Nel post Social media oltre gli stereotipi ho commentato la prefazione di Laris Massari per Masse ribelli e protagonismo digitale, libro scritto da suo padre Roberto, liberamente disponibile sul blog Utopia Rossa. Non potendo scrivere commenti, ho inviato una mail al recapito indicato sul sito per segnalare il mio contributo, avendo così la fortuna di un breve quanto gradevole scambio digitale con Roberto Massari, che mi ha promesso di segnalarlo al figlio in quel momento in viaggio fuori dall’Italia. Laris mi ha effettivamente risposto invitandomi a pubblicare la sua replica, cosa che faccio ben volentieri in aggiunta ad alcune mie considerazioni finali.

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Replica di Laris Massari

Gentile Igor, innanzitutto la ringrazio per l’interesse mostrato nel mio lavoro, perché le critiche possono anche essere spunto per ulteriori riflessioni e approfondimenti. Perciò il suo testo mi ha fatto riflettere. Non mi faccio problemi nel riconoscere che in qualche punto la mia analisi possa risultare «finanche un po’ scontata» e che talvolta incorra «in generalizzazioni e giudizi troppo drastici». Dopodiché mi sono chiesto quanto fosse utile al mio scopo fare un lavoro più moderato come da lei consigliato e soprattutto a quale scopo io stessi puntando. Ebbene, come il fine non giustifica i mezzi, così nei mezzi impiegati dev’essere riflessa l’essenza del fine, ovvero nel mio caso il desiderio o la speranza di contribuire a salvare l’umanità

Leggendo il suo testo, mi sembra inevitabilmente venir meno cotale sacrosanto fine, che invece io sposo nella mia analisi nonché come missione di vita. Non a caso sto intraprendendo il percorso di studi di medicina con l’idea di approfondire, in futuro, l’àmbito della psichiatria. Il suo tono mi pare a tratti giustificazionista, in contrasto col mio a tratti esagerato. Ma se devo pensare a cosa sia meglio per mettere in guardia una popolazione alla deriva, decreterei il tono un poco allarmista come migliore strumento di risveglio delle coscienze. Ovviamente non senza una ragione, ma la ragione di allarme me la danno le ricerche scientifiche che, quasi quotidianamente, dimostrano la gravità della situazione per l’umanità, in primis a livello psichico, poi fisico, quindi l’impatto sulla società ecc. E di fronte all’evidenza scientifica, io «me la bevo» eccome – non senza un minimo di sana coscienza critica si capisce. Quindi, di fatto, a me non serviva soffermarmi sui pochi e blandi aspetti positivi di un grande meccanismo così deleterio per la nostra specie.

Qui mi soffermo ancora e mi dispiace che abbia evitato di rispondere alla mia domanda, relegandola a banalità, su come tutto ciò possa essere di qualche giovamento per la specie umana. Per me qualunque argomento di dibattito non può prescindere da questo. Certo, si possono fare tanti piccoli o grandi esempi di come internet e i social media (con più esiguo contributo) ci migliorino effettivamente la vita – e quindi aiutino (forse) nel nostro processo evolutivo – ma sono sempre surclassati dagli aspetti ultranegativi. Quanto veramente conviene soffermarsi sui primi? Secondo me c’è il rischio che ci distraggano – letteralmente il disturbo dell’attenzione è in spaventoso aumento ovunque – dalle criticità spaventose.

Quanto è effettivamente utile per la salvaguardia dell’umanità? La domanda seguente potrebbe essere: quanto lo è invece soffermarsi principalmente sugli aspetti negativi? Al momento mi pare che la stragrande maggioranza della popolazione sia la risposta vivente alla domanda: ignorare il problema e credere di poter vivere liberamente nel mondo virtuale sta portando il mondo al collasso. Un tempo si sarebbe detto che è tutto un disegno del Capitalismo, delle forze del male, ma ormai mi sembra che la situazione sia sfuggita di mano a chiunque. E trovo anche giusta l’idea di imparare a usare gli «strumenti del Sistema» per ritorcerglieli contro: ma che cos’è oggi il Sistema? Non siamo forse in esso troppo implicati per poter pensare di batterlo? Sarebbe come combattere contro se stessi.

Come dico nella mia breve analisi, sono/siamo tutti follower e influencer allo stesso tempo, convinti di avere qualcosa di speciale da condividere – una qualche presunta qualità al servizio degli altri – ma alla fin fine siamo tutti vittime di manie di protagonismo: il cossiddetto «protagonismo digitale» teorizzato nel libro Masse ribelli e protagonismo digitale da cui viene la mia appendice. Protagonismo che può rendere cechi anche di fronte alla più palese delle evidenze contraria alle proprie convinzioni – quelli dell’«io non me la bevo», forti del loro gruppetto di seguaci. Bisogna anche vedere cosa si intende per qualità di un individuo; per me di certo «diventare webstar» non è considerabile tale. Poi, che i social media siano i più «pluralisti» all’interno del mondo dei mass media non v’è dubbio, come però non avrei dubbio che lo siano più nel male che nel bene, sempre per il suddetto motivo del bisogno di protagonismo che niente può soddisfare tanto come il social medium.

«Sicuramente i social media rincretiniscono milioni e milioni di persone, ma non fruirne non rende di per sé persone migliori». E chi l’ha detto? Vi è una ricerca scientifica a supporto? In tal caso sarei pronto a prenderla in considerazione. Ovviamente mi riferisco alla seconda parte dell’affermazione, con la prima siamo d’accordo e la Scienza è dalla nostra. Io invece sostengo – e spero di essermi spiegato a sufficienza – che chi non usa i social media ha più probabilità di essere una persona migliore; se non altro è meno rincretinita, il che possiamo concordare non esser poco. Sarebbe utile al mondo e alla sopravvivenza della nostra specie avere milioni e milioni (miliardi) di rincretiniti in meno. Intendiamoci, io mi ritrovo ancora a volte perso nei meandri del social medium, quindi le persone che considero migliori sono altre. Anche se non nascondo un accrescimento di autostima ogni volta che riesco a farne a meno – sempre di più fortunatamente – e ad allargare gli orizzonti della mente.

È possibile arrestare l’evoluzione tecnologica? No, sarebbe ridicolo e sbagliato pensarlo. Dai tempi dei tempi la tecnologia avanza e non senza semplificarci – nonché allungarci – di gran lunga la vita. Nemmeno lo sviluppo informatico è arrestabile, al massimo un giorno autoimploderà per sovraccarico di dati. Persino la tanto odiata (in certi ambienti) intelligenza artificiale gronda a mio avviso di fascino e utilità. Allora come si può evitare che i mezzi prendano il sopravvento sulla nostra esistenza rimpiazzando quel fine congenito di cui parlavo? È probabile che non avremo tempo per trovare una soluzione al problema, che le guerre d’aggressione e il cambiamento climatico ci faranno estinguere prima – per essere un po’ «apocalittici» come il suo blog suggerisce. 

Oppure che queste stesse calamità si presenteranno paradossalmente come la soluzione al problema. Nel caso dovessimo sopravvivere un po’ più a lungo, sino a che punto si potrà spingere l’alienazione dei popoli? Restare in allerta e non farsi rincretinire è già un passo avanti. Riuscire a risvegliare le masse è un altro paio di maniche; se un tempo era plausibile oggi appare quasi impossibile – ma non per questo vale la pena di smettere di provarci. D’altronde la natura seguirà sempre il suo corso, e se nemmeno l’istinto di sopravvivenza sarà stato sufficiente per metterci in salvo, una qualche altra specie più adatta prenderà il sopravvento. O perché no, ricomincerà da capo.

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Commento di Igor Giussani

E’ opportuno ricordare che l’intera discussione non verte sull’opportunità di escludere o meno i social media dalla propria esistenza individuale, ma su di un loro uso in chiave politica. Precisato ciò, passo subito ad affrontare la questione che avrei eluso nel mio post, cioé se i social media possano essere “di qualche giovamento alla specie umana”. Tirare in ballo addirittura la specie mi sembra francamente pretenzioso, perché i ragionamenti al riguardo coprono archi temporali molto più vasti della stretta attualità: ricordiamoci che homo sapiens esiste da duecentomila anni, pertanto civilizzazione e industrializzazione per ora rappresentano solo minuscole frazioni della sua parabola sulla Terra.

Se le attuali crisi ecologico-politiche-militari degenerassero fino a compromettere le condizioni che rendono il nostro pianeta unico nel sistema solare e forse in gran parte del cosmo, sarebbe spontaneo condannare l’intero progresso tecnico-scientifico in ultima analisi come dannoso e controproducente; avrebbero quindi gioco facile quelle teorie oltranziste dell’ecologia profonda secondo cui la stessa intelligenza umana sarebbe intrinsecamente negativa e distruttiva, cosa che oggi respingo nettamente in quanto ritengo gli esiti ‘apocalopessimistici’ tutt’altro che inevitabili, almeno per quanto riguarda le prospettive peggiori. 

Ancora lontani dalla resa dei conti finale, preferisco limitarmi a considerazioni più modeste (e soprattutto più alla mia portata) riguardanti l’utilità sociale, stando attento a non generalizzare l’esperienza personale facendone una sorta di regola universale, per quanto mi riesca obiettivamente difficile. Infatti, i social media non solo mi hanno permesso conoscenze umane ed esperienze significative ma, nella mia professione di insegnante, mi sono stati utili per creare con tanti ragazzi un ponte comunicativo altrimenti impossibile, rivelatosi fondamentale per affrontare problematiche talvolta molto gravi. Non voglio però nascondermi dietro a un dito e sono consapevole che, se questi strumenti favorissero mutazioni antropologiche negative su vasta scala, i miei trastulli personali e persino le esistenze dei miei alunni passerebbero decisamente in secondo piano.

Si conferma tuttavia un fatto che avevo rimarcato nel mio post, cioé il potenziale insito nell’utilizzare i social secondo modalità differenti da quelle previste dai loro ideatori; e qui entra in gioco una variabile che, diversamente dal mio vissuto, può giovare a una riflessione generale. E’ noto l’ostracismo che Facebook, Instagram e simili ricevono in Cina, Russia, Iran, Corea del Nord e altri regimi autoritari il cui contributo alla specie umana mi sembra francamente nullo o giù di lì. Il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico, però bisogna riconoscere a questi stati di saperla lunga in fatto di censura e repressione di potenziali fonti di libertà. 

Il potere, insegna Manuel Castells, è una forma di comunicazione e, paradossalmente, l’integrazione nel sistema porta anche dei vantaggi, nonostante le aspettative del sociologo spagnolo sui margini di azione degli antagonisti nelle ‘network society’ si siano rivelate esagerate. Malgrado la clava del politicamente corretto e il puttaneggiamento dei proprietari delle piattaforme per blandire poteri forti e autocrati di tutto il mondo, rimane un potenziale largamente inespresso che sembra intimorire anche ai piani alti.

Il sostanziale insuccesso di Occupy Wall Street e dei movimenti legati alle cosiddette Primavere arabe, in cui Castells confidava molto, non si deve all’uso dei social media in sé, quanto (secondo me) a due fattori: essersi limitati a una critica al Sistema sacrosanta ma limitata alla facciata, trascurandone i meccanismi profondi di funzionamento, e non aver saputo superare nella maniera opportuna la dimensione digitale, trasformandola così da possibile detonatore di rivolta in una gabbia castrante. Il fatto di aver confidato troppo nei social media non significa che questi siano responsabili del fallimento.

L’ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi concerne il rincretinimento causato dai social media che, secondo Laris, sarebbe scientificamente dimostrato. L’antropologo Walter Ong, nella sua celebre opera Oralità e scrittura, sostiene che i media elettronici comportino una modalità conoscitiva di tipo percettivo, analogico e olistico, tipica della tradizione orale, mentre la lettura alfabetica avanza invece analiticamente secondo la linea stabilita dal testo con possibilità di soffermarsi e di ritornare indietro, necessitando quindi un impegno di rielaborazione simbolica più complesso. Cambia quindi il grado di focus mentale richiesto, poiché la lettura implica attenzione alta unitamente a un pensiero più razionale, analitico e penetrante, mentre il focus basso, che caratterizzerebbe l’oralità ‘di ritorno’ o ‘secondaria’ del digitale, si accompagna ad una maggiore rilassatezza e a un tipo di pensiero più diffuso e orientato all’associatività.

‘Focus basso’, di per sé, non è sinonimo di ‘rincretinimento’. Lo diventa nel momento in cui l’oralità secondaria viene egemonizzata da coloro interessati a diffondere solo determinati contenuti e comportamenti sociali, grazie a una posizione dominante all’interno delle piattaforme ma anche perché gli esponenti della cultura ‘libresca’ la rifiutano sdegnosi. Perché non provare allora a intercettare milioni di persone, soprattutto giovani, attraverso una forma di comunicazione a loro più congeniale? Politicamente parlando, non sarebbe forse un dovere da perseguire?

Proviamo a rispondere a questo interrogativo e, appena possibile, leggiamoci Masse e ribelli e protagonismo digitale, che potrebbe darci preziose indicazioni in tal senso.

 

 

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