancorché parzialmente antropizzati.
In altre parole, il risultato più interessante del lavoro è che, al di là della precisione nelle previsioni, il fattore principale per la sopravvivenza dell’umanità risulta essere non già la tecnologia, bensì la qualità ambientale. Sorprendente per molti, questo risultato è invece esattamente quello che ci si poteva aspettare dal momento che la tecnologia non crea risorse, bensì ne migliora lo sfruttamento, cosa che solitamente ne accelera il degrado.
A questo proposito, risulta particolarmente interessante la seconda parte del lavoro, quella intitolata “what if?” Vale a dire, come potremmo contrastare il nostro rapido declino? Tramite il modello sono state valutate varie ipotesi e quella che ha dato i risultati di gran lunga migliori è quelle di spingere il “rewilding”, cioè la rinaturalizzazione, fino a circa metà della superficie terrestre (guarda caso quello che sostiene E.O. Wilson in “Half Earth”. Risultato controintuitivo per il nostro modo di pensare corrente, ma perfettamente coerente con ciò che gli ecologi si affannano a dire da 50 anni almeno: il permanere sulla Terra di condizioni chimico-fisiche compatibili con una qualunque civiltà e finanche della vita stessa dipende integralmente dalla funzionalità dei cicli bio-geo-chimici la cui struttura abbiamo drasticamente modificato. Ripristinarli è dunque vitale e richiede di ripristinare una quantità sufficiente di ecosistemi.
Ci si creda o meno non fa molta differenza perché nessuno farà niente del genere, semmai vediamo un impulso generale a fare esattamente il contrario. “Grattare il fondo del barile” sembra essere la parola d’ordine che accomuna tutti i governi e le organizzazioni del mondo. Perfino la sparuta ed eterogenea pattuglia ambientalista si è oramai focalizzata sullo scopo impossibile di una riduzione volontaria nell’estrazione di combustibili fossili, trascurando completamente la conservazione della biosfera. E’ vero che le due cose sono correlate, ma la politica è fatta di possibilità e di priorità: forse converrebbe puntare su obbiettivi almeno parzialmente raggiungibili come un’estensione e reale tutela delle aree protette.
Però, se la correlazione è corretta, deve funzionare anche in senso inverso; cioè una riduzione abbastanza rapida dell’umanità potrebbe consentire una ripresa altrettanto rapida di molti ecosistemi, salvando così la vita a centinaia di milioni di persone che le attuali politiche anti-ambientaliste condannano.
Limiti dei limiti.
Ovviamente è perfettamente possibile che il modello abbia trascurato o mal considerato uno o più fattori rilevanti e che pertanto risulti sbagliato. Ancora una volta è bene ricordare che si tratta di un modello e non di Nostradamus (per modo di dire). Tuttavia io credo che sia da prendere sul serio, come tendenza generale e non come previsione di dettaglio, per due solide ragioni. La prima è che risulta molto consistente con i risultati ottenuti aggiornando e ricalibrando Word3, la cui validità strutturale è invece stata ampiamente dimostrata dai fatti.
La seconda è molto più empirica, ma non per questo meno cogente: l’analisi dei dati demografici di questi ultimi decenni indica non solo una tendenza globale a ridurre la natalità, ma anche che laddove si verifica una crisi economico-politica abbastanza grave da provocare un sensibile aumento di mortalità, si verifica anche una contemporanea riduzione della natalità; specialmente se non vi è la possibilità di emigrare. A ciò dobbiamo aggiungere che, sia pure in modi molto diversi, tutti i paesi del mondo dipendono dal commercio globale per parecchie delle loro necessità vitali e che la rete commerciale globale sta scricchiolando sotto i colpi della crisi energetica ed economica generale, oltre che della rinnovata ostilità fra blocchi geopolitici contrapposti.
Attenzione però che questi modelli trattano della popolazione globale: va da sé che ci saranno differenze sensibili a seconda dei paesi, delle regioni, ecc.
Il continente probabilmente messo peggio è l’Africa a causa della sua altissima crescita demografica: 2,3 – 2,4% annuo secondo le stime. Un tasso che dipende sostanzialmente da un insieme di fattori quali importazione di cibo, aiuti internazionali, un sistema sanitario quasi interamente finanziato da paesi esteri (EU, USA e Cina), oltre che dalle rimesse degli emigranti. Certo, tutto ciò viene elargito in cambio di accordi commerciali a tutto vantaggio delle imprese dei paesi “donors”, ma ciò non cambia il fatto che l’eventuale venir meno di uno o più di questi fattori comporterebbe un aumento rapido e consistente della mortalità e, probabilmente, un parallelo calo della natalità (v. ad es. in Sudan e Sud Sudan). Ma anche nei paesi autoproclamatisi “avanzati” c’è poco da ridere. Una crisi economica di gravità analoga a quella che negli anni ’90 travolse l’URSS potrebbe colpire (colpirà?) paesi centrali come la UE, gli USA o anche la Cina, oppure intermedi, come Russia o India. E facilmente la rovina di un pezzo importante del puzzle mondiale ne trascinerebbe seco altri, comportando il crollo di una buona parte del castello di carte. Solo che questa volta non ci sarebbe nessuno in grado di portare soccorso e nessuna possibilità di un “miracolo economico” successivo; neanche molto parziale.
Un vecchio adagio afferma che è meglio essere ricchi e sani, piuttosto che poveri e malati. Molti e crescenti indizi indicano che però abbiamo scelto la seconda opzione, anche se la maggioranza delle persone ed anche molti scienziati non sono d’accordo. Vedremo, forse anche prima del previsto.




A proposito dell’Africa, dal 2020 ad oggi già tre Paesi sono andati in default: Zambia, Ghana ed Etiopia. Altri seguiranno probabilmente a breve, e non solo in Africa.
Vero, e quanti hanno guerre in almeno alcune delle loro regioni?
Jacopo, alcune considerazioni se posso.
1. Ormai gli inglesismi infestano tutti gli scritti, soprattutto quelli accademici, ma “consistente” in italiano indica una grandezza, un peso, non significa coerente. Quindi: “coerente con”, non “consistente con”.
2. Che fonti hai per dire che in Sudan la natalità è calata?
3. Ridurre l’emigrazione dall’Africa verso l’Europa sarebbe una soluzione anche per la natalità africana, ma non si farà per motivi ormai più che evidenti. Idem per il Sud dell’Asia
4. Io continuo a non essere convinta, purtroppo e sottolineo purtroppo, che un aumento delle aree protette sia SEMPRE necessario per la nostra sicurezza alimentare. Da un punto di vista etico, sicuramente lo dovremmo fare, non possiamo prenderci tutto. Ma l’espansione dell’umanità è coincisa con il degrado dell’ambiente, non viceversa, e anche se sicuramente in molti casi questo degrado ha poi portato a un crollo della produzione alimentare e spesso anche della popolazione umana, continuo a non capire come possa essere così in tutti i casi.
Se prendiamo l’acqua per irrigare i campi, produciamo più cibo, anche se l’ecosistema ne soffre enormemente. Ma dal punto di vista alimentare, i pochi pesci di fiume che non mangiamo più sono più che compensati dal mais o riso in più che abbiamo, come quantità se non qualità.
Se uccidiamo i predatori, non solo di terra ma anche di aria (e forse d’acqua), fino a ridurne significativamente il numero, facciamo un grosso danno all’ecosistema ma proteggiamo le nostre colture e i nostri animali domestici. Per non parlare sempre del solito lupo, quando il gheppio mi mangia una gallina, io magari posso anche essere contenta perché c’è il gheppio e non sono come quei contadini che lo uccidono e c’è biodiversità eccetera, ma fatto sta che se continua così io non ho più niente da mangiare. Stiamo distruggendo l’Amazzonia e le foreste vicine, ed è una vergogna, però resta vero che quella carne prodotta in Brasile, Paraguay eccetera, la mangia mezzo mondo. È vero che i pascoli in quelle zone durano poco perché la fertilità della foresta pluviale sta nelle piante e non nella terra, però vorrei dei dati che mi convincano che non sia sostenibile pascolare mucche in quelle terre ancora molto a lungo. Idem con soia, eccetera. Ti ripeto, vorrei che fosse così, ma quello che voglio non determina la realtà.
Se mi parli di suolo, clima, fertilità, e zone marine protette per far riprodurre i pesci, ti dò pienamente ragione, ma per quanto riguarda la biodiversità non sono per niente convinta e non ho ancora trovato un’argomentazione convincente. E, ripeto, non lo sto dicendo perché voglio distruggere gli ecosistemi rimasti, anzi vorrei ripristinarli almeno in alcune aree (cominciamo dalla pianura Padana!), però se questa argomentazione spesso usata si rivelasse falsa, sarebbe un grosso colpo per il movimento ambientalista.
https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/consistente/Sinonimi_e_Contrari/
Banalità autoconservative o deliri di una drogata di consumismo, non so come definire queste argomentazioni benaltristiche. Però mi piace immaginare un mondo Disney in cui queste flatulenze cerebrali vengono decantate da un t-rex alla vigilia dell’estinzione!
Carlo, ho comunque approvato il commento perché le opinioni sono legittime, ma non il modo di esprimerle. Se in futuro potrai esprimerti in termini non offensivi sarai il benvenuto qualunque cosa dirai. Altrimenti sei pregato di astenerti dal commentare. Grazie.
Ciao Gaia. Hai fatto l’esempio perfetto. Nella Pianura Padana per aumentare la produzione agricola sono stati distrutti tutti gli ecosistemi selvatici presenti. Questo però ha comportato una perdita di fertilità, un peggioramento del clima locale ed una perdita netta di risorse idriche. la risposta è stata quella di maggiori input di energia e tecnologia che hanno ulteriormente aumentato la produzione a costo di ulteriori perdite di risorse (suolo, acqua insetti, ecc.) Il gioco è tuttora al rialzo, finché non ci sarà un collasso della situazione (siccità, alluvioni, desertificazione, carenza di energia e prodotti petrolchimici, ecc.) che con ogni probabilità comporterà una rapida riduzione della produzione; irreversibile in tempi umani. Certo le previsioni del futuro sono sempre aleatorie, ma nel modo abbondano situazioni analoghe la cui esperienza non lascia ben sperare. Si potrebbero ripiantare boschi, eliminare pozzi, riallargare zone basse? Le condizioni idrogeologiche e climatiche migliorerebbero, ma a costo di una riduzione immediata della produzione, con tutto ciò che ne consegue. Non siamo più nella condizione di salvare capra e cavoli. Spero di sbagliare di grosso, ma son convinto che la scelta oramai sarebbe fra scatenare noi stessi un collasso del sistema, sperando di riuscire a governarlo e mitigarlo almeno in parte (ma senza alcuna garanzia di successo) o cercare di rimandarlo, con la certezza che più avremo successo, più dura sarà la resa dei conti. Ovvio che scegliamo la seconda ipotesi.
Jacopo, stiamo parlando di cose leggermente diverse. Sul tuo esempio ovviamente ti dò ragione. Però, per l’appunto, un conto è il suolo, l’acqua, la fertilità e il clima, che *servono* per produrre cibo, un conto la biodiversità e natura selvaggia tout court.
Giusto per essere chiara, la mia tesi è che le specie e gli ecosistemi vanno tutelati perché è la giusta cosa da fare, ma non sempre la loro tutela ha un beneficio diretto per gli umani, e questo va detto chiaramente per evitare di perdere credibilità (come è successo già in alcuni casi).
L’estinzione della megafauna migliaia di anni fa e le varie estinzioni locali hanno sicuramente avuto un impatto negativo sulla biodiversità e sono delle ingiustizie nei confronti delle altre specie e della vita sulla terra, ma non ho visto le prove che abbiano ridotto la disponibilità alimentare per noi, anzi. Soprattutto quando si tratta di rimuovere parzialmente dei competitori alimentari. Può non piacere, ma è così.
Un’altra cosa è che per tutelare gli ecosistemi non serve sempre e per forza eliminare del tutto la presenza umana. In certi casi sì, o comunque è preferibile, ma ci sono infiniti esempi di gestione delle risorse sostenibile con un ruolo anche per gli umani, che in alcuni casi (es. popoli indigeni, pascoli in certe zone) protegge o aumenta la biodiversità.
L’idea dell’accantonare metà Terra per la natura selvatica è buona o no, per quanto mi riguarda, a seconda del ruolo che prevede anche per noi, finché ci siamo. Se si vuole dividere il mondo in megalopoli iperefficenti e parchi intatti, alla David Attenborough o George Monbiot, sono assolutamente contraria; se, oltre ad alcune aree protette, si vogliono prevedere anche forme di coesistenza e produzione tradizionale e sostenibile, sono favorevole.
“Non sempre la loro tutela ha un beneficio diretto per gli umani” Verissimo ed anzi di solito è il contrario. Hai centrato il motivo per cui non faremo niente per tutelare la biodiversità e pagheremo un prezzo esorbitante per questo. In effetti, il punto è che l’eliminazione/addomesticazione degli ecosistemi selvatici solitamente porta vantaggi diretti e svantaggi indiretti. I primi evidenti ed i secondi elusivi. E in perfetto omaggio alla legge dei ritorni marginali decrescenti, inizialmente i vantaggi sono molti e gli svantaggi pochi; poi gradualmente l’equilibrio si inverte, ma oramai siamo totalmente dipendenti da ciò che abbiamo fatto e tornare indietro comporterebbe danni diretti evidenti ed immediati, a fronte di vantaggi indiretti e dilazionati. Ovvio che la scelta è sempre e solo la stessa, tanto più quanto peggiore è la situazione.
Ciò però non toglie che noi esistiamo in funzione di una rete di cicli bio-geo-chimici che solo gli ecosistemi selvatici possono mantenere in un equilibrio dinamico tale da garantire sulla Terra condizioni chimico-fisiche compatibili con la civiltà e forse con la stessa vita. Il che non impedisce che ambienti del tutto artificiali non ospitino talvolta meraviglie di biodiversità. Certamente succede, la questione è nel rapporto fra gli ambienti antropizzati e quelli non. Attualmente l’antroposfera si è mangiata circa l’80% della biosfera (le stime ballano, ovviamente, ma sicuramente troppa).
“noi esistiamo in funzione di una rete di cicli bio-geo-chimici che solo gli ecosistemi selvatici possono mantenere in un equilibrio dinamico tale da garantire sulla Terra condizioni chimico-fisiche compatibili con la civiltà e forse con la stessa vita”
Credo che sia questo l’assunto che Gaia mette in discussione quantomeno in una certa misura. Teniamo conto che la definizione di “selvatico” implica una separazione uomo-natura che non e’ per niente scontata, ed e’ essa stessa un costrutto sociale.
Ho usato di proposito “selvatico” e non “naturale” proprio perché, a mio avviso, la distinzione fra “naturale” e “artificiale” è assai più un costrutto sociale di quella fra “selvatico”, che significa funzionalmente indipendente dalle attività antropiche, e “domestico” o “domesticato” che, invece, dipende da attività umane. Ovviamente ci sono ecosistemi domesticati straordinari che meritano assolutamente di essere tutelati, talvolta anche contrastando dinamiche di rinaturalizzazione spontanea come la scomparsa delle praterie d’altura, per fare il più classico degli esempi. Ci dimentichiamo spesso che fino a poco tempo fa (in una scala temporale evolutiva) in Europa c’erano elefanti e rinoceronti, fra gli altri. Chi si occupa di conservazione della biodiversità deve tenerne conto.
Possiamo paragonare l’evoluzione della vita ad un gioco di carte in cui le diverse popolazioni animali, vegetali, ecc. sono le carte con cui si gioca l partita della sopravvivenza. Il problema è che le regole del gioco stanno cambiando molto rapidamente e non sappiamo quindi quali sono e quali saranno le carte necessarie. Ecco perché bisognerebbe fare ogni sforzo per conservarne i maggior numero possibile.
“2. Che fonti hai per dire che in Sudan la natalità è calata?”
Approfitto per mettere qui qualche considerazione generale ad uso discussione, come al solito non mi rivolgo a te in particolare, ne’ in senso critico ne’ confermativo.
Come saprete gia’, ci sono un sacco di statistiche sul Gapminder di Rosling, del quale consiglio i video che pero’ hanno un atteggiamento esistenziale opposto al qui presente (famoso il video della lavatrice), oltre a sostenere la tesi della transizione demografica che, oggettivamente, e’ in corso, salvo eccezioni: semmai c’e’ da osservare che la transizione non comporta l’avvento del “regno della modestia”, perche’ la societa’ dei figli unici viziati semmai innalza ulteriormente l’asticella dell’incontentabilita’ e del narcisismo.
Qui c’e’, se non sbaglio a linkare, l’animazione della statistica di natalita’ nel Sudan (si possono scegliere molti altri parametri da visualizzare nel tempo):
https://www.gapminder.org/tools/#$model$markers$bubble$encoding$size$data$concept=children_per_woman_total_fertility&source=sg&space@=country&=time;;&scale$domain:null&type:null&zoomed:null;;&y$data$concept=children_per_woman_total_fertility&source=sg&space@=country&=time;;&scale$domain:null&zoomed:null&type:null;;&trail$data$filter$markers$sdn=1800;;;;;;;;&chart-type=bubbles&url=v1
“Regno della modestia”: scusate se mi ripeto, ma a mio avviso nelle nostre societa’ “avanzate” e’ da almeno mezzo secolo che si fanno chiacchiere che ben prima di essere decresciste furono di “austerity” (i piu’ anziani ricorderanno il moralismo berlingueriano degli anni ’70, cui in effetti confesso’ di essersi richiamato l’ultimo Casaleggio), ma nel frattempo nella pratica si spinge in tutti i modi l’opposto attraverso la spesa pubblica, la normazione rottamatrice coercitiva, e/o il keynesismo “sviluppista” scavabuche/tappabuche a debito, che ultimamente usa la leva dell’ambientalismo per esprimere appieno le sue istanze altamente consumistiche (ho visto sprechi col 110 per cento che voi umani…).
C’e’ qualcosa di molto schizofrenico in questo atteggiamento, che pero’ tutti fanno finta di non vedere, perche’ il conflitto di interessi e di potere c’e’ anche nella politica ambientalista (vedi la prezzatura europea unificata del gas/elettricita’ al mercato speculativo di Amsterdam, che ha moltiplicato ingiustificatamente i prezzi facendo esplodere l’inflazione, senza che nessuno abbia fiatato).
A mio avviso c’e’ un sacco di gente comune, di piccola gente senza tante pretese, che invece non ne puo’ piu’ di consumare sempre cose nuove, ecologiste o meno, e vorrebbe solo essere lasciata un po’ in pace.
Le mode cambiano anche spontaneamente, in modo imprevedibile, specie quelle “grosse”, con buona pace delle torme di intellettuali che POI cercano di appropriarsene inventandosi cause di mutamento che soddisfino il loro narcisismo. Ho l’impressione che l’ecologismo politico/pseudoscientifico come e’ adesso riesca solo ad ottenere l’effetto opposto di quello dichiarato, peraltro rompendo le balle a tutti.
E’ meglio niente, piuttosto. 😉
https://www.resilience.org/stories/2024-01-02/accelerationist-possibilities-in-an-ecosocialist-degrowth-scenario/
Winston
In fondo si tratta solo di decidere come spendere i soldi.
Se per il lusso o per le necessità.
Bisogna ridurre le diseguaglianze.
https://www.amazon.it/End-Times-Counter-Elites-Political-Disintegration/dp/0241553482
volete ridurre della metà i consumi da riscaldamento domestico e l’inquinamento generato? Tenete la temperatura in casa sui 15°. Se avete freddo, mettetevi un giaccone. Così facevano 70 anni fa. Volete fare 30 km/l? Andate a 80 km/h in autostrada con una auto piccola. Avete paura che il figlio unico sia un viziato? Fate come facevano con me, che figlio unico sono di figli unici. Ma prima bisogna rimuovere le conquiste diseducative moderne del telefono azzurro, Bibbiano et similia. Vedrete che il figlio unico non viene su viziato. Tutt’altro. Il legno si piega finchè è verde, dice la Bibbia. Invece alla Coop hanno messo il recuperatore di bottiglie di PET. Puah! Però non hanno detto che è l’unica plastica che si può recuperare, dopo anni di bla bla sull’economia circolare e sacchi di multimateriale, che venivano bruciati nei termovalorizzatori per almeno fare un poco di corrente. La modestia e la prudenza non fanno parte dello scibile umano, quindi tanto vale raccontare delle frottole, ma a questo punto sarà ancora possibile salvare la vita sulla Terra? Io ne ho seri dubbi e anche il prof. Bardi ha espresso lo stesso sul Fatto Quotidiano on line.
Mago
La gente non rinuncia spontaneamente a niente.
Ma se si guarda a come è ridotta l’economia e ai debiti incredibili che ci sono in giro, direi che tra poco salterà tutto e gli Stati dovranno iniziare i razionamenti.
Quindi volenti o nolenti ci toccherà fare i “decrescisti”.
Qualcosa di simile alle economie di guerra, senza guerra, si spera, (Ma pare che a molti le guerre piacciano.
A me sinceramente, no).
“i debiti incredibili che ci sono in giro”
Essere indebitati non significa consumare di piu’ di cio’ che e’ complessivamente disponibile, che e’ materialmente impossibile (altro discorso consumare in modo “non rinnovabile”, questo si’ che e’ possibile, ma questo col debito economico non c’entra nulla).
Essere indebitati significa solo dovere dei soldi, usati per acquistare merci o servizi adesso, a qualcun altro che te li ha prestati e si aspetta che glieli restituisca cioe’ gli dia qualcosa in cambio nel futuro, possibilmente senza rimetterci.
Faccio questa precisazione perche’ nel mondo ambientalista c’e’ molta confusione in proposito, la gente crede che cresca il debito perche’ stiamo consumando _adesso_ di piu’ di quello che c’e’ da consumare: questo e’ fisicamente impossibile, appunto. Il debito/credito e’ una scommessa sul futuro, non sul presente (una scommessa, non una certezza, ed e’ per questo che c’e’ il tasso di interesse che cresce quando aumenta l’incertezza, fino a condurra al fallimento (default, difetto di restituzione) quando la scommessa si rivela sbagliata).
Semmai, dovrebbe essere di nostra competenza preoccuparci del fatto che il debito, che adesso stiamo sottoscrivendo a rotta di collo anche se non soprattutto con motivazioni normativo/ambientalistiche, serve a costringere la gente a inventarsi nuovi modi di procacciarsi soldi e quindi correre sempre di piu’ nella ruota del criceto per non essere insolvente e quindi fallire. Questo e’ altamente contraddittorio. Chi e’ indebitato non e’ libero: ogni italiano e’ incatenato con ormai 50.000 euri di debito verso lo Stato, in una catena di sant’antonio di reciproche obbligazioni e dunque schiavitu’. Nel mondo pre-moderno c’era la prigione per debiti (c’era finito pure Dickens), nell’antica Roma si rischiava addirittura la riduzione in schiavitu’ vera e propria, che i manettari del Fatto su cui scrive Bardi vorrebbero reintrodurre nel caso di debito verso lo Stato, e questo dovrebbe far riflettere sulla coerenza delle persone – o su quale sia davvero la loro “agenda nascosta” al di la’ della bonomia sbandierata.
Presumo che l’argomento sia trattato nell’ultimo libro dei nostri ospitanti.
Soprattutto mi riferivo a un libro che ho letto di recente
“Il fallimento della moneta” di Enrico Grazzini.
Al capitolo 4
“Le crisi finanziarie nascono dal mercato e non dallo Stato”
È troppo lungo per sintetizzarlo.
Ma la questione si trova pure nel libro sul “Levitiano”.
Però non è detto che i due libri siano esattamente sovrapponibili.
““Il fallimento della moneta” di Enrico Grazzini.
Al capitolo 4
“Le crisi finanziarie nascono dal mercato e non dallo Stato””
Occhio che su queste cose gli esperti portano a spasso come vogliono gli inesperti che si fidano troppo di uno solo di essi, o di un’unica teoria…
Se allarghi un po’ il tuo ambito di ricerca, scoprirai che gli esperti ne dicono di tutti i colori, e che c’e’ anche gente che afferma che le crisi finanziarie nascono invece dal corso legale della “moneta di Stato”, se ne parla un po’ di piu’ adesso con l’avvento di Milei in Argentina che sembra voler abolire il “corso forzoso”, il “legal tender”, liberalizzando i mezzi di pagamento (in effetti attraverso la moneta “fiat” a corso forzoso lo Stato e le banche imperano, nel bene e nel male a seconda dei momenti e dei punti di vista, mentre c’e’ chi parteggia per lo Stato, e chi per il mercato)
In economia si puo’ dire tutto e il contrario di tutto, perche’ l’adattabilita’ dell’essere umano e’ totale, tutto “funziona”. E’ per questo che gli economisti si accapigliano a morte supponendo ognuno di incarnare la verita’, e non c’e’ mai un vincitore assoluto.
Ogni teoria economica “funziona” nell’ambito in cui ci si crede, a seconda di quali valori si ritengono prioritari in un certo momento, il che dipende dalle mode, non e’ un fatto razionale ne’ oggettivo. Le cose hanno un valore nel momento in cui glielo assegnamo, dare un giudizio di valore (e quindi assegnare un prezzo) e’ un costrutto sociale continuamente rimesso in discussione e rielaborato, suppongo per motivi di affermazione personale e appartenenza tribale, che poi alla fine sempre la’ si cade.
Mah, guarda che questo Grazzini mica è un rivoluzionario cubano.
Scrive sul Corriere della Sera, Micromega…
Nel suo libro parla anche delle Criptovalute,
C’è un capitolo su questo argomento che è l’unico che non ho letto. Chissà perché?
Non lo so. Diffidenza istintiva.
Così come diffido di questi Presidenti che vengono fuori con una motosega in mano.
Comunque proverò a leggerlo.
Fuzzy, se vuoi ridurre le diseguaglianze (d’accordissimo su questo) non pubblicizzare Amazon, che peggio di così non si può.
Ah, e io che ho comprato “La caduta del Leviatano” su Amazon….
E’ che diversamente, con il formato Kindle non si saprebbe come fare.
Pure con i testi cartacei in inglese non so come si possano ordinare senza Amazon.
Di sicuro bisognerà registrarsi da qualche parte e ogni volta in un sito diverso.
Non fa per me. A parte il fatto che un libro in lingua straniera si legge molto meglio sul Kindle, perché ha il traduttore.
Recentemente ho letto un libro di Turiel in spagnolo senza conoscere lo spagnolo.
Una decina di parole tradotte per pagina e via andare.
Oppure si possono selezionare intere parti di testo e farle tradurre automaticamente.
Jacopo, è solo nella nostra cultura ed epoca che proteggere qualcosa deve essere per forza giustificato da un nostro interesse. Altre culture proteggono ecosistemi selvatici o specie perché sono “sacri”, nostri “fratelli”, o “antenati”, o divini… è questo fondamentalmente che ti sto contestando: le argomentazioni che usi. Io penso che solo recuperando, come dici tu, il rispetto anche per quello che non ci è immediatamente utile, ma vive accanto a noi, ha una sua soggettività indipendente dalla nostra, un suo diritto di esistere, cambieremo questa cultura egoista e distruttiva. Dire “dobbiamo tutelare gli ecosistemi selvatici perché ne va della nostra sopravvivenza”, uno non mette in discussione la logica antropocentrica, due funziona solo finché non troviamo una soluzione tecnologica allo stesso problema.
Fuzzy, non tirare frecciate, a nessuno “piacciono” le guerre. Ma a nessuno piace neanche la schiavitù, la mancanza di libertà, l’ingiustizia, la tortura, l’essere costretti ad abbandonare le proprie case, vedere le proprie famiglie uccise o la propria cultura cancellata. E alle volte l’unico modo per evitare queste cose, ed altre ancora, è combattere. A nessuno “piace”.
Se tu stai bene e sei libero oggi è anche perché qualcuno, anche per te, un giorno ha deciso di imbracciare un fucile per difendere la libertà. Non dimenticarlo mai.
“Jacopo, è solo nella nostra cultura ed epoca che proteggere qualcosa deve essere per forza giustificato da un nostro interesse.”
L’ambientalismo ha cominciato a fare questo tipo di ragionamenti dal momento in cui ha pensato di adattarsi all’economicismo del calcolo a partita doppia imperante acquisendone i metodi: dare un prezzo economico a tutto in “soldi”, natura e ambiente compresi, il che e’ altamente arbitrario dato che il prezzo ha senso e valore solo in un contesto di libero scambio, non e’ una “cosa in se'”, non e’ oggettivo, e’ soggettivo per antonomasia.
Peraltro funziona cosi’ quello che di solito in questi ambiti si definisce spregiativamente “capitalismo”.
Tutta la politica europea/occidentale ambientalista si basa su questo assunto non-detto, coi ben noti risultati di finanziarizzazione speculativa dell’ambiente.
Il “marx” della situazione si chiama Arthur Pigou, e’ lui quello che ha inventato le “esternalita'”, e che la maggior parte degli ambientalisti, pur avendone assorbito in toto il metodo e la mentalita’ perlomeno dal punto di vista normativo, nemmeno ha mai sentito nominare.
Probabilmente anche questo argomento viene trattato nel libro di Jacopo e Igor, visto il titolo.
Il concetto di esternalità non è solo ambientale e non ha quasi niente a che vedere con la monetizzazione dell’ambiente.
Non credo, visto che e’ stato usato per giustificare e implementare la monetizzazione, con gli spero ormai noti effetti collaterali imprevisti.
Qualunque cosa può essere usata per giustificare qualunque altra cosa. Pensa che ci sono degli ebrei che usano l’olocausto per giustificare un altro olocausto!
Le esternalità si riferiscono a conseguenze sia negative che positive di un’attività economica di cui fa le spese o trae beneficio qualcuno senza, rispettivamente, ricevere un compenso o pagare un prezzo.
Esempio di esternalità negativa: una miniera che inquina l’acqua e poi tutti i contadini non possono più irrigare i campi.
Esempio (ben più raro) di esternalità positiva: l’apicoltore mio vicino mi impollina tutti gli alberi da frutto gratis.
esatto: il problema e’ che:
1- viene fatto rientrare e costretto nella camicia di forza del calcolo economico e nel PIL cio’ che prima era informale e soggetto al buon senso;
2- la determinazione del valore e del prezzo e’, checche’ ne dicano i sostenitori, arbitraria e soggetta a rapporti di potere
Principalmente mi riferivo ai vari conflitti in atto che non sembrano volersi risolvere.
Anzi, minacciano di espandersi.
https://scenarieconomici.it/il-regno-unito-si-prepara-a-attaccare-gli-houthi-nello-yemen-la-guerra-in-medio-oriente-si-allarga/
L’Ucraina per quello che ne so, è oramai
arrivata al punto di lanciare missili contro la popolazione civile della Russia.
E che ha da insegnarci dal punto di vista etico?
Ma non voglio riaprire la questione, anche perché sono fuori tema (natura selvatica) di brutto.
La Russia lo fa da anni su scala infinitamente maggiore e tu qui a dire che bisognava lasciarli fare e arrendersi. Adesso lo fa l’Ucraina (sbagliando) e te ne accorgi.
La mia opinione è che lo fanno o lo hanno fatto quasi tutti i paesi.
Ma l’Ucraina si è lasciata coinvolgere in una guerra per procura.
Lo so che tu la pensi diversamente, infatti non volevo discuterne a oltranza
L’Ucraina è stata attaccata sul suo territorio e ne avrebbe fatto volentieri a meno, non sarebbe questa la mia definizione di “lasciarsi coinvolgere”.
“Ma l’Ucraina si è lasciata coinvolgere in una guerra per procura.”
Credo che la situazione sia un po’ piu’ complicata e meritevole di attenzione e approfondimento.
Ci sono sul tubo dei video dello storico Andrea Graziosi, credo interesserebbero molto anche a Gaia e Jacopo, qui ce n’e’ uno da mezz’ora che si intitola:
QUALI SONO LE ORIGINI DEL CONFLITTO TRA RUSSIA E UCRAINA? con lo storico Andrea Graziosi
https://www.youtube.com/watch?v=QDQafgSUGcY
Mi piacerebbe sentire le vostre critiche e opinioni in proposito.
Io ho già detto come la penso, è in realtà piuttosto semplice: la Russia vuole comandare l’Ucraina e l’Ucraina vuole essere libera, quindi la Russia cerca di sottomettere l’Ucraina con la forza. L’Ucraina si difende, cercando anche alleanze perché da sola non ce la può fare. Gli alleati la aiutano solo se gli fa comodo.
Tutto il resto è interessante ma secondario.
https://www.remocontro.it/2023/12/30/biden-di-fine-anno-ucraina-perdente-rischio-guerra-diretta-con-mosca/
i Servizi di informazione avevano fatto il loro dovere, avvertendo la Casa Bianca, a più riprese, della insostenibilità di una linea geopolitica che avrebbe, di sicuro, portato tutto l’Occidente a sbattere contro le mura del Cremlino
Riguardo a dove comprare i libri, ci sono infinite alternative ad Amazon, a cominciare dalle librerie sotto casa che possono ordinare tutto su richiesta, poi IBS, Libraccio, e un sacco di altri rivenditori online. Alle volte è possibile comprare direttamente dagli autori o dalla casa editrice.
Ci sono anche molti rivenditori di libri usati (attenzione che Abebooks è di Amazon: io al limite cerco lì e poi compro direttamente dal rivenditore stesso).
Come alternativa ad Amazon per libri in inglese, a parte prenderli usati, c’è questo, non l’ho provato: https://bookshop.org/
Fuzzy, non per essere antipatica, ma mi stupisce che tu, sensibile a questi temi, sostieni così tanto una multinazionale che ha creato un monopolio mondiale, concentra ricchezze enormi nelle mani di un singolo, sfrutta i lavoratori, cementifica il territorio, ha comportamenti al limite del mafioso con i rivenditori e le case editrici, elude le tasse, e a quanto pare vende persino tecnologia all’esercito israeliano.
In bookshop Turkin (end times) non c’è proprio
E stiamo parlando di un autore molto conosciuto.
Oddio, in alternativa potrei anche smettere di leggere.
Ma poi rischierei di annoiarmi.
Nella mia esperienza qualsiasi testo, per quanto raro, si trova senza ricorrere ad Amazon. Se per te la tua noia o la fatica di cercarlo conta più del boicottare un mostro come Amazon, queste sono scelte tue.
Fuzzy, i paesi non sono placche tettoniche contro cui si va “a sbattere”. Le persone sono responsabili delle proprie azioni, ogni paese è libero di governarsi e allearsi con chi gli pare (e se quasi tutti i paesi dell’Est Europa temono la Russia ci sarà un motivo), e chi aggredisce è colpevole. Altrimenti è come dire a una donna stuprata: “era stata avvertita che la sua minigonna l’avrebbe inevitabilmente portata a scontrarsi con la libido maschile. Si è fatta trascinare in uno stupro.”
Vorrei vedere se giustificheresti l’imperialismo americano con le stesse argomentazioni – “l’Iraq è andato a sbattere contro Washington”…
Cercherò per rispetto a Jacopo di non commentare più sull’argomento, ma leggere certe cose mi fa venire il vomito, veramente.
In generale sarebbe buona cosa limitarsi ad argomentare senza tirare in ballo considerazioni personali magari sopra le righe.
Giusto per non degenerare.
Comunque io non giustifico nessun Imperialismo.
Ho solo scritto che l’Ucraina è rimasta incastrata in una guerra per procura.
L’articolo che ho linkato dice in sintesi che l’Imperialismo americano l’ha strumentalizzata contro l’imperialismo russo
nonostante si sapesse fin dall’inizio quale sarebbe stata la reazione dei russi.
Gli imperi esistono e basta.
Sono realtà non giustificabili ma esistenti nel mondo reale
Una parola per la natura selvatica a questo punto mi sembra doverosa.
Finora ho evitato di commentare su questo per evitare discussioni all’ultimo sangue.
Meno animali da allevamento
(92 miliardi
https://www.ciwf.it/animali/)
e più animali selvatici
Meno coltivazioni per mangimi e più per alimentazione umana.
Mi sembrerebbe quasi banale in un mondo con 8 miliardi di persone da sfamare. A meno che non si scelga il massimo dell’inefficienza.
Basta.
“Gli imperi esistono e basta.”
Ma anche no, nel solo XX secolo se ne sono dissolti un bel po’, in ordine di tempo per citare solo quelli maggiori che mi vengono in mente: lo zarista, l’ottomano, l’inglese, quello sovietico. La decolonizzazione ha fatto il resto.
Nell’era della globalizzazione tecnologica, dovremmo chiederci: vogliamo che ritornino o c’e’ qualcosa di meglio che rispetti le peculiarita’ locali?
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pepe_escobar__come_lo_yemen_ha_cambiato_tutto/39602_52171/
Globalizzazione?
Ma se c’è una linea rossa oramai che spacca in due il mondo?
E speriamo almeno che non scoppi una guerra nucleare.
Peraltro l’Ucraina si trovava esattamente al centro di questa spaccatura.
Quello che vediamo adesso fa parte dello stessa catena di eventi.
Io penso, spero legittimamente.
Poi insultatemi pure, tanto oramai sono abituato.
Il problema qui è confondere cosa è con cosa dovrebbe essere. L’impero americano, a modo suo, esiste. L’impero russo è erede di quello zarista e sovietico. La Cina forse è un impero.
Ma questo non significa che vada bene, che non ci siano e ci debbano essere alternative. Ci sono anche sempre stati schiavitù e genocidi, e allora quando ne troviamo uno cosa facciamo, alziamo le spalle e ci giriamo dall’altra parte?
Qui c’è la stessa differenza tra constatare che esiste la violenza sessuale, e lanciare insinuazioni che la ragazza che ne è vittima se la sia andata a cercare. Moralmente non sono sullo stesso piano e chi fa lo stesso in qualunque ambito è complice dei crimini che esplicitamente o implicitamente difende.
“Globalizzazione?
Ma se c’è una linea rossa oramai che spacca in due il mondo?”
Che ci sia una linea rossa e’ molto discutibile, praticamente tutta l’asia orientale e’ alleata con gli Usa (persino il vietnam comunista) per contenere l’espansionismo mercantilistico cinese, e pure l’india che con la cina e’ in guerra strisciante, si sta riorientando nonostante il suo sospetto verso gli ex-colonizzatori. Dopo il crollo del bipolarismo russo-americano per collasso di uno dei due contendenti, non ci sono piu’ linee rosse e fronti unici, tutti sono in antagonismo, piu’ o meno strisciante, con tutti, e le alleanze sono posticce, su questioni specifiche.
In italia, poi, non c’e’ solo l’antiamericanismo di sinistra che ben conosciamo per esserci cresciuti dentro, c’e’ anche l’antiamericanismo della destra clericofascista e dei rossobruni, che vedono in Putin il difensore dell’ordine reazionario (se ci fai caso c’e’ tutta una serie di blog piu’ o meno sovranisti e piu’ o meno identitari e “socialnazionalisti” che fanno parte di quell’area e tirano l’acqua al proprio mulino stiracchiando la realta’ a pennello per le loro ideologie – basta saperlo).
Se ascolti lo storico citato sopra, Graziosi, puoi acquisire qualche elemento storico da incasellare con la cronaca attuale per poi giudicare da te. Gli storici servono a questo. Poi per sapere cosa pensano i russi oggi al potere, e i nostri clericofascisti e russobruni che lo invitano, si puo’ ascoltare direttamente Dugin, ci sono sue conferenze in italiano sul tubo. Dentro alla Lega c’e’ tutta una corrente di reazionari sostenitori dell’eurasia del sangue e della terra che era minoritaria ai tempi di Bossi (vedi Savoini che invece e’, o era, molto vicino a quel camaleonte di Salvini, o l’evoliano Borghezio). In rete volendo si trova una montagna di informazioni, compresi libri, ma bisogna uscire dalla bolla di autoriferimenti in cui spesso ci si rinchiude da soli, incancrenendosi sempre di piu’.
La globalizzazione, il villaggio globale, e’ un dato di fatto tecnologico che c’e’ per restare, quello che e’ difficile da prevedere e’ che azioni e reazioni ispirera’. Sicuramente le classi dirigenti locali lo vedranno come una minaccia e lo combatteranno dal punto di vista culturale, ma dal punto di vista delle catene del valore dell’industria e del commercio farne a meno ha un costo non indifferente, che probabilmente e’ insostenibile per quei paesi che ad esempio non hanno l’autosufficienza alimentare, che sono molti e sono demograficamente molto grossi. La Cina ad esempio, che dalla globalizzazione ha guadagnato molto, se non tutto.
Winston
Un articolo “d’epoca’.
Per gli amanti della Storia.
Sulle acciaierie immagino che tu abbia scritto quelle eresie giusto per scherzare.
Si. Stavi scherzando.
Winston
https://it.insideover.com/reportage/difesa/le-linee-rosse-deuropa-2/le-linee-rosse-deuropa.html
Ecco l’articolo d’epoca.
Mi ero distratto.
Stavo ancora ridendo con le acciaierie.
Oddio, visto che ci sono, potrei dire che ridevo pure precedentemente per l’Ucraina in minigonna.
Ma temo che questa rivelazione mi costerà cara
Molto cara.
https://it.insideover.com/reportage/difesa/le-linee-rosse-deuropa-2/le-mosse-anti-putin-della-nato-lungo-il-fronte-orientale-delleuropa.html
Articolo d’epoca parte 2
Non molto tempo fa Jacopo ci aveva ricordato questo, che a mia volta richiamo alla memoria:
https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Aigun
Quando vedo insinuare che bombardare persone che non hanno fatto nulla di male, ucciderle nelle loro case e per le strade, torturarle, ridurre intere città a crateri è colpa delle vittime perché si sa, gli imperialisti proprio non riescono a trattenersi, colpa di chi li provoca, e chi prova a difendersi è solo un burattino, ci tengo invece a far sapere alla persona che ragiona così che per quanto mi riguarda dovrebbe vergognarsi.
Ne faccio proprio una considerazione personale. Che persona sei se accampi scuse per una cosa del genere? Se fossi tu e la tua famiglia a fare quella fine perché sei “andato a sbattere” contro l’imperialismo sbagliato?
Firmato Winston, a parte che a me non risulta che le esternalità vengano incluse nel Pil, anzi sono abbastanza sicura che sia vero il contrario, ma è proprio questo il punto: se un’attività economica frutta denaro ma produce danni più grandi della ricchezza che ha creato, se non conteggi questi danni avrai un incentivo a incoraggiare l’attività dannosa e non costringerai chi ha fatto il danno a rimediare. È questo che preferiresti?
Per quanto riguarda l’attribuzione di valore, c’è sicuramente arbitrarietà come in ogni cosa umana, ma tante cose si possono facilmente conteggiare, per esempio quanto costa una bonifica industriale lo si sa, e di solito non è l’inquinatore a pagare ma le casse pubbliche. Se non dai un valore monetario al danno, come fai a chiedere un risarcimento?
“se non conteggi questi danni …. quanto costa una bonifica industriale lo si sa, e di solito non è l’inquinatore a pagare ma le casse pubbliche… ”
Non hai idea delle speculazioni che girano attorno a questi “conteggi” e a queste bonifiche, di solito per fare dei lavori perfettamente inutili, spendendo e intascando un sacco di soldi per fare contente le Grete della situazione. Conosco il settore direttamente.
Fra l’altro mi sovviene il caso eclatante di una ex acciaieria, dove dopo immani spostamenti di terra risultava oltretutto esserci piu’ inquinamento di prima. Inquinamento per modo di dire, peraltro, si trattava solo di normali scorie che potevano benissimo restarsene li’ dove erano.
Incentivo, disincentivo… la fiscalita’ e per esteso la pratica economica dei paesi moderni e’ Pavlov allo stato puro, psicologia dello stimolo/risposta, che non si peritano nemmeno di addolcire usando eufemismi. E’ un atteggiamento che personalmente detesto, a prescindere dalla sua utilita’ (per tornare al discorso del “rispetto” che dovrebbe coerentemente prescindere dall’utilita’, di cui sopra ). Ma e’ solo una mia infima e ultraminoritaria opinione.
Che qualcuno ci lucri non significa che il danno non sia potenzialmente conteggiabile. Se preferisci, l’esternalità è il costo della bonifica fatta bene e solo fin dove serve.
Firmato Winston, per riportare la discussione a una maggiore pertinenza con il post, la globalizzazione suppone commercio a basso costo. Con la fine dell’era dei combustibili fossili torneremo non dico ai tempi in cui una noce moscata costava come un appartamento, ma quasi.
Sempre che disastri e conflitti lungo le principali rotte commerciali non aumentino prima ancora i costi del trasporto.
Vi è sicuramente un equivoco di fondo sul fatto che nel mondo il cibo scarseggia: le calorie necessarie sono circa 2000 al giorno pro capite, ma nel mondo produciamo l’equivalente di 7500 calorie pro capite. Per produrre tutte queste calorie utilizziamo 1,3 miliardi di ha di superficie, impoverendola progressivamente e quindi con fertilità ridotta. 1000 metri quadri di superficie agricola, coltivata in maniera ovviamente adeguata, cioè tendenzialmente biologica, è sufficiente per le necessità di una persona. Cordialità Silverio Lacedelli
La questione agricola è molto complessa, ma è vero che la produzione di cibo è uno dei problemi minori e, almeno in teoria, più gestibili. Il succo dell’articolo è infatti che non contano tanto le 2000 calorie in entrata, quanto quelle in uscita.