Alla già piuttosto lunga lista delle persone di cui ho perso la stima per le loro posizioni riguardo alla guerra in Ucraina si aggiunge ora il filosofo Giorgio Agamben. Non può essere altrimenti dopo la lettura di un contributo per Comune-info di cui riporto il passo più squallido:

La guerra in Ucraina si sta avvicinando alla sua conclusione [evidentemente perché l’ha deciso Agamben, n.d.r.] che, comunque si configuri, non potrà che coincidere con lo sfacelo dell’“ex Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina” (prima della quale uno stato ucraino non era mai esistito [brutta cosa l’autodeterminazione dei popoli… n.d.r.] ed è bene ricordare che la Crimea che Volodymyr Zelens’kyj non fa che rivendicare [quindi la colpa del conflitto è l’ostinazione del presidente ucraino di riottenere la Crimea! Non la pretesa di Putin di impadronirsi di quattro oblast dell’Ucraina, territori non ancora occupati compresi! n.d.r.] fu unita alla Repubblica sovietica ucraina soltanto nel 1954 da Nikita Sergeevič Chruščëv e, secondo il censimento di quell’anno, era popolata dal 72 per cento di russi). [Poco sorprendente dal momento che il predecessore Stalin aveva perseguitato i tatari e altre minoranze della regione. Comunque, pur apprezzando le ricostruzioni storiche di Agamben, qualcuno lo informi che c’è stato un referendum per l’indipendenza tenuto nel 1991 con tanto di osservatori internazionali e riconosciuto pure dalla Russia dove gli abitanti della Crimea si sono espressi per il 54,1% in favore dell’unione con l’Ucraina. Magari gli si faccia notare anche la pericolosa deriva etnicista che ha intrapreso con l’equivalenza russofono = cittadino russo, come se adottare una certa lingua implicasse necessariamente l’appartenenza a un determinato stato. 

 

In un successivo articolo ha accomunato Zelensky e Netanyahu (nonché i governi europei) in quanto “perseguono a ogni costo una politica di guerra”, non discostandosi da tanti altri giustificazionisti dell’invasione russa che ora tuonano contro Israele. A scanso di equivoci, chi scrive ritiene che l’aggressione israeliana in quella che verrà ricordata come la ‘guerra dei dodici giorni’ sia sta illegale, immorale e oltretutto ipocrita, dal momento che lo stato ebraico quasi certamente si è creato un arsenale atomico in maniera non molto dissimile da quanto stava cercando di fare l’Iran.

Tuttavia, come a suo tempo i sostenitori dell’intervento NATO in Kosovo avrebbero fatto bene a osservare un dignitoso silenzioso dopo le aggressioni di Bush II in Afghanistan e Iraq avendo sdoganato un precedente pericolosissimo, ugualmente dovrebbe comportarsi chi finora ha profuso parole appassionate per legittimare la famigerata ‘operazione militare speciale’. Adottando quel metro di giudizio, l’azione israeliana (“una questione esistenziale”, così l’ha chiamata Netanyahu ricorrendo guarda caso a un’espressione più volte ripetuta da Putin), risulta anzi decisamente più motivata. 

Infatti, a parte un vago riferimento nella costituzione ucraina riguardo all’intenzione di associarsi alla NATO, non erano ancora stati intrapresi i passi formali per inserire Kiev nell’alleanza atlantica. Invece il regime degli ayatollah non solo tuona da sempre per la distruzione di Israele, ma arma miliziani che attaccano periodicamente il suo territorio, come Hamas, Hezbollah e ribelli Houthi. Fatto ancora più importante, i sospetti di voler intraprendere un programma atomico militare si fondano su presupposti decisamente più solidi rispetto alle accuse imputate agli ucraini. 

Chi (come Alessandro Di Battista), appellandosi alle dichiarazioni della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), ha paragonato la minaccia iraniana alla bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e alla pantomima della fialetta esibita da Colin Powell all’assemblea generale dell’ONU, non ha capito il senso dei rapporti della AIEA oppure li ha volutamente mistificati. 

L’agenzia ha effettivamente smentito le illazioni secondo cui Teheran sarebbe in grado di ultimare in breve tempo una testata atomica funzionante (di fatto non è neppure in costruzione); tuttavia, il ritrovamento di uranio arricchito al 60% (valore ancora basso per scopi militari ma largamente superiore alle necessità civili) e il reattore sperimentale ad acqua pesante di Arak (capace di produrre plutonio ideale per ordigni, similmente a quanto fatto dall’India per realizzare la prima bomba atomica Smiling Buddha) sono chiare testimonianze dei propositi del regime islamista. 

In sostanza, l’offensiva israeliana rientra perfettamente nella logica cialtrona del ‘mondo multipolare’ acclamata dai non pochi fan di Putin in Occidente, concezione per cui il diritto internazionale diventa definitivamente carta straccia e il soggetto egemonico in una determinata regione, nel nome della sicurezza nazionale, può intraprendere qualsivoglia azione contro chi ricade nella sua area di influenza: oggi la Russia con l’Ucraina e Israele con l’Iran, domani probabilmente la Cina con Taiwan e gli USA con la Groenlandia. 

Tale ipotesi di nuovo ordine mondiale mi fa quasi rimpiangere la guerra fredda e addirittura il successivo unilateralismo statunitense, per quanto li abbia esecrati. Anch’essi erano contrassegnati da partigianeria e strabismo morale, tuttavia sussistevano alcune condizioni per cui, talvolta, si riusciva a tamponare l’ingiustizia e a porvi almeno parzialmente rimedio. Qui invece la legge del più forte si erge a unico valore fondante nel contesto di una pax globale di tipo mafioso, basata esclusivamente sul tornaconto dei boss di turno. 

Tutto ciò passa abbondantemente sopra le teste di noi piccoli ingranaggi della megamacchina ed è comprensibile qualsiasi sentimento di sconforto e impotenza. Vale comunque la pena di elencare le condizioni necessarie almeno per non unirsi alla schiera di coloro che stanno stendendo un tappeto rosso alla catastrofe:

– finirla con doppie morali e bugie per giustificare questo o quell’altro: solo un minimo di coerenza di valori può tentare di opporsi all’arbitrio più totale;

– comprendere che, non da oggi, il mondo è entrato in una fase contrassegnata dal declino degli Stati Uniti e di quello che più genericamente viene chiamato ‘Occidente’, dove i nuovi soggetti dominanti non sembrano affatto preferibili ai vecchi. Proseguendo con la metafora mafiosa, non ha senso mollare le vecchie cosche per affiliarsi alle nuove;

– le disgrazie politiche, economiche e sociali si stanno verificando in un contesto unico nella storia umana, quello contrassegnato dall’overshoot globale. Occorre prenderne atto e inserire ogni problematica all’interno di questa cornice inquietante. 

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