George Orwell, in virtù delle posizioni politiche originali e anticonformiste (anche l’etichetta di anarchico gli sta decisamente stretta), quasi mai se n’è uscito con riflessioni banali e, soprattutto, faziose. Il saggio sulla democrazia qui proposto, scritto nel 1941 – ossia quando in Europa una vittoria della Germania nazista sembrava ancora probabile – ne è una chiara testimonianza.
Oggigiorno, “smitizzare la democrazia”, per citare l’intellettuale britannico, è particolarmente di moda, anche per ragioni assolutamente condivisibili e inoppugnabili. Tutte le problematiche da lui descritte (in particolare le degenerazioni plutocratiche e oligarchiche) si sono esacerbate, come evidenziato dai teorici della postdemocrazia. Oltretutto, i principali sistemi politici alternativi attuali (le cosiddette ‘democrature’ come la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan o il regime a partito unico della Repubblica Popolare Cinese), per quanto esecrabili, non raggiungono gli abomini della Germania nazista e dell’URSS staliniana, alimentando così perplessità e false illusioni.
Io, stesso, per gran parte della mia esistenza, mi sono impegnato a svelare i limiti e le imposture della democrazia liberale, non perché sedotto dagli autoritarismi ma sperando in evoluzioni virtuose che perfezionassero i meccanismi di partecipazione ed estendessero il processo democratico anche alla sfera economica. Siccome l’attuale critica è per lo più guidata da qualunquismo e infatuazione per l’uomo solo al comando, voglio dissociarmi da un coro in cui non mi riconosco per nulla, senza però nascondermi dietro a un dito.
Nel dibattito politico, mentre le destre stanno mortificando la democrazia riducendola a strumento plebiscitario per promuovere un progressivo accentramento del potere, la sinistra si limita a una sterile difesa del simulacro elettorale, ignorarando tutta una serie di questioni che legittimamente hanno creato profonda sfiducia nei cittadini, ben testimoniata dal crescente astensionismo. Senza un rinnovamento autentico (diverso quindi dai tecno-utopismi in stile Piattaforma Rousseau o altre proposte ingenue), si tratta di una pura azione di facciata destinata a non sortire alcun effetto.
Ma prima di tutto, occorre ripartire da quanto fa osservare Orwell, ossia che un grado di differenza è una differenza e prendere atto della realtà al di là di desideri e rancori. In caso contrario, si rischia di perdere ogni ragionevolezza sdoganando i peggiori sonni della ragione.
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Uno dei passatempi più facili al mondo è smitizzare la democrazia da ‘Fascism and Democracy’, The Left New, febbraio 1941
Uno dei passatempi più facili al mondo è smitizzare la democrazia. In questo paese non c’è quasi più nessuno che si senta obbligato a preoccuparsi degli argomenti meramente reazionari contro il governo popolare, ma negli ultimi vent’anni la democrazia «borghese» è stata attaccata in modo molto più sottile sia dai fascisti sia dai comunisti, ed è altamente significativo che questi cosiddetti nemici abbiano basato i loro attacchi sugli stessi presupposti.
È vero che i fascisti, con i loro metodi di propaganda più arroganti, quando gli conviene usano l’argomentazione aristocratica che la democrazia «porta al vertice i peggiori», tuttavia l’affermazione di base di tutti gli apologeti del totalitarismo è che la democrazia è una truffa. Non sarebbe altro che una copertura per il governo di una manciata di ricchi. Ciò non è del tutto falso, e non è nemmeno palesemente falso; al contrario, ci sono più argomenti a favore che contro questa idea.
Per qualsiasi studentello sedicenne è più facile attaccare la democrazia che difenderla. E non è possibile ribattere se non si conosce la «tesi» antidemocratica e non si è pronti ad ammettere che contiene una larga parte di verità. Tanto per cominciare, la democrazia «borghese» viene sempre accusata di essere neutralizzata dalla disuguaglianza economica. A che cosa serve la cosiddetta libertà politica a un uomo che lavora dodici ore al giorno per 3 sterline alla settimana?
Una volta ogni cinque anni avrà la possibilità di votare per il partito che preferisce, ma per tutto il resto del tempo praticamente ogni aspetto della sua vita è dettato dal datore di lavoro. E di fatto anche la sua vita politica lo è. La classe abbiente può tenere in pugno tutti gli incarichi ministeriali e ufficiali, e può influenzare il sistema elettorale a proprio favore comprandosi l’elettorato, direttamente o indirettamente.
Anche quando per qualche strano caso arriva al potere un governo che rappresenta le classi più povere, di solito i ricchi possono ricattarlo minacciando di esportare il capitale. Ma soprattutto, la vita culturale e intellettuale – quotidiani, libri, istruzione, cinema, radio – è controllata quasi completamente da gente danarosa che ha tutte le ragioni per evitare la diffusione di certe idee. Il cittadino di un paese democratico è «condizionato» dalla nascita in poi, in modo meno rigido ma non certo meno efficace che in uno stato totalitario.
E non c’è alcuna certezza che il predominio di una classe privilegiata possa essere interrotto con mezzi puramente democratici. In teoria un governo laburista potrebbe entrare in carica con una netta maggioranza e procedere a instaurare il socialismo con una legge del Parlamento. In pratica le classi abbienti si ribellerebbero, e probabilmente avrebbero la meglio, dal momento che quasi tutti i funzionari permanenti e gli uomini chiave nelle forze armate sarebbero dalla loro parte. I metodi democratici sono possibili solo ove tra tutti i partiti politici vi sia una base di accordo piuttosto ampia.
Non ci sono fondati motivi per pensare che i cambiamenti davvero fondamentali si possano ottenere con mezzi pacifici. Di nuovo, si sostiene spesso che tutta la facciata della democrazia – libertà di parola e di riunione, sindacati indipendenti e così via – debba per forza crollare non appena le classi abbienti non siano più nella posizione di fare concessioni ai dipendenti. La «libertà» politica, si dice, è solo una mazzetta, un surrogato incruento della Gestapo.
È un dato di fatto che tutti i paesi considerati democratici di solito sono fiorenti – nella maggior parte dei casi sfruttano la manodopera di colore a buon mercato, direttamente o indirettamente – e anche che la democrazia come la conosciamo non è mai esistita se non nei paesi marittimi o di montagna, ovvero quei paesi che possono difendersi senza bisogno di un enorme esercito permanente. La democrazia accompagna, e probabilmente richiede, condizioni di vita favorevoli; non ha mai prosperato negli stati poveri e militarizzati. Togliete all’Inghilterra la posizione riparata, così si dice, ed essa regredirà immediatamente a metodi politici barbari come quelli della Romania.
Inoltre qualsiasi tipo di governo, democratico o totalitario che sia, si basa in ultima analisi sulla forza. Nessun governo, a meno che non intenda tramare per la propria caduta, può manifestare, né manifesta, il minimo rispetto per i «diritti» democratici quando viene seriamente minacciato. Un paese democratico che combatte una guerra disperata è costretto, proprio come uno stato autocratico o fascista, a istituire la leva obbligatoria e il lavoro coatto, a imprigionare i disfattisti e a sopprimere i quotidiani sediziosi; in altre parole, può salvarsi dalla distruzione solo cessando di essere democratico. Ciò per cui si dovrebbe lottare viene subito messo da parte non appena comincia la lotta.
Questa, per sommi capi, è la tesi contro la democrazia «borghese» avanzata sia dai fascisti sia dai comunisti, anche se ciascuno pone l’accento su aspetti diversi. Bisogna ammettere che ogni punto contiene una buona dose di verità. E allora, come mai in ultima analisi questa tesi è falsa – visto che chiunque sia cresciuto in un paese democratico sa quasi per istinto che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo ragionamento?
Il problema di questa ben nota demistificazione della democrazia è che non può spiegare i fatti nel loro complesso. Le vere differenze nell’atmosfera sociale e nel comportamento politico tra i diversi paesi sono molto più grandi di quanto si possa spiegare con qualsiasi teoria che riduce leggi, costumi, tradizioni ecc. a mere «sovrastrutture». Sulla carta è molto semplice dimostrare che la democrazia «è proprio la stessa cosa» (o «altrettanto negativa») del totalitarismo. In Germania ci sono i campi di concentramento; ma ce ne sono anche in India.
Gli ebrei vengono perseguitati ovunque regna il fascismo; ma che dire delle leggi razziste in Sudafrica? L’onesta intellettuale è un crimine in qualsiasi paese totalitario, ma anche da noi non è del tutto vantaggioso dire e scrivere la verità. Questi paralleli si possono estendere all’infinito. La tesi implicita in tutto il ragionamento, però, è che una differenza di grado non è una differenza. Per esempio, è abbastanza vero che nei paesi democratici esista la persecuzione politica.
La domanda è fino a che punto. Quanti rifugiati sono scappati dall’Inghilterra, o dall’Impero britannico, negli ultimi sette anni? E quanti dalla Germania? Quante persone che conoscete sono state picchiate con manganelli di gomma o costrette a inghiottire olio di ricino?
Quanto vi sembra pericoloso andare al pub più vicino ed esprimere l’opinione che questa è una guerra capitalista e che dovremmo smettere di combattere? Potete citare qualche episodio della storia inglese o americana recente paragonabile alla Notte dei lunghi coltelli, ai processi della Russia trotskista, al pogrom seguito all’assassinio di vom Rath? Un articolo come quello che sto scrivendo verrebbe mai pubblicato in un paese totalitario, rosso, marrone o nero che sia?
Complimenti, un testo raffinato: si smonta la democrazia liberale con grande eleganza, ci si dissocia dal populismo volgare, si cita Orwell (sempre un bel colpo), e poi? Si resta a metà del guado, con una critica che non osa davvero sporcarsi le mani. Si dice che la democrazia va rifondata, ma guai a proporre qualcosa di troppo concreto: magari una vera democrazia economica, controllo pubblico dei media (altro che concentrazioni tipo Musk o Bolloré), assemblee deliberative permanenti in stile francese, o, orrore!, il coinvolgimento reale dei cittadini nei bilanci pubblici, come sperimentato a Porto Alegre vent’anni fa. No, meglio restare nel salotto buono della disillusione raffinata, che tanto indignarsi “con misura” è sempre più elegante che rischiare una proposta concreta. E poi, diciamolo, si rimprovera alla sinistra di difendere un “simulacro elettorale”, ma almeno quello prova a difenderlo: a destra, invece, lo stanno impacchettando per spedirlo al museo delle illusioni. E mentre si sdoganano modelli alla Orbán o si invoca un premierato da reality show, ci si trastulla a dare la colpa al PD perché “non scalda i cuori”. La sinistra continua a essere la delusione preferita degli intellettuali. Come se fosse più frustrante un amante tiepido che un ladro in casa.
Orwell ci aveva avvertito: la differenza di grado è una differenza. Ma se non siamo capaci nemmeno di proporre una alternativa, allora il problema non è la democrazia. È che ormai il pensiero critico si accontenta di fare da tappezzeria nei salotti del disincanto, mentre là fuori si riscrivono le regole del gioco, a colpi di algoritmi, decreti e indifferenza. E il peggio? Ci sembra pure una posizione scomoda.
Gianluigi
https://www.youtube.com/watch?v=-bzB2N9xnJk
(mi rendo conto che Stone Cold Steve Austin non è raffinato come Orwell, ma tant’è)
Sperando di non darti una delusione, sappi che sul Web non ci si sporca mai le mani, neppure quando si parla di spurgo delle acque nere della fogna. Sono chiacchiere, più o meno valide, ma sempre e comunque chiacchiere.
Purtroppo il sito di Decrescita Felice Social Network (www.decrescita.com) è (spero momentaneamente) offline, altrimenti ti potrei proporre alcuni contenuti dove trattavo di alcune tematiche riguardanti la democrazia partecipativa nonché proposte derivanti dall’Economia del bene comune e altre teorie. Comunque, chi ti dice che non lo avrei fatto successivamente?
Curioso l’essere passati dal post precedente dove il Camminatore sostanzialmente mi accusava di essere un sinistro caccamerdafascistadiavolo o come diamine gli piace dire a lui a te che invece mi dipingi come chi ritiene il PD il male assoluto. Quanto ai partiti della sinistra, PD o meno, penso che dovrebbero prima di tutto coltivare la democrazia al loro interno, e non mi sembra proprio così.
Per inciso, dal PD ci sono anche stato, per opera di un suo membro interessato alle questioni della decrescita
https://www.youtube.com/watch?v=Dl3-SromZBo
Se i tentativi di collaborazione sono andati in vacca la colpa però non è mia.
Io so benissimo di non essere ‘scomodo’ per nessuno, sicuramente non come blogger. E so anche di non avere ricette magiche per nulla, di non essere un ideologo o un guru: semplicemente cerco di fare divulgazione e informazione, nel mio piccolo. Orwell invece è stato scomodo e parecchio, quindi non penso di aver fatto brutta cosa a proporre questo contributo.
Reductio ad Orbanorum.
Molto di moda!
Un puro che epura, per dirla alla Pietro Nenni.
Democrazia liberale e, leggo sotto, l’orrore del “controllo pubblico dei media”, roba da regimi totalitari.
Ci son persone alle quali piace tanto pigiare su acceleratore col piede pesante e tirare il freno a mano con forza.
Mah.
Mi riferisco al commento ” Gianluigi on 20 May 2025 at 19:15 “.
Eh già, mica come dare del comunista a caso o del radical-chic, straparlare di ‘sinistra al caviale’ e di woke e roba simile! 😀 Comunque l’avevo evocata e sono felice che sia apparso, ricevere attacchi dagli opposti retropensieri mi fa sentire che sono nel giusto.
Compagno col rolex, radical-chic, sinistra al caviale: sono termini irriverenti che vanno alla natura, alla ipocrisia di gran parte dei progressisti di spicco. Ne conosco in abbondanza, i termini sono precisi.
I non-progressisti non sono ideologici, non hanno un lessico artefatto, astruso, ipocrita.
Woke è stato scelto dai bigotti fanatici (vedete, la vostra correzione è stata recepita, grazie!)
arcobalenghi che, evidentemente, implicitamente, sono condizionati dal sonno della ragione che li colpisce.
NOOOOOOOOOOOOOO, NON SIA MAIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!!! E soprattutto non rimproverano agli altri comportamenti che sono loro abituali solo mille volte più amplificati! Ekkekkazzo.
Eh no, non mi frega questa volta! Con lei da allora sto attento anche nei commenti a quello scrivo, mutande di latta come quando scrivo i post. Sono stato effettivamente troppo leggero e facilone perché pensavo si potesse coltivare un rispettoso disprezzo reciproco come si è soliti sul Web, in fondo lei recita questo personaggio del Camminatore e deve adeguarsi al copione che si è autoimposto.
Invece, a proposito di ipocrisia, con la storia della ‘correzione’ ha mostrato la peggior forma di falsità possibile, quella di chi finge di ringraziare qualcuno allo scopo di metterlo in cattiva luce. Vede, mentre quando fa i suoi soliti improperi, insulti vari e auguri di morte ci vedo il Camminatore, quindi il personaggio e pertanto amen, in quell’atto subdolo ci vedo invece il mandibolatoresenzapalle che si nasconde dietro al monitor. Per questo è stata una brutta cosa.
Non metto in discussione la buona fede né il valore del lavoro di divulgazione, che anzi considero prezioso, soprattutto in un ecosistema informativo spesso superficiale o manipolato. Il punto però non era personale, ma politico: un ragionamento che riguarda il ruolo dell’intellettuale oggi, e la funzione della critica nel momento in cui le strutture stesse della democrazia vengono erose a vista d’occhio.
Hai ragione quando dici che il web non è il luogo dove “sporcarsi davvero le mani”. Ma allora la domanda diventa: dove, come, e chi lo sta facendo? E se il compito dell’intellettuale è solo “accendere luci”, perché spesso sembrano più luci soffuse da lounge che fari da tempesta?
Non chiedevo ricette magiche, ma il coraggio di prendere posizione anche su terreni concreti, rischiosi, impopolari: democrazia economica, potere ai cittadini, controllo dei media, rottura con i dogmi neoliberali. Idee ce ne sono, esperienze pure. Ma manca chi le rilanci con forza, invece di trattarle come note a piè pagina del pensiero critico. Per questo il riferimento a Orwell non mi sembrava del tutto centrato. Lui non era solo un critico del linguaggio del potere: era uno che il potere l’ha guardato in faccia, rischiando in prima persona. Oggi, invece, molti pensano che essere “scomodi” significhi scrivere un post ironico o citare Gramsci con disincanto. Ma il disincanto, senza un progetto, si trasforma in estetica del fallimento. Se davvero vogliamo rifondare la democrazia, allora serve meno misura e più passione. Meno analisi “a distanza di sicurezza” e più presa diretta. Non per idolatrare il cambiamento, ma per evitare che ci resti solo la possibilità di raccontare, con stile impeccabile, come siamo arrivati alla fine del gioco.
Curioso comunque quando i commenti, anziché concentrarsi sulle argomentazioni dei contenuti, criticano quello che non c’è e quello che l’autore si pensa che stia pensando.
Anche qui, siccome l’ho fatto, posso dire che non serve alcun particolare coraggio a chiacchierare di riforme rivoluzionarie. Bisogna semmai bisogna stare attenti a non parlare a vanvera.
Il potere dei cittadini che va bene è solo quello conforme alle decisioni prese dal Comitato Centrale.
Gli “intellettuali” al caviale hanno il ruolo di consumare i velluti delle poltrone da salotto con fini disquisizioni sulle metafisiche che riempiono la loro crapa.
Importante è rimanere ostili a realtà e scienza e conoscenza.
> finge di ringraziare qualcuno allo scopo di metterlo in cattiva luce.
Guardate, potete credere tutto ciò che volete e passa in codesta capa.
Se non avessi recepito e ringraziato vi sareste incazzato lo stesso, la solita trappolina della falsa scelta/possibilità.
Non riuscite neppure ad ammettere che i “trogloditi”, retrogradi, rozzi, non-progressisti, non avendo ideologie (a sx sono considerati sono inferiori intellettualmente e per vari altri aspetti, no!?) non potrebbero neppure avere linguaggi artefatti.
Giochetti che non mi interessano. Non mi interessano neppure le diatribe sul personale di basso livello.
Siete ancora inchiodato sul nascondersi, come se fatti logica, preposizioni, valori di verità dipendessero da ruolo o identità o nomi .
Difficile posizionare correttamente i commenti da furbofono. Scusate.
Qui veramente il livello di facciaculismo e ribaltamento della verità raggiunge più infinito. La trappola l’ha fatta lei a me che mi ha fatto passare per quello che caga il cazzo alla gente per quello che scrive quando invece era stato lei a comportarsi con me. Questo è giocare veramente sporco e rivela la vera persona che si cela dietro all’immagine del cazzuto e ‘troglodita’ Camminatore.
Si è creato apposta questo personaggio per evitare di non essere colpito dagli schizzi della merda da lei tirata e ora almeno ne sorbisca le conseguenze inevitabili senza tante lagnanze.
Radical-chic, comunista col rolex, ecc.. sono artefatte quanto dare del ‘fassista’, populista ecc. Sono solo dei modi per marchiare la gente senza dover argomentare nel merito, senza dover constatare il valore di verità delle sue affermazioni, per usare un’espressione a lei cara quando vuole difendere la sua codardia. La retorica becera che lei imputa ai sinistri lei la fa 1000 volte di più, tutto qui.
Sono inchiodato sull’assumersi la responsabilità delle proprie azioni e lo sarò sempre.
Qs. breve ma ancora attuale e prezioso testo conferma l’opportunità e la validità della “terza via” liberal-democratica di fronte all’autoritarismo e al dogmatismo (espliciti o nascosti) dominanti tanto nella Dx quanto nella Sx tradizionalmente intese.
E’ un po’ come quando si assimila acriticamente la vicenda di Assange a quella di Navalny: il primo a lungo incarcerato nel “malfamato” Occidente liberaldemocratico ma tuttora ben vivo e vegeto e il secondo ormai da tempo cadavere sotto la cupa autocrazia russa (così idolatrata da molti occidentali afferenti all’estrema Dx e all’estrema Sx).
Per me l’errore in questo ragionare consiste nel considerare la “democrazia” come qualcosa che esiste nel vuoto.
Come dire “triangolo”.
Il “triangolo” come concetto geometrico è diverso da qualsiasi triangolo io possa fare con le mie mani.
Allo stesso modo, ogni “democrazia” è la media del Popolo che la esprime in un dato momento, quindi non ci sono due “democrazie” uguali (es. diversa Italia da che ne so Svezia o Guatemala) e la stessa “democrazia” non può essere uguale a se stessa (diversa italia del 2025 dall’Italia del 1975, 85, 95, ecc).
Da questo ragionamento io derivo che il problema è che se vuoi una “bella democrazia” ti devi preoccupare di formare “bella gente”, perché con la “brutta gente” non hai una “bella democrazia” e probabilmente nemmeno una “democrazia qualsiasi”.
Non mi sembra un problema che esistano ignoranti, pazzi, criminali.
Mi sembra invece un problema che questi invece che eccezioni siano “normali” perché a quel punto ignoranza, pazzia e crimine diventano legge.
Da cui invece di preoccuparci dei formalismi geometrici, perché non ci preoccupiamo di quello che ha in testa la gente e come ci arriva nelle loro teste, a cura di chi e perché?
E’ più probabile che ciò avvenga laddove vigono un minimo di libertà e potere decisionale dal basso. Altrimenti le ‘belle teste’ si limitano a persone con una grande intelligenza strumentale ma livelli di pensiero critico da bambino neppure troppo sveglio (ho in mente ad esempio svariati discorsi con cittadini cinesi).
Quando penso a “bella gente” penso a qualcosa tipo le regole della Cavalleria e queste non vengono “dal basso” ma soprattutto difficilmente esistono “in basso”.
Lo dico in un altro modo.
La contraddizione che mi sembra ovvia nella “democrazia” è insita nel concetto di “popolo”, ovvero si postula che il “popolo” abbia delle virtù che sono l’esatto contrario di quello che invece il “popolo” possiede e manifesta.
Il rimedio che vedo è quello di portare la gente FUORI dal “popolo” non DENTRO, ovvero ridurre la componente “popolare” il più possibile.
In termini banali, ne consegue che la “democrazia” può essere più o meno accettabile in funzione del “peso” della famosa Classe Media ed in subordine del “peso” della Aristocrazia o equivalente.
Il fenomeno della “crisi americana” mi sembra una dimostrazione abbastanza palese. Quando si comprime e i svuota la Classe Media mentre si allarga il “popolo”, questo incarna dei “disvalori” che producono l’ennesima iterazione dell’autocrate psicotico. Quando la “Aristocrazia” è decadente ed immorale, trova comodo assecondare l’autocrate invece che opporsi.
Una ovvia conseguenza è che non può esistere “democrazia di sinistra”.
Partiamo con il dire che il pensiero critico (espressione oggi tanto abusata, specialmente da gente che non sembra neanche avere un pensiero, figuriamoci critico) è la capacità di ragionare il più possibile senza farsi condizionare da istanze che provengono da tradizione, famiglia, mode, potentati vari ecc. In questo senso, non si addice particolarmente né a chi è costretto a passare la giornata a sgobbare per sbarcare il lunario né da chi è talmente privilegiato dal Sistema, a cui è conveniente adorarlo in maniera condizionata. Quindi posso concordare sul ruolo della classe media, anche perché storicamente quando a questa si è annebbiata il cervello sono stati cazzi acidi (vedi nazifascismi storici e populismi di oggi).
Ma meno male… cioé, la democrazia non dovrebbe essere né di destra né di sinistra, bensì fornire un contrappesso a dei processi che altrimenti porterebbero a un accentramento totale del potere nelle mani dei soggetti più forti. Nella peggiore delle ipotesi, fornire almeno la tanto lamentata (e giustamente, per carità) scelta tra oligarchie delle attuali postdemocrazie.
Voglio dire, anche questa affermazione mi sembra molto ovvia e nello stesso tempo la si nega o la si ignora con tutte le forze.
Non solo la “sinistra” non propone “democrazia” ma propone “dittatura” ma la “democrazia” che è esistita ed esiste, da sempre è una manifestazione del Capitale e della Borghesia.
L’unico modo per scavalcare questa evidenza è postulare che la fase “dittatoriale” della “sinistra” sia solo un passaggio che serva ad introdurre finalmente una “società giusta” che sia intrinsecamente “democratica” ma nel senso di a-cratica, dato che non ci sarebbe niente altro che “demos” quindi nemmeno il senso di affermarne l’autorità contro altrui.
Ovvia menzogna e paradosso.
Oltre le ragioni teoriche, banalmente la “Classe Dirigente” della “sinistra” non molla il potere e lavora per estendere il “proletariato” da cui questo potere dipende, non certo lavora per de-proletarizzare il proletariato e per abdicare.
Scusami ma epresso in questi termini mi pare mero qualunquismo. Se vuoi ragioniamo fino a domani mattina di limiti e imposture della democrazia liberale, ma resta un dato di fatto che i movimenti popolari si sono sempre battuti per l’estensione del suffragio e delle altre istanze prima appannaggio esclusivo della borghersia, compresi socialisti massimalisti e comunisti. O erano tutti scemi o forse qualcosa vuol dire.
Questo discorso mi sembra francamente in ritardo di almeno 50-60 anni… innanzitutto, ‘proletariato’ e soprattutto ‘classe lavoratrice’ sono categorie che esistono se qualcuno ritiene di farne parte. Il mio studente che fa il rider ed è pagato da fame e pensa che a 35 anni avrà smesso di lavorare grazie alle rendite automatiche passive non appartiene a nessuna delle due. L’egemonia culturale della destra è stata quella di sostituire l’obiettivo di una società più giusta con l’accettazione di una disuglianza dove tu hai la possibilità teorica di diventare ricco, e senza neanche sbatterti troppo come nel mito americano del self made man.
Quindi la sinistra di oggi fa sostanzialmente altro, si interessa di diritti civili e cose di questo tipo.