La Verità è solo uno dei tanti soggetti che si sono stracciati le vesti per l’annullamento (formalmente un rinvio a data da destinarsi) del seminario ‘Quanto possiamo fidarci dei modelli previsionali dell’IPCC?’, che John Clauser, premio Nobel 2022 per la fisica, avrebbe dovuto tenere sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il quotidiano di Belpietro si è scandalizzato al punto da dedicargli la prima pagina dell’edizione del 25 luglio scorso: Il green è la nuova pandemia, via alle liste di proscrizione. Contesta i dogmi sul clima: censurato il Nobel in carica. In un’epoca in cui la parola ‘censura’ è sulla bocca di tutti, desidero anch’io intervenire sulla questione, ma per farlo adeguatamente (e per pararmi le terga dalle strumentalizzazioni) devo prenderla un po’ alla lontana.
In democrazia è fondamentale difendere quella che gli antichi greci chiamavano doxa, ossia la credenza totalmente personale, soggettiva e priva di riscontri. Contro tutto e tutti, ho il diritto di pensare che la Terra sia piatta, di ritenere Pol Pot il maggior benefattore dell’umanità o di idolatrare Roberto Gagliardini fino a considerarlo il calciatore più talentuoso al mondo; parimenti, è mia legittima prerogativa diffidare dei modelli climatici, con buona pace di qualsiasi debunking o fact checking. Non importa la mia capacità di discernere di geofisica, storia, calcio e climatologia.
Qualora testate giornalistiche, case editrici, siti Web ecc. intendessero diffondere e promuovere la mia doxa, nessuna autorità esterna può impedirlo: farlo equivarrebbe effettivamente a una censura. Semmai, per difendere la sophia (cioé la credenza che travalichi la mera soggettività) ed evitare il dilagare della disinformazione, si devono promuovere le condizioni per il giusto contraddittorio pubblico tra le tesi non ortodosse e quelle più accreditate, soprattutto se ci sono di mezzo temi di grande rilevanza sociale. Premesso tutto ciò, va rimarcato che la libertà di espressione non implica di per sé alcuna pretesa di visibilità e diffusione.
Ad esempio, non è censura se il canale televisivo del National Geographic impedisce la messa in onda di un programma dove io, biologo e noto membro della Flat Earth Society (esiste veramente!) affermo che la Terra sia piatta e dipingo gli studiosi delle scienze della Terra come incompetenti e bufalari. Non è censura se Einaudi rigetta la pubblicazione del libro dove io, economista e consigliere della Red Khmers For The Human Progress (speriamo non esista!) tesso le lodi di Pol Pot contestando gli storici ‘mainstream’ che lo avrebbero ingiustamente raffigurato come un dittatore crudele e sanguinario. Non è censura se il direttore della Gazzetta dello sport cestina l’articolo in cui io, critico cinematografico e fondatore del Roberto Gagliardini Fan Club (non esisterà sicuramente!) denuncio un’evidente malafede della giuria di France Football per non aver insignito del Pallone d’oro l’ex centrocampista dell’Inter ora in forza al Monza.
National Geographic, Einaudi e Gazzetta non sono speaker’s corner accessibili a chiunque per parlare a ruota libera, bensì entità che nei rispettivi campi dovrebbero coltivare la sophia (se state ridendo pensando a certe posizioni della Gazzetta o ad alcune pubblicazioni di Einaudi, non vi posso biasimare). Alla luce della loro mission, sarebbe anzi opportuno non concedere visibilità a qualcuno che, per compensare la mancanza di titoli e competenze, fa leva sulla polemica e sul sensazionalismo. A maggior ragione se le affiliazioni personali ne mettono in dubbio l’obiettività.
Potranno sembrare paragoni fuori luogo con la vicenda di Clauser, ma ragionando senza isteria risultano perfettamente calzanti. Si è specializzato nella meccanica quantistica, disciplina senza alcuna affinità con la climatologia, campo in cui non vanta titoli di studio o pubblicazioni scientifiche. Ha ottenuto la ribalta mediatica con dichiarazioni roboanti dove accusa i colleghi che studiano il clima di “corruzione della scienza” e altre illazioni diffamatorie.* Per giunta, siede nel consiglio di amministrazione della CO2 Coalition, un think thank finanziato dall’industria dei combustibili fossili il cui scopo dichiarato è negare l’origine antropica del cambiamento climatico: perché una persona con tali credenziali dovrebbe vedersi arrogato il diritto tout court di tenere un seminario sui modelli climatici da parte del FMI o di chicchessia?
Molti riconosceranno la fondatezza delle contestazioni ma obietteranno che, per quanto attiene all’efficacia dei modelli climatici, non possediamo le medesime certezze riguardanti la forma della Terra, i crimini di Pol Pot o le capacità calcistiche di Gagliardini. Non posso biasimarli, pensando ai penosi dibattiti sul clima che ci sorbiscono i mass media. Per inquadrare bene la questione, occorre portare alla luce informazioni che non si troveranno mai in televisione e sui giornali.
Nel grafico sottostante è raffigurata la predizione del modello climatico ideato da Wallace Broecker nel 1975 (quando IPCC erano quattro lettere accostate a caso e solo un ristretto manipolo di post-hippies si scagliava contro i combustibili fossili) secondo i livelli di CO2 realmente registrati. Trattasi di un modello estremamente semplificato rispetto agli attuali, eppure ha previsto con estrema precisione i successivi 35 anni, in particolare il periodo 1995-2010. Broecker si è basato sull’assunto che la CO2 sia il principale driver del cambiamento climatico, già all’epoca la tesi più in voga tra i ricercatori.
Fonte: Skeptical Science
E’ interessante confrontare il modello di Broecker con quello ideato dal geologo Dan Easterbrook nel 2008, secondo cui i cicli naturali sarebbero predominanti e l’influenza antropica minimale.
Fonte: Skeptical Science
Ogni commento è superfluo. Qui sotto invece un raffronto tra il modello climatico ideato da James Hansen nel 1988, evoluzione degli assunti di Broecker, con una ricostruzione storica delle temperature medie ricalcante le concezioni del climatologo ‘scettico’ Richard Lindzen (qui per chi fosse interessato alle questioni metodologiche).
Fonte: Skeptical Science
Sono modellizzazioni estremamente complesse che devono rendere conto di un fenomeno dal comportamento caotico e non lineare, una cosa un po’ diversa dall’indovinare se uscirà rosso o nero alla roulette. Attribuire pertanto alla fortuna l’ottima approssimazione con la realtà dei lavori di Broecker e Hansen è un po’ come credere che una scimmia, battendo le mani a casaccio su di una tastiera, possa scrivere un testo capace poi di rivelarsi molto fedele a quello di una futura canzone di Fedez. Si tratta quindi di ottime descrizioni del funzionamento del clima, che sicuramente contemplano tutte le principali variabili che lo caratterizzano e con grande probabilità illustrano correttamente le loro interazioni nell’influenzarlo. Non c’è traccia dei presunti “processi chiave esagerati e fraintesi di circa 200 volte” blaterati da Clauser, neppure nei modelli più vetusti e obsoleti.
Ho oramai cassato l’odioso termine ‘negazionista’, sia per non turbare il sonno di chi teme proposte di legge assurde (per altro propugnate da politici che contano meno degli scartini a briscola), sia perché non c’è alcun bisogno di appiccicare etichette infamanti. I fatti dimostrano inequivocabilmente che, definendo i modelli climatici (nel frattempo molto evoluti dai tempi di Broecker e Hansen) come “non affidabili” o frutto di una “pseudoscienza giornalistica e corrotta”, si fa la figura, se non proprio del terrapiattista, dell’apologeta di Pol Pot o del fanboy di Gagliardini. Cioé gente che ha tutto il diritto di chiedere di tenere seminari e a cui è altrettanto lecito rispondere “no, grazie” senza essere additati a censori oscurantisti.
Attualmente, Clauser e altri ‘scettici’ vittime di fantomatiche discriminazioni godono di una notorietà e di un accesso ai media maggiore dei veri studiosi del clima. Nel momento in cui dovessero subire davvero provvedimenti restrittivi volti a impedire la manifestazione della loro doxa, mi comporterò alla maniera del celebre aforisma attribuito a Voltaire (“Non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”); fino ad allora, mi faccio grasse risate della pretesa di vedersi stendere tappetti rossi in nome di una malintesa idea di libertà di espressione per cui tutti dovrebbero sentirsi obbligati nei loro confronti.
Morale della favola? Il FMI è un’istituzione che nella sua storia si è resa complice di non pochi crimini contro l’umanità, non si riabilita certa con l’annullamento del seminario di Clauser ma se non altro ha evitato di infliggere altri danni.
*Non ho trovato sul Web affermazioni di Clauser contro la climatologia precedenti all’assegnazione del Nobel. Ricordiamo che il premio per la fisica del 2021, oltre che a Giorgio Parisi, è stato assegnato a Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il loro apporto nel perfezionamento dei modelli climatici. Ovviamente, eventuali esternazioni che sarebbero suonate denigratorie nei confronti dei vincitori dell’anno precedente avrebbero reso molto problematico il conseguimento del Nobel. In ogni caso, Clauser non si è fatto alcuno scrupolo ad accettare il premio da un’istituzione che, ragionando secondo la sua ottica, contribuisce a promuovere la ‘corruzione della scienza’.



Esiste il Nobel “in carica”? È come Miss Italia, che l’anno successivo deve dare la corona alla nuova vincitrice? È la prima volta che lo sento.
Nella bozza c’era una battuta al riguardo, del tipo ‘ringrazio La Verità per aver scoperto che il conseguimento dei Nobel è simile all’albo d’oro di un campionato del mondo’ o roba simile. Poi, siccome il testo era già molto lungo, ho levato questo orpello non fondamentale.
Fondamentale per far capire che non sanno neanche di cosa stanno parlando.
Ma Clauser nega il riscaldamento globale, la sua origine antropica, o il fatto che sia un grosso problema? Sono tre cose un po’ diverse, e fra l’altro con molte sfumature intermedie.
Comunque non me la prenderei tanto se c’e’ qualcuno che canta fuori dal coro (come la Verita’, che non e’ certo un giornale mainstream, o Clauser), ne’ ci troverei tanto gusto nel voler trovare per forza un colpevole qualunque problema ci sia, che e’ un po’ la cifra del nostro tempo.
Il capro espiatorio impera alla grande.
In fin dei conti, se c’e’ il riscaldamento globale, chi se ne frega se e’ colpa dell’uomo o no? Un problema e’ un problema, e se serve si cerca di risolverlo a prescindere da chi ha la colpa, ammesso che ci sia una colpa. Altrimenti, viene il sospetto che del riscaldamento globale non freghi a nessuno, e che cio’ che importa sia poterlo usare per il solito insopportabile bullismo ideologico-politico.
Inoltre, direi che non c’e’ da stupirsi, ne’ indignarsi, se l’incolpato, l’uomo, cerca di difendersi.
Ascoltando Mancuso, prima, lo sentivo dire che l’unico metodo utile e fattibile per ridurre la CO2 in tempi ristretti e’ piantare, o lasciar crescere cercando di non tagliarli, tanti alberi, 1000 miliardi per la precisione (normalmente infatti la CO2 sul pianeta e’ relativamente scarsa proprio perche’ le piante, se lasciate libere di crescere, tanta piu’ CO2 c’e’ tanto piu’ crescono e la assorbono, questo e’ il meccanismo fondamentale di autoregolazione, mentre quelli che dicono che gli alberi aumentano il riscaldamento dicono stronzate come tante se ne sentono sull’argomento, e se avessero ragione poi cosa dovremmo fare, tagliare tutti gli alberi? Chiaramente e’ assurdo).
Perche’ non ricominciamo ad esempio a piantare alberi ad alto fusto lungo tutte le strade, che cosi’ diventerebbero anche di nuovo belle, fresche e ombreggiate come erano fino a qualche decennio fa? Assorbimento della CO2 a parte, andando in bicicletta, la differenza di temperatura che si sente e’ abissale fra dove ci sono gli alberi che ombreggiano l’asfalto dal sole estivo e dove no, si passa dal fresco al caldo torrido (ed e’ per questo che li piantavano lungo le strade, quando le strade servivano ad uomini ed animali e non a mezzi meccanici dotati di aria condizionata – che peraltro quando e’ accesa consumano di piu’).
Sperando che anche questa non diventi solo una nuova speculazione, tipo quella del verde pubblico, che spesso e’ solo un pianta e distruggi apposta per spendere soldi ed energie.
Invece di continuare con diatribe infinite “colpa mia colpa tua”, non si potrebbe fare qualcosa magari partendo dal semplice e dal basso? (mentre ci sono forti indizi che il green washing sia non solo inutile ma dannoso).
Certo bisogna mettere in chiaro fin da subito e accettare che ci saranno degli incidenti in piu’, fra alberi che ogni tanto cadono e automobili che ci vanno a sbattere contro. Siamo pronti a questo inevitabile sacrificio? Non credo. Chiacchiere, recriminazioni reciproche, e basta.
https://ilbolive.unipd.it/it/news/-alberi-cambiamento-climatico-piantare :
”
“Pianta un albero e aspetta cinque anni”, recita un antico precetto del Gautama Buddha. Ma se di alberi ne piantiamo mille miliardi su una superficie di 8 o 9 milioni di chilometri quadrati, sostiene un gruppo di ricercatori svizzeri in un articolo pubblicato a inizio dello scorso luglio su Science, e aspettiamo un po’ più di cinque anni potremo sottrarre all’atmosfera 750 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, più o meno quanto l’umanità vi ha conferito negli ultimi 25 anni e i due terzi di quanta vi ha immesso dalla rivoluzione industriale ai nostri giorni.
Pianta mille miliardi di alberi e risolverai, almeno in parte, il problema dei cambiamenti climatici, sembra dire il team svizzero. D’altra parte il progetto è diventato oggetto della The Trillion Tree Campaign (campagna per mille miliardi di alberi) sotto l’egida delle Tree Planting Organizations, che vanta di averne già piantato 13,6 miliardi.
Non è l’unica iniziativa nel settore. In Africa, per esempio, molti governi si sono organizzati per creare un unico Great Green Wall, un grande muro verde, lungo 7.600 chilometri da ovest a est sotto il Sahara, in pratica dal Senegal e dalla Mauritania all’Etiopia e all’Eritrea. Lo scopo è triplice: 1) contribuire a prevenire i cambiamenti climatici; creare un santuario unico della biodiversità, senza interruzioni; ribaltare la tendenza del deserto ad avanzare.
“
Come il suo think thank CO2 Coalition, ritiene che immettere gas serra nell’atmosfera non possa provocare alterazioni del clima e che quella che viviamo ora non sarebbe una ‘crisi climatica’ ma un normale processo naturale.
Non è questione di colpevoli ma di capire le cose. Fa una differenza enorme se è possibile usare i combustibili fossili senza alcun problema o meno.
Come ho ripetuto fino alla sfinimento nel pezzo, la doxa è sacra. Ma non ti dà il diritto di pretendere visibilità e/o di diffamare gli altri.
Ho sempre stimato l’ecologia profonda ma sulla questione di questa categoria ‘Uomo’ tanto astratta ho sempre dato ragione a Bookchin. La CO2 Coalition è fatta di ‘Uomo’ molto particolari, quelli cioé che si fanno le budella d’oro con i combustibili fossili. Comunque certe cose possono apparire normali solo perché stiamo parlando del clima e non di altri argomenti.
Conosco una persona che ci lavora, Roberto Salustri. Qualche settimana fa hanno subito una vigliacchissima azione di sabotaggio, a questo link di DFSN perchi volesse solidarizzare: http://www.decrescita.com/news/solidarieta-per-souff/
Visto che conosci qualcuno che ci lavora, si sono posti il problema della sostenibilità di grandi impianti di irrigazione in zone aridissime? Da dove viene l’acqua e a quali altri usi è sottratta?
Mi sembrano un po’ come quei pozzi costruiti dai missionari e dalle ong in Africa, che hanno alla lunga peggiorato la situazione e adesso si stanno pure svuotando.
L’assolutizzazione della piantagione di alberi è l’ennesimo errore dovuto all’arroganza e superficialità umana. Ci sono molte situazioni in cui piantare alberi è una cosa positiva, molte altre in cui gli alberi ricrescono da soli con minor dispendio di risorse, e altre ancora in cui piantare alberi è una pessima idea.
Ma noi siamo tutti qui a cercare soluzioni facili e pass-partout, purché non ci richiedano di rinunciare alle nostre comodità…
“L’assolutizzazione della piantagione di alberi è l’ennesimo errore dovuto all’arroganza e superficialità umana.”
E chi assolutizza?
Dire una cosa non esclude tutte le altre.
Rimettere gli alberi lungo le strade per abbellirle e rinfrescarle “assolutizza”?
Perche’ devi sempre partire aggressiva e prevenuta? Cos’avete, ragazzi?
Comunque, l’hai capita adesso la “stronzata” che a suo tempo ho detto, che la situazione naturale della terra e’ scarsa CO2 perche’ il lavoro delle piante e’ trasformarla in legno, amidi, zuccheri, eccetera, una parte dei quali finisce sottoterra? Finche’ la CO2 non diminuisce abbastanza da rallentare la crescita delle piante stesse. E finche’ l’attivita’ vulcanica, in assenza dell’uomo, non la rimette in circolo. Si chiama “ciclo del carbonio”.
Oggi l’uomo, anzi i dieci miliardi di uomini, sono peggio dei vulcani.
Purtroppo siamo in una fase in cui l’uomo prima ha disboscato tutto, poi non avendo piu’ legna fresca da bruciare ha imparato ad usare quella fossile, quella sequestrata a suo tempo dalle piante dell’epoca.
E’ questo il video di Mancuso che ho riascoltato prima, da’ una panoramica complessiva del cosiddetto antropocene piu’ che parlare dei 1000 miliardi di alberi (che comunque ne abbiamo tagliati due o tre migliaia di miliardi solo negli ultimi due secoli, non e’ che rimettendone uno “assolutizziamo”, eh).
https://www.youtube.com/watch?v=SxVSPbmXA1U
Che poi i pastori ce l’abbiano a morte con gli alberi e li brucino appena possono, tipo in sardegna,, beh mica esiste solo l’opinione ne’ solo l’interesse economico-materiale dei pastori.
Tieni conto che, come abbiamo gia’ detto ma a quanto pare ce ne siamo dimenticati, gli alberi assorbono si’ una montagna di acqua dal terreno (che quando l’ho detto tu e uuic mi avete aggredito), ma aumentano anche l’umidita’ dell’aria nell’entroterra e le relative piogge). Certo non basta che ci siano boschetti qua e la’, magari di essenze sbagliate, ma questo e’ ovvio.
En passant, cosi’ facciamo contento fuzzy, secondo i calcoli citati da Mancuso nel video sopra, se non ricordo male, per trovare lo spazio per i mille miliardi di alberi, basterebbe diminuire di un quarto il consumo di carne. Non a un quarto, di un quarto.
Io comunque partirei, dal punto di vista del costume culturale, col piantare alberi adatti alla zona nei posti dove comunque non rubano terreno fertile e comunque raffrescano l’ambiente locale, cioe’ sulle strade e nei posti abitati e industrializzati. Certo dovremmo rassegnarci a buttare via i tetti di coppi e tegole, che si intasano di foglie e sono impossibili da pulire. Uno dei motivi per cui la gente taglia gli alberi in prossimita’ delle case e’ il tipo di tetto e di grondaia… D’altra parte oggi come oggi i tetti di coppi e tegole hanno solo funzione “ornamentale”, sotto quasi sempre ci sono sistemi di impermeabilizzazione lisci che li rendono inutili se non dal punto di vista della tradizione estetica (che poi il tetto di coppi ma con le grondaie diciamoci la verita’ fa anche un po’ schifo).
Un problema grosso invece sono i pannelli fotovoltaici… quelli all’ombra non funzionano, e parzialmente ombreggiati sono anche a rischio di incendio. Avete mai provato a passare sottovento a un campo fotovoltaico? Essendo scurissimi e convertendo solo una parte dell’energia solare, scaldano l’aria in un modo pazzesco.
“Un problema grosso invece sono i pannelli fotovoltaici… quelli all’ombra non funzionano, e parzialmente ombreggiati sono anche a rischio di incendio.
”
“Le soluzioni assolutistiche non funzionano” vale per tutto e per tutti…
Per la verità io conosco persone che impegnate nei progetti collaterali, come Salustri che si occupa di agroecologia e piccola silvicoltura. E’ qualcosa di cui mi ripromettevo di occuparmi una volta in possesso di informazioni un po’ più precise al riguardo.
https://www.theatlantic.com/science/archive/2022/07/climate-change-tree-planting-preserve-grass-grasslands/670583/
Per non parlare delle truffe sulle compensazioni – tu inquini, mi dai soldi e io pianto alberi o proteggo foreste. Non funziona quasi mai, ma un sacco di gente ci crede!
Non risolveremo il cambiamento climatico piantando alberi, e questo non vuol dire che piantare alberi non sia una cosa buona da fare in molti, ma non tutti, i casi. Ma se poi devono bruciare, era meglio l’erba.
La tendenza non è quella di piantare alberi, ma di ricavare piu energia dalle biomasse e dal carbone, come si è già visto per esempio questo inverno in Europa.
Come diceva Hagens non siamo noi a decidere, è il mercato.
Fuzzy, si stanno piantando un sacco di alberi dappertutto, ma non sempre nel modo e nel luogo giusto. Ad esempio si piantano alberi tutti della stessa età, particolarmente soggetti a bruciare, oppure non adatti all’ecosistema specifico… E molti ambientalisti stanno facendo campagna contro forme di agricoltura o allevamento estensive a favore della riforestazione, il che ogni tanto è una buona idea, ogni tanto no.
Come ci ha gia’ a suo tempo indicato Jacopo, la tendenza italiana e’ tagliare foreste per produrre pellet o energia elettrica, invertendo il trend di aumento di esse che c’era stato negli ultimi decenni (con un aumento della superficie boschiva addirittura del 30 per cento, mi sembra).
D’altra parte eliminare i boschi e’ quello che come umanita’ abbiamo sempre fatto dai tempi dell’agricoltura e della pastorizia, per poi passare ai boschi coltivati magari in modo sbagliato, e allo sfruttamento di altri continenti non ancora occupati.
Provo a rifare il calcolo della densita’ umana sul pianeta.
Superficie della sfera di raggio r:
4 per pigreco per errequadro
4*3.14*(6000km al quadrato)=452.160.000kmq
il 70 per cento sono oceani, per cui la superficie emersa totale e’
452.160.000kmq * 0.3 = 135648000
che diviso per 8 miliardi fa 0.016956 kmq per abitante
quindi il risultato finale e’ 16.956 mq di terra emersa per soddisfare le necessita’ di ciascun abitante della terra coi suoi animali domestici… campi coltivati, case, scuole, strade, chiese, palestre, stadi, fabbriche, zone commerciali, cimiteri, instituzioni
Tre campi.
A mio avviso, se non ho sbagliato marchianamente i calcoli, e’ impressionante come la terra (il nostro pianeta si chiama terra, non “il pianeta”) riesca a fornire tutto il necessario, e come sia poco credibile che possa farlo in alcun modo a lungo e sostenibile, e contemporaneamente lasciare spazio a una non trascurabile porzione di natura selvaggia. A mio avviso e’ marchianamente impossibile, in alcun modo possibile. Anche perche’ parliamo di terre emerse, compresa groenlandia, antartide, sahara, gobi, australia centrale. Siamo stati bravissimi nello sfruttare ogni risorsa possibile, nell’occupare ogni metro quadro disponibile.
Poiche’ e facile fare errori marchiani di calcolo, qualcuno e’ in grado di controllare il mio calcolo per favore??? Mi sembra impossibile che possa essere corretto, DEVE esserci qualche errore. Grazie.
Non e’ solo il grafico dell’aumento della CO2 che e’ inquietante, anzi direi che e’ un sottoprodotto ovvio e inevitabile di quanto sopra, se il calcolo e’ giusto.
Gradirei vostre osservazioni, pareri, impressioni in proposito, possibilmente costruttive.
Credo che l’impronta ecologica sia un indicatore più adatto per il tipo di considerazione che si vuole fare.
Sono un po’ perplesso perché fino a ieri per il fatto che sostenevamo questo ci hai sempre perculato come adoratori della catastrofe che dovevano solo tranquillizzarsi un po’… comunque, scomparsa oltre un certo limite la parte selvaggia, si intacca anche quella antropizzata.
Assolutamente, il global warming non è IL problema ma sintomo più evidente di un problema di gran lunga maggiore
“Sono un po’ perplesso perché fino a ieri per il fatto che sostenevamo questo ci hai sempre perculato come adoratori della catastrofe che dovevano solo tranquillizzarsi un po’… comunque, scomparsa oltre un certo limite la parte selvaggia, si intacca anche quella antropizzata. ”
Sono solo uno di quelli che si sarebbero mangiati la lingua quando tu non eri ancora nato se avessero saputo a quale florilegio di opportunismi e idiozie, e di sadiche quanto inutili normative pseudoambientali avrebbe condotto il grafico di mauna loa e l’isteria ipersalutista-ambientale.
Ad esempio, non serve A NULLA la draconiana normativa europea di green deal, anzi serve solo ad accelerare la decadenza gia’ marcata del continente nel panorama geopolitico mondiale. Come faceva notare Gaia nei suoi momenti di lucidita’, non serve a nulla che ti tagli le palle da solo se poi arriva un altro che prende il tuo posto ed e’ ancora peggio (lei non si esprime cosi’ ma il concetto era quello).
Oppure, con l’investimento di 110 miliardi di bonus edilizi del cazzo che hanno fatto raddoppiare i prezzi e l’inflazione, avremmo potuto costruire abbastanza centrali nucleari da avere poi elettricita’ praticamente gratis per una ragguardevole parte del carico di base per il prossimo secolo! C’e’ il rischio dell’incidente? Certo che c’e’, shit happens, ma quanto saremmo stati disposti a correrlo? Zero disponibilita’, neanche si puo’ cominciare a discuterne, arrivano i salvatori del pianeta che si indignano e battono i piedini per terra…
E noi cosa c’entriamo esattamente con tutto questo? Quale isteria ‘ipersalutista ambientale’ e/o normativa pseudoambientale avremmo mai perorato?
Io ho affrontato la questione nucleare senza parlare di esplosioni e cazzate simili. Visto che straparli sempre dei miei pregiudizi, mi sembra che sul nucleare tu ne abbia e più di qualcuno se addirittura parli “elettricita’ praticamente gratis” (vallo a dire a EDF, Areva e tutti i colossi del settore energetici basati sul nucleare che rischiano la bancarotta)
“Visto che straparli sempre dei miei pregiudizi”
Eccome no, sono un troll, straparlo…
Stronzo.
“(vallo a dire a EDF, Areva e tutti i colossi del settore energetici basati sul nucleare che rischiano la bancarotta)”
Guarda che in svizzera stanno fallendo anche gli impianti idroelettrici pur gia’ ammortizzati, e lo sai perche’? Per la iperincentivazione delle altre rinnovabili nei paesi confinanti.
Rilancio con gli interessi. Comunque i troll non si offendono, quindi cerca di essere almeno coerente con te stesso e con quello che fai. In ogni caso, è veramente assurdo (o rivelatorio) questo tuo arrivare agli insulti sia semplicemente la reazione al fatto che ho replicato con ironia alla tua ironia e questo non ti sia andato giù. Da firmato winston a firmato Marchese del Grillo.
I problemi del comparto nucleare sono diventati rilevanti già da 15-20 anni, cioé da prima dell’espansione delle rinnovabili. Se l’atomico fosse veramente questa bazza sul piano tecnico-economico che viene decantata, sarebbe successo quello che si preconizzava 60 anni fa: sarebbe diventata la forma energetica dominante. Oggi il suo declino è in qualche modo compensato dagli investimenti dei Brics, ma i progetti, per quanto imponenti per gli standard nucleari degli ultimi decenni, sono sempre minoritari non solo rispetto alle fossili ma anche alle rinnovabili.
“Come diceva Hagens non siamo noi a decidere, è il mercato.”
Il mercato siamo noi, fuzzy, e’ la dinamica di domanda/offerta di aggiustamento del prezzo fra il compratore e il fornitore, la cosiddetta “catallassi”.
Quello che non siamo noi a decidere e’ cio’ che e’ obbligato dai limiti fisici e dall’obbedienza alle leggi e normative.
E a decidere di farci consumare i boschi adesso sono le normative “CO2 neutral”. Se fosse per il mercato, andremmo tutti a fossili, che peraltro senza le tasse e le penalizzazioni a compensazione delle cosiddette esternalita’ sarebbero immensamente piu’ comodi e convenienti di ogni altra alternativa.
Winston
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Superficie_agricola_utilizzata
Quello che chiedi di calcolare è già stato calcolato.
Già diverso tempo fa, qui, ponevo il quesito, non sapendo niente di pascoli e di montagne, e rappresentando questi una superficie ben più importante dei terreni arabili, se fosse possibile far crescere una vegetazione anche di alberi come castagni o noci in certi pascoli. Più recentemente leggevo che c’è una particolare altitudine fino alla quale si può coltivare il castagno, e più in alto diventerebbe territorio per la pastorizia. Boh. Sono cose complicate. Ci vorrebbe un esperto, appunto come Mancuso.
Ricordo un mezzo matto da Bardi, che proponeva di sostituire i castagni ai cereali.
Ed è un po’ la proposta di quella che viene definita “permacoltura vegana”. Tra l’altro so che qui più o meno dove abito io, cioè nella pianura assoluta, qualcuno coltiva dei particolari castagni il cui unico difetto è quello di produrre castagne poco zuccherine.
Secondo le parole testuali di Nate Hagens “il mercato è un fenomeno emergente della cultura umana” “la scelta, per ragioni varie, è stata esternizzata al mercato”
https://www.resilience.org/stories/2023-08-25/the-wood-pellet-industry-a-dual-threat-to-poor-rural-communities/
Le normative co2 neutral non le conosco ( oddio, si sa che fatta la legge, subito schiere di avvocati si mettono in moto per trovare l’imbroglio) ma la faccenda del pellet è veramente aberrante.
Francamente non mi piace nemmeno l’idea di utilizzare liberamente il carbone.
Io sono per la riduzione progressiva dei consumi. Ma questo mi pone tra chi accetterebbe alcuni provvedimenti autoritari finalizzati al bene comune. Categoria molto biasimata.
Non so come il mercato si potrebbe regolare da se.
Magari si regola, ma non è detto che lo faccia entro i tempi del cambiamento climatico o del collasso ambientale.
L’industria della carne invece, mi sa che sia vicina a un crollo naturale nella perfetta logica del mercato.
Il “problema” della piantagione di alberi come soluzione al cambiamento climatico è che gli incendi sono sempre più frequenti, e in quel caso gli alberi rilasciano il carbonio accumulato. L’erba meno, perché lo mette nel terreno, dove resta.
Questo ovviamente non vuol dire che gli alberi non vadano bene. L’articolo che ho linkato sopra è molto interessante e istruttivo; una delle informazioni più sorprendenti è che il pregiudizio anti-erba e pro-alberi è legato al colonialismo europeo (che ultimamente va di moda indicare come l’origine di tutti i mali, ma vabbè).
Per molti motivi, non solo quello dell’incendio, piantare alberi è una soluzione semplicistica in una realtà molto complessa, un modo insomma per lavarci la coscienza. Semplicemente, non abbiamo abbastanza terreni in cui farlo su una scala sufficiente e senza effetti collaterali negativi – perché quei terreni sono già utilizzati in qualche modo e ci “servono”. E anche le millantate transizioni ecologiche alla fine cozzano con gli alberi: a parte la storia delle biomasse, pensate alla Tesla che abbatte una foresta per fare una fabbrica di auto elettriche, o ai pannelli fotovoltaici sui campi agricoli!!
La soluzione, da qualunque punto di vista si esamini la situazione attuale, è sempre la decrescita dei consumi e demografica. Allora ci sarebbe spazio per più alberi e più tutto il resto.
“Quei terreni ci servono”
Siamo sempre lì.
C’è troppo consumo di terra rispetto alle reali necessità.
E inoltre io non capisco il voler radicalizzare il contrasto alberi-erba.
L’erba è fondamentale per la fertilità dei terreni, come tutti dovrebbero sapere e invece la si stermina con gli erbicidi.
Ci sono situazioni in cui alberi erba animali e agricoltura possono convivere e addirittura inserirsi in una logica di mercato
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Agroforestazione
Solo chi abita in pianura ha idea di quanti pochi alberi siano rimasti. Neanche in Africa sono messi così male.
“Solo chi abita in pianura ha idea di quanti pochi alberi siano rimasti. Neanche in Africa sono messi così male.”
Probabilmente perche’ non servono piu’ per la legna da ardere autoprodotta (ricordiamoci che fino all’ultima guerra la legna costuituiva praticamente l’unico e indispensabile combustibile per cuocere il cibo – di riscaldare gli ambienti neanche se ne parlava se non come effetto collaterale della cottura – anche d’estate pero’, mi raccontavano i vecchi!)
Oggi nessuno autoproduce piu’ nulla, o scambia qualcosa informalmente, se non per hobby.
Si da’ per scontato che tutto debba essere oggetto di mercato, tracciato e controllato.
Gli alberi non solo non servono piu’ alberi, ma lungo le strade peggiorano le statistiche ufficiali dei morti stradali che e’ una priorita’ assoluta diminuire, vicino alle case intasano tetti e grondaie che oggi come oggi nessuno pulisce piu’ da se’ per cui costa MOLTO far effettuare la pulizia (sarebbe anche vietato per ragioni di sicurezza), e rarissimamente si rompe un ramo o viene giu’ un albero completo, ammazza qualcuno, e va a finire sulle prime pagine di tutti i notiziari che si stracciano le vesti e cercano l’efferato colpevole di tanta ignominia da punire.
Funziona tanto cosi’, che non ci facciamo nemmeno piu’ caso..
Fuzzy, le pianure italiane sono un disastro, sicuro; detto questo, se vedi vecchie foto della campagna di qualche generazione fa, almeno da queste parti, c’erano molti meno alberi di adesso. Venivano tagliati di più e c’erano meno terreni incolti. In compenso adesso li tagliano in Amazzonia e in Indonesia per i prodotti che importiamo qui.
Riguardo all’Africa, non so se il problema (a parte il Sahel) sia propriamente la mancanza di alberi, dato che una parte significativa del continente può sostenere la savana ma non i boschi, il clima non è adatto.
Comunque la questione non è se si possono piantare più alberi o no, certo che si può e in tanti casi si dovrebbe, ma che il messaggio che passa è che avremmo una soluzione contro il cambiamento climatico, una win-win, facile basta volerlo fare, e invece così non è.
Meno alberi di adesso la vedo dura dato che oramai nelle campagne non ce ne sono proprio più. Resta qualche frutteto qua e là, ma pure quelli non resisteranno a lungo, benché protetti da reti antigrandine.
Io non ho mai scritto che l’agroforestry risolverebbe completamente il problema del(la) Co2 in atmosfera. Magari aiuterebbe.
Insomma, si discute così per ipotesi, ma la realtà va in direzione opposta, salvo crolli sistemici improvvisi e qualche miliardo di morti ad alleggerire la pressione antropica sull’ambiente naturale.
Non siamo noi a decidere il nostro destino. Pare sia il mercato.
Mi dispiace che dalle tue parti sia così. Qui ce n’è tanti, anche in pianura, a bordo dei campi, e certe colline e montagne ne sono coperte. In città potrebbero essercene di più, e quello che manca sono i vecchi alberi secolari e gran parte dei vecchi boschi planiziali, ma nel complesso la mia regione è molto verde e alberata.
A me dà molto fastidio quando la gente di fuori viene qui a comprare la terra perché costa meno, perché ho paura che lo schifo che si vede in altre regioni, soprattutto del nord, divori anche noi.
“Non siamo noi a decidere il nostro destino. Pare sia il mercato.”
Ahah, proprio ieri ascoltavo una delle conferenze sul “capitalismo e il sacro” di Luigino Bruni.
Winston
Prima ancora di toccare il livello del “sacro” io guarderei al profano
dei fondi pensione.
https://valori.it/fondi-pensione-europei-lobby-clima-ambiente/
Poi bisogna intendersi sugli investimenti “etici”. Io sono per il Low Tech che è roba che costa poco. Ma l’Hi Tech fa più figo, è sostanzialmente inutile e costa un botto.
Oddio, non avrei niente in contrario rispetto a un impiantino solare da balcone, ma girano progetti faraonici che si auto-definiscono salvifici, di cui farei volentieri a meno.
E tutto questo insieme di cose passa attraverso il mercato, viene
metabolizzato e produce qualcosa di imprevedibile tipo lo sfruttamento delle biomasse. Una follia.
Hai ragione a pensare che sotto sotto gli ambientalisti vorrebbero essere autoritari. Ma pure il mercato è autoritario a modo suo.
https://www.amazon.it/modello-biologico-Ernst-Mayr/dp/8838637075/ref=mp_s_a_1_48?qid=1693218107&refinements=p_27%3AErnst+Mayr&s=books&sr=1-48
Per parlare un po’ più in generale citerei il grande evoluzionista Ernst Mayr che suggeriva di indottrinare i bambini fin dai primissimi anni di vita al rispetto della natura, perché altrimenti sarebbero stati indottrinati al nulla, dai mass media .
Come ti pare questa botta autoritaria? Tie’. Bastone stagionato.
Peccato che non trovo più il libro. Mi restano solo degli appunti.
“indottrinare i bambini fin dai primissimi anni di vita al rispetto della natura”
Otterrai come logico effetto collaterale che impareranno ad ammazzare chi, secondo loro, non la rispetta, perche’ per loro sara’ l’equivalente di un assassino, il passo e’ breve. L’indottrinamento, l’ideologia totalitaria, funzionano sempre cosi’, e sono sempre ammantati delle piu’ nobili intenzioni, non dovrebbe piu’ essere necessario ricordarlo.
Sono sicuro che non e’ questo che vuoi.
“L’indottrinamento, l’ideologia totalitaria”,
Ma si viene comunque indottrinati. Al nulla.
Si uccide chi non rispetta il nulla?
Non credo.
Direi piuttosto, cosa succede
a chi non rispetta il nulla?
Direi, a parte i soliti insulti, che si viene incanalati forzatamente verso gli esiti della nullità. Robetta da niente, tipo la sesta estinzione di massa.
https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/la-sesta-estinzione-di-massa-e-reale-in-500-anni-scomparse-fino-a-260mila-specie-a-causa-delluomo/
Comunque per me io non ucciderei nessuno. Una bella bastonata leggera e via andare.
Bastonata verbale, intendo.
“Robetta da niente, tipo la sesta estinzione di massa.”
L’articolo di fanpage come sempre fa confusione fra riduzione delle popolazioni ed estinzione delle specie. Neanche questo sanno distinguere, quei giornalai. Sono in atto entrambe, ma sono due cose diverse.
Come gia’ stradetto, le cause principali dell’estinzione in atto sono la globalizzazione delle specie (comprese le avversita’ microbiologiche, che probabilmente hanno creato il casino delle api e stanno creando quello degli insetti, in modo molto piu’ efficace di qualsiasi pesticida che noi si possa inventare) e la distruzione degli habitat, entrambi indotti dallo stradetto incontenibile straripante numero di esseri umani, che e’ frutto dell’estremo successo della nostra specie e della sua capacita’ di accumulo culturale (che e’ anch’esso una forma di capitalizzazione, anzi la piu’ importante – per noi ovviamente).
Se non erro e’ dai tempi di Darwin alle Galapagos che sappiamo che lo sviluppo della biodiversita’ richiede isolamento geografico. Poi hai presente un po’ di logica formale: se A implica B, nonB implica nonA.
Il mercato, dipende da cosa intendi: io lo intendo come una cosa molto semplice, l’interazione di scambio fra gli uomini, che si puo’ definire autoritaria quando non e’ libera, suppongo, mentre tu sembri ritienerla tale a prescindere, anche quando uno la esercita secondo le sue preferenze (si chiamerebbe “catallassi”, _guarda wikipedia_). Ma cosi’ giriamo sempre attorno allo stesso concetto: che quando una cosa piace a noi, e’ giusta, quando non ci piace, sbagliata: e lo deve essere anche per tutti gli altri!
Volendo, al posto della solita spazzatura da complottisti, sull’estinzione in corso qui c’e’ un articolo in italiano semplice, chiaro, ironico e di ottima qualita’ di una brava biologa divulgatrice.
http://lorologiaiomiope-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2022/11/02/grandi-opportunita-di-evoluzione-sesta-estinzione-di-massa/
Cosa si puo’ fare in pratica per evitarla? Temo praticamente poco o nulla. Conoscendo i polli, cioe’ noi, c’e’ piu’ rischio che politiche troppo ambientalmente restrittive scatenino la terza guerra mondiale e la finedimondo che nel non fare nulla e sperare che le cose si aggiustino da se’ magari con un po’ di aumentata consapevolezza, che pero’ la gente deve capire da se’: se glielo imponi, faranno sempre il contrario. Siamo fatti cosi’, te compreso.
Non sto a discutere sulla qualità dell’articolo. Prendo semplicemente atto che tu ammetti che il rischio di questa estinzione generalizzata esista.
Poi che fare? Non lo so.
Certo, volendo ci si salverebbe eccome. Io non vedo niente che ci impedisca di sopravvivere decentemente su questa terra anche in otto miliardi.
Volendo.
Ma ci hanno dato l’imprinting
consumista e sarà ben difficile venirne fuori.
Si spera in una combinazione di circostanze favorevoli, benché facenti parte di un progressivo declino, che ci instradino sulle opzioni che fanno più al caso nostro
È inutile che ti dica quali, sono quelle di cui solitamente si discute qui, a partire da un’agricoltura senza necessità di combustibili fossili. Il resto lo puoi trovare sul low tech institute e anche il no tech institute. O il Simplicity…..cosa?….ma naturalmente institute.
Li avrò linkati un milione di volte. Nel frattempo hanno acquisito un certo credito.
“a partire da un’agricoltura senza necessità di combustibili fossili.”
Non puoi mantenere le rese, e’ una questione di bilancio energetico. E diminuire le rese vuol dire aumentare i prezzi. Aumentare i prezzi vuol dire far passare sotto la soglia della sussistenza la popolazione che adesso lo e’. L’ultima volta che sono molto aumentati i fossili, nel primo decennio di questo secolo, abbiamo avuto le primavere arabe e l’inizio delle migrazioni epocali: per fame. Ma senza andare alla fame, costringi la gente a rinunciare a cose a cui era gia’ abituata! Gia’ si incazzano se non gli migliori lo stile di vita, si inventano mille complotti a loro danno, figurati se glielo peggiori!
Io vedo tantissimi ecologisti, ma di gente ecologisticamente coerente, anche fra i giovani che sono i piu’ grandi viaggiatori aerei senza farsi il minimo scrupolo, ne vedo pochissima, e anzi ti diro’ che e’ una superminoranza di “strani” che socialmente parlando ha pagato la sua coerenza facendo una brutta fine. Non si sono neanche riprodotti, _e non per scelta_, spariscono anche in quel senso.
Te la immagini la fine che farebbero Soros, o quello del “Reset”, come si chiama, se il trend di lento declino occidentale continua?
Se diminuira’ le resa dei terreni, se diminuira’ la disponibilita’ di concimi da fossili e di trattori (ma questi fossili finiscono o no?) per forza diminuira’ la terra coltivata per l’allevamento animale (che non da’ solo carne attenzione, ma anche uova e latticini). Ma senza trattori ci vogliono i buoi per tirare l’aratro (o l’erpice o quello che e’), senza i fossili ci vuole il letame. I buoi mangiano, una parte della terra serve per il loro sostentamento. E senza concimi devi alternare di piu’ le colture. Diminuisci comunque le rese.
Non esistono soluzioni magiche alla vanna marchi come sinceramente mi sembrano seduttivamente promettere alcuni dei siti che consigli ossessivamente. E’ roba che va bene per gli hobbisti, o per i turlupinatori green-washers.
Come ti ho gia’ detto varie volte, se vuoi tornare ai metodi di un secolo fa, avrai la resa e quindi la popolazione e la struttura sociale di un secolo fa, mica erano stupidi allora, hai voglia, e avevano pure il pungolo della fame e della miseria asempre dietro l’angolo, quindi comunque ottenevano il massimo dalle tecniche che avevano all’epoca, magari avessero avute le nostre di adesso! Non occorre far ragionamenti tanto astrusi che confondono solo le idee.
Di riffa o di raffa s finisce sempre per parlare di agricoltura anche i nei post che non hanno a che fare con l’argomento…
Comunque, alcune considerazioni sul tuo discorso:
– la moderna agroecologia non è l’agricoltura di 100 anni fa
– oggi potenzialmente si produce per 10-11 miliardi di persone probabilmente, ma una quantità enorme di terreni è dedicato a nutrire animali o a biocarburanti. Andrebbe quindi riconsiderato da capo l’intero sistema alimentare, prima di parlare di questa o quella tecnica
– consideri i prezzi come uno specchio reale della dinamica domanda-offerta e dei costi produttivi, in realtà il settore agricolo, come quello degli idrocarburi è altamente sovvenzionato (ed esentato dal rispondere ai danni che produce)
– nonostante ciò, la FAO indica che il prezzo del cibo in termini reali è già arrivato ai livelli pre rivoluzione Verde (https://www.fao.org/worldfoodsituation/foodpricesindex/en/)
– peggiorare la crisi climatica significa rendere peggiori anche le condizioni per fare agricoltura. Se lo zero termico a 5000 metri diventa una prassi abituale, puoi pure dire addio ai ghiacciai e a tutte le risorse idriche correlate, a quel punto voglio vedere quale agricoltura riesci a mettere in piedi in pianura padana
– “e anzi ti diro’ che e’ una superminoranza di “strani” che socialmente parlando ha pagato la sua coerenza facendo una brutta fine”: di chi staresti parlando?
– “Gia’ si incazzano se non gli migliori lo stile di vita, si inventano mille complotti a loro danno, figurati se glielo peggiori!”: i giovani hanno i loro difetti, ma questo discorso è valido soprattutto per i figli dei baby-boomer. I giovani oramai accettano condizioni lavorative che avrebbero fatto accapponare i loro nonni e sono consapevoli che cose una pensione rischiano di essere un miraggio.
Credo sia opportuno ricordare alcuni dati.
La superficie forestale italiana è pressoché raddoppiata negli ultimi 100 anni: da circa il 18% della superficie rilevato subito dopo la WWI agli attuali 34-35%. E questo per merito sia dell’agricoltura intensiva, sia dell’utilizzo di altri combustibili. Più o meno quello che è successo alle balene che si è messo di cacciare da quando il loro olio è diventato più costoso del petrolio.
Piantare altri alberi a caso, solo per catturare la CO2 mi sembra stupido per vari motivi. Occuperebbero molto suolo utile per altri scopi. Prima o poi questi alberi smettono di crescere e se non si bruciano (con aumento dell’inquinamento da polveri sottili) o si utilizzano per un qualche scopo, marcendo inevitabilmente rilasceranno tutta la CO2 che avevano immagazzinato. Non è un caso che le foreste primarie (Amazzonia, ecc.) non producono nuovo ossigeno, ma sono in stato di climax: tanto producono e tanto consumano. Se si vuole catturare della CO2 in fretta, il mais (essendo una pianta a metabolismo C4) è molto ma molto più efficiente.
In Africa ed Asia esistono già molti progetti di riforestazione, ma il bilancio credo sia negativo, perché molti altri alberi vengono tagliati per fare legna/carbone o per liberare nuova terra da coltivare con il metodo di quell’agricoltura di sussistenza che sta portando, soprattutto l’Africa alla miseria.
Non conosco il progetto dell’italiano in Senegal, (ho il sospetto che sia il classico furbone che chiede soldi per scopi privati: se il tuo tipo di agricoltura “alternativo” funziona, perché dovresti chiedere soldi al prossimo? Se non funziona, perché dovresti insegnare agli altri un modello fallimentare?) ma conosco bene il Senegal. Il problema principale del suo sviluppo e benessere generalizzato (non solo dei pochi privilegiati cittadini) è l’energia. Recentemente hanno scoperto di giacimenti di gas, ma per sfruttarli (per esempio creare un network di produzione e distribuzione di bombole di gas in tutto il paese per sostituire il consumo di carbone vegetale per cuocere) hanno bisogno di grossi investimenti.
Restando in tema alberi e Senegal, cito un esempio di cosa si dovrebbe fare. Una ditta delle mie parti (mantovano) produce una grande quantità di meloni ed angurie in Senegal (fino a pochi anni fa questi erano due prodotti pressoché sconosciuti) e ne esporta una grossa parte in Italia tramite container e navi veloci. Per il trasporto, meloni ed angurie sono collocati dentro dei bins di legno dato che non ci sono fabbriche di bins di plastica in Senegal ed esportarli vuoti sarebbe enormemente costoso. I bins di legno vengono però costruiti in loco con legname importato dall’Italia perché in Senegal non si trova legname leggero del tipo abete o pioppo adatto alla costruzione dei bins.
Faccio questo esempio per rimarcare la distanza tra le buone intenzioni e la realtà.
Prima di cominciare a gettare fango potrebbe almeno leggere bene: Roberto Salustri non chiede soldi per il suo progetto agricolo, ma per ripristinare il sistema di irrigazione che gli è stato sabotato. In ogni caso, le sue illazioni e le sue calunnie al riguardo le va a fare da un’altra parte, non qui.
Ho trovato questo: https://www.arcsculturesolidali.org/2021/08/05/doundal-souff-far-rivivere-la-terra/
Non spiega però da dove prendano l’acqua, il che mi sembra abbastanza fondamentale.
“Se si vuole catturare della CO2 in fretta, il mais (essendo una pianta a metabolismo C4) è molto ma molto più efficiente.”
E cosa facciamo poi con quel mais cresciuto a fertilizzanti ricavati dai fossili, lo seppelliamo in attesa che crei altri fossili da cui ricavare i fertilizzanti per crescere altro mais?
“Prima o poi questi alberi smettono di crescere e se non si bruciano (con aumento dell’inquinamento da polveri sottili) o si utilizzano per un qualche scopo, marcendo inevitabilmente rilasceranno tutta la CO2 che avevano immagazzinato.”
Certo che prima che marciscano si possono utilizzare, ma nel frattempo la biomassa forestale aggiunta restera’ in equilibrio: e’ la gestione delle foreste. C’e’ tutta un scienza forestale che si occupa del taglio degli alberi nel momento piu’ adatto in cui rallentano la crescita.
Igor: ho visto troppi progetti come questo naufragare miseramente non tanto per la cattiva volontà delle persone (locali o straniere che vengono ad “insegnare”) ma per l’errore di fondo: partono e funzionano solo fino all’esaurimento dei fondi messi a disposizione, poi non appena “l’esperto” inevitabilmente se ne va, tutto torna come prima e restano solo macerie e disillusione nei locali. Questa è la normalità. E a leggere bene, dato che questo è già il secondo tentativo a distanza di 10 anni, anche questo progetto ne fa parte. Se il mezzo milione di alberi che aveva piantato 10 anni prima fossero ancora presente, che motivo c’era di ripiantarne altri nello stesso luogo?
Poi ci sono i furboni che ” ci marciano” ( anche economicamente: scappando con la cassa) sul complesso di colpa degli occidentali. Anche di questi casi ne ho conosciuto a decine.
Fin che non si risolve il problema di fondo e cioè la mancanza ( o prezzo elevato) di combustibile, abbinata alla pastorizia vagante ( e con popolazione crescente) le piantine difficilmente riescono a diventare grandi, contenendo il deserto che avanza.
Gaia: in Senegal, come in molti altri posti di acqua ce n’è in abbondanza. Solo che si trova a parecchi metri sotto il livello del suolo ( la prima falda è a 12-16 metri ma di acqua ce n’è poca. Per averne di più bisogna scavare fino a 100 metri e più, quasi ovunque) e per portarla in superficie serve energia: fossile o elettrica da fotovoltaico o eolico. In tutti i casi estremamente costosa. Alla fine produrre del cibo in questi luoghi costa molto più che importarlo. Noi siamo abituati ad un ambiente temperato e con montagne tutto intorno che fanno defluire l’acqua verso la pianura per cui l’acqua l’abbiamo più o meno tutto l’anno. Vedi cosa succede se non piove per due-tre medi di fila. In Senegal la stagione secca dura almeno 7-8 mesi di fila e quando piove viene giù come una cascata e si porta via tutto. Il terreno (formato per lo più da silicati: sabbia in superficie e laterite pochi centimetri sotto) poi, sia per l’ambiente sia per il clima tropicale è quasi del tutto privo di sostanza organica.
E’ quindi possibile coltivare solo poche specie. La frutta e la verdura costano più che da noi e sono un lusso che pochi possono permettersi.
Una soluzione ci sarebbe: l’irrigazione SDI inventata e brevettata dagli israeliani che con questo sistema producono di tutto anche nel deserto più arido. Si arriva a risparmiare anche l’85% di acqua rispetto all’irrigazione a goccia. Il costo è elevato, ma con i prezzi locali di frutta e verdura si ripagherebbe in pochi anni. Manca però il capitale iniziale.
“l’irrigazione SDI inventata e brevettata dagli israeliani che con questo sistema producono di tutto anche nel deserto più arido. Si arriva a risparmiare anche l’85% di acqua rispetto all’irrigazione a goccia.”
interessante, non conoscevo i vantaggi di questa subirrigazione, nei miei spostamenti in bici per i viottoli di campagna vedo in giro comunque che questo tipo di irrigazioni “mirate”, perlomeno per le colture per cui vale la pena, si stanno diffondendo sempre di piu’, e dove si usano diminuiscono molto l’impatto delle eventuali annate siccitose.
“Alla fine produrre del cibo in questi luoghi costa molto più che importarlo”
Importare cibo in cambio di risorse, perlopiu’ minerarie: e’ uno dei fattori (oltre alla medicina moderna) che hanno fatto esplodere la popolazione in quei paesi devastandone il tessuto sociale (e incrementato la corruzione e l’autoritarismo, sottoprodotti inevitabili di un’economia che gestisce la redistribuzione completamente dal centro, cosi’ deresponsabilizzando la gente, la maledizione dei paesi troppo ricchi di materie prime).
C’era un bel video che spiegava il meccanismo qui che chissa’ quante volte vi avro’ proposto in passato (e che dovrebbe rendervi molto scettici circa la opportunita’ di soluzioni autoritarie per “salvare il pianeta”, spero):
https://www.youtube.com/watch?v=rStL7niR7gs
Scusate le ripetizioni, ma non si corre alcun rischio che finiscano per servire a qualcosa 😉
Winston: rispetto alla maggior parte degli altri paesi africani il Senegal è messo molto meglio rispetto a democrazia e corruzione. L’attuale presidente Macky Sall che aveva cominciato discretamente, come tanti altri è peggiorato, ma l’opposizione è forte e discretamente libera di esprimersi. Il Senegal ha la fortuna di non avere e non dipendere da importanti materie prime e l’economia è basata più sui servizi. A Dakar ci sono ad esempio centinaia di università pubbliche e private con decine di migliaia di studenti da altri paesi africani. Il problema principale è l’energia e la necessità di importare tutto: un chiodo (non esistono fonderie); un quaderno scolastico o un semplice bicchiere di vetro, una forchetta o un rubinetto deve essere importato. I progetti del tipo citato da Igor, sono solo palliativi che non modificano la situazione. L’errore di fondo è non dare un valore economico agli alberi che si piantano. Da noi si piantano i pioppi, che nessuno tocca perché hanno un proprietario ben definito ed un valore commerciale: quasi tutti sono trasformati in polpa per la produzione di carta. Lo stesso bisognerebbe fare in Africa: piantare alberi solo se destinati a scopi ben precisi. Una cartiera locale potrebbe riciclare anche le montagne di carta e cartone che attualmente finiscono in discarica e da qui, alle prime piogge finiscono in mare assieme a montagne di plastica. Una fonderia locale, oltre a valorizzare gli ingenti giacimenti di ferro (attualmente non sfruttati) potrebbe riciclare quei milioni di tonnellate di rottami ferrosi che si trovano ovunque. Questi sono i progetti utili da realizzare e non le solite sciocchezze “equosolidali”. Ovvio che questo inizialmente va in contrasto con gli attuali robusti interessi economici. Sottolineo “inizialmente” perché per i paesi più sviluppati (Italia in primis) è egoisticamente “più meglio” commerciare con paesi sempre più ricchi che non sempre più poveri. Mai i politici nostrani (a livello nazionale e UE) non vedono più in là del naso.