Ammetto di aver sperato che il dibattito intorno al referedum sulla riduzione dei parlamentari, visto il taglio apparentemente ‘tecnico’, potesse assumere contorni diversi dalle consuete querelle caratterizzanti quello scontro tra bande chiamato ‘politica italiana’; invece, diversamente dai miei auspici, il battage polemico sta diventando ogni giorno più nauseabondo.

I sostenitori di SI e NO, per quanto amino presentarsi agli antipodi, ricorrono sostanzialmente allo stesso armamentario retorico, che possiamo così sintetizzare:

  • presentare il referendum come essenziale per le sorti della democrazia;
  • additare l’altra parte a complice/vittima dei poteri forti;
  • ricorrere all’auctoritas del costituzionalista di turno funzionale alla propria posizione, oppure ostentare improbabili testimonial positivi o negativi dal passato (Licio Gelli avrebbe votato SI, Terracini NO, ecc).

Personalmente, mi sono fatto un’idea sulla croce da apporre sulla scheda, tuttavia rifuggo i manicheismi e ritengo sussistere valide ragioni per votare in un modo o nell’altro. In questa sede, invece di indirizzare in qualche direzione, preferisco cercare di decostruire gran parte della propaganda bipartisan, elencando alcuni punti che ritengo fondamentali.

Il mantra delle riforme futuribili. Entrambi gli schieramenti immaginano grandi trasformazioni della vita politica in seguito alla vittoria del proprio orientamento, così sintetizzabili: SI – riforma elettorale, nuovi regolamenti parlamentari ed eventuale revisione del bicameralismo perfetto/NO – drastica riduzione delle indennità dei parlamentari. Di fatto, non ha alcun senso vincolare un principio costituzionale, emendabile solo tramite complessi procedimenti richiedenti maggioranze qualificate in entrambi i rami del parlamento, a provvedimenti modificabili con legge ordinaria a maggioranza semplice. I fautori di SI e NO lasciano intendere che, se vincerà l’esito da loro desiderato, il futuro sarà contraddistinto da politici illuminati che non approfitteranno mai delle chance perverse concesse da un numero maggiore o minore di parlamentari. Una riforma costituzionale dovrebbe basarsi invece su considerazioni del tutto astratte da eventi contingenti.

Gli altri stati. Paragonare il numero di parlamentari dell’Italia con quello di altre nazioni ha poco senso, dal momento che gli emicicli esteri possono presentare un assetto federale o un ramo del parlamento eletto con suffragio indiretto (come in Francia). Forse, sarebbe più utile paragonare il numero di eletti a tutti i livelli, dagli enti locali minori fino al parlamento nazionale.

Le scelte dell’Assemblea Costituente. I padri costituenti sono stati inevitabilmente tirati per la giacchetta, anche perché oramai al massimo possono rivoltarsi nelle rispettive tombe. Left, sul suo sito Web, ha riportato parte del dibattito che caratterizzò la Seconda sottocommissione della Commissione per il progetto di Costituzione, dove ci si interrogò sul numero ideale di membri del Parlamento. A differenza degli attuali snocciolatori di frasi fatte, i costituenti inserivano il problema all’interno dell’architettura istituzionale dello Stato; così, ad esempio, si espresse uno dei relatori, il repubblicano Giovanni Conti:

Conti, Relatore, invita i presenti a considerare che il numero dei componenti della Camera dei Deputati deve essere commisurato alla struttura che dovrà assumere il corpo legislativo ed alle funzioni che l’Assemblea dovrà svolgere. Si richiama a quanto giustamente ha osservato l’onorevole Lussu, che, cioè, la nuova Camera dei Deputati, se veramente si vuole dare al Paese la possibilità di un sano sviluppo legislativo, dovrà essere un consesso destinato alla trattazione dei più alti ed ardui problemi. Si augura che i compilatori delle norme statutarie delle singole regioni, allarghino quanto più è possibile la competenza dei futuri organi regionali, affidando ad essi la trattazione di tutti i problemi che hanno un carattere locale e regionale; così potrà esser evitata alla Camera dei Deputati la trattazione di materie che renderebbero la sua vita assai difficile, spingendola a quelle degenerazioni parlamentaristiche delle quali la nostra Nazione ha tanto risentito in passato. Pensa che, se si riuscirà a creare un’Assemblea di alta preparazione e competenza, sarà reso veramente un grande servigio al Paese. Ora le assemblee che rispondono meglio a quelle elevate funzioni a cui sono chiamate sono appunto quelle composte di un numero ridotto di elementi. A chi considera il problema nella sua essenza crede non possa sfuggire l’enorme vantaggio di una riduzione del numero dei membri dell’Assemblea. Trecento Deputati è un numero più che sufficiente.
Questa riduzione è poi opportuna anche per un’altra considerazione. È stata prevista, infatti, l’unione delle due Camere in Assemblea nazionale. Si avrà così un consesso molto numeroso, e questo, secondo le intenzioni dei più, dovrebbe spesso riunirsi per decidere in merito ad avvenimenti di grande importanza. Ciò impone una limitazione del numero dei Deputati. Del resto in sede di coordinamento e in sede di discussione in Assemblea plenaria, tale numero, se apparisse esiguo, potrebbe essere accresciuto.

Oggi, a far da contorno al quesito referendario ci sono solo slogan generici su rappresentatività, governabilità e risparmio, ed è stato sicuramente un errore astrarre il taglio dai parlamentari da una visione generale del funzionamento della macchina politica. Da questo punto di vista, era sicuramente molto più organica e coerente la cosiddetta Riforma Boschi, che inquadrava la riduzione di deputati e senatori in un’ottica di rafforzamento delle prerogative dell’esecutivo (per cui è stata una fortuna la sonora bocciatura ricevuta dal popolo italiano).

Gli organi locali. Un ambito su cui la logica della governabilità ha nettamente prevalso su quella della rappresentavità sono gli enti locali (comuni e regioni, dopo l’abolizione delle province), dove da diversi anni vigono leggi elettorali prevedenti premi di maggioranza per la coalizione vincitrice, oltre all’elezione diretta di sindaci e presidenti regioni; è curioso come nessuna delle due parti vi abbia fatto riferimento, malgrado l’estate a suon di ordinanze dei ‘governatori’ potesse essere sfruttata nell’uno o nell’altro senso. Perché non se ne parla? In tutto questo vedo un po’ di malafede sia nei SI che nei NO, in quanto verrebbero a galla argomenti sgraditi a entrambi.

Democrazia, numero dei parlamentari ed efficienza.  Così come in passato ho trovato alquanto discutibile la concezione democratica grillina basata su  monadi isolate collegate a piattaforme on line che votano comodamente da casa, oggi trovo altrettanto assurdo ridurre la democrazia a una questione legata al numero di deputati e senatori, alla governabilità o all’efficienza degli iter procedurali. La democrazia è un processo, una prassi culturale che trova le sue fondamenta prima di tutto fuori dalle istituzioni, all’interno di una agorà matura e consapevole: la ritroviamo nei rapporti di vicinato, nelle piazze pubbliche, nei luoghi assembleari dove si discute spontaneamente e si decide sovranamente; quando insomma si formano persone pubbliche e una sfera pubblica, capaci di costituire un corpo politico separato dalla maggioranza burocratica. Qualcosa del genere, in Italia, si è verificato dopo la seconda guerra mondiale fino più o meno agli anni Settanta.

Se davvero, come sostengono all’unisono SI e NO, è tanto a cuore il potenziamento della democrazia, allora ci sarebbero questioni più importanti da affrontare rispetto al grado di rappresentatività dei partiti nelle istituzioni o all’efficienza della macchina parlamentare: penso ad esempio alle misure di cogestione aziendale che vedano coinvolti i lavoratori in quella vera e propria dittatura che è l’impresa privata, oppure impegnarsi per restituire dignità a modalità assembleari già esistenti (come  quelle previste nella scuola o nell’università), troppo spesso ridotte a grigie e monotone messe laiche.

Per citare il recentemente scomparso David Graeber, la democrazia si trova negli spazi interstiziali, non nei gangli del potere. Se da tali spazi non emergono cultura, prassi e azioni adeguate, pensare di risolvere le cose tramite alchimie istituzionali è pia illusione.

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