Secondo i dati diffusi da Low-Carbon Power, piattaforma Web che monitora costantemente i progressi delle fonti rinnovabili, il 2025 avrebbe segnato lo storico sorpasso dell’energia solare su quella nucleare nella produzione di elettricità.

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Un risultato impressionante, pensando che 15 anni fa, al tempo dell’incidente di Fukushima, garantiva appena lo 0,2% del fabbisogno mondiale; persino l’eolico, oramai, si appresta a scavalcare l’atomo. A livello aggregato, il contributo combinato delle due fonti prevale sul nucleare in USA (18,4% vs 17,2%), Cina (21,8% vs 4,6%), Giappone (12% vs 9,6%), India (14,2% vs 2,6%), UE (31% vs 23,2%, dove le rinnovabili fanno meglio anche del gas naturale, sceso al 16,3%), solo per citare alcuni dei contesti più rilevanti (17,1% vs 8,6% allargando invece la panoramica al mondo intero).

L’ennesima conferma che, per una rapida transizione energetica capace di non aggravare ulteriormente il riscaldamento globale, le rinnovabili rappresentano di gran lunga l’opzione preferibile, specialmente per i paesi che, come l’Italia, non hanno ancora avviato programmi nucleari. Con buona pace del nostro governo, moduli fotovoltaici e aerogeneratori sono una realtà attuale e affidabile, mentre i reattori modulari su piccola scala (SMR) sono ancora lontani da uno standard commerciale*.

Purtroppo, però, di tale transizione non troviamo alcuna traccia. Malgrado i toni trionfalistici, infatti, il Global Energy Review 2026 della IEA descrive una realtà decisamente inquietante: nel 2025 le emissioni climalteranti sono aumentate “solo” dello 0,4% rispetto all’anno precedente, sufficiente però per registrare il nuovo record di concentrazione di COin atmosfera (427 ppm). Inoltre, per la prima volta dagli anni Novanta, le economie degli stati più avanzati (su tutti gli USA) hanno inciso maggiormente dei paesi emergenti.

La crescita del consumo energetico complessivo (+1,3% rispetto al 2024) ha tarpato le ali all’espansione delle rinnovabili, che quindi hanno potuto soltanto contenere il danno tamponando l’ulteriore apporto delle fonti fossili. Insomma, una clamorosa vittoria di Pirro nonché l’ennesima rincorsa di Achille alla tartaruga

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Volendo vedere il proverbiale bicchiere mezzo pieno, possiamo consolarci notando che nel 2025 il tasso di crescita delle emissioni è stato sensibilmente più basso rispetto alla media dei tre quinquenni precedenti. 

 

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Ma in tutta onestà, cosa penseremmo di un super obeso che, anziché ridurre il junk food nella sua dieta, si limitasse a rallentarne l’aumento delle dosi accompagnandole con qualche piatto gourmet? Sicuramente lo apostroferemmo con epiteti molto meno generosi di quelli profusi dalla IEA nel rapporto.  

“L’obiettivo di un sistema è un punto di leva superiore alla sua capacità di auto-organizzazione”, afferma Donella Meadows  in uno dei suoi contributi più celebri. Pertanto, se lo scopo è la ricerca della crescita economica fine a se stessa, non sorprende l’apparente contraddizione di una Cina che produce più di 2000 TWh con solare ed eolico e allo stesso tempo si è dotata della più alta capacità di centrali a carbone da dieci anni a questa parte.

Esiste poi un problema parallelo, più sottile ma altrettanto insidioso. Esaltare i primati delle rinnovabili slegandoli dai risultati ecologici concretamente ottenuti, gioendo così per situazioni dove ci sarebbe poco da rallegrarsi e tanto da denunciare, è un atteggiamento non meno autoreferenziale e pericoloso dell’ossessione per la crescita. Buono per sbeffeggiare sui social media gli ultras del nucleare o per tirarsi su di morale dopo tante batoste, ma nulla più.

Da convinto sostenitore delle rinnovabili, mi rattrista constatare quanto facilmente stiano diventando un alibi perfetto per il Business As Usual. Se il nostro obiettivo è qualcosa di più ambizioso della “era dell’elettricità” tanto celebrata dalla IEA, allora di fronte ai prossimi exploit che non sortiscono una decarbonizzazione reale dovremmo quantomeno gridare allo scandalo, non stappare lo champagne.

*A oggi esistono solo tre SMR funzionanti, i due russi appartenenti alla classe Akademik Lomonosov (35 MW ciascuno) e il cinese Shidao Bay-1 (150 MW), i cui costi risultano nettamente superiori a quelli dei reattori tradizionali. 

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