Proponiamo come lettura ferragostana un pregevolissimo contributo tradotto dal blog di Art Berman (qui l’originale), a suo modo un vero e proprio manifesto dell’Apocalottimismo. 

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Reality Bind, Art Berman 

La minaccia più grande per la nostra civiltà e per il pianeta non è il cambiamento climatico, neppure i combustibili fossili o il degrado degli ecosistemi. È il nostro modo di pensare. Siamo intrappolati in una mentalità riduzionista, sempre alla ricerca di una causa unica, di un unico colpevole e di un’unica soluzione. Questo modo di pensare, radicato nel predominio dell’emisfero sinistro, non è antico ma relativamente recente.

Ha preso piede con l’avvento della scrittura, della matematica, della ruota e del cavallo – tecnologie che ci hanno convinto di poter dominare la complessità attraverso il controllo. Siamo arrivati a credere che l’intelligenza potesse sostituire la saggezza e il riduzionismo la comprensione olistica. Questo errore ci ha portato alla situazione attuale. Eppure, insistiamo a cercare la panacea, la tecnologia, il meccanismo di mercato che ci salvi.

Ma nessuna soluzione del genere è in arrivo. La resa dei conti è già iniziata e c’è ben poco che possa cambiarne l’esito. Il cambiamento climatico è solo il sintomo più visibile, la vera crisi è che siamo ciechi alla realtà. I miei amici Nate Hagens e DJ White hanno scritto qualche anno fa un libro intitolato Reality Blind, mostranfo come la civiltà moderna sia fondamentalmente fuori dal mondo fisico, biologico ed energetico.

Il loro messaggio principale è questo: la nostra situazione non riguarda solo il clima, l’energia o l’economia, ma le storie che ci raccontiamo, i sistemi che abbiamo costruito su quelle storie e la nostra incapacità collettiva di vedere e accettare i limiti fisici ed ecologici.

Il pensiero riduzionista non si limita a esigere risposte semplici: rifiuta idee, spiegazioni e persino la saggezza nel momento in cui individua un difetto, indipendentemente dalla validità dell’intuizione più ampia. Questo è particolarmente vero quando queste idee sfidano miti culturali fondamentali come la crescita, il progresso o l’eccezionalismo umano.

Prendiamo Thomas Malthus, spesso liquidato perché le sue previsioni di carestie imminenti non si sono avverate, grazie a progressi tecnologici come i combustibili fossili e l’agricoltura industriale: eppure la sua intuizione fondamentale – che popolazione e consumi non possono crescere indefinitamente su un pianeta finito – rimane valida.

Paul Ehrlich subisce critiche simili. Alcune delle sue previsioni specifiche sulle carestie di massa non si sono concretizzate, ma il suo monito di fondo – che l’umanità sta superando la capacità di carico del pianeta – è diventato ancora più evidente con l’attuale perdita di biodiversità, l’instabilità climatica e l’esaurimento delle risorse.

Immaginate se applicassimo la stessa logica riduttiva alla religione. Gesù disse che sarebbe tornato entro la durata della vita della sua generazione: duemila anni dopo, non è ancora tornato. I 2,5 miliardi di cristiani del mondo dovrebbero abbandonare la loro fede perché la Seconda Venuta non si è ancora verificata? Il riduzionismo rifiuta le idee troppo in fretta e non si volta mai indietro. La sua certezza è audace. Non sa cosa non sa.

Alcuni credono che il cambiamento climatico sia la minaccia più grande che la società moderna si trova ad affrontare. Io la ritengo una cosa tremendamente seria, ma definirla la minaccia più grande è riduttivo. Ignora il quadro generale: il cambiamento climatico è solo un sintomo di una crisi più profonda, ossia il nostro rifiuto di vivere entro i limiti, la nostra dipendenza dalla crescita e la nostra cecità nei confronti dei sistemi naturali interconnessi che ci sostengono. Concentrarsi esclusivamente sul clima trascura la verità che la nostra situazione è sistemica.

Anche se riuscissimo in qualche modo a risolvere il problema del clima (e a questo punto dubito seriamente che ci riusciremo) la minaccia esistenziale non scomparirebbe. Semplicemente tornerebbe a concentrarsi sulle forze più profonde che hanno fatto apparire il cambiamento climatico come il primo grave problema: esaurimento delle risorse, collasso degli ecosistemi, instabilità finanziaria, disgregazione sociale, fallimenti della catena di approvvigionamento, conflitti geopolitici e deterioramento della governance.  

Il cambiamento climatico è inseparabile dall’andamento demografico, dal consumo di energia, dalla crescita economica e dalla distruzione ecologica. Questi fattori sono correlati (vedi Figura 1). Non è possibile alterarne uno senza modificare anche gli altri. Non possiamo far crescere l’economia globale e aspettarci che le emissioni o il riscaldamento globale rallentino. Né possiamo ignorare il collasso dei sistemi naturali che sostengono la vita umana.

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Figura 1. È improbabile che le emissioni di carbonio e il superamento dei limiti planetari diminuiscano finché il consumo di energia, il PIL mondiale e la popolazione continueranno ad aumentare. Fonte: OWID, Global Footprint Network, Global Carbon Atlas e Labyrinth Consulting Services, Inc.

 

Per decenni, gli scienziati hanno messo in guardia dai limiti planetari: limiti al clima, alla biodiversità, all’uso del suolo, all’acqua dolce e altro ancora, che definiscono lo spazio operativo sicuro per la civiltà. Sei di questi limiti sono già stati violati, eppure il mondo continua a procedere con gli occhi puntati sulla crescita e sul profitto. Non si intravede alcuna seria correzione di rotta.

Il motivo è brutalmente semplice: la civiltà non può e non vuole cambiare volontariamente rotta. Le strutture economiche, politiche e psicologiche che abbiamo costruito sono incompatibili con la moderazione necessaria a preservare la stabilità della Terra. Come afferma Nate Hagens, facciamo parte di un “Superorganismo” [la stessa intuizioni a cui siamo arrivati indipendentemente io e Jacopo Simonetta per La caduta del Leviatano, n.d.r.], un sistema auto-organizzato che massimizza l’energia e spinge il comportamento umano verso l’espansione senza che nessuno ne abbia il controllo.

Ecco perché il consumo globale di energia continua ad aumentare e perché, nonostante migliaia di miliardi spesi in energie rinnovabili, i combustibili fossili forniscono ancora quasi il 90% dell’energia primaria mondiale (vedi Figura 2). Non esiste una “transizione energetica”. Non c’è mai stata. Le energie rinnovabili non stanno sostituendo i combustibili fossili; vengono aggiunte per sostenere una maggiore crescita, più consumi, più emissioni.

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Figura 2. Non esiste una transizione energetica o una rivoluzione verde, e non c’è mai stata. Le nuove fonti energetiche si aggiungono semplicemente a quelle più vecchie. L’eolico e il solare rappresentavano meno del 5% del consumo energetico globale nel 2022.
Fonte: EIA, BP, IEA, FRED, OWWD, Banca Mondiale e Labyrinth Consulting Services, Inc.

 

Non si tratta solo di un problema energetico. È il sintomo di una patologia di civiltà più profonda: la nostra convinzione che una crescita perpetua sia possibile su di un pianeta finito.

Persino le nostre strategie climatiche riflettono questa illusione. Il dibattito si è semplicemente spostato dagli ingenui obiettivi di 1,5 °C ad altri più “realistici” che ignorano ancora la causa principale: il superamento delle temperature. La crescita demografica, energetica ed economica è inseparabile dalle emissioni e dal degrado ecologico. Qualsiasi politica che ignori questo fatto è solo un’altra forma di negazione.

Uno dei segnali più chiari di collasso è l’oceano. Ha assorbito gran parte del nostro eccesso (calore, carbonio, inquinamento) ritardando gli esiti peggiori. Ma la sua capacità sta vacillando: gli ecosistemi marini stanno collassando, i livelli di ossigeno stanno diminuendo.

Gli stock ittici stanno migrando o scomparendo – la vita marina è diminuita del 56% dal 1970 (vedi Figura 3). Eppure, i governi proseguono con l’estrazione mineraria dei fondali marini e l’esplorazione dell’Artico come se queste risorse fossero infinite. Analogamente ai nostri sistemi energetici, l’oceano non è trattato come un limite, ma come una risorsa da sfruttare fino all’esaurimento.

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Figura 2. L’indice marino è diminuito del 56% nel periodo di 50 anni a partire dal 1970.
Fonte: Living Planet Report 2024.

 

Il disfacimento va più in profondità degli ecosistemi. Raggiunge le strutture invisibili che tengono insieme la nostra società, quella che Indy Johar chiama “materia oscura” della civiltà. Il cambiamento climatico non riguarda solo inondazioni, incendi e ondate di calore.

Riguarda l’erosione sistemica delle istituzioni da cui dipendiamo: assicurazioni, finanza, credito, infrastrutture. Intere regioni stanno già diventando non assicurabili. Senza assicurazione, non possono esserci mutui; senza mutui, non ci sono mercati immobiliari; senza mercati, non ci sono investimenti, non c’è credito, non c’è stabilità finanziaria.

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Questo crollo non è teorico, sta già accadendo. Le compagnie assicurative si stanno ritirando da California, Florida ed Europa. I governi, che si presume siano la soluzione di riserva, stanno raggiungendo i limiti fiscali. Con un riscaldamento di 3°C non c’è via d’uscita. Il rischio non può più essere trasferito, assorbito o adattato. L’architettura finanziaria crolla molto prima dell’infrastruttura fisica.

Nel frattempo, alcune parti del mondo stanno già diventando troppo calde per la prosperità, persino per la sopravvivenza. In Asia meridionale, Medio Oriente, Africa e nel sud-ovest degli Stati Uniti, il caldo estremo sta spingendo le società oltre i loro limiti. Le temperature di bulbo umido si stanno avvicinando alla soglia fatale dei 35 °C in luoghi come il Pakistan e il Golfo Persico.

L’agricoltura sta fallendo, la produttività del lavoro sta crollando. Le economie di queste regioni stanno perdendo miliardi di ore di lavoro, il PIL sta franando. Queste non sono minacce future, bensì realtà presenti.

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Psicologicamente, siamo impreparati. Come Jung aveva compreso, l’umanità rimane immatura: frammentata, proiettata, in negazione. Iain McGilchrist ci ricorda che il nostro predominio culturale del pensiero dell’emisfero sinistro ci rende ciechi ai sistemi, al contesto e alle conseguenze. Ci fissiamo sulle misurazioni, non sul significato; sulle soluzioni, non sulle relazioni.

Senza integrazione interiore, non c’è azione esterna. La teoria quantistica delle decisioni mostra come i sistemi di credenze persistano in contraddizione fino al collasso delle forze della realtà. Negazionismo climatico, tecno-ottimismo e greenwashing funzionano tutti come stati sospesi di credenza, in attesa del duro feedback della realtà.

Parte di questa illusione deriva dal modo in cui il movimento per il clima stesso è stato cooptato. I movimenti ambientalisti originari degli anni ’70 capivano che il problema era una questione di limiti: alla crescita, al consumo e al nostro rapporto con la natura. Ma quelle verità sono andate perdute e sostituite da qualcosa di molto più redditizio: la “crescita verde”. Oggi, “verde” è un marchio, non un principio.

Invece di sfidare il consumismo, offre nuovi prodotti: pannelli solari, SUV elettrici, crediti di carbonio. Le stesse aziende che ci hanno portato al collasso ecologico ora si promuovono come la soluzione: BP si è rinominata “Beyond Petroleum”, Shell diffonde pubblicità di greenwashing, BlackRock promuove i criteri ESG mentre finanzia i combustibili fossili. Al pubblico viene venduta l’illusione che “verde” sia sinonimo di buono, e che i venditori di prodotti verdi siano i buoni. In realtà, questa è solo l’ultima iterazione degli stessi sistemi di sfruttamento.

Gran parte del settore delle energie rinnovabili (eolico, solare, batterie) non sta sostituendo i combustibili fossili; li sta integrando. Queste industrie dipendono dall’estrazione mineraria, dalla petrolchimica e dalle catene di approvvigionamento globali alimentate da petrolio e gas.

Il consumo di energia aumenta perché aumenta la crescita. Il capitalismo verde è pur sempre capitalismo e il capitalismo richiede espansione. Il movimento ambientalista è stato assorbito, neutralizzato e monetizzato dalle stesse forze a cui un tempo si opponeva.

Ecco perché l’adattamento è il futuro, non la mitigazione. Non l’adattamento per scelta, ma per conseguenza. La natura imporrà ciò che la civiltà si rifiuta di riconoscere. Gli ecosistemi si semplificheranno, le economie si contrarranno, le popolazioni prima migreranno e poi diminuiranno, a miliardi. Non agire in tempo non impedirà il cambiamento. Garantirà solo che il cambiamento avvenga in base ai termini della natura, non secondo i nostri.

Una minaccia raramente riconosciuta è la rottura del clima stabile che ha reso possibile l’agricoltura e la civiltà. I cacciatori-raccoglitori del tardo Pleistocene iniziarono a sperimentare la semina e la gestione delle piante selvatiche già 23.000 anni fa, ma il clima instabile rese inaffidabile questa prima coltivazione.

L’agricoltura divenne praticabile solo con l’inizio dell’Olocene, che garantì 12.000 anni di condizioni meteorologiche relativamente stabili e prevedibili (vedi Figura 4). Quella stabilità ora si sta rompendo. Il clima è diventato più caotico, gli eventi estremi più frequenti e le basi dei nostri sistemi alimentari – precipitazioni, fertilità del suolo e stagioni di crescita – si stanno sgretolando.

I modelli riduzionisti che si concentrano esclusivamente sugli obiettivi di emissioni o di temperatura trascurano la crisi più profonda: la destabilizzazione dei sistemi terrestri che hanno reso possibile la civiltà. Chi sostiene che l’aumento di CO2 migliorerà la resa dei raccolti ignora questa realtà. Senza un clima stabile, non ci saranno raccolti affidabili: i fertilizzanti non cambieranno la situazione.

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Figura 4. L’Olocene ci ha regalato 12.000 anni di clima mite e prevedibile. Quella stabilità è finita.
Fonte: Labyrinth Consulting Services, Inc.

 

Non ci troviamo in una battaglia che possiamo vincere, ma in una situazione difficile che dobbiamo sopportare. Il lavoro ora è coltivare resilienza, umiltà e coerenza interiore. Accettare i limiti non come una sconfitta, ma come realtà.

Riconnetterci con il sacro, il relazionale, il reale. Non abbiamo bisogno di una tecnologia migliore; abbiamo bisogno di una storia più vera. Una che accetti ciò che sta accadendo come un ritorno alle proporzioni. Questa è la storia della Grande Semplificazione.

Molti liquideranno questo messaggio come un altro esempio di iperbole allarmistica. Vi assicuro che non lo è. Dire che venti anni fa ero scettico sulla minaccia del cambiamento climatico è un eufemismo, ho cercato ogni ragione riduzionistica per dire “non è così”.

Negli anni successivi, ho letto e ascoltato entrambe le parti del dibattito e ho concluso che la tesi che presento qui è conservativa. Non si basa su modelli informatici, ma su dati relativi al passato e al presente. Certo, ci sono incertezze, ma il quadro generale è dolorosamente chiaro.

Molti di coloro che ascoltano e persino concordano affermano che il messaggio è troppo deprimente da affrontare. Capisco, ma non sono d’accordo. Il comportamento della società negli ultimi duecento anni è stato fuori controllo. Dimentichiamoci per un momento del cambiamento climatico e del sovrasfruttamento.

Guardiamo ai rifiuti, alla plastica, all’inquinamento, all’aumento dei suicidi e delle malattie mentali, al debito, alle guerre, alla divisione, all’instabilità finanziaria. Questi non sono segnali di una minaccia imminente, sono sintomi di una civiltà già in declino. Il disfacimento non è nel futuro; è qui. Riconoscerlo non è disperazione ma chiarezza. Solo vedendo la realtà così com’è possiamo iniziare a fare scelte diverse. La negazione ci fa sentire più sicuri, tuttavia ci lascia impotenti.

L’accettazione apre le porte all’azione, al significato e all’adattamento. Gli esseri umani sono capaci sia di distruzione che di saggezza. Come un tossicodipendente sull’orlo della guarigione, un modo di vivere si conclude dolorosamente, ma un altro rimane possibile.

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Non siamo perduti. Portiamo con noi un immenso bagaglio di conoscenza e saggezza collettiva, più accessibile ora che in qualsiasi altro momento della storia. Occorre un cambiamento nel nostro modo di pensare, la volontà di aprirci ad esso.

La resa dei conti che ci attende non arriverà grazie alla lungimiranza o alla politica. È la natura a imporcela. La domanda non è se ma come la affronteremo.

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