La demografia è un soggetto di cui ci siamo occupati molte volte su questo blog. Una breve ricerca frutterà quasi una decina di titoli, perché dunque tornarci sopra? Perché finalmente i tabù che la ingessano iniziano a scricchiolare e ricominciano ad apparire lavori scientifici che approcciano la materia da un punto di vista più realistico di quello “mainstream” con risultati interessanti

Come ricorderà chi ha letto i precedenti post sull’argomento, la demografia ufficiale soffre di tre principi sinergici che ne rendono futili le argomentazioni e le previsioni. Ricordiamoli brevemente:

1 – La popolazione umana non è soggetta fattori limitanti esterni. Per quanto stravagante sia questa tesi, è uno dei fondamenti degli studi e delle previsioni ufficiali delle istituzioni grandi e piccole. Talvolta è esplicitata, spesso viene invece taciuta, ma è sempre presente. Ne consegue pretendere che, al netto di gravi e temporanee calamità, la dinamica della popolazione umana risponda solo a pulsioni interne alla popolazione stessa. Essenzialmente quindi fattori economici e culturali.

2 – L’influenza dei fattori economici si estrinseca secondo la cosiddetta “transizione demografica”. Teoria secondo cui la povertà è la principale forzante sia dell’elevata natalità che della mortalità. Aumentando il benessere, la mortalità diminuisce subito, mentre la natalità segue con una certa inerzia così da giungere dopo alcuni decenni ad un nuovo sostanziale equilibrio su livelli molto più alti che si dà per scontato siano sostenibili a tempo indeterminato. Nata come ipotesi scientifica alla fine del XIX secolo, questa teoria è si è dimostrata falsa in moltissimi casi, ma rimane fortemente radicata nella cultura sia popolare che scientifica perché politicamente ed eticamente molto confortevole.

3 – La sovrappopolazione non esiste, perlomeno non a livello globale, e parlarne è indizio sicuro di una mentalità gretta e colonialista (se non peggio).

Il modello Word4

Prima di tutto è bene ricordare che i modelli sono solo degli strumenti per studiare i fenomeni; anche i migliori di essi non sono la realtà, al massimo ne simulano abbastanza bene alcuni aspetti e tendenze.
Ciò detto, è però vero che, alla prova dei fatti, alcuni modelli si sono dimostrati straordinariamente predittivi; anche più di quanto presumessero gli stessi autori.  Il più noto ed importante fra questi è il famigerato Word3 su cui torniamo perché uno dei suoi principali difetti è proprio l’incorporare fra i suoi algoritmi la citata “teoria della transizione demografica”. Una scelta perfettamente legittima nei primi anni ’70 e priva di effetti sensibili sulla parte ascendente delle curve. Nella parte “pre-picco” per intendersi. Non lo è però più sulla base delle conoscenze attuali e la sua sostituzione con qualcosa di più realistico cambia drasticamente la nostra prospettiva sulla fase “post-picco”.

Rimandando al lavoro originale per i dettagli, Word4 è stato elaborato sulla base dei dati fino al 2010 e pubblicato nel 2021. Il suo interesse è che rompe drasticamente con i modelli demografici correnti, basandosi su tre principi fondamentali:

  • L’umanità non può eccedere la disponibilità di cibo.
  • La produzione di cibo dipende anche da servizi ecosistemici che sono resi gratuitamente dagli ecosistemi naturali (assorbimento e stoccaggio di CO2, fertilità, acqua dolce, impollinazione, banchi di pesca, ecc.).
  • Gli ecosistemi naturali vengono distrutti dalla crescita demografica ed economica.

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Anziché sui tassi di natalità, l’aspettativa di vita ecc., Word4 è quindi focalizzato sulla disponibilità di risorse e sulla nostra capacità di estrarle. In effetti, vi sono altri due insiemi di fattori critici per il nostro destino: la complessità del sistema socio-economico-tecnologico e la capacità degli ecosistemi di rigenerare le risorse ed evitare l’accumulo di sostanze nocive. A dire il vero quest’ultimo aspetto è indirettamente preso in conto, visto che si utilizza la metodologia dell’ ”Impronta ecologica” e si fa riferimento esplicito a fenomeni come il GW. La complessità è invece parzialmente correlata con la tecnologia che, invece sta al centro del modello.
Dunque, il modello è strutturato su 2 fattori aggregati: la tecnologia e l’ambiente, correttamente considerando che è soprattutto dal loro rapporto dinamico che deriva la capacità di carico umana, vale a dire quanta gente può vivere su questo pianeta. Entrambi i fattori si articolano in due sotto-fattori: la tecnologia in Conoscenza ed Ignoranza che determinano il tasso di mortalità. La prima riducendolo e la seconda aumentandolo. Entrambi i due sotto-fattori operano in ogni momento, ma il punto di equilibrio fra di essi si sposta: verso l’ignoranza per obsolescenza (tecnologie non più utili, non più possibili o comunque dimenticate); viceversa per apprendimento.

L’ambiente si articola invece in antroposfera (la parte di biocapacità già sfruttata) ed ecosfera (la parte di biocapacità ancora libera e dunque in grado di rendere servizi ecosistemici vitali. Anche in questo caso si passa dall’una all’altra mediante rinaturalizzazione o, viceversa, domesticazione.

Queste quattro variabili sono legate fra loro da un sistema di 6 equazioni da cui si estrapola la capacità di carico. Si noterà che questo modello considera la mortalità come fattore principale nel determinare la popolazione. E’ molto politicamente scorretto, ma scientificamente accettabile in quanto chi nasce in un contesto di “overshoot” conclamato, vale a dire carestia, assenza di sostegno internazionale, caos sociale, ecc., facilmente muore.

Previsioni.

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Come al solito, il modello è stato messo a punto facendogli riprodurre i dati reali dei 100 anni scorsi, per poi azzardare delle previsioni sul futuro, inserendo una serie di variabili. Facendo quindi girare il programma un milione di volte, via via inserendo combinazioni di dati diverse, si ottiene un fascio di curve che indicano i possibili sviluppi. Orbene, contrariamente alle proiezioni attualmente accreditate, tutte le curve disegnate puntano decisamente verso il basso a breve termine. La “finestra” che contiene l’80% di probabilità è che il picco della popolazione si verifichi fra il 2025 ed il 2030 intorno ai 7,5 miliardi di persone, per poi giungere al 2060 con una popolazione globale compresa fra 2 e 6,5 miliardi di persone. Come si vede, tutte le curve sottostimano il numero di persone attuali (si ricorda che il modello è settato sui dati fino al 2010) che pare abbia già raggiunto gli 8 miliardi nel 2022 (anche se non è poi certo), ma l’aspetto più interessante è che il margine di incertezza risulta molto ridotto circa l’inizio della flessione, mentre è molto ampio per quanto riguarda la sua rapidità. Tale differenza dipende prevalentemente da differenti ipotesi fatte circa la resilienza degli ecosistemi selvatici; vale a dire dalla loro capacità di continuare a fornire servizi ecosistemici vitali ancorché parzialmente antropizzati.

In altre parole, il risultato più interessante del lavoro è che, al di là della precisione nelle previsioni, il fattore principale per la sopravvivenza dell’umanità risulta essere non già la tecnologia, bensì la qualità ambientale. Sorprendente per molti, questo risultato è invece esattamente quello che ci si poteva aspettare dal momento che la tecnologia non crea risorse, bensì ne migliora lo sfruttamento, cosa che solitamente ne accelera il degrado.
A questo proposito, risulta particolarmente interessante la seconda parte del lavoro, quella intitolata “what if?”  Vale a dire, come potremmo contrastare il nostro rapido declino?  Tramite il modello sono state valutate varie ipotesi e quella che ha dato i risultati di gran lunga migliori è quelle di spingere il “rewilding”, cioè la rinaturalizzazione, fino a circa metà della superficie terrestre (guarda caso quello che sostiene E.O. Wilson in “Half Earth”.

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Risultato controintuitivo per il nostro modo di pensare corrente, ma perfettamente coerente con ciò che gli ecologi si affannano a dire da 50 anni almeno: il permanere sulla Terra di condizioni chimico-fisiche compatibili con una qualunque civiltà e finanche della vita stessa dipende integralmente dalla funzionalità dei cicli bio-geo-chimici la cui struttura abbiamo drasticamente modificato. Ripristinarli è dunque vitale e richiede di ripristinare una quantità sufficiente di ecosistemi.
Ci si creda o meno non fa molta differenza perché nessuno farà niente del genere, semmai vediamo un impulso generale a fare esattamente il contrario. “Grattare il fondo del barile” sembra essere la parola d’ordine che accomuna tutti i governi e le organizzazioni del mondo. Perfino la sparuta ed eterogenea pattuglia ambientalista si è oramai focalizzata sullo scopo impossibile di una riduzione volontaria nell’estrazione di combustibili fossili, trascurando completamente la conservazione della biosfera. E’ vero che le due cose sono correlate, ma la politica è fatta di possibilità e di priorità: forse converrebbe puntare su obbiettivi almeno parzialmente raggiungibili come un’estensione e reale tutela delle aree protette.
Però, se la correlazione è corretta, deve funzionare anche in senso inverso; cioè una riduzione abbastanza rapida dell’umanità potrebbe consentire una ripresa altrettanto rapida di molti ecosistemi, salvando così la vita a centinaia di milioni di persone che le attuali politiche anti-ambientaliste condannano.

Limiti dei limiti.

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Ovviamente è perfettamente possibile che il modello abbia trascurato o mal considerato uno o più fattori rilevanti e che pertanto risulti sbagliato. Ancora una volta è bene ricordare che si tratta di un modello e non di Nostradamus (per modo di dire). Tuttavia io credo che sia da prendere sul serio, come tendenza generale e non come previsione di dettaglio, per due solide ragioni. La prima è che risulta molto consistente con i risultati ottenuti aggiornando e ricalibrando Word3, la cui validità strutturale è invece stata ampiamente dimostrata dai fatti.
La seconda è molto più empirica, ma non per questo meno cogente: l’analisi dei dati demografici di questi ultimi decenni indica non solo una tendenza globale a ridurre la natalità, ma anche che laddove si verifica una crisi economico-politica abbastanza grave da provocare un sensibile aumento di mortalità, si verifica anche una contemporanea riduzione della natalità; specialmente se non vi è la possibilità di emigrare.  A ciò dobbiamo aggiungere che, sia pure in modi molto diversi, tutti i paesi del mondo dipendono dal commercio globale per parecchie delle loro necessità vitali e che la rete commerciale globale sta scricchiolando sotto i colpi della crisi energetica ed economica generale, oltre che della rinnovata ostilità fra blocchi geopolitici contrapposti.
Attenzione però che questi modelli trattano della popolazione globale: va da sé che ci saranno differenze sensibili a seconda dei paesi, delle regioni, ecc.

Il continente probabilmente messo peggio è l’Africa a causa della sua altissima crescita demografica: 2,3 – 2,4% annuo secondo le stime. Un tasso che dipende sostanzialmente da un insieme di fattori quali importazione di cibo, aiuti internazionali, un sistema sanitario quasi interamente finanziato da paesi esteri (EU, USA e Cina), oltre che dalle rimesse degli emigranti. Certo, tutto ciò viene elargito in cambio di accordi commerciali a tutto vantaggio delle imprese dei paesi “donors”, ma ciò non cambia il fatto che l’eventuale venir meno di uno o più di questi fattori comporterebbe un aumento rapido e consistente della mortalità e, probabilmente, un parallelo calo della natalità (v. ad es. in Sudan e Sud Sudan).  Ma anche nei paesi autoproclamatisi “avanzati” c’è poco da ridere. Una crisi economica di gravità analoga a quella che negli anni ’90 travolse l’URSS potrebbe colpire (colpirà?) paesi centrali come la UE, gli USA o anche la Cina, oppure intermedi, come Russia o India. E facilmente la rovina di un pezzo importante del puzzle mondiale ne trascinerebbe seco altri, comportando il crollo di una buona parte del castello di carte. Solo che questa volta non ci sarebbe nessuno in grado di portare soccorso e nessuna possibilità di un “miracolo economico” successivo; neanche molto parziale.

Un vecchio adagio afferma che è meglio essere ricchi e sani, piuttosto che poveri e malati. Molti e crescenti indizi indicano che però abbiamo scelto la seconda opzione, anche se la maggioranza delle persone ed anche molti scienziati non sono d’accordo. Vedremo, forse anche prima del previsto.

 

 

 

 

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