Proponiamo per il pubblico di Apocalottismo un interessante contributo in due puntate di Steve Bull, redattore del blog Today’s Contemplation. Alla maniera de La caduta del Leviatano, libro scritto da me e Jacopo Simonetta, cerca di delineare gli stretti ma quasi sempre misconosciuti rapporti che intercorrono tra economia ed ecologia, evidenziando la tendenza intrinseca del capitalismo al collasso. 

Bull sintetizza ottimamente i concetti fondamentali e, dopo aver letto i suoi testi, tante cose appariranno decisamente più chiare. Qui l’originale in inglese. 

Sistemi monetari, termodinamica e overshoot ecologico, parte 1 (Steve Bull) 

Money, it’s a crime
Share it fairly, but don’t take a slice of my pie
Money, so they say
Is the root of evil today
Pink Floyd, Money (1973)

Uno degli interessi che ho sviluppato da quando mi sono addentrato nel labirinto del picco del petroliodel collasso sociale e del superamento dei limiti ecologici è come l’economia, in particolare, i sistemi monetari utilizzati dagli esseri umani, siano influenzati da questi fenomeni e, a loro volta, li rafforzino.

Non ho alcuna formazione o esperienza in economia, a parte quanto appreso in alcuni corsi universitari di antropologia e archeologia, dove le modalità di scambio (ovvero reciprocità , redistribuzione e scambio di mercato ) sono state discusse e studiate in misura limitata.

Un aspetto che ho trovato interessante è che, da una prospettiva antropologica/archeologica, la storia umana è stata dominata per il 99% della sua esistenza da sistemi di reciprocità e redistribuzione; gli scambi di mercato sono un fenomeno relativamente recente, una sorta di fragile anomalia. Emblematicamente, la preistoria e la storia dimostrano che, quando le eccedenze energetiche si riducono e i complessi schemi di redistribuzione falliscono, le società tendono a ritornare a sistemi localizzati di reciprocità.

Premesso ciò e considerando che la mia comprensione dell’economia e dei sistemi monetari dovrebbe essere ritenuta, nella migliore delle ipotesi, basilare, questa riflessione si propone di tracciare la catena causale che collega il denaro moderno al superamento dei limiti ecologici e viceversa, poiché la relazione non è passiva. I sistemi monetari attualmente impiegati dall’umanità non sembrano essere solo un semplice strumento di valutazione neutrale; sono un acceleratore attivo e sempre più significativo del declino termodinamico.

Tutte le tecnologie umane (incluse quelle sociali come i sistemi monetari) sono di per sé espressioni di trasformazione energetica: strumenti che amplificano il nostro potere di estrarre, trasformare e consumare risorse, ma sempre a costo di una crescente complessità del sistema e di un’accelerazione dell’esaurimento delle riserve energetiche di alta qualità e di altre risorse. Viceversa, i limiti termodinamici sono il fattore di rottura strutturale che finirà per frantumare la logica monetaria.

I meccanismi della moneta moderna

La maggior parte delle persone presume che siano i governi a creare tutta la moneta esistente nelle società umane moderne, ma non è così. Negli attuali sistemi monetari a corso forzoso, oltre il 90% dell’offerta di moneta (M2/M3) è creata dalle banche commerciali private quando erogano prestiti.

Un mutuo o un prestito aziendale non attinge ai depositi esistenti, come la teoria del sistema bancario a riserva frazionaria porta a credere; la banca accredita semplicemente sul conto del mutuatario nuova moneta digitale creata dal nulla. Il prestito crea il deposito, che diventa potere d’acquisto. Questo è il meccanismo principale di creazione di moneta nelle economie moderne.

Il sistema bancario ombra e il credito al dettaglio operano in modo diverso, ma sono comunque importanti per la mia analisi. I finanziatori ombra – hedge fund, fondi monetari, fondi di credito privati ​​e intermediari finanziari non bancari – non possono creare nuova moneta depositata come le banche commerciali, ma amplificano il ciclo del credito acquistando e cartolarizzando prestiti emessi dalle banche, erogando credito direttamente attraverso i mercati del debito privati ​​e fornendo finanziamenti all’ingrosso alle banche.

Anche le attività commerciali al dettaglio che emettono credito – carte fedeltà, piani di pagamento rateale e piani di pagamento rateale per i consumatori – aumentano il potere d’acquisto senza creare nuova moneta. Queste entità aumentano la velocità di circolazione della moneta, amplificano la leva finanziaria ed espandono lo stock totale di crediti nell’economia. Le loro relazioni istituzionali e le implicazioni sistemiche saranno esaminate più approfonditamente nella sezione successiva.

L’intera architettura di questo sistema è fondamentale perché ogni prestito o emissione di credito, sia da parte di una banca commerciale, di un istituto di credito informale o di un fornitore di credito al dettaglio, comporta degli interessi. La banca o l’istituto di credito crea il capitale (nel caso delle banche commerciali) o estende il denaro già esistente (nel caso degli istituti di credito informali/al dettaglio), ma nessuno di essi crea gli interessi necessari per ripagare il debito.

Per rimborsare sia il capitale che gli interessi, i debitori devono procurarsi denaro che esiste altrove nell’economia. Tale denaro, a sua volta, può provenire solo da altri debitori che contraggono nuovi prestiti o altre forme di credito, espandendo ulteriormente lo stock totale di debito. Il sistema ha quindi una dipendenza strutturale da una crescita perpetua del debito e del credito totali. Se l’erogazione totale di prestiti e credito dovesse contrarsi, anche l’offerta di moneta si ridurrebbe (attraverso il rimborso dei prestiti e la riduzione della leva finanziaria), innescando insolvenze in tutta la sovrastruttura del debito.

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La crescita perpetua del debito richiede una crescita perpetua del prodotto interno lordo (PIL) nominale, che storicamente richiede una crescita perpetua del consumo di risorse, in particolare di energia. Qui si presenta il primo punto di attrito con la realtà fisica.

La relazione simbiotica tra banche, istituti di credito ombra, credito al dettaglio e Stato

La sezione precedente ha delineato i meccanismi operativi di creazione del denaro e del credito. Questa sezione esamina le relazioni istituzionali più profonde che guidano tale sistema, in particolare l’interdipendenza tra l’ecosistema del credito privato e lo Stato, e perché questa struttura perpetua attivamente l’imperativo della crescita nonostante la sua impossibilità biofisica.

Le banche commerciali private sono il motore operativo dell’espansione monetaria. Decidono, caso per caso, chi riceve credito, per quale scopo e a quale tasso di interesse. Il loro dovere fiduciario nei confronti degli azionisti (e altri incentivi al profitto) le obbliga a massimizzare i prestiti, il che si traduce direttamente nella massimizzazione della creazione di crediti derivanti da future risorse energetiche e naturali.

Sono società a scopo di lucro, non enti di pubblica utilità; non operano con coscienza ecologica o consapevolezza termodinamica. La loro sopravvivenza dipende dalla continua circolazione ed espansione del credito, motivo per cui forse molti (la maggior parte?) di coloro che gestiscono e beneficiano di questo sistema deplorano la deflazione e parlano del suo potenziale distruttivo per le economie.

Naturalmente, le banche commerciali non operano in isolamento. Il settore bancario ombra è cresciuto enormemente dagli anni ’80 e, in alcune giurisdizioni, ora eguaglia o supera il settore bancario tradizionale in termini di credito totale erogato. Anche gli istituti di credito al dettaglio sono diventati attori significativi.

Come accennato nella sezione precedente, queste entità amplificano il ciclo del credito aumentando la velocità di circolazione della moneta ed espandendo lo stock totale dei crediti. Il loro ruolo cruciale nell’ecosistema finanziario più ampio non può essere sottovalutato.

Sebbene i governi non siano responsabili della stragrande maggioranza della creazione di moneta, non sono nemmeno semplici esecutori passivi di questa sovrastruttura creditizia: sono partner attivi e dipendenti. Gli stati moderni dipendono dal credito creato dall’intero ecosistema finanziario perché la crescita economica è il principale motore delle entrate fiscali, che finanziano le attività statali, i programmi sociali e il servizio del debito sovrano – la cui espansione contribuisce a sostenere la narrazione secondo cui i governi sono la ragione principale della prosperità economica.

Se il sistema creditizio si blocca – sia a causa di contrazioni dei prestiti bancari, congelamento della liquidità del sistema bancario ombra o insolvenze sui prestiti al dettaglio – l’offerta di moneta si contrae, le entrate fiscali crollano e lo stato si trova ad affrontare una crisi fiscale. Lo stato ha bisogno che l’intero apparato creditizio continui ad espandersi tanto quanto il settore finanziario ha bisogno del sostegno statale.

Questo sostegno assume diverse forme. Le banche centrali agiscono come prestatori di ultima istanza, salvando le banche commerciali in difficoltà durante le crisi. Le banche ombra, tuttavia, operano in una zona grigia; spesso non hanno accesso diretto ai finanziamenti delle banche centrali, rendendole più vulnerabili a corse agli sportelli e vendite forzate, ma in pratica le banche centrali hanno ripetutamente concesso prestiti di emergenza agli enti del sistema bancario ombra durante le crisi – come si è visto nel 2008 e nel 2020 – di fatto sostenendo l’intera sovrastruttura creditizia.

I governi forniscono un’assicurazione sui depositi, prevenendo le corse agli sportelli delle banche commerciali. Accettano depositi creati dalle banche per il pagamento delle imposte, conferendo così alla moneta privata il suo valore a corso forzoso. Le banche centrali fissano anche il tasso di interesse di riferimento, garantendo di fatto alle banche l’accesso a riserve praticamente gratuite che possono essere utilizzate come leva per concedere prestiti.

Per le banche ombra e gli istituti di credito al dettaglio, il ruolo dello Stato è più indiretto ma non per questo meno cruciale: la politica dei tassi di interesse della banca centrale influenza i loro costi di finanziamento e i salvataggi statali durante le crisi li proteggono dalle conseguenze estreme di scelte rischiose – da qui la ricorrente affermazione di molti critici secondo cui “i guadagni/profitti vengono privatizzati mentre le perdite vengono socializzate”.

Non si tratta di azioni passive di facilitazione, bensì di sussidi statali attivi all’intero ecosistema del credito privato. Al contrario, i governi e le autorità di regolamentazione stabiliscono i requisiti patrimoniali, i coefficienti di leva finanziaria e gli standard di concessione del credito: regole che determinano la quantità di credito che può essere erogata in relazione alle garanzie e alle riserve sottostanti. Storicamente, queste regole sono state costantemente allentate durante le fasi di espansione (incentivando maggiori prestiti) e inasprite solo durante le fasi di recessione (reagendo ai danni già causati).

Il sistema bancario ombra, in particolare, è stato spesso meno regolamentato rispetto alle banche tradizionali, il che gli ha permesso di espandere il credito in modo più aggressivo durante le fasi di espansione e di crollare in modo più catastrofico durante quelle di recessione: uno schema che rende l’intera sovrastruttura finanziaria più instabile e trasforma lo Stato in un acceleratore prociclico piuttosto che in un arbitro neutrale.

In termini termodinamici: le banche commerciali creano la moneta; le banche ombra e il credito al dettaglio ne moltiplicano la velocità di circolazione e la leva finanziaria; e lo Stato, garantendo il sistema, fornendo meccanismi di sostegno in caso di emergenza e imponendo un regime permissivo, elimina i freni naturali. Nell’attuale struttura, né le banche commerciali, né gli istituti di credito ombra, né i fornitori di credito al dettaglio, né lo Stato possono sopravvivere gli uni senza gli altri.

Se il governo domani ritirasse il suo sostegno, il sistema a riserva frazionaria crollerebbe in pochi giorni e la sovrastruttura bancaria ombra si disgregherebbe ancora più rapidamente. Se invece le banche commerciali cessassero di erogare prestiti, la sovrastruttura del credito ombra e al dettaglio perderebbe le sue fondamenta, la base imponibile del governo si ridurrebbe a zero e il debito sovrano diventerebbe insostenibile.

Sono le molteplici teste della stessa idra, tutte intente a inseguire un orizzonte infinito su di un pianeta finito. Questa trappola simbiotica non è una cospirazione; è la conseguenza strutturale del modo in cui le economie moderne hanno scelto di organizzare denaro, credito e sovranità. È anche il fondamento istituzionale su cui si basano le conseguenze termodinamiche descritte nelle sezioni seguenti.

Il vincolo termodinamico e il principio di massima potenza di Odum

La prima legge della termodinamica afferma che l’energia non può essere creata né distrutta, ma solo trasformata. Quando una banca centrale crea digitalmente 1 trilione di dollari, non crea nuovi joule. Quel trilione, tuttavia, diventa una potenziale pretesa sulle trasformazioni energetiche esistenti e future.

La seconda legge della termodinamica afferma che ogni trasformazione disperde energia concentrata in calore di scarto diffuso. Ogni barile di petrolio bruciato, ogni tonnellata di carbone consumata, rappresenta un prelievo irreversibile di una riserva finita di luce solare primordiale. Questo vale a pieno anche per le “energie rinnovabili” e le altre cosiddette fonti a zero o basse emissioni di carbonio.

I pannelli solari, le turbine eoliche e i sistemi di accumulo a batteria non sono fonti di energia in sé, bensì trasformatori di energia. Richiedono idrocarburi per l’estrazione delle materie prime, la produzione dei componenti, il trasporto verso i siti di installazione, la manutenzione durante il loro ciclo di vita e, infine, lo smantellamento, il riciclo o lo smaltimento. L’energia netta delle fonti rinnovabili è il surplus ottenuto sottraendo tutti questi input alimentati da idrocarburi.

Con il calo del petrolio ad alto ritorno sull’investimento (EROI), il costo energetico per la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture per le energie rinnovabili aumenta, comprimendo il surplus netto disponibile per la società. In termini termodinamici, le energie rinnovabili non sostituiscono i combustibili a base di idrocarburi; rappresentano un modo per estendere il lavoro utile derivante dalle rimanenti risorse fossili, ma non possono sfuggire alla dissipazione prevista dal Secondo Principio della termodinamica né alla limitatezza delle risorse di terre rare e altri materiali necessari per la loro costruzione.

L’energia nucleare, pur non producendo emissioni dirette di CO₂ durante il funzionamento, si trova ad affrontare vincoli termodinamici e materiali simili. L’uranio e il torio sono risorse finite e la loro estrazione – dalle miniere convenzionali alla lisciviazione in situ – richiede un notevole apporto di combustibili idrocarburici.

La costruzione di reattori nucleari richiede ingenti quantità di acciaio di alta qualità, cemento e leghe speciali, la cui produzione è ad alta intensità energetica. L’arricchimento del combustibile, in particolare per i reattori ad acqua leggera, consuma enormi quantità di elettricità, a sua volta derivata in gran parte da fonti idrocarburiche o nucleari esistenti. Durante l’intero ciclo di vita del reattore, la manutenzione, la fabbricazione del combustibile, la gestione dei rifiuti e l’eventuale smantellamento attingono tutti allo stesso pool di energia netta, che si sta riducendo.

Il ritorno sull’investimento (EROI) del nucleare è oggetto di dibattito, ma anche le stime più ottimistiche lo collocano al di sotto di quelli storici del petrolio e del carbone; quando la qualità dell’uranio diminuisce e i costi di arricchimento aumentano, il ritorno energetico netto si riduce ulteriormente.

Inoltre, le scorie nucleari rappresentano un onere plurimillenario che richiede raffreddamento attivo e stoccaggio sicuro, entrambi i quali necessitano di un apporto energetico continuo e di stabilità istituzionale, condizioni che difficilmente si verificheranno in un mondo in via di semplificazione. Come le energie rinnovabili, il nucleare non è una macchina a moto perpetuo; è un modo per convertire una risorsa geologica finita in energia utilizzabile, con i suoi costi termodinamici e il suo debito entropico.

Il principio di massima potenza di Odum osserva che la selezione naturale favorisce i sistemi che catturano la maggior quantità di energia e la convertono nella maggior quantità di potenza, piuttosto che quelli che sono semplicemente efficienti. Il nostro sistema monetario è la massima espressione di questo principio.

Il credito a basso costo ha permesso alle compagnie energetiche di finanziare progetti di estrazione con un EROI  marginale o negativo – trivellazioni in acque profonde, sabbie bituminose, fracking – che sarebbero stati irrealizzabili secondo una rigorosa contabilità biofisica.

La stessa logica si applica ai megaprogetti nucleari e di energia rinnovabile, che dipendono anch’essi da prestiti a basso interesse per coprire gli enormi costi iniziali di capitale. Il debito ha imposto l’estrazione. L’estrazione ha mantenuto il volume lordo.

Ma il surplus energetico netto per unità estratta è diminuito costantemente. Abbiamo speso più joule per ottenere ogni nuovo joule, soddisfacendo la richiesta del principio di massima potenza di un flusso totale, ma erodendo al contempo il surplus che effettivamente alimenta il resto dell’economia.

L’efficienza tecnologica, spesso presentata come la soluzione all’esaurimento delle risorse, storicamente segue il paradosso di Jevons: i miglioramenti in termini di efficienza riducono il costo dei servizi energetici, il che incentiva un maggiore consumo totale, non una diminuzione.

Motori più efficienti hanno portato a un maggior numero di automobili; un’illuminazione più efficiente ha portato a un maggior numero di spazi illuminati; un’informatica più efficiente ha portato a un numero esponenzialmente maggiore di data center. Il nostro sistema monetario, abbassando il costo del credito, accelera questo ciclo, finanziando infrastrutture tecnologiche sempre più grandi che ci vincolano a una maggiore produttività lorda, erodendo al contempo il surplus netto.

Ogni nuova tecnologia promette di “risolvere” il problema energetico, ma in pratica diventa un altro modo per massimizzare il consumo di energia – un altro strumento al servizio del principio di Odum, non una sua deviazione.

Il concetto di “overshoot” di Catton e i “terreni fantasma”

Catton ha descritto l’overshoot come un fenomeno per cui la popolazione e le infrastrutture sfruttano i “terreni fantasma” – risorse che esistevano in passato (combustibili idrocarburici) o che vengono sfruttate dal futuro (impoverimento del suolo, abbassamento della falda acquifera) – per sostenere, temporaneamente, una popolazione al di sopra della capacità di carico sostenibile .

Il sistema monetario aggrava ulteriormente questo effetto. Il debito emesso oggi rappresenta un diritto sulla produzione futura, ma la produzione futura stessa dipende dalla disponibilità di energia futura. Quando estraiamo petrolio ad alto rendimento per finanziare i consumi attuali e il servizio del debito, di fatto ipotechiamo l’energia netta dei decenni a venire.

Gli interessi su tale ipoteca richiedono un’estrazione energetica futura ancora maggiore. I “terreni fantasma” di Catton non sono solo fisici, ma anche finanziari. I diritti si accumulano più velocemente di quanto l’eccedenza energetica sottostante sia in grado di soddisfarli.

Rendimenti decrescenti e complessità finanziaria secondo Tainter

Tainter sosteneva che le società investono nella complessità per risolvere i problemi. Ogni ulteriore livello di complessità – burocrazia, infrastrutture, forze armate, quadri giuridici – comporta un costo energetico per il mantenimento. Inizialmente, il beneficio supera il costo. Col tempo, il rendimento marginale si riduce a zero, poi diventa negativo.

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Applicata al nostro sistema monetario, la complessità risiede nell’architettura finanziaria globale stessa: derivati, sistemi di regolamento transfrontalieri, algoritmi di trading ad alta frequenza, quadri normativi e l’intero apparato delle banche centrali. Questa architettura non produce cibo o energia. Consuma enormi quantità di elettricità e lavoro umano semplicemente per funzionare.

Con il calo del consumo netto di energia, il mantenimento di questa sovrastruttura finanziaria assorbe una quota crescente del surplus, che si sta riducendo. Il costo della gestione dei crediti inizia a superare la ricchezza reale generata dal sistema. A quel punto di svolta, la complessità cessa di essere una soluzione e diventa un ostacolo.

Nella seconda parte, l’analisi si sposta dai meccanismi e dai fattori istituzionali del nostro sistema monetario alle conseguenze dinamiche di queste strutture se poste a confronto con i limiti biofisici. Illustrerò quattro circuiti di feedback interconnessi che mostrano come la trappola simbiotica della creazione di credito garantita dallo Stato operi in movimento: il debito che alimenta l’estrazione a basso EROI, il calo del saldo energetico netto che intrappola la politica monetaria, il superamento dei limiti ecologici che distrugge le garanzie finanziarie e la complessità tecnologica che diventa insostenibile.

Da qui, mi rivolgerò al punto di vista antropologico, esaminando come le società pre-mercato organizzavano gli scambi senza una crescita perpetua, come le civiltà precedenti hanno affrontato il collasso e perché l’attuale superamento dei limiti ecologici globali presenta condizioni senza precedenti per portata e gravità.

La conclusione affronterà le condizioni limite della nostra situazione e la questione del comportamento più probabile dell’élite dominante man mano che le conseguenze diventeranno sempre più evidenti.

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