Come noto, dopo la recente, macabra notizia della probabile morte di più di un centinaio di profughi nel Mediterraneo, il vicepremier Di Maio ha denunciato l’azione neocolonialista esercitata dalla Francia sull’Africa attraverso il franco CFA (impiegato in 14 nazioni del continente nero), chiedendo alla UE di sanzionare lo stato transalpino. Sappiamo bene che cosa è successo: pieno sostegno da parte dell’altro vicepremier Matteo Salvini e reazioni sdegnate dell’opposizione nonchè del governo francese, che ha convocato il nostro ambasciatore a Parigi per le ovvie rimostranze. Chi ha ragione in questa ennesima querelle? Credo che, seppur in misura differente, abbiano torto tutti quanti.
La Francia ha ben poco da fare la verginella e l’opposizione di casa nostra, negando il suo ruolo coloniale e sminuendo una questione complessa come quella del franco CFA, non fa certo un favore alla ricerca della verità, ha anzi contribuito a buttare la polvere sotto il tappeto. Per capire la posta in gioco – che sembra completamente sfuggire a gran parte dei campioni della difesa dei migranti – segnalo un interessante articolo di AGI, di cui riporto qui uno stralcio:
La ragione di questa disparità è intuitiva: essendo agganciate a una moneta forte come l’euro, queste nazioni, se da una parte non soffrono di instabilità monetaria, dall’altra non sono in grado di svalutare la propria moneta in modo tale da rendere competitive le proprie esportazioni. Se del franco CFA beneficiano quindi gli investitori esteri, protetti da fluttuazioni improvvise, non altrettanto si può dire dei piccoli imprenditori e dei contadini, i cui prodotti non risultano concorrenziali sui mercati globali.
E ciò è particolarmente vero per il settore agricolo, che deve scontrarsi con i prezzi delle derrate europee, resi bassissimi dai generosi sussidi comunitari. Allo stesso modo, ha poco senso ribattere, come hanno fatto in molti, che “dal franco Cfa si può uscire liberamente”. L’obiezione avrebbe senso se fossimo di fronte a democrazie compiute, non a regimi spesso corrotti e dittatoriali che hanno a volte ragioni poco confessabili per mantenere rapporti cordiali con l’ex colonizzatore.
Tuttavia, Di Maio e il M5S, nel momento in cui finalmente ricorrevano a un tema non-retorico grazie al quale si poteva avviare una discussione sulle cause delle migrazioni che ovviasse dal consueto e nauseante binario dialettico respingimento/accoglienza (idiosincrasia Salvini/Boldrini), hanno preferito sacrificare l’argomento sull’altare della caciara elettorale contro l’odiato globalista Macron, presentando un quadro riduttivo e manicheo che ha agevolato i contestatori, i quali hanno avuto gioco facile osservando che solo una quota minoritaria dei migranti africani in Italia proviene da stati dove è in vigore il franco CFA.
La realtà è che il franco CFA si inserisce all’interno di uno scenario molto più complesso delle battute da talk show, dove la Francia, grazie ai suoi trascorsi imperialisti, conserva un ruolo importante specialmente nel Sahel (vedi anche i movimenti militari degli ultimi anni che hanno riguardato Niger e Mali), ma non più da protagonista indiscussa nella geopolitica del neocolonialismo africano: la Repubblica Popolare Cinese oggiogiorno sembra molto più coinvolta. Nel suo piccolo (non poi così piccolo), anche il nostro paese coltiva lucrosi interessi, alcuni dei quali sicuramente sicuramente favoriscono ondate migratorie.
Insomma, occorre riazzerare la discussione, ripartendo dalle dichiarazioni di Di Maio ma depurandole da strumentalizzazioni a fini elettorali: bisogna puntare finalmente il dito sul sistema-mondo – sulla sua complessa rete di centri e periferie – anziché distrarsi sui fenomeni conseguenti, per quanto di grande impatto emotivo. Un atteggiamento che sicuramente riserverebbe risposte sgradite e poco spendibili sul piano propagandistico, ma sicuramente ci illuminerebbe non solo riguardo alle migrazioni ma anche su economia, ecologia e trend politici globali. A Di Maio, Salvini, Renzi, Berlusconi ecc. conviene starne alla larga, per chi è fuori dal teatrino della politica forse è il momento decisivo di rischiare tale approccio.
Sulla defijizione del ruolo della Cina in Africa e in genere nei paesi cosiddetti emergenti, come neocolonialismo non sono tutti d’accordo.
Non credo che esista un argomento su cui siano tutti d’accordo, men che meno quando ha rilevanza politica.
A proposito di colonizzazione cinese, penso, per esempio, al “land Grabbing” (dove ci sono un po’ tutti, ma soprattutto USA, Malesia, Cina, Emirati e Singapore). Oppure alle nuove città costruite ex novo in Angola ed altri paesi da ditte cinesi, con ingegneri, architetti e manovali tutti cinesi, soldi africani; rimaste perlopiù vuote.
Ma forse l’esempio più paradigmatico è il “Monumento alla libertà africana” di Dakar. Ingegneri francesi, ditta cinese e operai nord-coreani, stile sovietico. Di africano ci sono il 15-25 milioni di Euro (secondo le fonti) che i senegalesi hanno sborsato per pagare europei, cinesi e coreani. Il 35% dei proventi dei biglietti va in tasca personalmente al presidente Wabe. Un emblema dell’africa di oggi in cui nessuno, ma proprio nessuno può fare la verginella.
Il problema è che spesso non sono d’accordo quando altre nazioni si comportano al medesimo modo della Cina, in quel caso gridano al colonialismo! 🙂 Al di là delle etichette, non si può negare il carattere destabilizzante del gigante asiatico in Africa.
Leggo nell’articolo:
“La ragione di questa disparità è intuitiva: essendo agganciate a una moneta forte come l’euro, queste nazioni, se da una parte non soffrono di instabilità monetaria, dall’altra non sono in grado di svalutare la propria moneta in modo tale da rendere competitive le proprie esportazioni.”
A dire il vero non c’e’ proprio nulla di intuitivo, a parte l’impressione di una ripetizione diciamo acritica delle teorie economiche dei nostri sovran-socialisti, fra i quali e’ particolarmente in voga il ridurre tutto alla moneta, capro espiatorio universale. (sovran=nazional)
Per il resto, dovremmo cercare di calarci nella visione del mondo di paesi in cui si vive, o si viveva fino a poco tempo fa, con un dollaro al giorno, cioe’ di autoproduzione e autoconsumo, posti in cui con un dollaro al giorno magari si campava alla grande, vitto e alloggio compreso in posti naturali e incantevoli, finche’ le avversita’ microbiologiche incontrastate si occupavano di tenere “in equilibrio” la demografia, in equilibrio con la morte come dice Rosling… In tali contesti, non e’ difficile prevedere cosa possa produrre il contatto con societa’ ipercomplesse, non solo industrializzate ma persino finanziarizzate, come sono le nostre, se non la devastazione del modo di vivere precedente, finche’ non avvenga la completa assimilazione e omologazione al nostro, passando attraverso la “corruzione” che noi vediamo cosi’ ma forse loro no. Ci siamo passati anche noi, in qualche momento passato della nostra storia, ci sono passati tutti, in qualche misura ci stiamo passando anche ora.
A suo tempo gli europei, semplificando, comprarono il nordamerica in cambio di qualche filo di perline perche’ dall’altro lato, quello del venditore, c’era una visione del mondo, della proprieta’ e del valore delle cose che era irriducibile, incomprensibile a quella del compratore. Qualcosa di simile avvenne nel medio oriente al contatto con la civilta’ europea di geometri, commercialisti e notai.
Ma alla fine il vizietto, che poi forse e’ solo un’ineluttabilita’, di inquadrare tutto nel nostro modo di vedere il mondo non lo perdiamo mai.
Come qualcuno disse, non esistono fatti, ma solo interpretazioni, e aggiungo io sono inevitabilmente quelle del soggetto che valuta secondo il suo metro, dal suo punto di vista, e le esprime.