Questo contributo in otto tesi si propone come spunto di discussione per ragionare su tre visioni del Medio Oriente molto consolidate ma che, a mio parere, si discostano profondamente dalla realtà che è andata profilandosi da almeno 10-15 anni a questa parte. 

La prima è esemplificata da un post di Gloria Germani su Decrescita Felice Social Network, dove l’autrice riprende alcune riflessioni sul fondamentalismo islamico e l’imperialismo statunitense espresse da Tiziano Terzani dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 ritenendole applicabili al contesto attuale, invece profondamente mutato. 

La seconda riguarda la causa palestinese. Pur essendo rimasto immutato il mio sostegno all’autodeterminazione dei popoli dei territori occupati di Gaza e Cisgiordania, fatico a sopportare certe ricostruzioni edulcorate (vedi quelle di Francesca Albanese) le quali, in particolare, ignorano la svolta intrapresa da Hamas nel momento in cui ha sposato il progetto iraniano per imporsi nella regione. 

La terza, invece, ben riassunta dalle recenti esternazioni di Erri De Luca, è rappresentata dalle motivazioni tradizionali a difesa del sionismo, apparentemente ignare rispetto alle conseguenze ingenerate dal crescente peso politico delle forze ultrareligiose, con tutti i rischi per la stabilità se non proprio per la sopravvivenza stessa di Israele. 

Normalmente, chi aborre il fondamentalismo islamico tende a generalizzare il fenomeno, mentre chi sostiene le ragioni di Palestina o Israele tendenzialmente esalta il marcio delle parte con cui è in conflitto e preferisce ignorare le magagne della propria, nel timore di indebolirla. 

Eppure sarebbe fondamentale fermarsi un attimo, astrarsi dalla logica di appartenenza e osservare la situazione nel suo complesso, anche perché tutti i soggetti coinvolti interagiscono nello stesso processo – vedi Tesi 8 – che abbraccia il mondo intero e non solo il Medio Oriente. 

Tesi 1 – È spontaneo ma fuorviante accomunare le svariate operazioni militari condotte dagli USA in Medio Oriente dal 1991 con quelle attuali. Sotto Bush padre e figlio avvenivano in un contesto internazionale ancora destabilizzato dalla fine dei blocchi della guerra fredda, dove gli USA si trovavano già in fase declinante ma ancora saldamente dominanti.

Oggi, invece, la Cina è assurta a principale potenza economica e, tramite iniziative come i BRICS o la Nuova via della seta, ha creato una rete di alleanze che, fatto testimoniato dalle numerose esercitazioni congiunte con Russia e Iran (come le Maritime Security Bell, organizzate annualmente), si prefiggono anche finalità militari. 

In questo quadro ricopre un ruolo importante anche il cosiddetto “asse della Resistenza“, ossia la coalizione informale guidata dalla repubblica islamica a cui aderiscono Hezbollah, ribelli Houthi, milizie sciite irachene, Hamas e di cui faceva parte pure la Siria fin quando è rimasto al potere il regime di Bashar al-Assad. Tale intesa, chiaramente avversa non solo a Israele ma pure ai paesi arabi filo-occidentali, ha consolidato l’Iran come potenza regionale.

Tesi 2 – L’Iran incarna perfettamente il concetto di modernizzazione senza modernità (Latouche), dove si vuole implementare lo sviluppo tecnologico occidentale in un contesto politico autoritario e di conservatorismo culturale. Dal quale, però, si deroga volentieri nel nome dello Sviluppo, vedi la situazione paradossale per cui il 97% delle donne iraniane è alfabetizzato, e di queste il 66% è laureato (il 70% in discipline STEM), pur essendo sottoposte a un regime fortemente discriminatorio. 

Nessun desiderio quindi di creare una “alternativa all’Occidente” bensì di imitarne il tecno-capitalismo all’interno di una società dispotica, dove diritti civili e liberaldemocrazia sono le uniche caratteristiche occidentali rifiutate. In questo senso, il fondamentalismo religioso ricopre la stessa funzione assunta dalle ideologie fascisteggianti nel Cile di Pinochet o dal “socialismo con caratteristiche cinesi”.  

Tesi 3 – Hamas, dopo aver vinto la competizione elettorale nella Striscia di Gaza nel 2006 e averne poi assunto il controllo esclusivo eliminando le fazioni rivali, ha stretto importanti intese con l’Iran. Malgrado il pubblico rifiuto della legittimità dello stato ebraico e la volontà di boicottare ogni processo di pace, Hamas ha goduto di una serie di agevolazioni da parte di Israele (in particolare durante il lungo e quasi ininterrotto periodo di governo di Netanyahu dal 2009 in poi), su tutte il ritiro completo degli insediamenti coloniali da Gaza e l’afflusso di consistenti finanziamenti attraverso il Qatar

Questa manovra, volta a rafforzare un soggetto estremista ostile al dialogo e a incancrenire la divisione tra la Striscia e la Cisgiordania governata dall’ANP, aveva l’obiettivo dichiarato di contrastare radicalmente la nascita di uno stato palestinese. 

Tesi 4 – Gli attacchi orchestrati da Hamas il 7 ottobre 2023, prendendo di mira installazioni militari, kibbutz e un festival musicale, che hanno comportato la morte di 1.200 persone e il rapimento di 251 ostaggi, sono da intendersi principalmente nel contesto della strategia iraniana in Medio Oriente ai danni di Israele e degli alleati più o meno dichiarati, non come atti di resistenza contro l’occupazione e in favore dell’indipendenza della Palestina. 

L’abnorme quanto prevedibile sanguinosa rappresaglia del governo più reazionario ed estremista della storia israeliana non poteva certo giovare ai gazawi, al punto che la condotta del gruppo dirigente di Hamas è stata criticata anche da elementi di spicco del sodalizio islamista, come il membro del politburo e responsabile delle relazioni estere Moussa Abu Marzouk o l’ex consigliere politico Ahmed Yousef

In compenso sono stati raggiunti altri scopi apprezzabili da Teheran, in particolare:

  • indebolire il consenso internazionale intorno a Israele, mettendo soprattutto in forte imbarazzo gli stati mussulmani che avevano deciso di normalizzare le loro relazioni tramite gli Accordi di Abramo o erano in procinto di farlo;
  • costringere l’Amministrazione Biden a dividersi tra il sostegno militare a Israele e quello all’Ucraina (l’Iran sostiene fattivamente la Russia nella “operazione militare speciale”, fornendo droni e munizioni per artiglieria e carri armati). La mattanza di Gaza è servita altresì a distrarre l’attenzione internazionale fino ad allora concentrata sulla crisi ucraina.

 

I pogrom del 7 ottobre hanno inoltre rinsaldato la popolazione israeliana attorno al governo e al suo premier quando la loro popolarità si trovava i minimi storici. Solo un involontario effetto collaterale? Al di là delle congetture, un fatto è sicuro: per giustificare il proprio operato, ognuna delle parti in causa – Netanyahu e i suoi alleati politici, gli ayatollah, Hamas – ha tutto l’interesse che la controparte sia governata dagli individui più inclini all’estremismo e alla brutalità. “Tanto peggio, tanto meglio”, in sostanza. 

Tesi 5 – L’asservimento coloniale ai danni della Palestina è stato un comportamento ampiamente condiviso da tutte le forze politiche della Knesset e dagli esecutivi di ogni colore dal 1967 a oggi. Tuttavia, l’assedio di Gaza ha inaugurato una nuova fase, dove alla logica del colonialismo si è sostituita quello dello sterminio. 

La cinica quanto oggettiva contabilità dei morti parla da sola: dall’inizio del nuovo millennio al 2022, UN OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Occupati) ha stimato in circa 6.500-7.500 i decessi di palestinesi in tutti i territori occupati a seguito di azioni armate dell’IDF

Un dato che rifletteva una condizione di colonialismo sui generis, dovuta alla peculiare origine dello stato ebraico e alla contiguità territoriale tra occupante e occupato. La catastrofe umanitaria di Gaza, che potrebbe rasentare le centomila vittime in soli tre anni di combattimenti, indica chiaramente una recrudescenza di oppressione e barbarie.

Una situazione simile si sta verificando sul fronte libanese: dal 2000 al 2023, i libanesi uccisi dalle forze IDF sono state circa 1.200; dal 2024 a oggi i morti sono già più di 5.000.

Tesi 6 – Storicamente la leadership politica israeliana, di qualsiasi orientamento, ha sempre compreso la necessità di preservare fondamenti quali la democrazia liberale e lo stato di diritto dalle storture derivanti da militarismo, sciovinismo e  barbarie conseguenza del conflitto israelo-palestinese.  

Nel clima all’insegna del “soli contri tutti”, sono fondamentali dei paletti morali che assicurino la coesione nazionale del popolo israeliano al di là delle divergenze politiche. E se tutti i passati leader dello stato ebraico, chi più chi meno, si sono macchiati le mani di sangue, bisogna riconoscere che non lo hanno mai fatto per difendere il proprio interesse personale. 

Netanyahu, invece, ha sfruttato il ruolo di primo ministro per varare provvedimenti legislativi allo scopo di controllare la magistratura e salvarsi dalle accuse di corruzione, frode e abuso di potere. Dal 7 ottobre 2023, ha perseguito ogni possibilità di escalation militare per inscenare un clima di unità nazionale che lo preservasse dal rischio di perdere il potere, e le dichiarazioni riguardo alla volontà di trasformare Israele in una Super-Sparta, al di là della “autarchia difensiva”, tradiscono chiaramente la concezione di stato a cui aspira.

Un altro grave colpo inferto da “Bibi” alla stabilità istituzionale israeliana è la rilevanza politica attribuita ai partiti della destra religiosa, espressione degli ultra-ortodossi. Essi, oltre all’esenzione dalla leva militare, sono soliti vivere in comunità separate, con regole proprie e un sistema educativo separato da quello pubblico, isolandosi dalla società secolarizzata se non per riscuotere contributi statali. Trattasi quindi di un gruppo che vive in una condizione di rifiuto della politica, nel senso autentico del termine di confronto tra cittadini, totalmente incapace di rapportarsi con l’altro da sé.

Figure quali Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich si sono distinti per l’odio anti-arabo con cui hanno trasceso qualsiasi linea rossa della moralità, quando hanno parlato senza peli sulla lingua di deportazione dei gazawi o fatto approvare provvedimenti oscenamente discriminatori come la pena di morte per i soli palestinesi con tanto di brindisi e torte di compleanno con cappio decorativo. L’arroganza ostentata in mondovisione da Ben-Gvir nei confronti dei membri della Freedom Flotilla arrestati è solo la ciliegina sulla torta dell’intolleranza e del fanatismo. 

Tuttavia, i deliri sulla “Grande Israele” allo stesso tempo gettano una pietra tombale sul progetto politico del sionismo che, è bene ricordarlo, si proponeva di creare un’identità ebraica laica indipendente da quella religiosa. Una svolta in senso teocratico non solo minerebbero la coesione del popolo israeliano, ma pure la solidarietà ebraica internazionale. Comprensibili quindi le dichiarazioni al vetriolo dell’ex premier Ehud Olmert contro  Netanyahu e la sua cricca:

Credo che il governo di Israele sia ora il nemico interno. Ha dichiarato guerra allo Stato e ai suoi abitanti. Nessun nemico esterno contro cui abbiamo combattuto negli ultimi 77 anni ha causato danni maggiori a Israele di quelli che il governo guidato da Itamar Ben-Gvir, Netanyahu e Bezalel Smotrich ci ha inflitto. Nessun nemico esterno è riuscito a devastare la solidarietà sociale che era alla base della forza della società israeliana in tutte le prove esistenziali che ha dovuto affrontare dal 1948, come ha fatto e continua a fare il governo Netanyahu.

 

Anche il presidente della repubblica Herzog ha espresso pubblicamente le sue preoccupazioni sulle prepotenze dei coloni contro la popolazione palestinese e la violenza nelle carceri. Per tutta risposta, Ben Gvir ha chiesto le dimissioni di Herzog. 

Tesi 7 – I paesi che nel 1947 votarono contro la risoluzione ONU che decretava la nascita di Israele contestualmente si opposero anche alla creazione di uno stato palestinese: non a caso, durante la guerra arabo-israeliana del 1948 la Transgiordania occupò la Cisgiordania e l’Egitto la Striscia di Gaza. I profughi palestinesi accolti dagli stati confinanti sono stati per lo più stipati in campi profughi e hanno sempre goduto di un livello di vita inferiore a quello della minoranza arabo-israeliana.

L’occupazione di Gaza e Cisgiordania dopo la guerra del 67 è stata utilizzata come potente strumento propagandistico anti-israeliano, ma nei fatti ha sortito poco o nulla. In tempi diversi, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco hanno riconosciuto lo stato ebraico o iniziato relazioni ufficiali, e lo stesso Iran, pur armando svariate milizie anti-sioniste nella regione, ha intrapreso azioni militari contro Israele solo quando è stata toccata direttamente dalla sua potenza di fuoco.

A livello internazionale la situazione non cambia, malgrado le dichiarazioni filo-palestinesi di tantissimi leader politici. Anche durante i momenti peggiori della crisi di Gaza, solo la Turchia ha interrotto l’import-export con Israele: Pechino sta cercando da anni di inglobarlo nella Nuova Via della Seta e rimane il suo principale partner commerciale, mentre Russia ed India continuano ad esportare beni fondamentali. 

Tesi 8 – I limiti dello sviluppo riguardano tutta la società umana, ma in Medio Oriente certi fenomeni risultano più accentuati e c’è il rischio concreto che si rivelino un’anticipazione di qualcosa che accadrà a livello globale (qui per i dettagli completi). 

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