“Una strategia senza tattica è la via più lenta per la vittoria, una tattica senza strategia è il rumore prima della disfatta.”
Lao Tzu

In un articolo del 2017 scrivevo: “Il decadimento quali/quantitativo dell’input energetico e gli effetti nocivi connessi con la crescente entropia mondiale renderanno le strutture economiche e sociali particolarmente complesse sempre meno sostenibili.    Ciò significa che la de-globalizzazione che sta ora prendendo le mosse, accelererà e diverrà una tendenza inarrestabile nei prossimi decenni.   Prima di festeggiare, consideriamo però che, se con la globalizzazione ci siamo fatti parecchio male, con la de-globalizzazione ci faremo peggio.
Sembra che purtroppo ci avessi azzeccato, anche se davvero non mi immaginavo che la cosa avrebbe proceduto in maniera tanto spedita  brutale.
Certamente la guerra russo-ucraina nasce da una serie di errori di valutazione.  Ucraina e NATO hanno largamente sottovalutato la determinazione di Putin ad occupare tutta l’Ucraina, fidandosi del fatto che finora aveva fatto un’uso molto moderato della sua forza militare in questo paese.  Dal canto suo, l’Autocrate di tutte le Russie (che sono tre: Grande Russia, Russia Bianca – alias Bielorussia e Piccola Russia – alias Ucraina) ha largamente sottovalutato sia la capacità e volontà di resistenza ucraina, sia la velocità e determinazione della reazione euroamericana, mentre ha largamente sopravvalutato sia il potenziale offensivo del suo nuovo esercito (che costa ben il 12% del bilancio russo ogni anno), sia la capacità/volontà dei suoi satelliti e della Cina di sostenerlo comunque.

Una guerra senza più strategia.

La discussione circa i motivi dell’invasione russa dell’Ucraina è futile, dal momento che è stato lo stesso governo russo a dichiararli apertamente in un comunicato alla nazione apparso in contemporanea sui siti di Ria Novosti, Sputnik ed altri organi governativi.  Evidentemente, l’articolo era stato scritto prima dell’invasione e programmato per il giorno in cui sarebbe stata annunciata la vittoria: il 26 febbriaio 2022.  Apparso alle 8 del mattino del giorno stabilito, è stato subito rimosso, ma era stato già scaricato ed è quindi tornato in circolazione, chiarendo ogni dubbio:
“La necessità di mettere fine al problema Ucraina non poteva più rimanere il cruccio sospeso della Russia e questo essenzialmente per due motivi, e il problema della sicurezza nazionale della Russia, cioè lasciare l’Ucraina diventare anti-Russia, non ne è quello principale.
Il motivo principale è l’eterno complesso dei popoli separati, un sentimento di umiliazione nazionale dovuto al fatto che la casa russa ha perso una parte delle sue fondamenta (Kiev) e deve sopportare l’esistenza di due Stati, di due popoli. Continuare a vivere così significherebbe rinunciare alla nostra storia.”
Recita un passaggio chiave del comunicato (per la traduzione completa in inglese v. https://thefrontierpost.com/the-new-world-order/ ).
Ci sono sicuramente anche altri fattori in gioco, come l’accaparramento di risorse e la declinante popolarità di “Vlad” dopo 8 anni di prezzi dell’energia troppo bassi e spese militari troppo alte, ma non vedo ragione di non credere a questo comunicato (NB. La vexata questio dell’allargamento della NATO è già nominata nel comunicato come motivo secondario per l’attacco).
Dunque Putin ed il suo stato maggiore contavano su un’operazione poco sanguinosa e veloce.  In 48 ore le colonne corazzate russe entrano a Kiev ed altre importanti città, l’esercito ucraino è allo sbando, il governo in fuga o catturato, manifestazioni di giubilo almeno in alcune città e province a maggioranza russofona.  A quel punto insediamento di un governo-fantoccio ed eliminazione delle sacche di resistenza dei “terroristi ucro-nazi”.  Nel frattempo, i governi europei si litigano come al solito fra di loro cosicché, al più, ne sarebbe uscito il solito coro di stizzite proteste e sanzioni del tutto marginali: si sa che in Europa i buoni affari fanno aggio su tutto e di buoni affari Putin ne ha fatti con tutti. Intanto, una quota consistente dell’opinione pubblica occidentale plaude l’operazione, spingendo il successo dei partiti dichiaratamente eurofobi, molti dei quali più o meno strettamente legati a Putin.
Il risultato sarebbe stato un’apoteosi di potenza per l’Autocrate di tutte le Russie con gli altri paesi ex-sovietici che tornano disciplinatamente all’ovile o, in alternativa, vengono sottoposti ad altre “speciali operazioni militari” a stretto giro di posta.  Nei mesi ed anni successivi, l’Unione Economica Euroasiatica si estende a macchia d’olio, scardinando definitivamente la traballante UE e creando quella  “comunità armoniosa di economie da Lisbona a Vladivostok” sotto l’egida russa, esplicitamente vagheggiata da Putin in più di un’occasione pubblica. Magari Vladimir non avrebbe potuto recuperare i Baltici, ma comunque si sarebbe assicurato il potere a vita, un ruolo di primo piano nella geopolitica mondiale ed un posto d’onore nei libri di storia patria.  Non poco dunque.
Ma è andato tutto male.  La sua macchina bellica si è rapidamente impantanata e, anche se alla fine vincesse, lo farebbe a prezzo di enormi perdite e devastazioni irreparabili che nessuno dimenticherà.  E nelle zone occupate nessuno è contento, anzi gli ucraini sembrano insolitamente solidali, in questo frangente.
Anche la sua personale reputazione di scacchista spietato, ma perfettamente lucido e razionale ne esce talmente sciupata che oggi sono in molti a chiedersi se Putin stia fingendo di essere pazzo, oppure se sia pazzo davvero o se, magari, sia solo disperato.  In ogni caso, non sarà mai più considerato quell’interlocutore sommamente affidabile che era sia come amico che come nemico.  Neanche le esagerate minacce e l’incapacità a trovare una scappatoia dalla trappola in cui si è cacciato saranno dimenticate, tanto che perfino la Svezia e la Finlandia (da sempre gelosamente neutrali) hanno avviato trattative, forse accordi segreti, con gli USA.
Nel frattempo, contro ogni aspettativa, i paesi europei (Svizzera compresa) hanno fatto fronte sostanzialmente comune, adottando rapidamente sanzioni che, per la prima volta, colpiscono davvero alcuni centri nevralgici dell’economia e della finanza russa, ivi comprese parti consistenti delle riserve della Banca Nazionale e del patrimonio personale di Putin.  Anche l’appello di questi ai paesi satelliti è andato a vuoto: finora neanche Lukashenko ha mandato i suoi soldati in guerra, forse perché gli servono in patria, visto il numero di bielorussi che si stanno arruolando nelle brigate internazionali ucraine ed i sabotaggi alle ferrovie bielorusse usate dai russi per rifornire le truppe al fronte (notizia non confermata).
Anche sul fronte interno, malgrado il totale controllo governativo sui mezzi di informazione e comunicazione, le cose non vanno benissimo, tanto che il governo ha minacciato di imporre la legge marziale al paese e, anche se ancora non lo ha fatto, la repressione del dissenso è massiccia, violenta e capillare. Così anche i russi hanno cominciato a scappare, alla spicciolata.
Rimane la Cina che effettivamente sta aiutando l’alleato europeo, ma col contagocce, facendo grande attenzione a contenere i danni economici e ad evitare di trovarsi dalla parte sbagliata, in attesa dell’occasione buona per chiudere i conti con Taiwan.
Fallito il “piano A”, pare che l’alto comando russo sia in una situazione di paralisi mentale: l’unica cosa che sembra capace di fare è inviare rinforzi al fronte, ricorrendo perfino a mercenari siriani, ed intensificare i bombardamenti, anche contro obbiettivi come ospedali, scuole e teatri con lo scopo di terrorizzare la popolazione ed indurre i soldati ad arrendersi.  Il tutto sperando che nel frattempo l’economia non collassi, il malcontento interno non esploda e gli occidentali si stanchino di inviare rifornimenti ed accogliere profughi.   In pratica, qualcosa di simile a quello che è stato fatto in Siria ed in Cecenia, ma in un contesto completamente diverso.  In Siria si combattevano infatti milizie varie, ma in sostanziale accordo con gli americani e gli europei, soprattutto grazie all’ISIL che era riuscito ad unire il mondo intero contro di sé. Quanto alla Cecenia, è piccola, isolata e nessuno mosse un dito a suo sostegno; anzi i governi occidentali furono ben contenti che Putin eradicasse un centro jihadista piazzato in Europa.  Ma l’intera seconda guerra cecena, in circa un anno, costò ai russi circa 5000 morti, cioè molti meno (forse circa la metà) di quelli caduti nei primi 20 giorni di invasione dell’Ucraina, per non parlare delle centinaia di automezzi e decine di aerei ed elicotteri perduti

Tre scenari per una strategia.

Probabilmente questa guerra avrebbe potuto essere evitata, come molte altre, impedendo che ne maturassero i presupposti, vale a dire negli anni e nei mesi scorsi.  Però, una volta cominciata, una guerra non può essere “disfatta” come qualcuno sogna. Una volta scoppiata, una guerra può solo essere vinta, persa o patteggiata, con il corollario che perdere è sempre la soluzione peggiore. Spesso, la soluzione migliore è patteggiare, ma affinché sia possibile, occorre che entrambe le parti si rassegnino al fatto che nessuna delle due ha la possibilità di prevalere. Proviamo dunque a tratteggiare molto approssimativamente tre fra i molti scenari possibili.

Scenario 1: vince la Russia.
Malgrado tutto, l’enorme superiorità militare russa potrebbe venire a capo della resistenza ucraina conquistando tutto o, più probabilmente, parte consistente del territorio (ad es. la parte ad est del Dnepr).  Tuttavia, anche nell’ipotesi di una completa vittoria militare, l’esperienza di russi, americani ed israeliani ha dimostrato ampiamente che conquistare un territorio e controllarlo sono due faccende ben diverse.  Senza contare che, anche guerriglia a parte, le sanzioni economiche, l’isolamento politico ed il malcontento interno continuerebbero, mentre il mondo intero sarebbe in piena recessione e ben difficilmente ci sarebbero i mezzi per ricostruire buona parte di ciò che è stato distrutto.
In questo scenario, la Russia scivolerebbe rapidamente nella miseria, ma Putin potrebbe annunciare di “aver raggiunto tutti gli obbiettivi”, annichilendo l’opposizione e rimettendo in riga o eliminando gli oligarchi poco fedeli.  Potrebbe accontentarsi di questo, ma potrebbe anche riorganizzare il suo esercito, facendo tesoro dell’esperienza maturata, per invadere o comunque asservire anche gli altri stati ex-sovietici, tranne i baltici che fanno parte della NATO.

guerra ucraina
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Una nuova cortina di ferro calerebbe sul confine, ma in un contesto completamente diverso da quello di 70 anni fa.  La crisi economica globale dipende infatti da fattori che le guerre e le pandemie possono aggravare, ma che non dipendono dal volere dei potenti, come il clima, il picco di tutto e la devastazione dei biomi. In tale contesto necessariamente recessivo, le economie stremate dalla guerra e dalle spese militari supplementari non potrebbero recuperare, forse neanche fermare la caduta, trascinandosi l’una con l’altra.  Ciò vale soprattutto per l’Europa che pagherebbe probabilmente il prezzo più alto, sia per la definitiva perdita di un partner commerciale di tale importanza, sia per la necessità di integrare parecchi milioni di profughi che non potrebbero mai più tornare a casa. Se poi la sconfitta fosse vissuta dagli ucraini come conseguenza di un tradimento europeo (per esempio se sospendessimo i rifornimenti militari) questa stessa massa di profughi diventerebbe con ogni probabilità l’incubatrice di futuri movimenti sovversivi ed anche di gruppi terroristici, analogamente a quanto è già accaduto con il terrorismo islamico che, guarda caso, recluta poco fra gli immigrati diretti, ma molto fra i loro figli e nipoti, delusi, sbandati ed arrabbiati.
Tutti problemi che, aggiunti agli altri, potrebbero disgregare definitivamente la traballante cooperazione paneuropea, mettendo più che mai i singoli stati alla mercé degli USA o della Cina che sarebbe il vero vincitore.
L’Ucraina resterebbe un cumulo di macerie sine die, ma neppure la Russia potrebbe recuperare del tutto i danni subiti e dovrebbe giocoforza completare la sua trasformazione in satellite del governo cinese che ha notoriamente molto buona memoria.  Non è quindi neppure da escludersi che, in un qualche cassetto, mr. Xi non abbia qualche mappa relativa ai trattati di Aigun e Pechino con cui la Russia si appropriò della maggior parte della Manciuria negli stessi anni in cui il Giappone si prendeva Taiwan.  In ogni caso il rafforzamento di Pechino nuocerebbe a tutti e, con ogni probabilità, aprirebbe anche una stagione di conquiste nel Pacifico, cominciando naturalmente da Taiwan.

Scenario 2 – Vince l’Ucraina.
Sul piano strettamente militare, una vittoria ucraina non è possibile, il massimo che può ottenere è di stabilizzare una linea del fronte, ma solo a condizione di poter contare su di un rifornimento costante non solo di armi e munizioni, ma anche di viveri, carburanti, medicinali, ecc.  Tuttavia, in questo scenario, sanzioni sempre più pesanti e la crisi economica che ne sta derivando potrebbero far salire il malcontento interno russo fino al punto di scatenare delle sommosse e, forse, una parziale disintegrazione dello stato simile a quella avvenuta nei primi anni ’90, ma senza la possibilità di recupero che ci fu allora. Ne potrebbe conseguire uno sbandamento delle forze armate russe e forse anche la vendetta ucraina sulle popolazioni del Donbass e della Crimea.  Uno scenario in cui, daccapo, vincerebbe la Cina che ne approfitterebbe per rafforzare il suo controllo sulla Manciuria e la Siberia, oltre che per satellitizare comunque una Russia piombata nel caos.
Anche gli USA ne uscirebbero vittoriosi, ma neppure loro con molte possibilità di recupero delle perdite economiche subite, mentre si troverebbero comunque a dover fronteggiare una Cina molto più forte.  L’Europa ne uscirebbe economicamente male, ma politicamente bene a condizione di evitare di ricominciare a bisticciare come bimbetti bizzosi nonappena finito il pericolo ed anche di evitare che i partiti nazionalisti dell’Europa orientale, Polonia e Ucraina in testa, si ponessero come i veri trionfatori sul Male, dando alla politica europea una piega pericolosa.

Scenario 3 – Patteggiamento.
Anche in questo caso il presupposto è che gli ucraini riescano a resistere abbastanza a lungo da far sì che l’oligarchia russa perda la speranza di vincere. Dunque il rifornimento di aiuti, anche militari, rimane essenziale, ma anziché arrivare alla disintegrazione della Russia, in questo scenario si ipotizza che Putin si rassegni a ritirare le truppe e trattare, oppure che una congiura interna lo sostituisca con un interlocutore valido per tutti, russi compresi, ovviamente.  Per esempio, un ragionevole compromesso potrebbe essere l’autonomia della Crimea e del Donbass, una soluzione che avrebbe potuto essere raggiunta anni fa, evitando tutto questo (ma forse no, v. il comunicato di cui sopra).
Comunque, in questo scenario, la maggior parte dei profughi potrebbe tronare a casa, almeno parte di ciò che è andato distrutto potrebbe essere ricostruito e buoni rapporti di vicinato, forse anche di collaborazione con la Russia potrebbero emergere, a condizione che Putin non fosse più al potere.  Certo, niente tornerebbe come prima, ma i cambiamenti sarebbero comunque meno traumatici.

Si possono immaginare molti altri scenari, fino a quello di una guerra mondiale e perfino di una guerra nucleare, già apertamente minacciata da Putin, ma se quello che si spera di ottenere è un compromesso, occorre prima di tutto evitare una sconfitta ucraina ed in questa ottica il genere di armamenti che, stando alle fonti ufficiali, stiamo fornendo è adatto alla bisogna in quanto permette a piccole unità di fanteria di imporre grosse perdite agli attaccanti, specie in ambiente urbano; ma non servirebbe a molto per un’improbabile controffensiva di largo respiro.  Questo è importante perché, se l’offensiva russa si dovesse definitivamente arrenare ed il governo diventasse disponibile a scendere a patti, occorrerebbe non ripetere l’errore fatto negli anni ’90: la Russia può essere sconfitta, ma non deve essere umiliata, altrimenti generà nuovi mostri assetati di vendetta.
La posizione neutralista avrebbe probabilmente potuto contribuire ad evitare che si giungesse ad una guerra di questa portata, ma dal momento che una guerra è cominciata, la neutralità è di fatto un aiuto al più forte, anche quando non è questa l’intenzione.

E poi?

Mentre discutiamo e non di rado litighiamo sui torti e le ragioni delle parti in guerra, la distruzione dei biomi prosegue imperterrita mettendo oramai in crisi tutti i princ

trappola per topi
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ipali cicli bio-geo-chimici (acqua, carbonio, azoto, fosforo, ecc.) che rendono possibile la vita sulla Terra, ma che contemporaneamente dipendono dalla vita sulla Terra.
L’accumulo di sostanze tossiche mina contemporaneamente la funzionalità degli ecosistemi e la salute umana, imponendo costi sanitari crescenti anche a fronte di risultati decrescenti.
Il picco del greggio è passato da una quindicina d’anni, quello di tutti i petroli è probabilmente ora, quello di tutti i fossili non è lontano, mentre le rinnovabili possono fare molto, ma non tutto.  La produttività sta quindi diminuendo e sempre più diminuirà, rendendo inutile torchiare la gente perché il declino non dipende dalla poca voglia di lavorare, bensì dalla minore energia pro-capite a disposizione.
ucraina
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Dietro al picco dell’energia fossile, va il picco di tutte le risorse, comprese quelle necessarie a costruire pale eoliche e pannelli solari, batterie, linee elettriche, ecc.,  ma soprattutto comprese quelle alimentari.  Proprio in questo momento, la siccità sta provocando raccolti scadenti in quasi tutto il mondo mentre uno dei principali esportatori mondiali di grano, l’Ucraina, è sotto assedio ed un altro, la Russia, è colpito da sanzioni economiche e finanziarie senza precedenti.  Sarebbe davvero sorprendente se fra qualche mese non ci fossero sommosse in varie parti del Pianeta e centinaia di migliaia, o forse milioni, di persone in fuga verso un’Europa già a mal partito per molte ragioni, fra cui le conseguenze della guerra che si aggiungono a quelle del Covid.
Già, perché il Covid è passato di moda, ma non è per questo scomparso.  Le varianti attualmente in circolazione in occidente sono assai poco pericolose, ma Pechino ha rimesso in “lockdown” stretto decine di milioni di persone, come al solito giustificando il fatto con dei dati ufficiali che servono solo a far capire che il governo non vuole che si sappia cosa succede.  Cosa accadrà l’autunno prossimo non lo possiamo quindi prevedere.

La globalizzazione non è stata un capriccio, è stata l’ultimo atto dell’espansione economica mondiale, prima che iniziasse la contrazione.  Esaurite tutte le altre opzioni, amalgamare le economie del mondo in un “mercato quasi unico” è stata infatti la strategia scelta (e forse l’unica possibile) per ottenere ulteriore crescita economica e demografica: quella crescita così essenziale per il nostro sistema di vita, oltre che per il nostro sistema di pensiero.  Gli “effetti collaterali” sono stati tanti e terribili, ma almeno, si diceva, una guerra fra stati importanti era diventata impossibile perché avrebbe danneggiato tutti, compreso il vincitore che ne sarebbe uscito assai peggio di come ci era entrato.  Ed in effetti è così, ma questo non ha fermato i panzer i cui cingoli stanno schiacciando un sistema economico globalizzato che, già da almeno 10 anni, non riesce più a fronteggiare contemporaneamente la manutenzione del capitale reale esistente, il rinnovamento di quello vetusto, la sostituzione dei servizi ecosistemici distrutti e la crescita economica necessaria per assicurare, o perlomeno lasciar sperare, un tenore di vita migliore ad una popolazione in rapida crescita.  Quali che siano le responsabilità degli uni e degli altri nello scoppio di questa guerra, sta rapidamente portando ad una precipitosa de-globalizzazione, il che significa un ripido e largamente irreversibile sdrucciolone lungo una china che abbiamo intrapreso e che non possiamo invertire, che possiamo fare poco per rallentare, ma che possiamo fare molto per accelerare e la guerra è un “booster” formidabile. Siamo in ballo e dobbiamo ballare, sapendo che più errori faremo, più basso sarà il pianerottolo su cui, solo temporaneamente, atterreremo.

Forse per questo questa guerra fa così paura, al contrario delle numerose altre guerre attuali e recenti: più o meno tutti sentiamo che questa volta ci riguarda e che le chiacchiere ci possono tranquillizzare, ma non proteggere.  Possiamo infatti pensare ciò che vogliamo, ma niente ci potrà evitare le conseguenze di questo scontro; conseguenze che potranno essere più o meno gravi a seconda di come evolveranno gli eventi, ma che comunque cancelleranno per sempre l’illusione di poter mantenere uno stile di vita oramai anacronistico.

“Le pouvoir est fantastique
on le prend ou on l’herite
et quand on le perd
on meur”
Gérard Presgurvic

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