Le prime notizie rilevanti sulla carne coltivata le ho apprese leggendo il libro Restano solo sessanta raccolti di Philip Lymbery, dove viene descritta in maniera entusiastica come soluzione capace di conciliare ecologia, etica e richieste del mercato. Nella vita ho constatato tantissime volte che, se qualcosa è troppo bello per essere vera (specialmente nel campo della sostenibilità ambientale), molto probabilmente vera non è, per cui ho preferito espormi sull’argomento solo una volta in possesso di informazioni più solide.
Qualche giorno fa, mentre consultavo l’ottimo sito Web EnergySkeptic, ho trovato un articolo di Alice Friedemann sulla carne coltivata molto argomentato e documentato, che non propongo come risposta definitiva alla questione ma certamente convalida la fondatezza dei miei dubbi. Qui la versione originale in inglese.
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La carne coltivata in laboratorio richiede un elevato consumo energetico ed è fino a 25 volte più dannosa per il clima rispetto alla carne bovina. (Alice Friedemann)
Prefazione. La produzione di carne di origine animale richiede un’enorme quantità di energia per la produzione, la distribuzione e la refrigerazione. È necessario coltivare terreni che erodono il suolo e drenano le falde acquifere. Purtroppo, la carne coltivata in laboratorio richiede ancora più energia e necessita anch’essa di coltivazioni per estrarre i nutrienti necessari alla crescita della carne, oltre al calore e all’elettricità generati da combustibili fossili, ai prodotti petrolchimici derivati da combustibili fossili, agli edifici, all’illuminazione e altro ancora.
È difficile conoscere appieno l’impatto energetico, ambientale e materiale della carne coltivata in laboratorio, perché si tratta di una tecnologia talmente nuova e coperta da segreto industriale, quindi il suo intero ciclo di vita rimane un mistero.
Nel 1961 la produzione di carne era di 70,6 milioni di tonnellate, nel 2020 di 337,2 milioni di tonnellate, quasi cinque volte superiore. Il pollame rappresentava il 39%, il maiale il 32% e il manzo il 22%. E si prevede che la domanda raddoppierà entro il 2050, quindi è chiaro che la carne coltivata in laboratorio contribuirebbe a sfamare tutti i nuovi arrivati.
Si prevede tuttavia che la carne coltivata in laboratorio consumi più energia e produca più anidride carbonica rispetto al metano, un gas massicciamente emesso dagli animali da allevamento (Roy 2021).
Sono necessarie molte altre ricerche per ottimizzare la coltura cellulare e riprodurre l’ampia varietà di carni provenienti da diversi animali, i benefici e gli svantaggi per la salute, la composizione nutrizionale, capire se possono competere con alternative a base vegetale molto più economiche e altro ancora (Chriki 2020).
Risner (2023) ha tentato di affrontare la questione esaminando quello che probabilmente sarebbe il processo di coltura in laboratorio, ma non si tratta di un articolo conclusivo o sottoposto a revisione paritaria perché gran parte del processo è segreta. La sostituzione della carne con proteine di origine terrestre e fermentata è commercializzata da diversi decenni. La carne a base di cellule animali (ACBM) o “carne coltivata” è così recente che non sono ancora disponibili quantità commerciali.
L’entusiasmo intorno a questa tecnologia ha raccolto finora oltre 2 miliardi di dollari di investimenti, con ottimistiche previsioni di una sostituzione del 60-70% della carne animale entro il 2030-2040, ma ultimamente le stime sono più modeste, forse mezzo punto percentuale con l’ACBM entro il 2030.
L’ACBM è complessa perché è necessario rimuovere le endotossine, oltre a risolvere decine di altri problemi; chiaramente si tratta di una tecnologia che potrebbe non essere pronta entro il 2030, se mai lo sarà. Leggete l’articolo per rendervene conto. È complicata e gli autori esaminano solo una piccola parte del processo complessivo.
Un altro articolo che esamina le problematiche e le complessità è quello di Escobar (2021).
Questa è senza dubbio una tecnologia troppo complessa e troppo energivora per resistere al declino della disponibilità di energia. Dipende dai combustibili fossili e dalla rete elettrica (a sua volta si basata in gran parte sui combustibili fossili, poiché solo una piccola quota dell’elettricità proviene da fonti eoliche e solari), così come dai microchip, dai trasporti alimentati a diesel e dai processi industriali necessari per produrre la carne coltivata, che ne costituiscono anche una parte significativa del ciclo di vita.
Aggiornamenti: Questo studio è estremamente critico sull’impatto della carne coltivata in laboratorio in termini di energia, cambiamenti climatici e ambiente.
Risner D et al (2024) Impatti ambientali della carne coltivata: una valutazione del ciclo di vita dalla culla al cancello. ACS Food Science & Technology.
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Klein A (2023) La carne coltivata in laboratorio potrebbe essere 25 volte peggiore per il clima rispetto alla carne bovina. Un’analisi rileva che l’impronta di carbonio della carne coltivata è probabilmente superiore a quella della carne bovina se i metodi di produzione attuali vengono ampliati, poiché sono ancora ad alta intensità energetica. NewScientist.com
La carne prodotta da cellule coltivate in laboratorio potrebbe essere 25 volte più dannosa per il clima rispetto alla carne bovina tradizionale, a meno che gli scienziati non trovino il modo di rivoluzionare le fasi di produzione ad alta intensità energetica.
La carne coltivata in laboratorio viene prodotta facendo crescere cellule staminali animali attorno a un supporto in un brodo ricco di nutrienti. È stata proposta come un’alternativa più etica ed ecologica alla carne tradizionale perché richiede meno terreno, mangimi, acqua e antibiotici rispetto all’allevamento intensivo ed elimina la necessità di allevare e macellare il bestiame, che rappresenta una delle principali fonti di gas serra.
Tuttavia, Derrick Risner dell’Università della California, Davis, e i suoi colleghi hanno scoperto che il potenziale di riscaldamento globale della carne coltivata, definito come l’equivalente di anidride carbonica emessa per ogni chilogrammo di carne prodotto, è da 4 a 25 volte superiore a quello della carne bovina tradizionale.
I ricercatori hanno condotto una valutazione del ciclo di vita della carne coltivata, stimando l’energia utilizzata in ogni fase dei metodi di produzione attuali. Prevedono che i risultati saranno simili indipendentemente dall’animale da cui provengono le cellule coltivate.
Hanno scoperto che il brodo nutritivo utilizzato per coltivare le cellule animali ha un’elevata impronta di carbonio perché contiene componenti come zuccheri, fattori di crescita, sali, amminoacidi e vitamine, ognuno dei quali comporta un costo energetico.
L’energia è necessaria per coltivare le piante da cui si ricavano gli zuccheri e per far funzionare i laboratori che estraggono i fattori di crescita dalle cellule. Ogni componente deve inoltre essere accuratamente purificato utilizzando tecniche ad alta intensità energetica come l’ultrafiltrazione e la cromatografia prima di poter essere miscelato nel brodo.
Questo livello di purificazione “di grado farmaceutico” è necessario affinché non vi siano contaminanti come batteri o le tossine ad essi associate nel brodo, afferma Risner. “Altrimenti le cellule animali non cresceranno, perché i batteri si moltiplicheranno molto più velocemente”, spiega.
Al momento, tutta la carne coltivata viene prodotta in brodi nutritivi di grado farmaceutico, ma il Good Food Institute ha dichiarato a New Scientist che “le aziende produttrici di carne coltivata si stanno orientando verso una filiera di approvvigionamento adatta alla produzione alimentare, piuttosto che a quella farmaceutica”, il che ridurrà i costi e il consumo energetico.
Risner si dice scettico sulla fattibilità di questa strategia, poiché anche minime tracce di contaminazione possono distruggere le colture di cellule animali. Tuttavia, afferma, in futuro potrebbe essere possibile ingegnerizzare cellule animali più resistenti ai contaminanti.
Secondo Risner, si tratta di questioni che devono essere affrontate con urgenza prima che la carne coltivata in laboratorio venga prodotta su scala industriale. “Sono già stati investiti 2 miliardi di dollari in questa tecnologia, ma non sappiamo ancora se sarà effettivamente migliore per l’ambiente”, afferma.
Riferimenti
Chriki S et al (2020) The myth of cultured meat: A review. Frontiers Nutrition & food science technology. https://doi.org/10.3389/fnut.2020.00007
Escobar MIR et al (2021) Analysis of the Cultured Meat Production System in Function of Its Environmental Footprint: Current Status, Gaps and Recommendations. Foods. https://doi.org/10.3390/foods10122941
Risner D et al (2023) Environmental impacts of cultured meat: A cradle-to-gate life cycle assessment. https://doi.org/10.1101/2023.04.21.537778
Roy B et al (2021) A review on lab-grown meat: Advantages and disadvantages. Quest International Journal of Medical and Health Sciences. https://doi.org/10.5281/zenodo.5201528
Non tutto si può ridurre a mero calcolo. Che mondo vogliamo creare? Un mondo coperto di laboratori al posto di pascoli e prati?
Mi permetto di linkare un mio contributo che avevo scritto tempo fa su questo tema: https://overpopulation-project.com/cultured-meat-and-the-lifeless-world/
Forse sarebbe meglio intervenire sull’altro fattore, la crescita della popolazione e dei consumi.
Il tuo articolo è di fatto un’integrazione su basi diciamo filosofiche alla mera constatazione dei numeri sulle problematiche intorno alla carne coltivata.
Quanto a ridurre al mero calcolo, spesso lo faccio perché il mio atteggiamento è orientato prevalentemente verso chi la pensa diversamente da me e i numeri sono un elemento di oggettività al di là dell’opinione. Fai caso anche nei commenti alla grande sproporzione di attenzione che attribuisco a chi mi dà contro rispetto a chi condivide quanto pubblico.