George Orwell, in virtù delle posizioni politiche originali e anticonformiste (anche l’etichetta di anarchico gli sta decisamente stretta), quasi mai se n’è uscito con riflessioni banali e, soprattutto, faziose. Il saggio sulla democrazia qui proposto, scritto nel 1941 – ossia quando in Europa una vittoria della Germania nazista sembrava ancora probabile – ne è una chiara testimonianza.

Oggigiorno, “smitizzare la democrazia”, per citare l’intellettuale britannico, è particolarmente di moda, anche per ragioni assolutamente condivisibili e inoppugnabili. Tutte le problematiche da lui descritte (in particolare le degenerazioni plutocratiche e oligarchiche) si sono esacerbate, come evidenziato dai teorici della postdemocrazia. Oltretutto, i principali sistemi politici alternativi attuali (le cosiddette ‘democrature’ come la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan o il regime a partito unico della Repubblica Popolare Cinese), per quanto esecrabili, non raggiungono gli abomini della Germania nazista e dell’URSS staliniana, alimentando così perplessità e false illusioni.

Io, stesso, per gran parte della mia esistenza, mi sono impegnato a svelare i limiti e le imposture della democrazia liberale, non perché sedotto dagli autoritarismi ma sperando in evoluzioni virtuose che perfezionassero i meccanismi di partecipazione ed estendessero il processo democratico anche alla sfera economica. Siccome l’attuale critica è per lo più guidata da qualunquismo e infatuazione per l’uomo solo al comando, voglio dissociarmi da un coro in cui non mi riconosco per nulla, senza però nascondermi dietro a un dito.

Nel dibattito politico, mentre le destre stanno mortificando la democrazia riducendola a strumento plebiscitario per promuovere un progressivo accentramento del potere, la sinistra si limita a una sterile difesa del simulacro elettorale, ignorarando tutta una serie di questioni che legittimamente hanno creato profonda sfiducia nei cittadini, ben testimoniata dal crescente astensionismo. Senza un rinnovamento autentico (diverso quindi dai tecno-utopismi in stile Piattaforma Rousseau o altre proposte ingenue), si tratta di una pura azione di facciata destinata a non sortire alcun effetto.

Ma prima di tutto, occorre ripartire da quanto fa osservare Orwell, ossia che un grado di differenza è una differenza e prendere atto della realtà al di là di desideri e rancori. In caso contrario, si rischia di perdere ogni ragionevolezza sdoganando i peggiori sonni della ragione.

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Uno dei passatempi più facili al mondo è smitizzare la democrazia da ‘Fascism and Democracy’, The Left New, febbraio 1941

Uno dei passatempi più facili al mondo è smitizzare la democrazia. In questo paese non c’è quasi più nessuno che si senta obbligato a preoccuparsi degli argomenti meramente reazionari contro il governo popolare, ma negli ultimi vent’anni la democrazia «borghese» è stata attaccata in modo molto più sottile sia dai fascisti sia dai comunisti, ed è altamente significativo che questi cosiddetti nemici abbiano basato i loro attacchi sugli stessi presupposti.

È vero che i fascisti, con i loro metodi di propaganda più arroganti, quando gli conviene usano l’argomentazione aristocratica che la democrazia «porta al vertice i peggiori», tuttavia l’affermazione di base di tutti gli apologeti del totalitarismo è che la democrazia è una truffa. Non sarebbe altro che una copertura per il governo di una manciata di ricchi. Ciò non è del tutto falso, e non è nemmeno palesemente falso; al contrario, ci sono più argomenti a favore che contro questa idea.

Per qualsiasi studentello sedicenne è più facile attaccare la democrazia che difenderla. E non è possibile ribattere se non si conosce la «tesi» antidemocratica e non si è pronti ad ammettere che contiene una larga parte di verità. Tanto per cominciare, la democrazia «borghese» viene sempre accusata di essere neutralizzata dalla disuguaglianza economica. A che cosa serve la cosiddetta libertà politica a un uomo che lavora dodici ore al giorno per 3 sterline alla settimana?

Una volta ogni cinque anni avrà la possibilità di votare per il partito che preferisce, ma per tutto il resto del tempo praticamente ogni aspetto della sua vita è dettato dal datore di lavoro. E di fatto anche la sua vita politica lo è. La classe abbiente può tenere in pugno tutti gli incarichi ministeriali e ufficiali, e può influenzare il sistema elettorale a proprio favore comprandosi l’elettorato, direttamente o indirettamente.

Anche quando per qualche strano caso arriva al potere un governo che rappresenta le classi più povere, di solito i ricchi possono ricattarlo minacciando di esportare il capitale. Ma soprattutto, la vita culturale e intellettuale – quotidiani, libri, istruzione, cinema, radio – è controllata quasi completamente da gente danarosa che ha tutte le ragioni per evitare la diffusione di certe idee. Il cittadino di un paese democratico è «condizionato» dalla nascita in poi, in modo meno rigido ma non certo meno efficace che in uno stato totalitario.

E non c’è alcuna certezza che il predominio di una classe privilegiata possa essere interrotto con mezzi puramente democratici. In teoria un governo laburista potrebbe entrare in carica con una netta maggioranza e procedere a instaurare il socialismo con una legge del Parlamento. In pratica le classi abbienti si ribellerebbero, e probabilmente avrebbero la meglio, dal momento che quasi tutti i funzionari permanenti e gli uomini chiave nelle forze armate sarebbero dalla loro parte. I metodi democratici sono possibili solo ove tra tutti i partiti politici vi sia una base di accordo piuttosto ampia.

Non ci sono fondati motivi per pensare che i cambiamenti davvero fondamentali si possano ottenere con mezzi pacifici. Di nuovo, si sostiene spesso che tutta la facciata della democrazia – libertà di parola e di riunione, sindacati indipendenti e così via – debba per forza crollare non appena le classi abbienti non siano più nella posizione di fare concessioni ai dipendenti. La «libertà» politica, si dice, è solo una mazzetta, un surrogato incruento della Gestapo.

È un dato di fatto che tutti i paesi considerati democratici di solito sono fiorenti – nella maggior parte dei casi sfruttano la manodopera di colore a buon mercato, direttamente o indirettamente – e anche che la democrazia come la conosciamo non è mai esistita se non nei paesi marittimi o di montagna, ovvero quei paesi che possono difendersi senza bisogno di un enorme esercito permanente. La democrazia accompagna, e probabilmente richiede, condizioni di vita favorevoli; non ha mai prosperato negli stati poveri e militarizzati. Togliete all’Inghilterra la posizione riparata, così si dice, ed essa regredirà immediatamente a metodi politici barbari come quelli della Romania.

Inoltre qualsiasi tipo di governo, democratico o totalitario che sia, si basa in ultima analisi sulla forza. Nessun governo, a meno che non intenda tramare per la propria caduta, può manifestare, né manifesta, il minimo rispetto per i «diritti» democratici quando viene seriamente minacciato. Un paese democratico che combatte una guerra disperata è costretto, proprio come uno stato autocratico o fascista, a istituire la leva obbligatoria e il lavoro coatto, a imprigionare i disfattisti e a sopprimere i quotidiani sediziosi; in altre parole, può salvarsi dalla distruzione solo cessando di essere democratico. Ciò per cui si dovrebbe lottare viene subito messo da parte non appena comincia la lotta.

Questa, per sommi capi, è la tesi contro la democrazia «borghese» avanzata sia dai fascisti sia dai comunisti, anche se ciascuno pone l’accento su aspetti diversi. Bisogna ammettere che ogni punto contiene una buona dose di verità. E allora, come mai in ultima analisi questa tesi è falsa – visto che chiunque sia cresciuto in un paese democratico sa quasi per istinto che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo ragionamento?

Il problema di questa ben nota demistificazione della democrazia è che non può spiegare i fatti nel loro complesso. Le vere differenze nell’atmosfera sociale e nel comportamento politico tra i diversi paesi sono molto più grandi di quanto si possa spiegare con qualsiasi teoria che riduce leggi, costumi, tradizioni ecc. a mere «sovrastrutture». Sulla carta è molto semplice dimostrare che la democrazia «è proprio la stessa cosa» (o «altrettanto negativa») del totalitarismo. In Germania ci sono i campi di concentramento; ma ce ne sono anche in India.

Gli ebrei vengono perseguitati ovunque regna il fascismo; ma che dire delle leggi razziste in Sudafrica? L’onesta intellettuale è un crimine in qualsiasi paese totalitario, ma anche da noi non è del tutto vantaggioso dire e scrivere la verità. Questi paralleli si possono estendere all’infinito. La tesi implicita in tutto il ragionamento, però, è che una differenza di grado non è una differenza. Per esempio, è abbastanza vero che nei paesi democratici esista la persecuzione politica.

La domanda è fino a che punto. Quanti rifugiati sono scappati dall’Inghilterra, o dall’Impero britannico, negli ultimi sette anni? E quanti dalla Germania? Quante persone che conoscete sono state picchiate con manganelli di gomma o costrette a inghiottire olio di ricino?

Quanto vi sembra pericoloso andare al pub più vicino ed esprimere l’opinione che questa è una guerra capitalista e che dovremmo smettere di combattere? Potete citare qualche episodio della storia inglese o americana recente paragonabile alla Notte dei lunghi coltelli, ai processi della Russia trotskista, al pogrom seguito all’assassinio di vom Rath? Un articolo come quello che sto scrivendo verrebbe mai pubblicato in un paese totalitario, rosso, marrone o nero che sia?

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