Dopo tanti mal di pancia, alla fine Beppe Grillo ha annunciato la fine della sua creatura politica, il Movimento 5 Stelle (M5S): “il movimento non è biodegradabile, è compostabile, contiene ancora l’humus. Gli zuccheri, le proteine ci sono ancora dentro, è molto moderno. Io sono vecchio, posso essere passato di moda, però dentro ci sono ancora delle idee meravigliose, di ripensare anche il mondo di come sarà il lavoro fra vent’anni, l’artigiano, il pescatore, l’agricoltore, cioè come saranno i mestieri, che tipo di produzione si dovrà fare? Che tipo di energia si dovrà produrre? Come produrla? C’è tutto un mondo da ripensare e noi invece ribadiamo questa politica ormai stramorta”. Coerentemente con quanto affermato, alle recenti elezioni regionali liguri non si è recato alle urne (e la lista pentastellata è precipitata sotto il 5%).

Qualsiasi persona mediamente informata conoscerà le evoluzioni-involuzioni del Movimento dalla fondazione nel 2009 a oggi: gli esordi ribellistici dei Meet Up e dei Vaffa Day; l’utopia della democrazia digitale e la sacralizzazione del Programma, un’ascesa culminata con il trionfo alle consultazioni politiche del 2018; a cui ha fatto seguito una graduale e inesorabile fase di normalizzazione e di trasformazione in uno dei tanti partiti postideologici, condotta sotto la guida di Giuseppe Conte, che giorno dopo giorno ha gradualmente sottratto la leadership del Movimento dalle mani del suo fondatore. In questa sede preferisco evidenziare le responsabilità dei principali protagonisti nel sostanziale fallimento di quella che, per tanti, è stata una concreta speranza di cambiamento.

Beppe Grillo. Da buon padre-padrone (pardon, ‘garante’), si deve accollare una grossa parte di colpe. E’ stato lui a portare alla ribalta i poi ripudiati Di Maio e Conte (prima ancora i Pizzarotti e i Favia) e a passare dagli insulti ‘PD meno elle’ e ‘pdioti’ alla benedizione delle intese con il centro-sinistra; così come ha idolatrato la distopia della Piattaforma Rousseau per poi imporre diktat dall’alto sulla base del principio “fidatevi di me”. Colpevole, a seconda delle versioni, di essersi affidato troppo a Gianroberto Casaleggio o al contrario di non averlo seguito abbastanza, dalla scomparsa del guru nel 2016 il comico genovese ha sempre agito in maniera autonoma. Dovrebbe recitare parecchi mea culpa, ma diversamente dalle battute di spirito non gli riescono tanto bene.

Sostenitori. Un santone è tale perché esiste una schiera di fedeli che pende dalle sue labbra e crede ciecamente in lui. I sostenitori del M5S per troppo tempo hanno pigiato sui tasti del PC e dello smartphone convinti di contribuire a a forgiare un programma ‘dal basso’, mentre si limitavano semplicemente a ratificare i desiderata del loro leader carismatico per poi tradurli in una ‘volontà generale’ da difendere in maniera manichea da qualsiasi critica e contestazione, con l’uniforme e l’elmetto in testa. Chiunque osasse criticare il Verbo era da ritenersi un inutile idiota nel migliore dei casi e un prezzolato ai nemici nel peggiore; se interno al Movimento, andava espulso senza appello, non prima di un farsesco ostracismo on line.

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Uno dei tanti esempi personali dell’incapacità di confronto con i sostenitori del M5S nel periodo 2016-19

 

Tantissimi di questi militanti-militoni si sono poi trasformati in nemici implacabili del M5S, dopo le intese con l’odiato PD, l’emanazione dei greenpass e la promozione dei terribili vaccini durante la pandemia sotto il governo Conte. Passando da lovers ad haters, hanno confermato la loro sostanziale inutilità per qualsiasi discussione seria e costruttiva.

Critici. Pur avendo apposto occasionalmente la croce sul simbolo del M5S, appartengo sicuramente a questa categoria. Benché attratto dalla piattaforma programmatica delle origini decisamente avveniristica (in particolare per i riferimenti alla decrescita felice), nel 2012 avevo già capito la deriva che avrebbe preso l’idea (tutt’altro che inedita) della democrazia diretta digitale, che avrebbe finito soltanto per legittimare il leaderismo di Grillo e di quello che lui avrebbe scelto come gruppo dirigente. I miei rapporti con i sostenitori del Movimento da buoni e fruttuosi sono progressivamente peggiorati, specialmente dopo il trionfo elettorale del 2018 e l’affermarsi definitivo del ‘con noi o contro di noi’. Si poteva fare di più che reagire sdegnati aspettando il momento giusto per uscirsene con il più classico dei ‘ve lo avevo detto?’, come sto facendo ora? Non ci metterei la mano sul fuoco, però qualche scrupolo di coscienza ce l’ho. Non sto piangendo per la fine del M5S, ma non sono neppure felice, semmai un po’ avvilito come quando muore un caro amico di infanzia con cui successivamente si erano rovinati i rapporti e rimpiangi di non poterti più confrontare con lui sulle ragioni dei dissapori.

Che dire? Forse ha ragione Grillo, si può ‘compostare’ il M5S e ricavare materiale prezioso per nuove esperienze capaci di non ripeterne gli stessi errori, in particolare pensando questa volta a un progetto che nasca da uno sforzo collettivo e non da improbabili deus ex machina, ricominciando dall’idealità delle origini e da un impegno politico a tutto tondo (quindi con risvolti sociali e culturali) al di là della mera partecipazione alle competizione elettorale; un progetto dove, soprattutto, la Rete sia un mezzo di organizzazione e gestione ma il confronto vero avvenga faccia a faccia. Del pentastellatismo realmente esistente, invece, non resta alcunché di utile per il futuro.

Fonte immagine in evidenza. Talenti Lucani.

 

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