Uno degli scopi dichiarati di Apocalottimismo è applicare la visione dei limiti allo sviluppo a questioni che, normalmente, non sono esaminate sotto la lente della sostenibilità. Farlo con lo stato di Israele permette di portare alla luce aspetti trascurati in grado di offrire spiegazioni molto più convincenti di quelle abitualmente addotte.
Israele: paese occidentale, ma non troppo
Israele presenta diverse caratteristiche tipiche degli stati occidentali, in particolare un assetto politico democratico e liberale, valori elevati dell’indice di sviluppo umano (maggiore dell’Italia) e del reddito pro capite (compreso tra quello spagnolo e italiano) oltre a un’economia entrata in piena fase post-industriale, dove il 70,8%% circa del pil proviene dal terziario, il 18,9% da un’industria specializzata nell’high tech e il rimanente 1,2% da un’agricoltura altamente sofisticata (fonte). A tali similitudini corrispondono però importanti punti di divergenza.
Innanzitutto, Israele si trova in medio oriente, ossia un contesto ambientale completamente diverso dal nord America e dall’Europa. La sua l’estensione è simile a quella della Slovenia, così come la percentuale di territorio a uso agricolo è quasi analoga (intorno al 30%), tuttavia il 60% del dell’ex repubblica jugoslava è ricoperto di boschi e foreste, mentre la medesima percentuale in Israele è occupata dal deserto del Negev. Ciò comporta una biocapacità nazionale estremamente bassa e quindi un grado molto inferiore di servizi ecosistemici.
Per giunta la Slovenia è molto meno popolata, 2,1 milioni di abitanti contro 9,7 milioni. La variabile demografica differenzia Israele non solo dall’Occidente ma pure dalle altre nazioni dell’area nord Africa-medio oriente, la cui natalità, sebbene superi ancora il tasso di sostituzione, sta seguendo una traiettoria declinante simile a quella registrata nei paesi avanzati alla fine del baby boom.
In Israele, invece, da trent’anni a questa parte si è stabilizzata in un range di 2,8-3 figli a donna, dato nell’area superato solo da Iraq, Yemen e palestinesi dei territori occupati e che, in correlazione con il grado di sviluppo, non ha eguali nel resto del mondo. In virtù dell’impronta ecologica molto elevata, ogni nuovo israeliano impatta mediamente come 2,8 egiziani o 5,7 palestinesi.
ll boom delle nascite è sostenuto in larga misura dall’elevata prolificità (mediamente 6,5 figli a testa) delle donne appartenenti al gruppo haredim, più conosciuto come ebrei ultraortodossi. Oggi costituiscono il 14% della popolazione complessiva, benché fossero minoritari nel 1948 al momento della fondazione dello stato di Israele, da loro giudicata con molto sospetto perché il movimento sionista di Ben Gurion si proponeva di creare un’identità ebraica laica autonoma dalla religione. Nel tentativo di ingraziarseli, venne varato il contestato provvedimento che li esenta dal servizio militare.
La combinazione esplosiva di consumi elevati, problematiche ambientali e alta natalità ha fatto sì che oggi Israele patisca un deficit ecologico del 1600% rispetto alla biocapacità nazionale, il riscontro peggiore al mondo fatta eccezione per i microstati di Nauru, Singapore, Reunion, Saint Kitts and Nevis (fonte). Un dato per lo più ignorato e che invece potrebbe illuminare parecchio sulla politica israeliana.
Equilibrio sull’orlo del precipizio
Nel suo ultimo post, Jacopo Simonetta evidenzia come il benessere di Israele dipenda da un contesto politico-economico globale favorevole. Ciò è vero per tutte le nazioni che sopperiscono al proprio debito ecologico grazie all’apporto esterno, ma ancora di più nel caso dello stato ebraico, povero di risorse e in pessimi rapporti con quasi tutte le nazioni della regione, benché abbia potuto contare sul solido sostegno USA e, soprattutto all’inizio, sull’emigrazione di ebrei altamente istruiti da ogni parte del mondo.
L’economia israeliana ha attraversato diverse fasi, in principio basata sull’agricoltura e l’importazione di capitale per poi assumere un carattere moderno e avanzato, con un’alta percentuale del pil proveniente dai servizi e dall’industria ad alta tecnologia, dapprima nel settore elettronico, chimico e farmaceutico poi nel campo del software, delle biotecnologie, dell’aerospaziale e dei semiconduttori, attirando ingenti investimenti esteri.
La potenza economica è stata rafforzata dalla clamorosa vittoria nella guerra dei sei giorni del 1967 contro la coalizione di paesi arabi capeggiata dall’Egitto, con l’occupazione militare della Cisgiordania e del Golan che ha permesso il controllo delle risorse idriche della valle del Giordano e del lago di Tiberiade, gettando le basi per il colonialismo agricolo di quelle regioni.
Acquisendo uno status rilevante nello scacchiere globale, Israele ha intessuto accordi con svariate nazioni per garantirsi l’approvvigionamento di commodity fondamentali (e accaparrarsi armamenti), creando in particolare una rete per l’importazione del petrolio alternativa ai paesi arabo-islamici dell’OPEC. Incuranti della prevedibile disapprovazione degli USA, nel 2019 è stato siglato un accordo con la Cina per aderire al progetto della Nuova Via della Seta, malgrado la presenza del nemico giurato Iran.
Poco da stupirsi, in quanto il paese del dragone è quello che esporta di più in Israele (17% contro il 12% USA) nonché il secondo maggior acquirente delle sue merci (fonte); motivi più che validi per passare sopra a rancori e inimicizie. Dal canto loro i membri del BRICS, sia nel caso dell’assedio di Gaza che dell’offensiva contro i siti nucleari iraniani, si sono limitati alle condanne a parole senza azioni concrete che potessero ledere seriamente le intese commerciali con Tel Aviv.
Tuttavia, alla luce anche dei recenti eventi che stanno portando l’Amministrazione Trump in rotta di collisione con il Cremlino e che sembrano preludere a un mondo sempre più scisso sull’asse Washington-Pechino, fino a quando saranno possibili comportamenti tanto ambigui? E fino a quando si potrà calpestare impunemente ogni minimo aspetto del diritto internazionale senza alcuna seria conseguenza?
Per un paese che, contando esclusivamente sulla propria biocapacità, sarebbe in grado di sostenere appena mezzo milione di individui a parità di tenore di vita, la compromissione anche parziale del funzionamento del mercato globale potrebbe rivelarsi fatale.
Israele come paradigma di società in profondo overshoot?
Il contesto israeliano è peculiare per svariate ragioni, su tutte le modalità di fondazione dello stato, il retaggio della Shoah, la contiguità geografica con entità ostili, il legame a doppio filo con gli USA e alcuni potentati economici transnazionali (le famigerate lobby ebraiche). Tuttavia, non mi hanno mai convinto le spiegazioni della politica israeliana incentrate esclusivamenteda su tali fattori, spesso superficiali e trasudanti un malcelato antisemitismo.
Propendo invece per una versione alternativa sulla scorta di due intellettuali di origini ebraica: Primo Levi, che in Se questo è un uomo definisce il lager uno specchio deforme della realtà, e Isaac Asimov che, intervistato da Bill Moyers nel 1988 nel corso di un programma televisivo della CBS, affermò che democrazia, dignità umana, convenienza e decenza non possono sopravvivere alla sovrappopolazione.
Seguendo la metafora dello scrittore italiano, Israele potrebbe rappresentare lo specchio deforme delle liberaldemocrazie a industrializzazione matura una volta raggiunto uno stadio di profondo overshoot, dopodiché l’insostenibilità ecologica si traduce anche in crisi politica, sociale e morale. Un processo che inizia esacerbando le logiche di sfruttamento centro-periferia per ovviare alla minaccia di scarsità, partendo dagli anelli più deboli della catena che nel nostro caso sono i domini della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.
Quando nel 1993 vennero siglati gli accordi di pace di Oslo tra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il capo dell’OLP Yasser Arafat, le rispettive popolazioni erano quasi la metà delle attuali. L’escalation demografica ha rafforzato l’importanza strategica della colonia agricola della Cisgiordania, dove il numero di insediamenti ebraici è aumentato in parallelo con la popolazione israeliana, con inevitabile recrudescenza di oppressione e crudeltà sui locali. Come reazione, a partire dalla Seconda Intifada e dall’ascesa degli islamisti di Hamas, anche la resistenza palestinese ha iniziato a usare strategie più violente e volte a colpire civili.
Fonte: Banca Mondiale
Fonte: Wikipedia
Questo processo esterno a Israele si è ripercosso inevitabilmente all’interno, favorendo l’emergere di un aggressivo nazionalismo antiarabo e di demagoghi opportunisti abili ad approfittare di una popolazione sempre più confusa, impaurita e incattivita. L’esempio più lampante è Benjamin Netanyahu, primo ministro ininterrottamente dal 2009 a oggi, fatta salva la breve parentesi di Yair Lapid dal giugno 2021 al dicembre 2022. Tutti i governanti della storia israeliana si sono sporcati le mani di sangue, ma nessuno ha mai abusato della carica per biechi interessi personali, diversamente da lui che, da quando è stato indagato per corruzione e abuso di ufficio, sta ordendo continui colpi di mano allo scopo di farla franca.
I grandi leader hanno sempre avuto chiara l’importanza di creare anticorpi nella società per arginare almeno parzialmente tutte le tossine dovute allo stato di guerra permanente e a un regime di apartheid, consapevoli dell’importanza della coesione sociale per la sopravvivenza dello stato. Ad esempio, la cosiddetta ‘rivoluzione costituzionale israeliana’, varata negli anni Novanta dagli esecutivi a guida laburista (e che Netanyahu vorrebbe stravolgere con la sua riforma giudiziaria) è stata ideata per porre un contrappeso allo strapotere di governo e Knesset e scongiurare il rischio di involuzioni autoritarie.
Dopo la strage di Sabra e Shatila, Begin fu costretto a destituire il ministro della difesa Ariel Sharon a causa della pressione di un’opinione pubblica desiderosa di porre un freno al degrado morale. Oggigiorno, l’avanzata dell’estrema destra religiosa non solo ha sdoganato nel dibattito pubblico concetti quali sterminio o pulizia etnica, ma sta minando pericolosamente la compattezza nazionale. I recenti attacchi di alcuni coloni della Cisgiordania ai danni delle forze dell’IDF testimoniano, oltre alla presunzione di impunità di determinate lobby, l’insofferenza verso l’autorità dello stato anche se governato dai loro referenti politici.
Nel caso degli haredim, tale disaffezione è facilmente spiegabile. Oltre all’esenzione dalla leva militare, sono soliti vivere in comunità separate, con regole proprie e un sistema educativo separato da quello pubblico, isolandosi dalla società secolarizzata se non per riscuotere contributi statali. Trattasi quindi di un gruppo che vive in una condizione di rifiuto della politica, nel senso autentico del termine di confronto tra cittadini, e totalmente incapace di rapportarsi con l’altro da sé.
Preoccupati da tale degenerazione, figure come l’ex premier Ehud Olmert non hanno lesinato dichiarazioni al vetriolo contro l’esecutivo di Netanyahu:
Credo che il governo di Israele sia ora il nemico interno. Ha dichiarato guerra allo Stato e ai suoi abitanti. Nessun nemico esterno contro cui abbiamo combattuto negli ultimi 77 anni ha causato danni maggiori a Israele di quelli che il governo guidato da Itamar Ben-Gvir, Netanyahu e Bezalel Smotrich ci ha inflitto. Nessun nemico esterno è riuscito a devastare la solidarietà sociale che era alla base della forza della società israeliana in tutte le prove esistenziali che ha dovuto affrontare dal 1948, come ha fatto e continua a fare il governo Netanyahu…
Non può, né vuole, fare ciò che è bene per il paese e i suoi cittadini. È completamente ossessionato dal distruggere ogni base di unità interna, di cooperazione tra comunità che possono essere in disaccordo su questioni fondamentali. È spinto da un entusiasmo folle che lo porta a mettere fratello contro fratello, madre contro figli, soldato contro soldato, teppisti e delinquenti contro ostaggi e le loro famiglie. Prova un piacere sadico, malato, irresponsabile e gioioso in tutto questo, mentre ovviamente non riesce a riportare a casa gli ostaggi.
Il movimento sionista di ispirazione laica ha causato orrori come la Nakba e creato uno dei maggiori focolai di tensione internazionale dal dopoguerra a oggi, ma indubbiamente ha gettato le basi per uno stato dove ebrei diversi per origine e orientamento hanno potuto convivere democraticamente e prosperare, almeno secondo i dettami dell’economia classica. Il sionismo su basi ultra religiose, invece, può solo intendere Israele come una gigantesca comunità haredim regno incontrastato di ortodossia e conformismo, con tutto quello che ciò può comportare politicamente.
Israelizzazione dell’Occidente?
Come già accaduto in passato per altri miei contributi, anche questo forse riceverà accuse di “determinismo” o addirittura di “giustificazionismo”. Nulla di più lontano dal vero: non giustifico minimamente la condotta tenuta da Israele nei territori occupati culminata con l’orribile carneficina di Gaza, né la ritengo qualcosa di ovvio e inevitabile. La mia storia personale contro l’occupazione criminale della Palestina parla da sola, anche se per me solidarizzare non significa coprirsi gli occhi con una kefiah per non vedere realtà scomode, come sembra fare troppa gente.
Era mio desiderio evidenziare alcune variabili oggettive, per lo più ignorate nelle infinite discussioni sul conflitto israelo-palestinese, capaci di dare un senso ad azioni che altrimenti passano solo per crudeltà gratuita e insensata. Con tutti i limiti del caso, lo ritengo uno sforzo di gran lunga preferibile a tappezzare i social media di meme inneggianti a “Israele peggio del nazismo”, che francamente mi sembra solo un modo becero per riabilitare il Terzo Reich.
In Occidente, così come il grado di overshoot è mediamente un terzo o meno di quello israeliano, tante problematiche si trovano ancora a un livello inferiore di gravità. Anche nel campo politico, l’estrema destra, almeno per quanto attiene alle formazioni che partecipano alle competizioni elettorali, è lontana dal radicalismo dei partiti ultra ortodossi, benché il sostegno incondizionato all’assedio di Gaza sia alquanto rivelatorio.
Tuttavia, con l’aggravarsi dell’overshoot e il ricorso sempre più frequente a logiche ispirate al mors tua vita mea, chi oggi condanna Israele in nome del diritto e della democrazia un domani non troppo lontano sarà ancora credibile per farlo? Non sarà forse che ci stiamo guardando nello specchio deforme di Levi lanciando strali contro quella che, se non invertiamo bruscamente la rotta, è solamente una triste anticipazione del nostro futuro?



Un’analisi interessante ma secondo me errata.
Quello che tu chiami l’ “overshoot” di Israele è una conseguenza, non una causa. Israele è *sempre* stato un progetto espansionista, sin dal momento in cui è stato pensato prima ancora di essere attuato, per cui non si poteva che arrivare alla situazione attuale. Israele ha sempre puntato ad attirare ebrei di tutto il mondo, sia promettendo loro la cittadinanza, una casa, protezione, eccetera, che – non son quanto di questo sia vero e quanto complotto, ma qualcosa di vero c’è – contribuendo a farli sentire insicuri nei paesi medio orientali in cui vivevano al tempo, così che migrassero tutti a Israele. Alcuni sionisti addirittura collaborarono con i nazisti, sacrificando gli ebrei europei, pur di poter proseguire con il loro progetto. Israele ha sempre voluto più gente possibile per mettere gli arabi in minoranza e prendersi le loro terre. Adesso sta addirittura cercando di espandersi in Libano e Siria, e parlando di farlo anche in altri paesi contermini.
E continua a fare propaganda tra gli ebrei di tutto il mondo pur di aumentare la propria popolazione ebraica, oltre naturalmente a tenere più alta possibile la natalità interna degli ebrei bianchi.
Quindi la situazione attuale, per usare un’espressione inglese, era “baked in the cake”, compresa nella ricetta. Chi dice che il problema è Netanyahu, i coloni, gli ortodossi, la destra, eccetera, secondo me non ha ben presente come è nata Israele e perchè.
Sono racconti su basi vere e poi romanzati. All’inizio era fortemente incentivata la migrazione, poi già dagli anni Settanta in poi la possibilità per gli ebrei di avere la cittadinanza israeliana è stata progressivamente ridotta; Golda Meir era solito lamentarsi del tipo di migrazione che si ricevava, specie dall’Europa orientale.
C’è anche la tendenza a considerare alcuni comportamenti, soltanto tipici di Israele, quando pulizie etniche di gran lunga maggiori sono state fatte da Gran Bretagna, Francia e Russia, ad esempio. La moderna repubblica turca è nata con un’epurazione di massa che fa sembrare in confronto la Nakba una piccolezza.
Con questa idea che la condotta israeliana sia ‘programnata’ e inelettubabile secondo me stai perdendo di vista un punto molto importante, che usando Machiavelli potremmo definire la differenza tra principi e tiranni. I Ben Gurion, Meier, Begin, Rabin, ecc. sono stati ‘principi’, hanno commesso violenze orribili che però hanno rafforzato lo stato. Netananyahu e la destra religiosa sono invece ‘tiranni’, perché lo stanno pericolosamente indebolendo. In vecchi statisti israeliani hanno fatto di tutto per mantenere il controllo in particolare di Cisgiordania e Golan, ma non si sarebbero mai imbarcati in assurdità come espandersi ulteriormente in Siria e Libano.
Le dinamiche di queste nazioni però non possono fungere da ‘specchio deforme’ dell’Occidente.
No, agli immigati ebrei a quanto mi risulta vengono ancora date la cittadinanza e le case sottratte ai palestinesi. Tanti di questi israeliani di cui sentiamo parlare in questo periodo, dai portavoce con accenti britannici o americani o europei, ai soldati, sono nati o vissuti fuori da Israele. Compresi gli ebrei etiopi e di altre provenienze.
Per quanto riguarda invece gli ebrei medio orientali, mi riferivo a storie come questa: https://www.middleeasteye.net/news/avi-shlaim-proof-israel-zionist-involvement-iraq-jews-attacks
Per quanto riguarda la differenza tra principi e tiranni, non mi sembra sia questo il punto. Ci sono logiche che possono portare a una sola conseguenza; l’idea di espandersi all’infinito su territorio abitati da un altro popolo non può che portare alla pulizia etnica e al genocidio. E mette in moto, crea, forze oscure che poi si comportano come vediamo. I coloni non esistono per caso, sono centrali nel progetto sionista. Chi è nato in zone già conquistate può fare il liberale e l’illuminato, ma il meccanismo è sempre lo stesso, così come lo è stato ad esempio per l’espansione dei coloni europei negli Stati Uniti.
Sinceramente non mi piace il discorso “sì, ma quelli di prima almeno tenevano assieme lo stato”… male! Questo stato così com’è non dovrebbe esistere.
Riguardo all’ “anche gli altri lo hanno fatto” – sì, ma quindi? Io mi preoccupo di chi lo sta facendo adesso, Israele, Russia, Cina, in altro modo…
Allora, cerco di spiegare alcuni aspetti fondamentali per me fondamentali e che effettivamente posso non chiarire bene.
– Tanti concetti sono ritenute peculiarità del sionismo, che invece non è altro che una loro applicazione. Ad esempio, nel momento in cui crei uno stato-nazione di tipo europeo, la Nakba era consequenziale qualsiasi fossero i propositi sionisti. E questo lo dimostra in maniera lampante il caso della Turchia, dove lì non c’era il problema di un gruppo venuto fuori che si impadronisce di terre.
– l’ossessione israeliana è sempre stata la Cisgiordania, per il controllo delle zone idriche della valle del Giordano, insieme al Golan per il lago di Tiberiade che infatti venne subito dichiarato annesso. Sulla Cisgiordania sono sempre state fatte ipotesi di seconda Nakba e anche le menti più illuminate non sono mai andate oltre il progetto laburista stile Bantustan. Ma nel caso della Striscia di Gaza, tutti gli insediamenti ebraici sono stati ritirati dal 2005 e per opera di gente come Sharon, non esattamente un filopalestinese. Perché era un delinquente ma non un folle che portava avanti l’idea del mondo arabo conquista dagli ebrei, la ‘grande Israele’ e tutte queste cazzate degli ultrareligiosi.
Tra l’altro, quando parlo di non coprirsi gli occhi con la kefiah, mi riferisco anche a considerare che cos’erano questi territori PRIMA dell’occupazione israeliana. Gaza dopo la guerra del 1948 e fino a quella del 1967 è stata una colonia egiziana governata da un’amministrazione militare; con il conflitto del Kippur, dopo essersi ripresi il Sinai gli egiziani hanno di fatto scaricato i gazawi a Israele. Non sono ducumentato abbastanza per dirlo con certezza, ma credo che l’amministrazione concessa da Israele concedesse più libertà di quella egiziana.
La Westbank non viveva una condizione a livello così coloniale, ma i fatti che hanno portato al Settembre Nero giordano e agli eventi successivi sono abbastanzi rivelatori della considerazione dei transgiordani per i cisgiordani. Se questi sono i pregressi con i presunti amici, stupisce meno la situazione che si è venuta a creare con il nemico dichiarato.
– discutere della legittimità dell’esistenza di Israele, nel 2025 e dopo che tutti i tentativi di abbaterlo sono falliti miseramente, è ozioso e non porta nulla, anche perché, come è folle ragionare della deportazione di 2,5 milioni di gazawi, lo è ancora di più farlo con quasi 10 milioni di ebrei. Quello che ha senso invece è ragionare sui suoi confini e cosa può o non puà fare.
– premesso che è inaccettabile la visione da ignavo in stile Barbero sull’Ucraina “si osserva senza giudicare”, ho la sensazione che la questione israelo-palestinese la esamini solo con lo sguardo da militante, cosa che ti impedisce di vedere ad esempio il ‘salto di qualità’ (virgolette quanto mai d’obbligo) che sta avvenendo da una quindicina di anni in Israele e che, secondo me, è solo l’anticipazione di fenomeni che si verificheranno altrove in maniera non dissimile. Per te, siccome la stessa idea di Israele è sbagliata, allora tutti pari sono, ma non è così.
P.S. Penso invece che questo genere di analisi sarebbe più pertinente per la Siria, o anche per posti quali la Nigeria, in cui ci sono dei conflitti che sono chiaramente legati alla sovrappopolazione e alla competizione per risorse locali.
Il forte incremento demografico sia degli israeliani che dei palestinesi è fortemente voluto e dichiarato da entramni i fronti. Si cerca di sopraffare l’avversario con l’ essere piu popolosi di lui.
A questo proposito c’è un capitolo nel bellissimo libro “Countdown” (Conto alla rovescia) di Alan Weisman, sul tema della sovrappopolazione. Un libro che consiglio sempre, molto interessante e ben scritto.
Premesso che Israele sta compiendo un genocidio e per quanto mi riguarda non c’è altro che condanna totale, trovo pazzesco che i palestinesi stiano continuando a fare figli in queste condizioni, peggio ancora adesso che i neonati stanno letteralmente morendo di fame, e i genitori lo sanno. Evidentemente siamo animali, e sia gli animali che le piante dopo un evento traumatico hanno l’istinto di riprodursi di più, non di meno. Lo stesso credo gli ebrei dopo essere stati falcidiati dall’Olocausto.
E’ un’idea ripetuta come mantra, ma vera fino a un certo punto. La natalità palestinese, ad esempio, è in crollo da 40 anni e, lasciando da parte le implicazioni morali condivisibili di Gaia sul procreare in simili circostanze, si trova su valori assolutamente normali per i molto bassi livelli di reddito e benessere dei territori occupati.
Anche in Israele dagli anni Sessanta a inizio Novanta la natalità era in rapida discesa, e considerato che si è trattato degli anni dei conflitti più duri con gli stati arabi questo cozza decisamente con l’idea degli israeliani che si fanno convincere dal grido governativo +figli +baionette. Piuttosto, negli anni Novanta è arrivata la nutritissima migrazione dall’Europa Orientale, formata per lo più da gruppi fortemente conservatori, che ha rivoltato come un calzino la società israeliane e ha provocato un effetto rebound sulla natalità.
Non in crollo, ma in lento calo.
Lo dici tu stesso che i tassi di natalità palestinesi e israeliani sono più alti rispetto a quelli di società per il resto simili. Inoltre mi sembra che ci siano documentate esternazioni di entrambe le parti in cui ciascuno di voler fare più figli per mettere in minoranza o sottomettere la controparte. Sono società culturalmente nataliste, tutte e due. Non so il Corano, ma la Bibbia è sicuramente un testo sacro iper-natalista.
Addirittura ho letto tempo fa su una fonte seria che quando i giovani ebrei americani vanno in visita a Israele, chi organizza queste visite fa di tutto per farli accoppiare con i soldati, per esempio mandando dei giovani riservisti di entrambi i sessi a fare presentazioni in uniforme, organizzando festini, e così via.
Ognuno può guardarsi i dati e decidere l’aggettivo adeguato. Con ‘crollo’ ho esagerato, ma con 3,44 figli per donna contro più di 4 di dieci anni fa (palestinesi) e i 5 di vent’anni fa anche ‘lieve calo’ non mi pare adeguato.
No, solo quelli israeliani. Il tasso di natalità palestinese rientra nella norma di un paese in quelle condizioni socio-economiche. Sull’opportunità di procreare poi condivido le tue perplessità.
Ma gli israeliani non sono tutti ultraortodossi, per quanto il fenomeno sia in forte crescita.
Io mi sarei anche stufato di leggere articoli su Israele come se potessimo farci qualcosa.
Se potessi farci qualcosa lo farei e non scriverei articoli.
State scherzando? Si può fare moltissimo.
L’apartheid in Sud Africa è crollato perché la gente di tutto il mondo si è mossa.
Il solito cinismo all’italiana…
Sì, hai ragione. Giocavo a fare il cinico con il commento cinico (o forse sarebbe meglio dire di quella autoreferenzialità negativa tipica del Web, commentare “è un contenuto inutile” o cose del genere invece di non dire nulla).
L’apartheid e’ crollato solo perche’ era passato di moda nel mondo anglosassone militarmente dominante, dove era la normalita’ fino a pochissimo prima, e in reazione al similare razzismo dei cugini tedeschi sconfitti in guerra.
Non e’ mai ecomiabile, accodarsi al piu’ forte.
Le cose non crollano perché “passano di moda”. Le cose crollano perché qualcuno le butta giù. A maggior ragione i regimi.
Vediamo come stanno poi le società prima e dopo il crollo dei regimi.
Libia, Iraq, ora la Siria evidentemente non sono sufficienti come bilanci fallimentari.
Io penso che sia meglio ‘vedere’ (nel senso di informarsi bene) prima di sparare certe sentenze che poi vengono bellamente smentite.
@gaia
Nel caso dell’apartheid in Usa, non credo sia crollato grazie alla lotta, credo che il colpo di grazia gliel’abbia dato la partecipazione alla seconda guerra mondiale di neri e bianchi assieme contro un nemico bianco, superbianco, ariano, che dopotutto teorizzava e praticava la stessa discriminazione razziale che c’era ben da prima negli Usa.
Mi pare che bastasse e avanzasse per creare una certa dissonanza cognitiva.
Distaccarsi anche culturalmente dal nazismo implicava abbandonare la discriminazione razziale, che era ben in auge in Usa e non solo verso i neri, anche verso gli ebrei e gli italiani considerati seminegri, ad esempio (la moglie del principe inglese, come si chiama, le compagne di classe la chiamavano l’italiana…).
Un po’ come Gandhi in India: combatte’ i dominatori usando i loro stessi criteri. E vinse l’indipendenza in modo relativamente pacifico, mi pare, con la non violenza, no? Anche il crollo del comunismo sovietico e’ stato pacifico: e’ passato di moda, senza nemmeno avere dei grandi oppositori, ma per mancanza di sostenitori, che si sono letteralmente squagliati. Ci sono tanti esempi, solo che non essendoci grandi battaglie e tanti morti sembra che contino poco. Magari invece e’ quasi la norma.
Anche l’ambientalismo e’ cosi’, e’ una moda del nostro tempo, a scopo peraltro di aumento del pil e dei consumi a furia di incentivi e rottamazioni con profusione di spese e investimenti, un bel business con tanti primi attori sul palcoscenico. Tant’e’ che sta un po’ entrando in ombra col ritorno di un altro classico della stessa tribu’ antropologica, ebrei contro palestina. Greta docet, come pure il virare degli articoli su questo blog.
Il nostro vizio oscuro pero’, ribadisco, e’ nel voler ogni volta imporre le nostre convinzioni al resto del mondo, come se fossero verita’ universali.
Tornando agli americani e all’apartheid, anche quelli ecco che quando cambiano idea loro, subito devono cambiarla tutti gli altri. Ma vaffanculo, hanno sempre ragione loro, sia quando dicono una cosa, sia quando dicono il contrario!
Vi diro’ addirittura che a volte ho l’impressione che sia proprio il lottare contro qualcosa che lo rinforza (cosa che per altro e’ una banalita’ scientifica secondo la teoria dell’evoluzione _per selezione naturale_).
Finiamo sempre e solo per sostituire una discriminazione con un’altra. E vabbuo’, tanto a un certo punto per fortuna si muore. 🙂
I fatto storici contraddiscono decisamente questa versione. Quando nel 1935 vengono varate le Leggi di Norimberga che applicano un tipo di discriminazione non particolarmente dissimile dall’apartheid americano e dei regimi coloniali, USA, UK e Francia non si sono dissociate in maniera particolare e anzi hanno mantenuto buoni rapporti con la Germania nazista. Durante la guerra i neri combattevano in battaglioni separati usati come carne da cannone nello sbarco in Normandia e altre situazioni analoghe. Legalmente la discriminazione è finita solo con la presidenza Kennedy e gli stati più conservatori della federazione si sono opposti con tutte le loro forze.
Non è un caso che la commemorazione della Shoah con il giorno della memoria coincida con la liberazione del lager di Auschwitz, cioé LA FINE DI TUTTO, perché su quella i nemici del nazismo hanno la coscienza a posto perché il loro razzismo è estraneo alla macchina dello sterminio delle camere a gas.
E’ il sistema che è imploso, non è semplicemente ‘passato di moda0.
Se volessimo seguire le mode, come dici tu, ci occuperemmo di tutt’altro oppure, soprattutto, useremmo toni per lisciare la pancia a un certo target di lettori. Poi certo, quando succedono orrori come quello di Gaza diventa difficile rimanere apatici e parlare di altro. E criticare tutto e tutti lamentandosi che non vale la pena fare nulla tanto le cose vanne sempre per conto non va mai fuori moda, è sempre in.
Quindi sarebbe come dire che chi può fa e chi non può insegna?
Il punto però è che io imparavo a leggere e già c’erano gli articoli su Israele, adesso sono vecchio e leggo articoli su Israele. Da una parte mi sembra improbabile cominciare un articolo con qualcosa di nuovo da dire, dall’altra trovo strano che si senta l’esigenza di ripetere all’infinito il gesto.
Posso magari ipotizzare che scrivere un articolo equivalga a fare qualcosa, nel senso, sento l’esigenza di scaricare un po’ di dolore che mi provoca Israele e come faccio, scrivo un articolo. Epperò contrariamente a quello che sostiene Gaia, non si tratta del battito d’ali della farfalla che causa un uragano dall’altra parte del mondo, piuttosto è l’albero che cade nella foresta e nessuno lo sente. Infatti, come dicevo, siamo nel 2025 e scriviamo e leggiamo le stesse cose che si scrivevano e leggevano nel 1965.
Comunque questo non era un articolo ‘su Israele’ ma dove Israele è usato come monito verso di noi.
Pagina molto importante, chiara.
Ha il merito di portare l’attenzione al problema numero zero ovvero la insostenibilità (ecologica è ridondante) delle società tumore.
Ecco, a me viene in mente proprio la dinamica dei “sistemi” oncologici.
Qui noto anche una oncologia ricorsiva cogli Haredim tumore dentro la società tumore. Peraltro si noti che essi sono esenti dagli obblighi militari, un parassitismo interno che si aggiunge agli altri.
Mi ricorda parte dei vertici di Hamas che governano la guerra dall’esterno di essa.
Parrebbe un ritorno alla ecologia, la selezione più brutale, morte tua vita mia.
D’altra parte non è ecologia: il tumore israeliano vince perché superiore su tutti i piani “artificiali”: organizzativo, tecnologico, relazionale, sociale (non si sa per quanto viste le faglie interne sempre più profonde), culturale.
Io rimango sconcertato.
Penso che sia solo un anticipo di scontri, di conflitti a livello planetario quando, arrivati sl fondo del barile (a furia di deficit annuali per quanto grande esso sia si svuota) le superpotenze militari arriveranno alla somma zero su risorse fondamentali.
Nota finale: i deficit ecologici pro-capite sono importanti a sinistra, non hanno alcuna rilevanza in ecologia.
I deficit ecologici delle molto più popolose “nazioni” (?) arabe circostanti, sono nettamente peggiori di Israele.
Il solo Egitto ha un deficit ecologico di 172M ha (Israele 39.2M).
Mi sembrava strano che riuscisse a scrivere un commento senza le solite menate sulla sinistra… comunque i valori pro capite sono importanti per capire le cause del deficit, quindi non è vero che non contano.
Quella è L’IMPRONTA ECOLOGICA complessiva non il DEFICIT ECOLOGICO, che va calcolato rapportando l’impronta con la biocapacità. E non ha senso paragonare due entità così diverse per dimensioni in termini assoluti come Israele ed Egitto. Comunque, se si vuole fare questo giochino chiaramente tendenzioso usando termini di paragone un pochino più ragionevoli (Giordania, Siria, Libano, Tunisia, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Oman) solo gli EAU in termini assoluti hanno un deficit peggiore di Israele (in termini assoluti, hanno anche un’impronta inferiore).
E’ molto semplice (dati qui)
Il deficit ecologico non si rapporta, si ottiene per differenza!
Deficit = Capacita’ ecologica – Impronta ecologica
Ecco alcuni dati sulle nazioni confinanti
(non ho tempo ora per recuperare quelli di Gaza che peggiorano sensibilmente il quadro desolante).
(dati in milioni di ettari)
Nazione – Impronta ecologica – Capacita’ ecologica – Deficit
Giordania 16.3 2.3 -14.0
Libano 18.6 1.8 -16.8
Egitto 171.0 33.2 -137.8
Gaza
Siria 26.3 14.0 -12.3
Totale -180.9
Israele 39.2 2.3 -36.9
(non ho tmepo ora per allineare, indentare meglio i dati)
Quindi le nazioni confinanti e ostili a Israele hanno un deficit ecologico di 180.9 milioni di ettari, rispetto a 36.n milioni di ettari di Israele.
> non ha senso paragonare due entità così diverse per dimensioni in termini assoluti
Esattamente il contrario.
Non solo il disastro ecologico e’ assoluto (come gia’ scritto, il disastro alle falde lombarde causato dal PCB della Caffaro a Brescia o dell’ICMESA a Seveso non cambia di un epsilon se causato in zone con x milioni di abitanti della o con y milioni di abitanti – riuscite a capirlo?).
Il disastro ecologico e’ PEGGIORATO dal numero di persone che lo causano/coinvolte, in quanto la decrescita demografica necessaria per rientrare nella sostenibilita’, per risolvere il problema, e’ molto piu’ grande e quindi piu’ difficile e meno improbabile, con tempi maggiori.
Con il “procapite” della sinistra, in ecologia, ci incartiamo le cozze.
Il deficit ecologico nella pagina worldpopulationewiev viene calcolato in percentuale, quindi si sta facendo un rapporto. Scusi, ma dopo aver dato prova di non conoscere la differenza tra impronta ecologico e deficit ecologico eviterei di fare il professore…
Grazie al cazzo Camminatore, prende 4 nazioni che complessivamente che formano un estensione decine e decine di volte superiore a Israele e li paragona come se fosse congruo! Con lo stesso principio potrei dire che un un uomo di 1,85 m pesante 70 kg è un obeso mentre il gatto dei miei vicini che peserà 12 kg è magro e snello, perché uno pesa più nell’altro. Tra l’altro, se levasse l’Egitto che è totalmente fuori scala, Siria+Giordania+Libano sforano non di molto l’impatto israeliano.
Infatti quei disastri industriali non furono dovuti all’entità della popolazione in cui si trovavano le fabbriche, è una correlazione del tutto ad minkiam (l’ennessima, pare che abbia una certa predilezione al riguardo). E per gli ecosistemi, essere sovrasfruttati al 50%, al 250%, al 400% o al 1600% non è la stessa cosa.
Il pro capite non c’entra una mazza, c’entra non fare ragionamenti capziosi per ragioni ideologiche. I paesi islamici dell’area nord-Africa sono tutti in overshoot ma non nella proporzione di Israele e, soprattutto, stanno seguendo trend demografici simili a quelli storici occidentali, mentre lo stato ebraico è un caso del tutto anomalo. Questo è un dato di fatto che in nessun modo può alterare con le sue supercazzole, se ne faccia una ragione.
Estensioni desertiche n volte maggiori non significano nulla in termini di risorse e biodegradazione.
Invece di fare illazioni basate su sue convinzioni personali, perché non utilizza la colonna delle biocapacità per nazioni del sito di popolationrewiev? (cosa che per altro aveva fatto al commento precedente, e infatti questa sua uscita attuale è un bel po’ strana…) Lo faccio io per lei: Israele: 2,3 milioni di ettari – stati da lei considerati complessivamente: 51,3 milioni di ettari (2,3+1,8+14+33,2) . Quindi, anche volendo usare il criterio strettamente della biocapacità, lei confronta Israele con una una realtà 22 volte più grande, che mi sembra francamente qualcosa più di ‘nulla’ (in confronto, nell’insensatezza ha più senso il mio confronto per assurdo uomo vs gatto perché sono più omogenei di Israele vs Egitto-Giordania-Libano-Siria)
Firmato Winston, l’apartheid in Sudafrica, non negli Stati Uniti.
Giuseppe
Ah, quindi adesso è ufficiale: Gaza non è un genocidio, è un problema di ettari. Non muoiono civili, evapora la biocapacità. Non sono bombe, sono riequilibri ecosistemici. Geniale. Mi chiedo come mai nessuno abbia ancora proposto di far gestire il conflitto israelo-palestinese al WWF.
Uomoincammino, tu ci regali sempre perle. Dai bambini palestinesi che esplodono perché “società tumore”, agli haredim come “parassiti interni” (chissà come mai questo linguaggio mi suona così… familiare). Ma certo, è così che si ragiona: togliamo l’umanità dalle cose, riduciamo tutto a modelli astratti, e possiamo finalmente dare ragione a chi ha più droni, più ettari, più Excel.
Israele? Vince perché è “organizzato”, “tecnologico”, “relazionale”. Certo. E se avesse un po’ più di biodegradabilità magari risparmierebbe anche qualche ospedale. Ma vabbè, dettaglio.
E poi il capolavoro, il tuo colpo da maestro: “col pro capite ci incartiamo le cozze”. Meraviglioso. Una perla. Tipo: se uno consuma come una multinazionale ma pesa poco sulla bilancia, tutto a posto. La matematica ambientale secondo te: basta avere abbastanza deserto attorno e puoi anche sterminare, che tanto il bilancio è verde.
Certo, capisco: pensare alle responsabilità, all’etica, al diritto internazionale… troppo umano. Meglio i millimetri quadrati, la selezione naturale e le equazioni alla Darwin deluxe.
La verità è che ogni volta che apri bocca, muore un concetto di giustizia. E non nel senso ecologico. Nel senso umano.
Giuseppe
Scusate i troppi “Giuseppe”, ma quando leggo certi commenti mi viene da pensare che la pazienza abbia un limite, perché alla fine, tra ettari, biocapacità e “società tumore”, l’unica cosa che davvero scarseggia è il buon senso.
Liberissimo di scrivere quelle che vuole, di criticare e di accusare, poi ovviamente se vengo toccato non sto zitto. Quanto al Camminatore, è totalmente inutile fargli discorsi moralistici che non farebbero altro che rinsaldarlo nella sua immagine di cinico e duro ‘politicamente scorretto’ che ha il coraggio (nascondendosi!) di dire l’arido vero che tutti si rifiutano di vedere. Molto meglio far emergere la sua ignoranza dietro la facciata di esperto della sostenibilità che ama darsi.
> basta avere abbastanza deserto attorno e puoi anche sterminare, che tanto il bilancio è verde.
Avere tanto deserto non serveca nulla: polvere, pietre non si mangiano e non biodegradano la tua cacca. Avere 50kmq di deserto intorno alla tua casa , 50 kmq senza alberi non serve a nulla per biodegradare i fumi dell’inceneritore che ha fatto sparire i copertoni della tua auto.
Se hai solo 50kmq di deserto intorno la cosa più stupida che puoi fare è sfornare una baraccata di Mohammed o di Amos.
Poi arrivano gli scleri di GiuseppeAndreaGianluigiNicolaFilippo sulla mancanza di umanità.
Una umanità scema che usa gli antibiotici ma non la pillola, il furbofono ma non il profilattico.
Poi, le proprie incontinenze le scarichi sugli altri, i Mohammed vengono ad allietarci nelle banlieue, che, glivaltri, quando protestano sono fasisti rasisti disumani senofobi.
Guardi che se proprio ci tiene a fare questa roba del calco semantico allora è ‘l’intelligentofono’. E’ uno smartphone, non un cunningphone.
> Molto meglio far emergere la sua ignoranza
Giussani, non siete riuscito a capire vari punti fondamentali e mi date dell’ignorante.
1 – ordini di grandezza
Ho citato la impronta ecologica perché di un ordine e forse quasi due di grandezza superiore alla biocapacità.
Date addosso al barista che ha ricordato che il costo del caffè è 1,20€ quando il consumatore ha messo nel piattino 7 centesimi.
Ignorate gli ordini di grandezza.
2 – lcmesa e Caffaro
“industriali e non demografici”.
Ignorate che insetticidi e trasformatori vengono prodotti per un mercato costituito da un numero sufficientemente grande di consumatori/utenti elettrici umani.
Avevo già fatto l’esempio che la gravità di un incendio boschivo NON dipende “procapitamente” dal numero di incendiari che lo hanno appiccato.
Riuscite a capirlo? O continuate a ignorare?
Allora Camminatore, sue ipsissima verba dal commento del 7/20/2005 ore 6:57:”Nota finale: i deficit ecologici pro-capite sono importanti a sinistra, non hanno alcuna rilevanza in ecologia.
I deficit ecologici delle molto più popolose “nazioni” (?) arabe circostanti, sono nettamente peggiori di Israele. Il solo Egitto ha un deficit ecologico di 172M ha (Israele 39.2M)”. Quindi è inutili che si rigiri le parole con delle supercazzole, lei ha proprio travisato l’impronta (i dati che ha citato lei) con il deficit. Quanto al “un ordine e forse quasi due di grandezza superiore alla biocapacità”: di chi? Di che cosa? L’impronta dell’Egitto è circa 5 volte la biocapacità quella di Israele 17 volte. Ma la più bella di tutte è che accusa ME di ignorare gli ordini di grandezza quando lo ha fatto tutto il tempo LEI, come ho fatto notare di continuo!!!!! Facendo confronti insulsi tra paesi completamente diversi per estensione e biocapacità come se fossero omogenei.
Quando si tratta del caffé, lei rapporta i 7 centesimi al costo del prodotto. Quando si tratta dell’impronta ecologica invece, la decontestualizza completamente dalla biocapacità. Come se uno dicesse ‘7 centesimo nel piattino’ senza specificare se con quei soldi ci si deve comprare un caffé, un asprirapolvere, una televisione o un automobile. Lei per demolire i suoi stessi ragionamenti sta sfornando degli assist a porta vuota che neanche Roberto Baggio dei tempi d’oro!
Favoloso anche questo ulteriore ribaltamento della realtà, visto che finora sono sempre stato io il ‘barista’ in questione e lei quello che se ne fregava della contestualizzazione del dato.
Partiamo col dire che questa storia del pro capite l’ha tirata fuori e me l’ha affibbiata solo perché (e non è la prima volta) doveva a tutti i costi attribuirmi una tara del suo caccamerdadiavolo Sinistra. Io il discorso dell’impronta ecologica l’ho sempre trattato in termini assoluti e il pro capite l’ho tirato fuori solo per far capire quanto è impattante mettere al mondo un israeliano e basta. Io per primo ho messo in guardia dal ragionare in termini pro capite parlando di sovrappopolazione in questo pezzo https://apocalottimismo.it/dove-friday-for-future-sbaglia-e-dove-no/ e in un precedente articolo pubblicato su Decrescita Felice Social Network (sito ora purtroppo off line). Quindi questa storia del pro capite è una polemica messa in atto solamente per gettare fumo negli occhi o perché banalmente sa molto poco degli argomenti di cui si sta parlando. Perché pensare che rapportare l’impronta ASSOLUTA con la biocapacità ASSOLUTA sia ragionare pro capite, significa non capire un cazzo.
Per il resto, nulla cambia perché, mentre l’impronta ecologica aumenta al crescere della popolazione, quegli incidenti industriali sono avvenuti per cause tecniche totalmente indipendenti dall’entità della popolazione (e infatti sono accaduti quando la popolazione era minore dell’attuale). In un caso c’è un rapporto di causalità che coinvolge la crescita demografica, nel secondo no.
Qui arriviamo alla seconda chicca. Nel suo commento 24 luglio ore 13:37, lei si è tirato giù i dati della biocapacità da worldopulationreview senza metterne in dubbio l’attendibilità (e, per inciso, persistendo nell’ignorare gli ordini di grandezza, infatti alla fine scrive tutto baldanzoso: “Quindi le nazioni confinanti e ostili a Israele hanno un deficit ecologico di 180.9 milioni di ettari, rispetto a 36.n milioni di ettari di Israele. Intendendo che 180,9 m ettari di impronta su 51,3 m di biocapacità siano un overshoot peggiore di 39,2 m su 2.3 m. Come dire che 1000 euro di deficit di bilancio siano la stessa cosa per Jeff Bezos e Gigino nullatenente sotto la soglia di povertà che vieve di espedienti).
Adesso invece, siccome le cose non collimano con i suoi pregiudizi, sono tutte cazzate: la cacca nel deserto non biodegrada punto e stop, le biocapacità di Egitto, Israele, Siria, Libano ecc. pari sono.
Comunque, il discorso della cacca che non si biodegrada nel deserto non mi tornava… non ho voglia di fare ricerche approfondite sul tema, per cui mi limito al risultato generato dalla AI Overview di Google:
“La biodegradabilità è un aspetto importante per la gestione dei rifiuti nel deserto. Materiali non biodegradabili possono accumularsi e creare problemi ambientali, mentre materiali biodegradabili possono essere decomposti più facilmente, riducendo l’impatto ambientale.
In sintesi, la biodegradabilità nel deserto è un processo complesso influenzato da diversi fattori. Materiali organici come carta e legno possono biodegradarsi più velocemente, mentre la plastica e altri materiali sintetici possono resistere per lunghi periodi. La ricerca su materiali biodegradabili, come la bioplastica a base di cactus, è importante per trovare soluzioni sostenibili per la gestione dei rifiuti nel deserto”.
Quindi, siccome la cacca è materiale organico, essa dovrebbe biodegradarsi ancora più velocemente nel deserto, contrariamente ai suoi assunti.
Comunque, a parte questa divagazione di natura fecale (ma perché con lei si finisce sempre per parlare di merda?), ridurre la biocapacità alla biodegradabilità è un altro indice dell’ignoranza in materia: la biodegradabilità è solo uno dei vari servizi ecosistemici calcolati. I
Per sintettizzare, lei nei commenti a questo contributo è riuscito a:
– confondere impronta e deficit ecologico
– scambiare il rapporto percentuale impronta assoluta/biocapacità assoluta per un ragionamento pro capite
– prendere per buoni i dati della biocapacità di worldpopulation rewiev quando le facevano comodo per poi rigettarli quando non venivano incontro ai suoi desiderata
– esprimere teorie sulla biodegrabilità nella cacca del deserto che sembrerebbero, per usare un eufemismo, discutibili
– portare esempi del tutto fuorvianti tirando in ballo Seveso e Caffaro (con la sua giustificazione si potrebbe ridurre qualsiasi problema alla sovrappopolazione, anche la rottura del ponte Morandi)
– ridurre la biocapacità al solo aspetto della biodegrabilità
Insomma, mi sa che deve ripassare qualcosina…
Guardi Camminatore, mi sono successe ultimamente cose piuttosto tristi e devo dire che le sue supercazzole e le sue arrampicate di specchi mi hanno strappato più di qualche sorriso. Certo se un personaggio che si propone di essere sgradevole e impopolare risulta divertente allora c’è qualcosa che non va.
Prima che qualcuno cominci a giocare con le disquisizioni semantiche per coprire le proprie deficenze, è bene subito precisare che sia io che il Camminatore abbiamo parlato di ‘ordini di grandezza’ in modo del tutto inappropriato. Senza perdere tempo a trovare le diciture corrette (lo faccio per scrivere pezzi, nei commenti mi voglio prendere più libertà – forse si chiama normalizzazione dei dati), basti dire che certi concetti si capiscono solo mettendo in rapporto delle variabili tra loro.
Ad esempio, il debito pubblico greco in termini assoluti è inferiore a quello italiano, ma essendo inferiore anche il PIL in realtà la sua situazione è peggiore: per questo si parla di rapporto debito/PIL. In questo modo puoi confrontare anche paesi diversissimi tra di loro per estensione, popolazione ed economia in modo congruo. Oppure pensiamo all’indice di massa corporea: Lebron James pesa 113 kg, ma essendo alto 2,06 metri non è obeso, mentre mio zio Pino che pesa uguale ma è alto 1,70 metri lo è e non di poco.
Per capire l’entità dell’overshoot di un ecosistema è la stessa cosa: se non metto in relazione l’impronta con la biocapacità, scambio lucciole per lanterne.
E infatti, non è un caso che il worldpopulationreview e il Footprint Ecological Network parlino sempre di “overshoot del tot %” rispetto alla biocapacità, per evitare le strumentalizzazioni in stile Camminatore.
Per quanto mi riguarda, non ho mai detto che a Gaza non sia in corso un genocidio ma ho usato la metafora di Levi che Israele rischi di essere lo specchio deforme di tutta la società occidentale, che la politica attuale di Israele così come il lager di Levi sia il punto di arrivo se non si fanno consistenti cambi di rotta. Liberissimo di pensarla diversamente, un po’ meno di lanciare illazioni infamanti e gratuite.
Se dà uno sguardo al blog può trovare nei diversi contributi, sia miei che di Jacopo Simonetta, dove denunciamo la questione di Gaza e anche della Cisgiordania, sebbene mediaticamente meno esposta, al punto che un altro commentatore ci ha accusato di “seguire le mode”.
Se a qualcuno interessa, dato che l’argomento sta venendo fuori più volte, mi permetto di segnalare una mia riflessione sull’opportunità o meno di ragionare in termini di “pro capite” quando si parla di ambiente. È in inglese: https://overpopulation-project.com/the-per-capita-fallacy/
E del tutto a sproposito, dato che nell’articolo il pro capite in senso ecologico è stato impiegato solamente per evidenziare l’onere ecologico di ogni nuovo israeliano. Rapportare il valore assoluto del deficit ecologico con il valore assoluto della biocapacità non è ragionare in termine pro capite.
“’onere ecologico di ogni nuovo israeliano” – bè ma questa è una delle obiezioni: i consumi pro capite variano, non è che un bambino per forza o resterà nella società in cui è nato, o necessariamente avrà gli stessi tassi di consumo. È una supposizione parzialmente fallace.
Vedila così allora: è possibile che chi nasca da cittadini israeliani sia un nullatente che lavora in miniera, ma è più probabile di no.
Il punto è che la gente emigra. Chi nasce povero cerca di diventare più ricco, e se non ci riesce nel suo paese va in un altro. Quindi supporre che qualcuno consumerà un tot perché è nato in un certo paese non ci dice tutta la verità.
Gli israeliani poi vanno e vengono, migrando spesso in altri paesi.
Resta il fatto fondamentale (e unico centrale per il senso del mio pezzo) che la natalità israeliana non ha eguali al mondo per quei livelli di reddito e consumo.
Tranquillo Igor, il mio commento era rivolto al Camminatore. Se ti sei sentito tirato in causa, forse c’è un altro problema da risolvere…
La prima parte del commento sembrava rivolta all’autore e non al Camminatore che è stato citato dopo, comunque a posto così.
Giusto ricordare che le traiettorie di vita individuali sono più mobili e imprevedibili di quanto certe statistiche possano far credere. Però è anche vero che le politiche statali, soprattutto in Israele, tendono a coltivare uno stile di vita preciso, altamente tecnologico, militare, energivoro come modello nazionale, e questo ha inevitabilmente ricadute sull’impronta ecologica complessiva.
Grazie per la precisazione, Igor. In effetti era importante chiarire la distinzione, anche per evitare equivoci sul senso dell’intervento. L’ecologia, come ogni altro strumento analitico, merita di essere usata con attenzione e coerenza.
A volte basterebbe un minimo di compassione. Ma si vede che certi deserti non sono fuori, sono dentro.
Ti rileggi mai, Camminatore? Hai un talento raro: riesci a mescolare concetti scientifici, disprezzo antropologico e gag da cabaret di seconda serata. Non è satira, non è critica. È solo lo sfogo verbale di chi ha scambiato il cinismo per lucidità.
E no, non fa più nemmeno discutere: fa sbadigliare.
Perché dietro il furbofono, il profilattico, la cacca nel deserto e i copertoni fusi, resta il nulla. Un nulla orgoglioso, che guarda il mondo da una torre fatta di sentenze, come se fossimo tutti ospiti abusivi della tua idea di ecosistema.
E poi quella lista di nomi, GiuseppeAndreaGianluigiNicolaFilippo… che cos’è? L’alfabeto dei tuoi fastidi? L’elenco degli umani che ti tocca sopportare?
Non sei scomodo, sei prevedibile. Non sei impopolare, sei scaduto.
E chi, come me, ti segue da anni lo sa bene: ti arrampichi sui dati come su pareti scivolose, con lo sguardo furbo di chi gioca a fare il bastian contrario mentre ripete sempre lo stesso numero.
Io non ho mai fatto il tuo nome, nemmeno quando in tv ti vedevo più umano, più autentico. Ma qui, da dietro la tastiera, arriva quella trasformazione: una smorfia sarcastica che forse ti diverte, ma non convince più nessuno.
Ti auguro, sinceramente, di arrivarci sereno alla fine del tuo cammino. Magari con un sorriso sulle labbra. Ma che sia un sorriso vero, non quello di chi si compiace d’essere solo.
Perché, quest’uomo che si nasconde in Rete dietro a un nickname era addirittura un persoggio televisivo?
Secondo me Giuseppe lo ha scambiato con qualcun altro.
Rispetto al problema delle demografia, si conflitti e alle catastrofi che appena intravvediamo e che sono effetto di 8.09G mandibolatori, i miei pregi e difetti non hanno alcuna, importanza. Veramente nessuna importanza, incidenza, Giuseppe. Dovete pazientare con tutti questi difettacci che ho. Forse questa pagina sulla demografia tumorale non è il luogo migliore per sfogarvi.
Invece, data la massima importanza di questa pagina della quale sono grato a Giussani per la divulgazione, voglio lasciare da parte alcuni dettagli sul metodo. Per quanto rilevanti qui, sono poca cosa rispetto alla grande catastrofe demografica.
Prima cosa: capire che questi fibrillazione planetaria marziale, pre bellica, è principalmente imputabile a risorse sempre più scarse in quantità e qualità e ha conflitti geopolitici sempre più evidenti per averne il possesso esclusivo.
Nel caso della guerra israelo-palestinese è proprio il conflitto per il possesso della risorsa territorio il più evidente. Gli invasori tumore israeliani si espandono giorno dopo giorno prendendosi le terre dei poracci contadini palestinesi, da lustri e lustri.
Al ché i palestinesi rispondono con i ventri delle loro donne, la pediatra con dieci pargoli, nove ammazzati, è la politica di risposta. Gli israeliani importano risorse con le loro competenze e reti relazionali, alle loro culle stracariche arriva tutto quanto necessario, a Gaza no.
Quindi mi chiederei della salute mentale di coloro che sanno BENISSIMO di mettere al mondo dei dis-graziati.
Dove leggevo – forse dalla egregia Baracetti – della quantità folle di nati durante il periodo più acuto della guerra civile, intraislamica siriana. Solo dei mentecatti si possono mettere a figliare in condizioni così. Mentecatti violenti perché la demografia irresponsabile è l’arma biologica per fare soldati, truppe, per metterti sotto.
Oh, mi perdona ‘dettagli rilevanti sul metodo’? Ma come è umano lei!!! 😀 😀 😀 Non so se sia stato un personaggio della televisione ma si vede che è un furbastro del Web e che capisce quando è meglio sconigliare da certe questioni quando la si fa troppo fuori dal vaso, a differenza di un altro hater che era solito commentare in passato che si incaponiva fino a tirare fuori spiegazioni talmente assurde che sembravano partorite dalla mente di un autore del Bagaglino.
E questa invece è l’altra risorsa tipica del suo arsenale metologico, prendere un esempio particolare e trasformarlo in un fatto tipico caratteristico di un certo gruppo. Casualmente, sul suo nuovo blog Ugo Bardi ha scritto un post riguardo alla demografia di Israele e Palestina per smentire le tesi di un articolo di LIbero https://ugobardi.substack.com/p/altra-immonda-bufalata-di-libero?utm_source=post-email-title&publication_id=2086194&post_id=169404034&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=34lnpr&triedRedirect=true&utm_medium=email
Non mi interessa tanto entrare nel merito delle riflessioni di Bardi (alcune sue idee sulla fine della crescita demografica mi sembrano un tantino troppo ottimistiche), voglio solo sfruttare le sue risorse di dati, in particolare il grafico a inizio articolo che mette a confronto la natalità israeliana e palestinese, con dati tra l’altro più aggiornati dei miei. Il tasso di natalità palestinese è sceso da 7,84 figli per donna del 1950 a 3,19 attuali, seguendo una traiettoria discedente che si è sensibilmente accentuata dopo i fatti della prima Intifada proseguendo imperterrita con la seconda Intifada e l’espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania, cioé i fatti che hanno causato le peggiori recrudescenze militari, contraddicendo palesemente la tesi della ‘risposta dei ventri’, che sarebbe dovusta consistere in una maggiore prolificità. Se i trend proseguiranno inalterati, nel giro di qualche anno il tasso di natalità palestinese intersecherà quello israeliano.
Inoltre, se davvero i redditi palestinesi hanno un valore compreso tra quello del Kenya e della Costa d’Avorio (https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_PIL_(PPA)_pro_capite), il tasso di natalità 3,11 figli a donna non stupisce. Pertanto, ‘i palestinesi che reagiscono con i ventri delle donne’ è solo un pregiudizio diffamatorio, la demografia palestinese si sta orientando in maniera simile a quella dei paesi più avanzati nel secolo scorso. E la demografia israeliana degli ultimi 30 anni, semmai, a essere del tutto fuori dagli schemi, eppure non si parla dei ‘ventri delle donne israeliane per la guerra’.
Possiamo giustamente avere dubbi sull’opportunità di procreare in quelle situazioni, ma si tratta di nostri giudizi morali non uitili per spiegare i fenomeni.
Se ne ricordi quando tesse i peana di politici che auspicano donne che facciano più di tre figli.
Giuseppe apparso altre volte come Andrea e Gianluigi afferma che in TV io fossi più umano.
Posso dire che in tutta la mia vita sono apparso in TV una sola volta quasi per sbaglio, qualche fotogramma, stavo salendo in montagna con le ciaspole, direi prima primavera 2022, stavano intervistando un altro ciaspolatore.
In rete si può scrivere qualsiasi cosa, anche quelle più strampalate.
Hai ragione: in rete si può scrivere qualsiasi cosa. Anche che non sei mai apparso in tv.
Oppure che non sei tu, e che ti abbiamo scambiato per qualcun altro. Tutto può essere.
Ma se davvero non sei mai comparso, né con nome né con volto, allora resta un mistero il motivo per cui certi tuoi commenti sembrano così… televisivi.
Sarà la postura da solista, sarà quel gusto per lo sberleffo fine a sé stesso, o forse solo un vezzo d’autore, come certi scrittori che si fanno intervistare da sé nello specchio del bagno.
Comunque, sia chiaro: io non faccio nomi. Mai fatti.
E non ho bisogno di vederti per sapere da dove viene un certo tipo di voce.
Lo sai benissimo che ho la fissa dei commenti e per me i commenti dei blog sono collegati alla tv. Se non sei tu, è il tuo capo.
E io non ho nessuno come capo.
Rimani al commento, rispondi nel merito e non fare l’infantile quando ti trovi in difficoltà.
Limoncello.
Vedi, Camminatore, il tuo commento dice molte cose, alcune anche vere, altre solo violente. Hai costruito una narrazione totalizzante dove ogni nascita è un errore, ogni ventre è un’arma e ogni povero è solo un “mandibolatore” privo di dignità.
Hai questa fissazione disumana che chi nasce oggi, in certi luoghi, sia un “mentecatto”, una cellula di tumore, un errore statistico.
Ma vedi, la catastrofe non è demografica. È morale. E non parlo della tua, ma della nostra collettiva, incapacità di guardare a chi nasce in guerra come a una persona, non come a un pericolo.
La pediatra con dieci figli (di cui nove uccisi) non fa parte di un piano biologico, non è la pedina di una strategia. È una madre, e basta questo per farla stare al centro. Ma a te non basta. Serve sempre la parola forte, l’insulto velato, la “visione spietata”.
Non c’è visione spietata, però, che possa sostituire l’empatia.
Hai scritto che questa pagina non è il luogo per sfogarsi. D’accordo. Allora perché continui a farlo?
Tu stesso ti descrivi come marginale rispetto alla questione, eppure hai riempito la scena.
Ma la scena, oggi, spetta a chi perde tutto e continua a mettere al mondo figli.
Magari non per strategia, ma per ostinazione alla vita.
E questo, a me, fa ancora sperare.