Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850) è stato una personalità molto interessante. Suo padre Luigi Filippo II duca di Orléans (detto anche Philippe-Égalité, nome con cui si fece conoscere durante la Rivoluzione), cugino del re Luigi XVI, era un aristocratico decisamente ‘alternativo’, animatore della massoneria parigina e membro dei club dei giacobini: affidò l’educazione del figlio alla scrittrice Madame de Genlis, che gli fece conoscere le opere di Voltaire e lo introdusse al pensiero liberale. 

Nel periodo immediatamente precedente al 1789, i due Orléans appartennero al piccolo gruppo di nobili illuminati che premeva per importanti riforme dell’Ancien Régime. Dopo i fatti successivi alla presa della Bastiglia si dichiararono apertamente favorevoli alla Rivoluzione, fino al 1793 e all’avvento del Terrore Giacobino: Philippe Egalité fu accusato di tradimento e ghigliottinato, il figlio costretto a un lungo esilio dalla Francia che proseguì per tutto il periodo napoleonico.

Tornato in patria con l’avvento della Restaurazione, mostrò da subito scarsa simpatia per Luigi XVIII, sentimento mosso anche dalla tradizionale ostilità della dinastia borbonica (nuovamente sul trono francese dopo il Congresso di Vienna) nei confronti degli Orléans. Si mise a capo dell’opposizione  e condannò il cosiddetto Terrore Bianco, ossia la feroce repressione di liberali, bonapartisti e repubblicani, allontanandosi prudenzialmente in Gran Bretagna tra il 1815 e il 1817. Quest’esperienza, insieme ai quattro anni vissuti negli USA durante il primo esilio, deve certamente averlo rafforzato nei suoi ideali anti-assolutisti.

Luigi Filippo tornò alla ribalta con lo scoppio della Rivoluzione di luglio del 1830, conseguenza diretta delle politiche scriteriate dell’erede di Luigi XVIII, il fratello minore Carlo X, asceso al trono nel 1824. Mentre il predecessore aveva compreso l’impossibilità di riportare indietro le lancette della storia e aveva cercato dei compromessi concedendo una costituzione e un certo grado di libertà e parlamentarismo, Carlo X era sempre stato un fervente ultrarealista convinto sostenitore del ritorno all’assolutismo. Per rimarcarlo, si fece incoronare nella cattedrale di Reims con il tipico rito dei sovrani prerivoluzionari, atto invece prudentemente evitato dal fratello. 

Non si limitò ai gesti simbolici: spalleggiato da primi ministri a lui fedeli, fece approvare le legge del miliardo (risarcimento per gli aristocratici che avevano perso i loro beni nel decennio rivoluzionario), reintrodusse la pena di morte per sacrilegio e sciolse la Guardia Nazionale, uno degli emblemi della Rivoluzione. Il culmine fu raggiunto nel luglio del 1830 quando, stufo della crescente opposizione antiborbonica in parlamento, emanò le quattro ordinanze di Sant Cloud con cui sciolse le camere, sospese la libertà di stampa e ridusse il numero degli elettori; un vero e proprio colpo di Stato.

La reazione popolare non si fece attendere, con i cittadini di Parigi che scesero per le strade, erissero barricate e iniziarono pesanti scontri con le truppe realiste, mentre Carlo X abbandonava la capitale e poi il paese. Per l’ala più ragionevole della nobiltà, da tempo preoccupata dell’atteggiamento oltranzista del re, si riproponevano gli spettri del 1789 e soprattutto del 1792, quando le forze di estrema sinistra avevano preso il potere proclamando l’avvento della repubblica, con tutto quello che ne seguì.

Tale degenerazione si poteva evitare solo accordandosi con la borghesia per bloccare le istanze repubblicane e neogiacobine-socialiste, instaurando una monarchia costituzionale. Luigi Filippo, con il suo passato, aveva le credenziali opportune per convincere la maggioranza dei francesi sulla bontà dei propositi di cambiamento. Le camere decretarono il suo avvento al trono, avvenuto ufficialmente l’undici agosto.

Luigi Filippo venne proclamato re ‘dei francesi’ e non ‘di Francia’ (seguendo la disposizione prevista già nella costituzione del 1791), ripristinò la bandiera tricolore al posto di quella gigliata borbonica, fece approvare dal parlamento una nuova carta costituzionale (che quindi non era ‘ottriata’, cioè concessa dal sovrano) e ridusse la quota di reddito necessaria per accedere al diritto di voto. Tali misure, insieme a un atteggiamento molto meno arrogante e sfarzoso rispetto ai predecessori, attirarono la simpatia popolare nei suoi confronti, al punto da meritarsi l’appellativo di ‘re cittadino’, mentre il suo regno è stato spesso definito ‘monarchia borghese’.

L’idillio iniziale era però destinato gradualmente a scemare. Sotto Luigi Filippo, i governi mantennero in politica estera un atteggiamento pacifico e conciliante (in particolare verso l’ex nemico inglese), mentre in patria si caratterizzarono per un moderatismo ostile verso le istanze di democratizzazione e sindacali, nonché per uno sviluppo del paese ritenuto troppo limitato dalla borghesia. 

In particolare sotto la guida di François Guizot (formalmente primo ministro solo nel 1847-48, ma guida effettiva dell’esecutivo già dal 1840) vennero realizzate importanti opere infrastrutturali (potenziando soprattutto la rete ferroviaria) e si rafforzarono agricoltura e settore finanziario, ma l’industrializzazione procedette a rilento perché Guizot temeva l’emergere del proletariato industriale quale soggetto politico antagonista (le sue teorie sulla lotta di classe assomigliano per molti versi  quelle di Marx, seppur in ottica conservatrice).

Nel febbraio del 1848, il popolo parigino guidato dall’opposizione liberale e socialista insorse costringendo Luigi Filippo ad abdicare e a trasferirsi in Gran Bretagna (dove morirà due anni più tardi), dopodiché seguirono gli eventi che portarono alla II repubblica e all’elezione a presidente di Luigi Napoleone Bonaparte (Napoleone III),  che nel 1852 attuò il colpo di stato con cui nacque il II impero.

Perché ho ricordato fatti che risalgono a quasi due secoli fa? La monarchia di Luigi Filippo mi è sempre parsa un’ottima esemplificazione della condotta delle élite illuminate, quelle in grado di anteporre le esigenze del sistema da cui traggono il privilegio alle loro ambizioni personali (tema di cui mi sono già occupato recentemente). Per fronteggiare i Carlo X del nostro tempo, è assai probabile che nelle alte sfere si ragioni su di una sorta di ‘opzione Luigi Filippo’ per evitare il disastro e cambiare tutto in modo da cambiare quasi niente.

Negli USA potrebbe essere utile per bloccare Trump nel promuovere protezionismo selvaggio, stravolgimento dell’assetto costituzionale, isolamento dai partner europei. In Russia per limitare l’autocrazia e il regime sempre più militarista a cui sta portando Putin, unitamente al rischio di rimanere schiacciati nella politica del piede in due scarpe tra USA del nuovo corso trumpiano e Cina. In Israele per arginare la deriva fascistoide e il totale discredito internazionale a causa della condotta scellerata e genocida di Netanyahu. E si potrebbero fare altre ipotesi più o meno realistiche.

Luigi Filippo, però, era abbastanza credibile per ricevere la fiducia sia dalle élite che dalle masse ed ergersi contro il legittimo sovrano. Quanti oggi troverebbero sostegno dal basso e dall’alto osando altrettanto senza venire miseramente travolti dalla loro stessa audacia?

Immagine in evidenza: dagherrotipo di Luigi Filippo di Orléans (fonte: Wikipedia)

Share This