Le teorie relative al picco del petrolio sono sempre state oggetto di scherno e derisione, quasi sempre per opera di persone che ne sapevano poco o nulla. Tuttavia, attualmente anche grande specialisti dell’argomento come Art Berman parlano apertamente di “paradigma fallito”, soprattutto perché “l’idea che il petrolio si stia esaurendo non è vera: le riserve globali hanno raggiunto livelli record e riescono ancora a soddisfare la domanda”. E’ opportuno quindi fare chiarezza, ma per comprendere bene la questione occorre partire dalle origini.

Il primo teorizzatore del picco del petrolio, Marion King Hubbert, ipotizzando nel 1956 il progressivo declino delle fonti fossili da inizio XXI secolo (qui per i dettagli) non temeva alcun ritorno al medio evo: come gran parte del mondo scientifico, era convinto che la diffusione rapida ed esponenziale dell’energia nucleare avrebbe permesso di rimpiazzare con gli interessi petrolio, gas e carbone. 

In questo scenario, per soddisfare il fabbisogno energetico sarebbero bastati solo i giacimenti relativamente poco costosi, ragione per cui Hubbert sconsigliava gli idrocarburi non convenzionali, ossia scisti e sabbie bituminose, la cui estrazione appariva decisamente troppo onerosa. Teniamo conto che, all’epoca della sua analisi e per i quindici anni successivi, il prezzo al barile non superò mai i 20 dollari al valore attuale.

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Analisi di Hubbert sul picco delle fonti fossili e lo sviluppo dell’energia nucleare (Hubbert 1956)

 

Tuttavia, una volta compreso che l’avvento della ‘civiltà dell’atomo’ era da rinviare alle calende greche, gas e carbone sono stati recuperati dalla pattumiera della storia a cui dovevano essere destinati, mentre il petrolio ha mantenuto l’egemonia anche se, dopo lo shock del 1973, la pacchia dei bassi costi di produzione era terminata e con lei i ‘trenta gloriosi’ del boom economico post bellico. Gli USA abdicavano al ruolo di maggior produttore e il Medio Oriente diveniva così il principale depositario delle riserve mondiali di oro nero.

In accordo con le previsioni di Hubbert, all’inizio del XX secolo la disponibilità di petrolio convenzionale a buon mercato ha iniziato a scarseggiare facendo schizzare alle stelle le quotazioni (superando la soglia critica dei 100 dollari al barile), innescando così la grande crisi del 2008. In un contesto di prezzi molto elevati, sono diventate improvvisamente competitive le risorse non convenzionali ed è iniziata la rimonta statunitense nella produzione di petrolio e gas sfruttando i depositi di scisti bituminosi (shale oil and gas), fino a raggiungere i vertici mondiali.

 

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Il peso delle risorse non convenzionali sulla produzione petrolifera globale si fa sempre più crescente

 

Tutto ciò apparentemente ha tappato la bocca ai ‘gufi catastrofisti’ (tra cui lo stesso Berman) che all’inizio del boom dello shale smorzavano gli entusiasmi ritenendolo solo una bolla alimentata dai rincari presto destinata a sgonfiarsi. Invece il settore, nonostante la bancarotta di varie aziende durante l’ondata deflattiva 2012-16, grazie a sovvenzioni pubbliche, equilibrismi finanziari e miglioramenti delle pratiche estrattive, è riuscito a reggere l’urto e a uscirne vittorioso.

Sembra dunque confermata la vulgata tecno-ottimista e la validità delle teorie di Milton Friedman sulle dinamiche dei prezzi in grado di sopperire all’eventuale scarsità di materie prime, ossia il classico armamentario ideologico dei detrattori dei limiti dello sviluppo. Ragionando a mente fredda senza farsi condizionare dai clamori mediatici, affiora però un quadro molto meno roseo dietro ai tanti peana.

Innanzitutto la fratturazione idraulica (fracking), tecnica per estrarre petrolio dagli scisti bituminosi, risale al 1903, dunque nulla di particolarmente all’avanguardia: le recenti innovazioni sono servite allo scopo di renderla più efficiente e meno dispendiosa. I rischi ecologici e sanitari sono di gran lunga maggiori rispetto all’estrazione convenzionale, come se non bastasse il fracking è sospettato di stimolare le faglie sismiche inducendo terremoti, motivo che ne ha determinato il bando in Europa e in diversi stati degli USA. Movimenti tellurici a parte, le problematiche poste dalle sabbie bituminose (particolarmente diffuse in Canada e Venezuela) non sono inferiori.

Lo shale oil ha sicuramente puntellato il business as usual energetico ma, oltre a peggiorare una crisi ambientale già oltre il livello di guardia, non si rivela particolarmente allettante neppure in ottica mainstream: nonostante gli indubbi efficientamenti, per pareggiare i costi di produzione sono necessari prezzi compresi in un range tra i 55 e i 70 dollari a barile, circa il triplo di quelli del periodo del boom, decisamente eccessivi per sperare in una crescita economica rilevante e duratura. Guarda caso, oggi come cinquant’anni fa si auspica una nuova era atomica basata però sui reattori modulari, di cui si magnificano le virtù pur essendo ancora allo stato teorico.

Sussistono molte analogie tra il picco del petrolio di Hubbert e la teoria della ‘bomba demografica’ di Paul Ehrlich: entrambi gli studiosi avevano diagnosticato correttamente la situazione ma, nell’elaborare le loro previsioni, non hanno considerato in maniera opportuna le variabili tecnologiche ed economiche, per cui Hubbert è risultato eccessivamente fiducioso mentre Ehrlich troppo pessimista. I due sono stati poi additati di ‘fallacia catastrofista’ da gente che si è limitata ad osservare il dito anziché la luna, esaltando il progresso tecnico risolutore.

In realtà la tecnologia, sotto forma di sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali snobbati da Hubbert e della ‘rivoluzione verde’ che ha scongiurato le grandi carestie paventate da Ehrlich, non ha eradicato i problemi ma li ha solo posposti in forma più grave in un futuro oramai già drammaticamente attuale. Rimpiangeremo che le cose siano andate diversamente dalle loro attese?

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