Il 2021 è stato caratterizzato da un crescendo di tensioni tra Etiopia da una parte ed Egitto e Sudan dall’altra a causa della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), maxi sbarramento idroelettrico sul Nilo Azzurro oramai in fase di ultimazione. Costato 4,6 miliardi di dollari e commissionato all’impresa italiana Salini Impregilo, una volta in funzione sarà il più grande mai realizzato in Africa (il settimo nel mondo) e, grazie alla potenza installata di 6,35 GW, potrà generare una quindicina di TWh di elettricità annui; più di un reattore nucleare di III generazione, per capirci.

Nonostante le intermediazioni di Unione Africana e Nazioni Unite, i negoziati per risolvere la controversia sono finora falliti in quanto il governo di Addis Abeba intende sfruttare l’invaso al massimo delle potenzialità, alterando profondamente la portata delle acque del Nilo. Uno studio della University of Southern California pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters stima per l’Egitto una riduzione della superficie coltivabile fino al 72% e danni economici per circa cinquanta miliardi di dollari.

Del resto, era difficile immaginare particolari scrupoli verso egiziani e sudanesi, pensando alla ferocia mostrata dalla leadership etiope nei confronti del suo stesso popolo nel portare avanti questo tipo di progetti. Un rapporto di Human Right Watch del 2012 denuncia infatti le gravi violenze subite dalla popolazione rurale della valle del fiume Omo per velocizzarne la deportazione e permettere la costruzione di un’altra maxi diga, la Gigel Gibe III, anch’essa affidata a Salini Impregilo, che ISPI definisce “braccio operativo del governo etiopico per quanto riguarda lo sviluppo del settore idroelettrico” (con progetti assegnati talvolta senza bandi né gare d’appalto, come nel caso delle opere in questione).

Da sempre patrocinate dalla Banca Mondiale come volano di progresso per i paesi in via di sviluppo, le maxi dighe hanno indubbiamente  il merito di agevolare la carriera di politici ambiziosi (e spesso corrotti) nonché di gonfiare il fatturato di imprese costruttrici occidentali e cinesi. Se realizzate molto lontano dalla foce (è il caso della Gerd), possono destabilizzare ecosistemi lontani migliaia di chilometri da esse; ma sono i costi sociali quelli più evidenti e immediati, in quanto la costruzione dei giganteschi invasi richiede sacrifici immani alle popolazioni locali. Il caso limite è costituito dalla più grande centrale idroelettrica al mondo, quella cinese sul fiume Yangtze, che ha comportato la sparizione di più di 1.500 tra cittadine e villaggi e la ‘ricollocazione’ di un milione e mezzo di individui. Ora Pechino immagina un progetto ancora più maestoso (e impattante) in Tibet, sul fiume Yarlung Tsangpo.

In dieci anni la potenza idroelettrica installata in Etiopia è raddoppiata (da 2 a a 4 GW), senza che le popolazioni contadine siano riuscite a trarne particolari benefici: solo il 32% degli abitanti delle zone rurali ha infatti accesso all’elettricità, contro il 95% delle aree urbane (fonte). Poco da stupirsi, dal momento che uno degli scopi dichiarati delle maxi dighe (e la Gerd non fa eccezione) è quello di esportare energia agli stati limitrofi, un business che già ora frutta guadagni prossimi ai cento milioni di dollari annui.*

 L’egemonia dell’idroelettrico pare aver tarpato le ali a qualsiasi alternativa energetica. Il Piano di crescita e trasformazione 2011-15 prevedeva la costruzione di otto parchi eolici per un totale di 1116 MW, ma nel 2015 ogni sviluppo nel settore si è bruscamente interrotto dopo aver installato aerogeneratori per soli 324 MW. L’intera potenza fotovoltaica nazionale ammonta ad appena 20 MW, con paesi limitrofi non certo più prosperi quali Eritrea e Somalia capaci addirittura di fare meglio (rispettivamente 22 e 23 MW).

In Kenya l’energia eolica si assesta su valori abbastanza simili a quelli etiopi (336 MW), invece l’apporto del fotovoltaico è di gran lunga maggiore (106 MW), fatto di cui ha beneficiato la popolazione rurale, che per quasi due terzi (65,7%) fruisce dell’elettricità (fonte). Infatti, grazie alle rinnovabili è possibile raggiungere i contesti più remoti, dove le tradizionali infrastrutture di rete non sono mai riuscite ad arrivare (deserti, foreste, aree a bassissima densità abitativa).

Uno studio realizzato nel 2018 in collaborazione tra diversi soggetti (tra cui spiccano Banca Mondiale, World Resource Institute e il Joint Research Centre della UE) sottolinea le potenzialità degli impianti idroelettrici di piccola scala (fino a 10 MW) per estendere l’elettrificazione nel continente africano minimizzando gli inconvenienti a livello sociale e ambientale. 

 

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Questo tipo di analisi fornisce sicuramente indicazioni preziose, ma è viziato all’origine dal ragionare in maniera troppo astratta, come se ogni problema si limitasse a disquisizioni di carattere tecnico per massimizzare lo sfruttamento delle risorse. Di per sé, trasformare l’energia da mezzo in fine (ossia produrre energia per produrre energia, in maniera del tutto autoreferenziale) è una delle cause dell’attuale disastro ecologico planetario, ma per l’Africa la questione si fa ancora più delicata e i ragionamenti stereotipati sono ancora più pericolosi.

Estrema periferia dell’economia-mondo globale, essa non gode della possibilità di esternalizzare altrove le proprie criticità, se non in maniera limitata tramite le migrazioni di massa: di conseguenza, si assiste alla situazione apparentemente paradossale per cui l’area meno sviluppata del pianeta risulta la prima a sbattere contro i limiti fisici e termodinamici. Sono necessarie quindi scelte ponderate e sofferte, certo molto difficili da elaborare nel mix perverso di povertà, corruzione, sovrappopolazione, chimere consumistiche e attenzioni interessate che imperversa in Africa.

PS: i dati sulle rinnovabili sono tratti dal rapporto Renewable capacity statistics 2021 redatto dalla International Renewable Energy Agency.

*La scarsa sensibilità dei vertici politici etiopi verso la propria popolazione contadina è corroborata anche dal consistente avallo alle pratiche di land grabbing: secondo i dati di land matrix, sono stati ceduti a investitori stranieri quasi un milione e mezzo di ettari di terreni, un accaparramento tra i maggiori dell’intero continente africano.

Immagine in evidenza: Grand Ethiopian Renaissance Dam (fonte: arabnews.com)

 

 

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