La spinosa problematica del debito è una delle questioni centrali trattate nel libro La caduta del Leviatano, scritto da me e Jacopo Simonetta. Proponiamo in italiano un contributo sul medesimo argomento di Art Berman (qui il testo originale in inglese) che, come noi, lo intende in maniera molto differente dalla visione convenzionale. 

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E se tutto quanto ci è stato insegnato sull’economia – su valore, denaro e crescita – fosse fondamentalmente il contrario della realtà? E se le nostre proiezioni per il futuro non fossero solo ottimistiche, ma addirittura illusorie, dal momento che ignorano cosa siano realmente denaro e debito e, in ultima analisi, da cosa dipendano ?

Negli ultimi 75 anni abbiamo vissuto un’anomalia straordinaria: un’epoca alimentata da energia fossile a basso costo e concentrata, da un’espansione esponenziale del credito e da un insolito periodo di stabilità geopolitica. Ogni previsione mainstream – sull’intelligenza artificiale, sull’energia verde o sulla crescita perpetua del PIL – dà per scontato che questo momento sia la norma. Tuttavia, l’impalcatura di questa illusione sta iniziando a cedere.

Un recente post di Nate Hagens ha messo a nudo quanto l’economia tradizionale sia lontana dalla realtà fisica. Da qui è nato quello che state leggendo ora; cominciamo da dove la maggior parte degli economisti non comincia: dalla realtà. I libri di testo definiscono il denaro in base a ciò che fa : un mezzo di scambio, un’unità di conto, una riserva di valore. Ma questo non è ciò che è. Il denaro è un diritto su energia, lavoro e risorse future. E questo cambia tutto.

Il denaro moderno viene creato come debito, immesso in circolazione quando le banche erogano prestiti. E il debito non è solo un contratto finanziario. È una scommessa su un surplus futuro. Ogni dollaro preso in prestito oggi presuppone che domani si produrranno più beni, più energia, più capacità di rimborso, con interessi. Ma se non fosse possibile?

Abbiamo accumulato debiti finanziari su un mondo reale che non cresce altrettanto rapidamente. Il debito statunitense supera ora i 100.000 miliardi di dollari, ovvero oltre il 340% del PIL (Figura 1). I 35.000 miliardi di dollari spesso citati rappresentano solo la quota federale.

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 Il debito totale degli Stati Uniti era di 101.000 miliardi di dollari nel 2024 (il 345% del PIL). Il debito federale rappresentava solo il 35% del debito totale e il 121% del PIL nel 2024.
Fonte: St. Louis Federal Reserve Bank e Labyrinth Consulting Services, Inc.

 

A livello globale, il debito dichiarato ammonta a 345 trilioni di dollari ma, se si considerano le passività fuori bilancio, il sistema bancario ombra e la leva finanziaria sintetica*, la cifra probabilmente si avvicina ai 600 trilioni di dollari. Nel frattempo, il valore della valuta fisica statunitense è di soli 2,3 trilioni di dollari. Anche se quei dollari fossero garantiti – e non lo sono – la leva finanziaria del sistema è sbalorditiva.

Da una prospettiva biofisica, questi non sono solo numeri. Sono promesse di fornire beni e servizi reali in futuro: energia, manodopera, materiali. Se questi input non si concretizzano, le promesse non saranno mantenute. Il sistema allora si adatterà attraverso l’inflazione, il default, la ristrutturazione o il collasso.

Lyn Alden ci ricorda che il debito si basa sulla fiducia, non solo tra individui, ma anche tra sistemi giuridici, istituzioni e contesti geopolitici. Tale struttura è ora visibilmente compromessa. Ecco perché la contabilità convenzionale non coglie il punto. Ciò che ci troviamo di fronte non è solo uno squilibrio fiscale o monetario, ma uno squilibrio termodinamico tra aspettative e realtà.

Questa discrepanza invalida molti dei presupposti insiti nelle nostre visioni del futuro. Supponiamo, ad esempio, che gli investimenti in energia pulita possano raggiungere i 4.000 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Ma da dove arriveranno l’energia e i materiali per realizzarla? Da dove arriveranno i capitali in un mondo saturo di debito? A quali tassi di interesse? In un sistema già sovraindebitato, ogni nuovo dollaro di debito richiede un surplus futuro che potrebbe non essere più fisicamente possibile.

I mercati non risolveranno questo problema. Essi rispondono ai segnali di prezzo, che però sono distorti. Riflettono ciò che i ricchi possono permettersi, non ciò di cui la società ha bisogno. Ignorano il calo dei rendimenti energetici, il superamento ecologico e l’erosione della fiducia istituzionale. Come osserva Hagens, confondono la disponibilità a pagare con il valore reale.

L’economia non è una scienza naturale. È un’ideologia, costruita su astrazioni che hanno funzionato brevemente nelle condizioni uniche dell’abbondanza di fonti fossili. Racconta storie raffinate riguardo ad attori razionali, mercati efficienti e crescita perpetua, che però crollano sotto la pressione del mondo reale.

Il problema non è solo economico: è la tendenza più geralizzata a ridurre i sistemi complessi in parti isolate. Ottimizziamo le singole parti per poi sorprenderci quando il sistema crolla. Questo approccio ha radici culturali profonde, antecedenti all’industrialismo. I combustibili fossili ci hanno semplicemente permesso di ignorarne le conseguenze.

Non offro soluzioni. Offro una prospettiva per chi è disposto a guardare. La maggior parte delle persone intuisce già che qualcosa non va. Alcuni seguono populisti o ideologi che offrono false risposte, ma la fame di chiarezza è reale. La scienza, al suo meglio, inizia con l’osservazione. Si chiede: cosa sta succedendo? Quali forze hanno plasmato questo momento? Cosa possiamo plausibilmente aspettarci in futuro?

Tolstoj lo aveva capito. In  Guerra e Pace scrisse che, una volta iniziata una battaglia, i piani crollano. I comandanti perdono il controllo. Gli eventi si susseguono attraverso innumerevoli piccole azioni, incidenti e decisioni. “Il corso della battaglia non è determinato dai generali, ma dalle mille possibilità di vita e di morte”.

Non sono né pessimista né ottimista. Ma so che la storia cambia quando le persone sono pronte a lasciarsi alle spalle narrazioni che non funzionano più e a seguire chi le ascolta. Non dobbiamo abbandonare l’economia, bensì mettere in discussione le proiezioni secondo cui gli ultimi 75 anni possono ripetersi all’infinito. Dobbiamo smettere di cercare soluzioni alla nostra situazione prima di capirla.

Non possiamo finanziare la nostra strada verso un futuro migliore. Non riusciremo a legiferare né a innovare per uscire dal sovrasfruttamento sistemico. Se vogliamo evitare il collasso, dovremo scrivere una storia diversa, una storia che non inizi dal debito, ma dalla Terra.

 

*La leva finanziaria sintetica, nota anche come financial leverage in inglese, è una strategia che permette di amplificare i rendimenti di un investimento utilizzando fondi presi in prestito. In pratica, un investitore può controllare un’attività finanziaria di valore superiore al capitale effettivamente investito, esponendosi così a maggiori profitti potenziali, ma anche a maggiori rischi di perdita. 

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