Proponiamo come lettura ferragostana un pregevolissimo contributo tradotto dal blog di Art Berman (qui l’originale), a suo modo un vero e proprio manifesto dell’Apocalottimismo.
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Reality Bind, Art Berman
La minaccia più grande per la nostra civiltà e per il pianeta non è il cambiamento climatico, neppure i combustibili fossili o il degrado degli ecosistemi. È il nostro modo di pensare. Siamo intrappolati in una mentalità riduzionista, sempre alla ricerca di una causa unica, di un unico colpevole e di un’unica soluzione. Questo modo di pensare, radicato nel predominio dell’emisfero sinistro, non è antico ma relativamente recente.
Ha preso piede con l’avvento della scrittura, della matematica, della ruota e del cavallo – tecnologie che ci hanno convinto di poter dominare la complessità attraverso il controllo. Siamo arrivati a credere che l’intelligenza potesse sostituire la saggezza e il riduzionismo la comprensione olistica. Questo errore ci ha portato alla situazione attuale. Eppure, insistiamo a cercare la panacea, la tecnologia, il meccanismo di mercato che ci salvi.
Ma nessuna soluzione del genere è in arrivo. La resa dei conti è già iniziata e c’è ben poco che possa cambiarne l’esito. Il cambiamento climatico è solo il sintomo più visibile, la vera crisi è che siamo ciechi alla realtà. I miei amici Nate Hagens e DJ White hanno scritto qualche anno fa un libro intitolato Reality Blind, mostranfo come la civiltà moderna sia fondamentalmente fuori dal mondo fisico, biologico ed energetico.
Il loro messaggio principale è questo: la nostra situazione non riguarda solo il clima, l’energia o l’economia, ma le storie che ci raccontiamo, i sistemi che abbiamo costruito su quelle storie e la nostra incapacità collettiva di vedere e accettare i limiti fisici ed ecologici.
Il pensiero riduzionista non si limita a esigere risposte semplici: rifiuta idee, spiegazioni e persino la saggezza nel momento in cui individua un difetto, indipendentemente dalla validità dell’intuizione più ampia. Questo è particolarmente vero quando queste idee sfidano miti culturali fondamentali come la crescita, il progresso o l’eccezionalismo umano.
Prendiamo Thomas Malthus, spesso liquidato perché le sue previsioni di carestie imminenti non si sono avverate, grazie a progressi tecnologici come i combustibili fossili e l’agricoltura industriale: eppure la sua intuizione fondamentale – che popolazione e consumi non possono crescere indefinitamente su un pianeta finito – rimane valida.
Paul Ehrlich subisce critiche simili. Alcune delle sue previsioni specifiche sulle carestie di massa non si sono concretizzate, ma il suo monito di fondo – che l’umanità sta superando la capacità di carico del pianeta – è diventato ancora più evidente con l’attuale perdita di biodiversità, l’instabilità climatica e l’esaurimento delle risorse.
Immaginate se applicassimo la stessa logica riduttiva alla religione. Gesù disse che sarebbe tornato entro la durata della vita della sua generazione: duemila anni dopo, non è ancora tornato. I 2,5 miliardi di cristiani del mondo dovrebbero abbandonare la loro fede perché la Seconda Venuta non si è ancora verificata? Il riduzionismo rifiuta le idee troppo in fretta e non si volta mai indietro. La sua certezza è audace. Non sa cosa non sa.
Alcuni credono che il cambiamento climatico sia la minaccia più grande che la società moderna si trova ad affrontare. Io la ritengo una cosa tremendamente seria, ma definirla la minaccia più grande è riduttivo. Ignora il quadro generale: il cambiamento climatico è solo un sintomo di una crisi più profonda, ossia il nostro rifiuto di vivere entro i limiti, la nostra dipendenza dalla crescita e la nostra cecità nei confronti dei sistemi naturali interconnessi che ci sostengono. Concentrarsi esclusivamente sul clima trascura la verità che la nostra situazione è sistemica.
Anche se riuscissimo in qualche modo a risolvere il problema del clima (e a questo punto dubito seriamente che ci riusciremo) la minaccia esistenziale non scomparirebbe. Semplicemente tornerebbe a concentrarsi sulle forze più profonde che hanno fatto apparire il cambiamento climatico come il primo grave problema: esaurimento delle risorse, collasso degli ecosistemi, instabilità finanziaria, disgregazione sociale, fallimenti della catena di approvvigionamento, conflitti geopolitici e deterioramento della governance.
Il cambiamento climatico è inseparabile dall’andamento demografico, dal consumo di energia, dalla crescita economica e dalla distruzione ecologica. Questi fattori sono correlati (vedi Figura 1). Non è possibile alterarne uno senza modificare anche gli altri. Non possiamo far crescere l’economia globale e aspettarci che le emissioni o il riscaldamento globale rallentino. Né possiamo ignorare il collasso dei sistemi naturali che sostengono la vita umana.
Figura 1. È improbabile che le emissioni di carbonio e il superamento dei limiti planetari diminuiscano finché il consumo di energia, il PIL mondiale e la popolazione continueranno ad aumentare. Fonte: OWID, Global Footprint Network, Global Carbon Atlas e Labyrinth Consulting Services, Inc.
Per decenni, gli scienziati hanno messo in guardia dai limiti planetari: limiti al clima, alla biodiversità, all’uso del suolo, all’acqua dolce e altro ancora, che definiscono lo spazio operativo sicuro per la civiltà. Sei di questi limiti sono già stati violati, eppure il mondo continua a procedere con gli occhi puntati sulla crescita e sul profitto. Non si intravede alcuna seria correzione di rotta.
Il motivo è brutalmente semplice: la civiltà non può e non vuole cambiare volontariamente rotta. Le strutture economiche, politiche e psicologiche che abbiamo costruito sono incompatibili con la moderazione necessaria a preservare la stabilità della Terra. Come afferma Nate Hagens, facciamo parte di un “Superorganismo” [la stessa intuizioni a cui siamo arrivati indipendentemente io e Jacopo Simonetta per La caduta del Leviatano, n.d.r.], un sistema auto-organizzato che massimizza l’energia e spinge il comportamento umano verso l’espansione senza che nessuno ne abbia il controllo.
Ecco perché il consumo globale di energia continua ad aumentare e perché, nonostante migliaia di miliardi spesi in energie rinnovabili, i combustibili fossili forniscono ancora quasi il 90% dell’energia primaria mondiale (vedi Figura 2). Non esiste una “transizione energetica”. Non c’è mai stata. Le energie rinnovabili non stanno sostituendo i combustibili fossili; vengono aggiunte per sostenere una maggiore crescita, più consumi, più emissioni.
Fonte: EIA, BP, IEA, FRED, OWWD, Banca Mondiale e Labyrinth Consulting Services, Inc.
Non si tratta solo di un problema energetico. È il sintomo di una patologia di civiltà più profonda: la nostra convinzione che una crescita perpetua sia possibile su di un pianeta finito.
Persino le nostre strategie climatiche riflettono questa illusione. Il dibattito si è semplicemente spostato dagli ingenui obiettivi di 1,5 °C ad altri più “realistici” che ignorano ancora la causa principale: il superamento delle temperature. La crescita demografica, energetica ed economica è inseparabile dalle emissioni e dal degrado ecologico. Qualsiasi politica che ignori questo fatto è solo un’altra forma di negazione.
Uno dei segnali più chiari di collasso è l’oceano. Ha assorbito gran parte del nostro eccesso (calore, carbonio, inquinamento) ritardando gli esiti peggiori. Ma la sua capacità sta vacillando: gli ecosistemi marini stanno collassando, i livelli di ossigeno stanno diminuendo.
Gli stock ittici stanno migrando o scomparendo – la vita marina è diminuita del 56% dal 1970 (vedi Figura 3). Eppure, i governi proseguono con l’estrazione mineraria dei fondali marini e l’esplorazione dell’Artico come se queste risorse fossero infinite. Analogamente ai nostri sistemi energetici, l’oceano non è trattato come un limite, ma come una risorsa da sfruttare fino all’esaurimento.
Figura 2. L’indice marino è diminuito del 56% nel periodo di 50 anni a partire dal 1970.Fonte: Living Planet Report 2024.
Il disfacimento va più in profondità degli ecosistemi. Raggiunge le strutture invisibili che tengono insieme la nostra società, quella che Indy Johar chiama “materia oscura” della civiltà. Il cambiamento climatico non riguarda solo inondazioni, incendi e ondate di calore.
Riguarda l’erosione sistemica delle istituzioni da cui dipendiamo: assicurazioni, finanza, credito, infrastrutture. Intere regioni stanno già diventando non assicurabili. Senza assicurazione, non possono esserci mutui; senza mutui, non ci sono mercati immobiliari; senza mercati, non ci sono investimenti, non c’è credito, non c’è stabilità finanziaria.
Questo crollo non è teorico, sta già accadendo. Le compagnie assicurative si stanno ritirando da California, Florida ed Europa. I governi, che si presume siano la soluzione di riserva, stanno raggiungendo i limiti fiscali. Con un riscaldamento di 3°C non c’è via d’uscita. Il rischio non può più essere trasferito, assorbito o adattato. L’architettura finanziaria crolla molto prima dell’infrastruttura fisica.
Nel frattempo, alcune parti del mondo stanno già diventando troppo calde per la prosperità, persino per la sopravvivenza. In Asia meridionale, Medio Oriente, Africa e nel sud-ovest degli Stati Uniti, il caldo estremo sta spingendo le società oltre i loro limiti. Le temperature di bulbo umido si stanno avvicinando alla soglia fatale dei 35 °C in luoghi come il Pakistan e il Golfo Persico.
L’agricoltura sta fallendo, la produttività del lavoro sta crollando. Le economie di queste regioni stanno perdendo miliardi di ore di lavoro, il PIL sta franando. Queste non sono minacce future, bensì realtà presenti.
Psicologicamente, siamo impreparati. Come Jung aveva compreso, l’umanità rimane immatura: frammentata, proiettata, in negazione. Iain McGilchrist ci ricorda che il nostro predominio culturale del pensiero dell’emisfero sinistro ci rende ciechi ai sistemi, al contesto e alle conseguenze. Ci fissiamo sulle misurazioni, non sul significato; sulle soluzioni, non sulle relazioni.
Senza integrazione interiore, non c’è azione esterna. La teoria quantistica delle decisioni mostra come i sistemi di credenze persistano in contraddizione fino al collasso delle forze della realtà. Negazionismo climatico, tecno-ottimismo e greenwashing funzionano tutti come stati sospesi di credenza, in attesa del duro feedback della realtà.
Parte di questa illusione deriva dal modo in cui il movimento per il clima stesso è stato cooptato. I movimenti ambientalisti originari degli anni ’70 capivano che il problema era una questione di limiti: alla crescita, al consumo e al nostro rapporto con la natura. Ma quelle verità sono andate perdute e sostituite da qualcosa di molto più redditizio: la “crescita verde”. Oggi, “verde” è un marchio, non un principio.
Invece di sfidare il consumismo, offre nuovi prodotti: pannelli solari, SUV elettrici, crediti di carbonio. Le stesse aziende che ci hanno portato al collasso ecologico ora si promuovono come la soluzione: BP si è rinominata “Beyond Petroleum”, Shell diffonde pubblicità di greenwashing, BlackRock promuove i criteri ESG mentre finanzia i combustibili fossili. Al pubblico viene venduta l’illusione che “verde” sia sinonimo di buono, e che i venditori di prodotti verdi siano i buoni. In realtà, questa è solo l’ultima iterazione degli stessi sistemi di sfruttamento.
Gran parte del settore delle energie rinnovabili (eolico, solare, batterie) non sta sostituendo i combustibili fossili; li sta integrando. Queste industrie dipendono dall’estrazione mineraria, dalla petrolchimica e dalle catene di approvvigionamento globali alimentate da petrolio e gas.
Il consumo di energia aumenta perché aumenta la crescita. Il capitalismo verde è pur sempre capitalismo e il capitalismo richiede espansione. Il movimento ambientalista è stato assorbito, neutralizzato e monetizzato dalle stesse forze a cui un tempo si opponeva.
Ecco perché l’adattamento è il futuro, non la mitigazione. Non l’adattamento per scelta, ma per conseguenza. La natura imporrà ciò che la civiltà si rifiuta di riconoscere. Gli ecosistemi si semplificheranno, le economie si contrarranno, le popolazioni prima migreranno e poi diminuiranno, a miliardi. Non agire in tempo non impedirà il cambiamento. Garantirà solo che il cambiamento avvenga in base ai termini della natura, non secondo i nostri.
Una minaccia raramente riconosciuta è la rottura del clima stabile che ha reso possibile l’agricoltura e la civiltà. I cacciatori-raccoglitori del tardo Pleistocene iniziarono a sperimentare la semina e la gestione delle piante selvatiche già 23.000 anni fa, ma il clima instabile rese inaffidabile questa prima coltivazione.
L’agricoltura divenne praticabile solo con l’inizio dell’Olocene, che garantì 12.000 anni di condizioni meteorologiche relativamente stabili e prevedibili (vedi Figura 4). Quella stabilità ora si sta rompendo. Il clima è diventato più caotico, gli eventi estremi più frequenti e le basi dei nostri sistemi alimentari – precipitazioni, fertilità del suolo e stagioni di crescita – si stanno sgretolando.
I modelli riduzionisti che si concentrano esclusivamente sugli obiettivi di emissioni o di temperatura trascurano la crisi più profonda: la destabilizzazione dei sistemi terrestri che hanno reso possibile la civiltà. Chi sostiene che l’aumento di CO2 migliorerà la resa dei raccolti ignora questa realtà. Senza un clima stabile, non ci saranno raccolti affidabili: i fertilizzanti non cambieranno la situazione.
Figura 4. L’Olocene ci ha regalato 12.000 anni di clima mite e prevedibile. Quella stabilità è finita.
Fonte: Labyrinth Consulting Services, Inc.
Non ci troviamo in una battaglia che possiamo vincere, ma in una situazione difficile che dobbiamo sopportare. Il lavoro ora è coltivare resilienza, umiltà e coerenza interiore. Accettare i limiti non come una sconfitta, ma come realtà.
Riconnetterci con il sacro, il relazionale, il reale. Non abbiamo bisogno di una tecnologia migliore; abbiamo bisogno di una storia più vera. Una che accetti ciò che sta accadendo come un ritorno alle proporzioni. Questa è la storia della Grande Semplificazione.
Molti liquideranno questo messaggio come un altro esempio di iperbole allarmistica. Vi assicuro che non lo è. Dire che venti anni fa ero scettico sulla minaccia del cambiamento climatico è un eufemismo, ho cercato ogni ragione riduzionistica per dire “non è così”.
Negli anni successivi, ho letto e ascoltato entrambe le parti del dibattito e ho concluso che la tesi che presento qui è conservativa. Non si basa su modelli informatici, ma su dati relativi al passato e al presente. Certo, ci sono incertezze, ma il quadro generale è dolorosamente chiaro.
Molti di coloro che ascoltano e persino concordano affermano che il messaggio è troppo deprimente da affrontare. Capisco, ma non sono d’accordo. Il comportamento della società negli ultimi duecento anni è stato fuori controllo. Dimentichiamoci per un momento del cambiamento climatico e del sovrasfruttamento.
Guardiamo ai rifiuti, alla plastica, all’inquinamento, all’aumento dei suicidi e delle malattie mentali, al debito, alle guerre, alla divisione, all’instabilità finanziaria. Questi non sono segnali di una minaccia imminente, sono sintomi di una civiltà già in declino. Il disfacimento non è nel futuro; è qui. Riconoscerlo non è disperazione ma chiarezza. Solo vedendo la realtà così com’è possiamo iniziare a fare scelte diverse. La negazione ci fa sentire più sicuri, tuttavia ci lascia impotenti.
L’accettazione apre le porte all’azione, al significato e all’adattamento. Gli esseri umani sono capaci sia di distruzione che di saggezza. Come un tossicodipendente sull’orlo della guarigione, un modo di vivere si conclude dolorosamente, ma un altro rimane possibile.
Non siamo perduti. Portiamo con noi un immenso bagaglio di conoscenza e saggezza collettiva, più accessibile ora che in qualsiasi altro momento della storia. Occorre un cambiamento nel nostro modo di pensare, la volontà di aprirci ad esso.
La resa dei conti che ci attende non arriverà grazie alla lungimiranza o alla politica. È la natura a imporcela. La domanda non è se ma come la affronteremo.







La saggezza collettiva non esiste.
Quello che ci frega è il buon vecchio egoismo individuale, di chiara origine genetica, che potrebbe essere simboleggiato da questo breve dialoghetto:
D – Buongiorno. Secondo Lei, la salvaguardia dell’ambiente e della natura è un problema importante ?
R – Certo. Importantissimo
D – Quindi, Lei pensa che i governanti della Terra debbano prendere provvedimenti per garantirla ?
R – Sicuramente.
D – Ma Lei, personalmente, quali rinunce è disposto a fare per il bene dell’ambiente ?
R – Io ? Nessuna. Ho già tanti problemi per i fatti miei.
D – Allora, tanti auguri.
R – Grazie
Con i dialoghi alla Marzullo dove ti fai le domande e ti dai le risposte da solo dimostri tutto e il contrario di tutto, altro che genetica!
Guarda che sull’ambiente la penso esattamente come te.
Ma se non riusciamo a cambiare strada o a rallentare, pensi davvero che la genetica (cioè il modo in cui siamo fatti) non conti niente ?
Ho sempre fatto arrabbiare molti ecologisti quando dico che le spiegazioni basate sulla genetica o la ‘natura umana’ (qualunque cosa si voglia intendere con tale espressione) sono sempre ottime per giustificare i propri fallimenti come divulgatori, militanti e sensibilizzatori. Non posso sondare i geni per darti una risposta certa, al pari di chiunque altro (ragione per cui sarebbe bene astenersi da questo tipo di argomentazione), resto convinto con Berman che piuttosto sia una questione di miti sociali e narrazioni più potenti.
Igor, questo è un po’ tipico della sinistra e del marxismo in particolare, pensare che gli esseri umani siano modellabili a piacimento, basta cambiare cultura, o “narrazione”. Penso sia vero solo in parte. Certi comportamenti e istinti sono ineliminabili.
Cercare di creare un’utopia è sempre rischioso, meglio avere degli ideali e dei modelli riguardo a dove si vuole arrivare, ma non dimenticarsi che gli esseri umani sono quelli che sono.
Ma io non parlo di modellare, parlo delle influenze che si ricevano, che non devono per forza essere ‘perfette’. L’aspetto artistico per esempio è sottovalutato, ma la mia coscienza civile-politica è sicuramente stata influenzata dal fatto che nell’infanzia-adolescenza ascoltavo musica punk. Magari gli artisti erano dei coglioni ipocriti, ma intanto mi incuriosivo su cos’erano il WTO, Leonard Peltier, la causa palestinese ecc
Ritenere ‘istintivi’ e ‘inalienabili’ comportamenti come il consumismo che riguardano una fetta piccolissima della storia umana mi sembra francamente una cosa dubbia.
Ma non mi riferisco a utopie, bensì a orizzonti di riferimento. Ogni volta che dici “questo è sbagliato” è perché nella tua idea di società ciò non dovrebbe succedere. Mi rendo conto che utopia ha finito per avere una connotazione religiosa o, pensando alle ideologie del secolo scorso, da legge naturale ineluttabile.
Lumen, questo sicuramente ti interessa:
Tra Neuroscienze e Storia Economica: la Neuroeconomics, Serie Storiche EP4 con Aldo Rustichini
https://www.youtube.com/watch?v=oLiWTco6izY
Il livello di propaganda e di martellamento per trasformare anche le formichine in locuste compulsive è ormai talmente efficace che anche le persone sobrie nate in un contesto rurale vengono ammaliate dalla musica e dalle luci delle città e dal consumismo sfrenato. Un mio amico ha subito tale trasformazione nel giro di un annetto. Ormai ha “quasi” deciso di abbandonare il suo paese natale pe ritrasferirsi nella città all’avanguardia per quanto riguarda il controllo sociale, regole assurde e consumismo sfrenato: Milano.
Lasciando però una proprietà che sarebbe potuta essere resa totalmente autosufficiente dotandola di un sistema di riscaldamento a legna, un po’ di FV, con a disposizione un pozzo per l’acqua, con 3 ettari di terreno coltivabile, un vigneto, abbandonando poi un “hobby” che aveva ereditato dal fratello cioè la ricerca al tartufo e dei funghi (che portata introiti), e una discreta quantità di animali da cortile . Tutto questo però non gli garantiva un reddito per il sostentamento intendiamoci, lui essendo ingegnere fa altro nella vita però ha (o aveva ormai?) a disposizione tutte queste possibilità per una vita sana e lontana dai veleni delle città.
Ho visto la trasformazione di questo ragazzo nel giro di un anno e mi sono spaventato di cosa è diventato: da un ragazzo acqua e sapone è diventato un fanatico della palestra, dell’alimentazione con quelle schifezze proteiche, si è dato poi pure alla kickboxing e infine si è tatuato esponendo ovviamente il tutto su Instagram. Un cambiamento totale. Nell’ultima uscita insieme se ne viene poi che ora ha deciso di girarsi il mondo con viaggetti low-cost last-minute. Contro questo livello di propaganda pervasiva come puoi pensare di far cambiare testa alle persone? Impossibile. Tutti pretendono uno stile di vita che il pianeta stesso ormai non può più fornire.
Ormai penso sia stato inflitto un danno irrimediabile nelle menti che si traduce nella pratica quotidiana con dosi massicce di protagonismo esibizionistico sui social, un bel po’ di qualunquismo il tutto farcito con abbondanti dosi di cinismo.
Solo un impoverimento generale, con annessa bella militarizzazione della società per controllare le folle impazzite di non poter più postare lo spritz delle 18, può ribaltare questa situazione!
Gian, per curiosità, tu vivi in campagna o in città? Hai mai vissuto in un “contesto rurale”?
Ti lamenti che Berman utilizzi argomentazioni che inciterebbero a non agire, ma non ti pare che si possa dire lo stesso di questa tua sentenza apodittica?
Il problema fondamentale come è affrontare questa propaganda e non basta un debunking, occorre proporre una contronarrazione/mito sociale. Solo che per farlo attivamente bisognerebbe fare buon viso a cattivo gioco con le modalità di comunicazione dominanti (non con i contenuti, sia chiaro) e su questo ho sempre trovato forti ritrosie.
Non credo sia lo scopo di Berman, per quanto vecchio e disilluso possa essere.
Pagina molto importante. Grazie, signor Giussani, per la traduzione.
> La saggezza collettiva non esiste.
Quello che ci frega è il buon vecchio egoismo individuale, di chiara origine genetica
Osservazione precisa. È la psicologia bioevolutiva che determina queste attitudini, il miglior sostrato sul quale prolifera floridamente il peggior consumismo e i lavaggi dei cervelli che esso usa quale catalizzatore (vedere testimonianza di Gian, sotto).
Ciò in qui sbaglia il signor Giussani è credere che la cultura possa modificare la natura. Questo è nel DNA ideologico della sinistra.
Anche con martellamenti incessanti su sobrietà e stili di vita, solo una sparuta minoranza di popolazione li fa propri quotidianamente.
Ad esempio, in Cina dove il martellamento del comunismo marxista è stato insuperabile ora abbiamo che coloro che facevano tai-chi prima delle lezioni, a scuola, ora sono i più formidabili consumisti e con potenziale consumistica del pianeta.
Il martellamento pervasivo, industriale, pluri decennale non è servito ad un cazzo.
La cultura è solamente un fine e fragile strato di vernice, si graffia velocemente e non determina forma e funzione, la Gestaltung.
L’unica strada possibile è quella della decrescita dell’impronta ecologica che nelle nazioni consumistiche sarebbe già una fantastica realtà colla insuperabile potenza dell’esponenziale che viene osteggiata in tutti i modi possibili dalla sinistra accogliona “im/de-portiamo più terzo mondo possibile nel minor tempo possibile” e da questa pseudo destra cialtrona, pseudo sovranistica, che scodinzola agli interessi del grande capitale e im/de-porta più lavoratori schiavili, consumisti famelici. Giammai che una ricca famiglia di imprenditori debba chiudere una fabbrica perché senza personale: come faranno a cambiare il panfilo a Cala Galera?
Quindi nessuna azione efficace, nessun intervento normativo, sulla reale difesa dei confini.
Senza crescita demografica da immigrazione di massa i meccanismi plutocratici, capitalistici si inceppano.
Dei due benzinai, nel paesone: uno va in pensione, chiude, l’altro può continuare, anche se la popolazione della valle si è dimezzata. La fabbrica di borse per i riccastri chiude e questo non va bene, la signora Meloni apre i flussi per orde di xeno che così essa possa continuare a produrre consumismo in forme di borse per ricchi. Ovviamente col cuoio di bovini che hanno devastato, coi loro allevamenti estensivi, la selva amazzonica.
D – Ma lei, sarebbe disponibile a rinunciare alla sua nuova borsa Luigi Vittoni, collezione 2025/2026?
R – Ma pevché? C’è la nuova linea gveen cevtificata e il tvend è ivvinunciabile!
disse la signorina Rossi Grillo Gentiloni alla Ultima Spiaggia, Capalbio, al party di beneficenza per ASGI e Open Arms.
Scusate per refusi e distorsioni furbofoniche.
La importanza di narrazione e di cultura, arte (delle “influenze”) etc. per modificare i comportamenti collettivi son Vs. parole in un vs. commento qui.
Non lo scrivo io, lo scrivete voi (v. la vs. risposta alla signora Baracetti).
Sì la ‘importanza’, che è innegabile, che non significa fare discorsi deterministici come lei e lumen tirando in ballo la genetica, non mi sognerei mai di pensare che se tutti da ragazzini ascoltassero i Dead Kennedys o i Punkreas diventerebbero come me.
Colla genetica si fanno i cani da tartufi o da guardania, i cavalli da corsa o quelli da carne, etc. .
Se da gatto nasci miao fai.
Negare le evidenze.
Camminatore, qui si parlava di spiegare stili di vita, convincimenti e comportamenti umani con la genetica che è una cosa un tantinello diversa… EVIDENTEMENTE non capire (o fare finta di non capire)
Adesso abbiamo anche un esperto di una materia complessissima come la ‘psicologia bioevolutiva’!!!
Come al solito deve appicicarmi ideee non mie per associarmi al caccamerdahitlerdiavolo Sinistra. Senza entrare in disquisizioni lunghe e inutili sulla ‘cultura che cambia la natura’ e rimanere invece ancorati a quello che intende lei, siete voi qua nei commenti che siete convinti di aver scoperto che cosa sia la ‘natura umana’ e di ritenerla una cosa immutabile legata al DNA.
E parlando di psicologia, questa è una trappola mentale perfetta per giustificare i propri fallimenti e soprattutto alimentare il proprio narcisismo: non è bello sentirsi diversi dal resto dei ‘mandibolatori’, talmente speciali da non cedere ad abitudini viziose connaturate alla ‘natura umana genetica’ e agirsi diversamente? Sentirsi un ‘uomo’ dotato di un intelletto e una capacità critica superiore alla massa dozzinale dei ‘mandibolatori’ che agisce solo in base al DNA? Vedo che questo atteggiamento è un po’ tipico di tutti gli ecologisti di tutte le correnti, dai sinistroidi che tanto odia fino a lei.
Forse perché il ‘martellamento’ non è una forma di persuasione sempre efficace? Probabilmente per lei però per i ‘mandibolatori’ vale solo il lavaggio del cervello.
Guardi che Mao è morto un po’ di tempo fa e da allora il mantra in Cina è diventato ‘arricchirsi è glorioso’. Fermo restando che il comunismo è un’ideologia industrialista e con il suo mito della prosperità materiale grazie allo sviluppo tecnologico crea di fatto una strada alternativa per il consumismo.
Beh, lei nel cantarsela e suonarsela da solo è sempre stato un maestro insuperabile, diamo a Cesare ciò che è di Cesare.
>>La natura imporrà ciò che la civiltà si rifiuta di riconoscere. Gli ecosistemi si semplificheranno, le economie si contrarranno, le popolazioni prima migreranno e poi diminuiranno, a miliardi.
Ecco. Ormai temo che finché non si arriverà a quel punto non ci sarà nessun vero cambiamento. Della nostra mentalità, prima di tutto.
Ho sempre pensato che tutto il filone “la natura lo farà per noi” sia solo una scusa per non fare niente.
Per quanto mi riguarda è solo un’amara constatazione, vedendo quanto accaduto da mezzo secolo a ora.
Bè, ma tu sei attivo nel cercare di cambiare le cose?
Più che ridurre la mia impronta non vedo cosa posso fare. Francamente mi leverei del tutto di torno, visto che non ho la passione per la vita che sembrano avere altre persone.
“Senza assicurazione, non possono esserci mutui; senza mutui, non ci sono mercati immobiliari; senza mercati, non ci sono investimenti, non c’è credito, non c’è stabilità finanziaria.”
Ok, ma le assicurazioni, i mutui e i mercati finanziari sono un’invenzione relativamente recente, e non è che prima di questa invenzione la gente non avesse case o non comprasse cose.
Paolo, ti prego, non dire queste cose! E pensa anche a noi che apprezziamo i tuoi commenti su questi blog, sarà poca cosa, ma conteremo pur un poco…
Ridurre i consumi e consumare più eticamente sono già buone cose, così come cercare di sensibilizzare gli altri (senza esasperarli…)
Una delle forze fondamentali dell’Universo è, a parte quelle quattro* riconosciute dalla Fisica
è la forza d’inerzia.
Quella descritta da Galileo Galilei in un moto chiaro e semplice. Ormai quattro secoli fa.
Più esattamente è un principio fisico, ma la sostanza rimane identica.
Forza che quando si manifesta nel comportamento dei viventi, specialmente umani, rivela tutta la sua imperturbabile onnipotenza.
Però è intrinsecamente ambivalente come possiamo comunemente sperimentare sia cercando di dismettere un’abitudine, sia di acquisirla.
Qualsiasi cambiamento, a meno che ciò che deve o si vuole cambiare non abbia, in senso stretto e lato, una massa infima, non può avvenire istantaneamente.
In certi momenti e situazioni possiamo anche dimenticarcene, della “Zia Iner” ma ora sta diventando sempre più fatale. Il motivo risiede nell’enormità della massa di cose e processi
avviati proprio a partire dai secoli successivi alla descrizione fisica di Galileo di questo principio, che se riferito al comportamento umano possiamo tranquillamente rinominare forza dell’abitudine.
Per fare un esempio, com’è possibile che dopo più di mezzo secolo d’uso della plastica non abbiamo preso l’abitudine di non abbandonarla in giro, nonostante i danni sempre crescenti che questa pessima abitudine comporta? E di esempi se ne possono fare a miriadi.
Eppure non occorre nessun talento eccezionale, nessun faticoso addestramento, nessuna pratica lunga e faticosa. Solo l’acquisizione di una semplice abitudine.
Forse aiuterebbe considerare la plastica come la chiave di scorta di casa, che una volta adoperata deve essere rimessa tassativamente al suo posto.
Ma è qui che si rivela la profonda natura della Zia Iner, la prosaica inerzia.
Per modificare un’ abitudine bisogna farci l’abitudine.
E qui s’annida un’insidia universale: il “regressus ad infinitum”.
Se per fare qualcosa ci occorre qualche altra cosa e così via, siamo tentati di preferire
il lasciare perdere fin dal principio.
Nonostante ciò abbiamo modificato il mondo con un’accelerazione che via via è diventata spasmodicamente ossessiva. Se si vuole lasciare il pianeta Terra occorre superare gli undici chilometri al secondo, e se si vuole rientrarvi è da questa velocità che occore frenare.
La Zia Iner non fa eccezioni a noi solo perché ci siamo definiti Sapiens.
Non le fa neanche se andiamo in bicicletta, o con qualsiasi altro mezzo, quindi dobbiamo abituarci definitivamente alla sua ineffabile imparzialità.
Quindi non c’è trucco e non c’è inganno nel comportamento della quinta sorella delle quattro Forze, c’invita a rispettare dei limiti che sono universali e infalsificabili quanto lo sono i numeri primi.
E se siamo qui su questa Terra da millenni e millenni vuol dire che una certa abitudine ad accettare dei limiti l’abbiamo acquisita per forza.Continuiamo ad adoperarla.
*Forza nucleare forte e debole, forza elettromagnetica e attrazione gravitazionale.