La Verità è solo uno dei tanti soggetti che si sono stracciati le vesti per l’annullamento (formalmente un rinvio a data da destinarsi) del seminario ‘Quanto possiamo fidarci dei modelli previsionali dell’IPCC?’, che John Clauser, premio Nobel 2022 per la fisica, avrebbe dovuto tenere sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il quotidiano di Belpietro si è scandalizzato al punto da dedicargli la prima pagina dell’edizione del 25 luglio scorso: Il green è la nuova pandemia, via alle liste di proscrizione. Contesta i dogmi sul clima: censurato il Nobel in carica. In un’epoca in cui la parola ‘censura’ è sulla bocca di tutti, desidero anch’io intervenire sulla questione, ma per farlo adeguatamente (e per pararmi le terga dalle strumentalizzazioni) devo prenderla un po’ alla lontana.

In democrazia è fondamentale difendere quella che gli antichi greci chiamavano doxa, ossia la credenza totalmente personale, soggettiva e priva di riscontri. Contro tutto e tutti, ho il diritto di pensare che la Terra sia piatta, di ritenere Pol Pot il maggior benefattore dell’umanità o di idolatrare Roberto Gagliardini fino a considerarlo il calciatore più talentuoso al mondo; parimenti, è mia legittima prerogativa diffidare dei modelli climatici, con buona pace di qualsiasi debunking o fact checking. Non importa la mia capacità di discernere di geofisica, storia, calcio e climatologia.

Qualora testate giornalistiche, case editrici, siti Web ecc. intendessero diffondere e promuovere la mia doxa, nessuna autorità esterna può impedirlo: farlo equivarrebbe effettivamente a una censura. Semmai, per difendere la sophia (cioé la credenza che travalichi la mera soggettività) ed evitare il dilagare della disinformazione, si devono promuovere le condizioni per il giusto contraddittorio pubblico tra le tesi non ortodosse e quelle più accreditate, soprattutto se ci sono di mezzo temi di grande rilevanza sociale. Premesso tutto ciò, va rimarcato che la libertà di espressione non implica di per sé alcuna pretesa di visibilità e diffusione.

Ad esempio, non è censura se il canale televisivo del National Geographic impedisce la messa in onda di un programma dove io, biologo e noto membro della Flat Earth Society (esiste veramente!)  affermo che la Terra sia piatta e dipingo gli studiosi delle scienze della Terra come incompetenti e bufalari. Non è censura se Einaudi rigetta la pubblicazione del libro dove io, economista e consigliere della Red Khmers For The Human Progress (speriamo non esista!) tesso le lodi di Pol Pot contestando gli storici ‘mainstream’ che lo avrebbero ingiustamente raffigurato come un dittatore crudele e sanguinario. Non è censura se il direttore della Gazzetta dello sport cestina l’articolo in cui io, critico cinematografico e fondatore del Roberto Gagliardini Fan Club (non esisterà sicuramente!) denuncio un’evidente malafede della giuria di France Football per non aver insignito del Pallone d’oro l’ex centrocampista dell’Inter ora in forza al Monza.

National Geographic, Einaudi e Gazzetta non sono speaker’s corner accessibili a chiunque per parlare a ruota libera, bensì entità che nei rispettivi campi dovrebbero coltivare la sophia (se state ridendo pensando a certe posizioni della Gazzetta o ad alcune pubblicazioni di Einaudi, non vi posso biasimare). Alla luce della loro mission, sarebbe anzi opportuno non concedere visibilità a qualcuno che, per compensare la mancanza di titoli e competenze, fa leva sulla polemica e sul sensazionalismo. A maggior ragione se le affiliazioni personali ne mettono in dubbio l’obiettività. 

Potranno sembrare paragoni fuori luogo con la vicenda di Clauser, ma ragionando senza isteria risultano perfettamente calzanti. Si è specializzato nella meccanica quantistica, disciplina senza alcuna affinità con la climatologia, campo in cui non vanta titoli di studio o pubblicazioni scientifiche. Ha ottenuto la ribalta mediatica con  dichiarazioni roboanti dove accusa i colleghi che studiano il clima di “corruzione della scienza” e altre illazioni diffamatorie.* Per giunta, siede nel consiglio di amministrazione della CO2 Coalition, un think thank finanziato dall’industria dei combustibili fossili il cui scopo dichiarato è negare l’origine antropica del cambiamento climatico: perché una persona con tali credenziali dovrebbe vedersi arrogato il diritto tout court di tenere un seminario sui modelli climatici da parte del FMI o di chicchessia?

Molti riconosceranno la fondatezza delle contestazioni ma obietteranno che, per quanto attiene all’efficacia dei modelli climatici, non possediamo le medesime certezze riguardanti la forma della Terra, i crimini di Pol Pot o le capacità calcistiche di Gagliardini. Non posso biasimarli, pensando ai penosi dibattiti sul clima che ci sorbiscono i mass media. Per inquadrare bene la questione, occorre portare alla luce informazioni che non si troveranno mai in televisione e sui giornali.

Nel grafico sottostante è raffigurata la predizione del modello climatico ideato da Wallace Broecker nel 1975 (quando IPCC erano quattro lettere accostate a caso e solo un ristretto manipolo di post-hippies si scagliava contro i combustibili fossili) secondo i livelli di CO2 realmente registrati. Trattasi di un modello estremamente semplificato rispetto agli attuali, eppure ha previsto con estrema precisione i successivi 35 anni, in particolare il periodo 1995-2010. Broecker si è basato sull’assunto che la CO2 sia il principale driver del cambiamento climatico, già all’epoca la tesi più in voga tra i ricercatori.

 

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Fonte: Skeptical Science

 

 

E’ interessante confrontare il modello di Broecker con quello ideato dal geologo Dan Easterbrook nel 2008, secondo cui i cicli naturali sarebbero predominanti e l’influenza antropica minimale.

 

 

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Fonte: Skeptical Science

 

Ogni commento è superfluo. Qui sotto invece un raffronto tra il modello climatico ideato da James Hansen nel 1988, evoluzione degli assunti di Broecker, con una ricostruzione storica delle temperature medie ricalcante le concezioni del climatologo ‘scettico’ Richard Lindzen (qui per chi fosse interessato alle questioni metodologiche).

 

 

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Fonte: Skeptical Science

 

 

Sono modellizzazioni estremamente complesse che devono rendere conto di un fenomeno dal comportamento caotico e non lineare, una cosa un po’ diversa dall’indovinare se uscirà rosso o nero alla roulette. Attribuire pertanto alla fortuna l’ottima approssimazione con la realtà dei lavori di Broecker e Hansen è un po’ come credere che una scimmia, battendo le mani a casaccio su di una tastiera, possa scrivere un testo capace poi di rivelarsi molto fedele a quello di una futura canzone di Fedez. Si tratta quindi di ottime descrizioni del funzionamento del clima, che sicuramente contemplano tutte le principali variabili che lo caratterizzano e con grande probabilità illustrano correttamente le loro interazioni nell’influenzarlo. Non c’è traccia dei presunti “processi chiave esagerati e fraintesi di circa 200 volte” blaterati da Clauser, neppure nei modelli più vetusti e obsoleti.

Ho oramai cassato l’odioso termine ‘negazionista’, sia per non turbare il sonno di chi teme proposte di legge assurde (per altro propugnate da politici che contano meno degli scartini a briscola), sia perché non c’è alcun bisogno di appiccicare etichette infamanti. I fatti dimostrano inequivocabilmente che, definendo i modelli climatici (nel frattempo molto evoluti dai tempi di Broecker e Hansen) come “non affidabili” o frutto di una “pseudoscienza giornalistica e corrotta”, si fa la figura, se non proprio del terrapiattista, dell’apologeta di Pol Pot o del fanboy di Gagliardini. Cioé gente che ha tutto il diritto di chiedere di tenere seminari e a cui è altrettanto lecito rispondere “no, grazie” senza essere additati a censori oscurantisti. 

Attualmente, Clauser e altri ‘scettici’ vittime di fantomatiche discriminazioni godono di una notorietà e di un accesso ai media maggiore dei veri studiosi del clima. Nel momento in cui dovessero subire davvero provvedimenti restrittivi volti a impedire la manifestazione della loro doxa, mi comporterò alla maniera del celebre aforisma attribuito a Voltaire (“Non sono d’accordo con quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”); fino ad allora, mi faccio grasse risate della pretesa di vedersi stendere tappetti rossi in nome di una malintesa idea di libertà di espressione per cui tutti dovrebbero sentirsi obbligati nei loro confronti.

Morale della favola? Il FMI è un’istituzione che nella sua storia si è resa complice di non pochi crimini contro l’umanità, non si riabilita certa con l’annullamento del seminario di Clauser ma se non altro ha evitato di infliggere altri danni.

 

*Non ho trovato sul Web affermazioni di Clauser contro la climatologia precedenti all’assegnazione del Nobel. Ricordiamo che il premio per la fisica del 2021, oltre che a Giorgio Parisi, è stato assegnato a Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il loro apporto nel perfezionamento dei modelli climatici. Ovviamente, eventuali esternazioni che sarebbero suonate denigratorie nei confronti dei vincitori dell’anno precedente avrebbero reso molto problematico il conseguimento del Nobel. In ogni caso, Clauser non si è fatto alcuno scrupolo ad accettare il premio da un’istituzione che, ragionando secondo la sua ottica, contribuisce a promuovere la ‘corruzione della scienza’.

 

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