Uno degli scopi dichiarati di Apocalottimismo è applicare la visione dei limiti allo sviluppo a questioni che, normalmente, non sono esaminate sotto la lente della sostenibilità. Farlo con lo stato di Israele permette di portare alla luce aspetti trascurati in grado di offrire spiegazioni molto più convincenti di quelle abitualmente addotte.  

Israele: paese occidentale, ma non troppo

Israele presenta diverse caratteristiche tipiche degli stati occidentali, in particolare un assetto politico democratico e liberale, valori elevati dell’indice di sviluppo umano (maggiore dell’Italia) e del reddito pro capite (compreso tra quello spagnolo e italiano) oltre a un’economia entrata in piena fase post-industriale, dove il 70,8%% circa del pil proviene dal terziario, il 18,9% da un’industria specializzata nell’high tech e il rimanente 1,2% da un’agricoltura altamente sofisticata (fonte). A tali similitudini corrispondono però importanti punti di divergenza.

Innanzitutto, Israele si trova in medio oriente, ossia un contesto ambientale completamente diverso dal nord America e dall’Europa. La sua l’estensione è simile a quella della Slovenia, così come la percentuale di territorio a uso agricolo è quasi analoga (intorno al 30%), tuttavia il 60% del dell’ex repubblica jugoslava è ricoperto di boschi e foreste, mentre la medesima percentuale in Israele è occupata dal deserto del Negev. Ciò comporta una biocapacità nazionale estremamente bassa e quindi un grado molto inferiore di servizi ecosistemici

Per giunta la Slovenia è molto meno popolata, 2,1 milioni di abitanti contro 9,7 milioni. La variabile demografica differenzia Israele non solo dall’Occidente ma pure dalle altre nazioni dell’area nord Africa-medio oriente, la cui natalità, sebbene superi ancora il tasso di sostituzione, sta seguendo una traiettoria declinante simile a quella registrata nei paesi avanzati alla fine del baby boom.

In Israele, invece, da trent’anni a questa parte si è stabilizzata in un range di 2,8-3 figli a donna, dato nell’area superato solo da Iraq, Yemen e palestinesi dei territori occupati e che, in correlazione con il grado di sviluppo, non ha eguali nel resto del mondo. In virtù dell’impronta ecologica molto elevata, ogni nuovo israeliano impatta mediamente come 2,8 egiziani o 5,7 palestinesi. 

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ll boom delle nascite è sostenuto in larga misura dall’elevata prolificità (mediamente 6,5 figli a testa) delle donne appartenenti al gruppo haredim, più conosciuto come ebrei ultraortodossi. Oggi costituiscono il 14% della popolazione complessiva, benché fossero minoritari nel 1948 al momento della fondazione dello stato di Israele, da loro giudicata con molto sospetto perché il movimento sionista di Ben Gurion si proponeva di creare un’identità ebraica laica autonoma dalla religione. Nel tentativo di ingraziarseli, venne varato il contestato provvedimento che li esenta dal servizio militare.  

La combinazione esplosiva di consumi elevati, problematiche ambientali e alta natalità ha fatto sì che oggi Israele patisca un deficit ecologico del 1600% rispetto alla biocapacità nazionale, il riscontro peggiore al mondo fatta eccezione per i microstati di Nauru, Singapore, Reunion, Saint Kitts and Nevis (fonte). Un dato per lo più ignorato e che invece potrebbe illuminare parecchio sulla politica israeliana. 

Equilibrio sull’orlo del precipizio

Nel suo ultimo post, Jacopo Simonetta evidenzia come il benessere di Israele dipenda da un contesto politico-economico globale favorevole. Ciò è vero per tutte le nazioni che sopperiscono al proprio debito ecologico grazie all’apporto esterno, ma ancora di più nel caso dello stato ebraico, povero di risorse e in pessimi rapporti con quasi tutte le nazioni della regione, benché abbia potuto contare sul solido sostegno USA e, soprattutto all’inizio, sull’emigrazione di ebrei altamente istruiti da ogni parte del mondo. 

L’economia israeliana ha attraversato diverse fasi, in principio basata sull’agricoltura e l’importazione di capitale per poi assumere un carattere moderno e avanzato, con un’alta percentuale del pil proveniente dai servizi e dall’industria ad alta tecnologia, dapprima nel settore elettronico, chimico e farmaceutico poi nel campo del software, delle biotecnologie, dell’aerospaziale e dei semiconduttori, attirando ingenti investimenti esteri.

La potenza economica è stata rafforzata dalla clamorosa vittoria nella guerra dei sei giorni del 1967 contro la coalizione di paesi arabi capeggiata dall’Egitto, con l’occupazione militare della Cisgiordania e del Golan che ha permesso il controllo delle risorse idriche della valle del Giordano e del lago di Tiberiade, gettando le basi per il colonialismo agricolo di quelle regioni.

Acquisendo uno status rilevante nello scacchiere globale, Israele ha intessuto accordi con svariate nazioni per garantirsi l’approvvigionamento di commodity fondamentali (e accaparrarsi armamenti), creando in particolare una rete per l’importazione del petrolio alternativa ai paesi arabo-islamici dell’OPEC. Incuranti della prevedibile disapprovazione degli USA, nel 2019 è stato siglato un accordo con la Cina per aderire al progetto della Nuova Via della Seta, malgrado la presenza del nemico giurato Iran.

Poco da stupirsi, in quanto il paese del dragone è quello che esporta di più in Israele (17% contro il 12% USA) nonché il secondo maggior acquirente delle sue merci (fonte); motivi più che validi per passare sopra a rancori e inimicizie. Dal canto loro i membri del BRICS, sia nel caso dell’assedio di Gaza che dell’offensiva contro i siti nucleari iraniani, si sono limitati alle condanne a parole senza azioni concrete che potessero ledere seriamente le intese commerciali con Tel Aviv.

Tuttavia, alla luce anche dei recenti eventi che stanno portando l’Amministrazione Trump in rotta di collisione con il Cremlino e che sembrano preludere a un mondo sempre più scisso sull’asse Washington-Pechino, fino a quando saranno possibili comportamenti tanto ambigui? E fino a quando si potrà calpestare impunemente ogni minimo aspetto del diritto internazionale senza alcuna seria conseguenza?

Per un paese che, contando esclusivamente sulla propria biocapacità, sarebbe in grado di sostenere appena mezzo milione di individui a parità di tenore di vita, la compromissione anche parziale del funzionamento del mercato globale potrebbe rivelarsi fatale.

Israele come paradigma di società in profondo overshoot?

Il contesto israeliano è peculiare per svariate ragioni, su tutte le modalità di fondazione dello stato, il retaggio della Shoah, la contiguità geografica con entità ostili, il legame a doppio filo con gli USA e alcuni potentati economici transnazionali (le famigerate lobby ebraiche). Tuttavia, non mi hanno mai convinto le spiegazioni della politica israeliana incentrate esclusivamenteda su tali fattori, spesso superficiali e trasudanti un malcelato antisemitismo. 

Propendo invece per una versione alternativa sulla scorta di due intellettuali di origini ebraica:  Primo Levi, che in Se questo è un uomo definisce il lager uno specchio deforme della realtà, e Isaac Asimov che, intervistato da Bill Moyers nel 1988 nel corso di un programma televisivo della CBS, affermò che democrazia, dignità umana, convenienza e decenza non possono sopravvivere alla sovrappopolazione.

 

Seguendo la metafora dello scrittore italiano, Israele potrebbe rappresentare lo specchio deforme delle liberaldemocrazie a industrializzazione matura una volta raggiunto uno stadio di profondo overshoot, dopodiché l’insostenibilità ecologica si traduce anche in crisi politica, sociale e morale. Un processo che inizia esacerbando le logiche di sfruttamento centro-periferia per ovviare alla minaccia di scarsità, partendo dagli anelli più deboli della catena che nel nostro caso sono i domini della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Quando nel 1993 vennero siglati gli accordi di pace di Oslo tra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il capo dell’OLP Yasser Arafat, le rispettive popolazioni erano quasi la metà delle attuali. L’escalation demografica ha rafforzato l’importanza strategica della colonia agricola della Cisgiordania, dove il numero di insediamenti ebraici è aumentato in parallelo con la popolazione israeliana, con inevitabile recrudescenza di oppressione e crudeltà sui locali. Come reazione, a partire dalla  Seconda Intifada e dall’ascesa degli islamisti di Hamas, anche la resistenza palestinese ha iniziato a usare strategie più violente e volte a colpire civili. 

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Fonte: Banca Mondiale

 

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Fonte: Wikipedia

 

Questo processo esterno a Israele si è ripercosso inevitabilmente all’interno, favorendo l’emergere di un aggressivo nazionalismo antiarabo e di demagoghi opportunisti abili ad approfittare di una popolazione sempre più confusa, impaurita e incattivita. L’esempio più lampante è Benjamin Netanyahu, primo ministro ininterrottamente dal 2009 a oggi, fatta salva la breve parentesi di Yair Lapid dal giugno 2021 al dicembre 2022. Tutti i governanti della storia israeliana si sono sporcati le mani di sangue, ma nessuno ha mai abusato della carica per biechi interessi personali, diversamente da lui che, da quando è stato indagato per corruzione e abuso di ufficio, sta ordendo continui colpi di mano allo scopo di farla franca.

I grandi leader hanno sempre avuto chiara l’importanza di creare anticorpi nella società per arginare almeno parzialmente tutte le tossine dovute allo stato di guerra permanente e a un regime di apartheid, consapevoli dell’importanza della coesione sociale per la sopravvivenza dello stato. Ad esempio, la cosiddetta ‘rivoluzione costituzionale israeliana’, varata negli anni Novanta dagli esecutivi a guida laburista (e che Netanyahu vorrebbe stravolgere con la sua riforma giudiziaria) è stata ideata per porre un contrappeso allo strapotere di governo e Knesset e scongiurare il rischio di involuzioni autoritarie. 

Dopo la strage di Sabra e Shatila, Begin fu costretto a destituire il ministro della difesa Ariel Sharon a causa della pressione di un’opinione pubblica desiderosa di porre un freno al degrado morale. Oggigiorno, l’avanzata dell’estrema destra religiosa non solo ha sdoganato nel dibattito pubblico concetti quali sterminio o pulizia etnica, ma sta minando pericolosamente la compattezza nazionale. I recenti attacchi di alcuni coloni della Cisgiordania ai danni delle forze dell’IDF testimoniano, oltre alla presunzione di impunità di determinate lobby, l’insofferenza verso l’autorità dello stato anche se governato dai loro referenti politici.

Nel caso degli haredim, tale disaffezione è facilmente spiegabile. Oltre all’esenzione dalla leva militare, sono soliti vivere in comunità separate, con regole proprie e un sistema educativo separato da quello pubblico, isolandosi dalla società secolarizzata se non per riscuotere contributi statali. Trattasi quindi di un gruppo che vive in una condizione di rifiuto della politica, nel senso autentico del termine di confronto tra cittadini, e totalmente incapace di rapportarsi con l’altro da sé.

Preoccupati da tale degenerazione, figure come l’ex premier Ehud Olmert non hanno lesinato dichiarazioni al vetriolo contro l’esecutivo di Netanyahu:

Credo che il governo di Israele sia ora il nemico interno. Ha dichiarato guerra allo Stato e ai suoi abitanti. Nessun nemico esterno contro cui abbiamo combattuto negli ultimi 77 anni ha causato danni maggiori a Israele di quelli che il governo guidato da Itamar Ben-Gvir, Netanyahu e Bezalel Smotrich ci ha inflitto. Nessun nemico esterno è riuscito a devastare la solidarietà sociale che era alla base della forza della società israeliana in tutte le prove esistenziali che ha dovuto affrontare dal 1948, come ha fatto e continua a fare il governo Netanyahu…

Non può, né vuole, fare ciò che è bene per il paese e i suoi cittadini. È completamente ossessionato dal distruggere ogni base di unità interna, di cooperazione tra comunità che possono essere in disaccordo su questioni fondamentali. È spinto da un entusiasmo folle che lo porta a mettere fratello contro fratello, madre contro figli, soldato contro soldato, teppisti e delinquenti contro ostaggi e le loro famiglie. Prova un piacere sadico, malato, irresponsabile e gioioso in tutto questo, mentre ovviamente non riesce a riportare a casa gli ostaggi.

 

Il movimento sionista di ispirazione laica ha causato orrori come la Nakba e creato uno dei maggiori focolai di tensione internazionale dal dopoguerra a oggi, ma indubbiamente ha gettato le basi per uno stato dove ebrei diversi per origine e orientamento hanno potuto convivere democraticamente e prosperare, almeno secondo i dettami dell’economia classica. Il sionismo su basi ultra religiose, invece, può solo intendere Israele come una gigantesca comunità haredim regno incontrastato di ortodossia e conformismo, con tutto quello che ciò può comportare politicamente. 

Israelizzazione dell’Occidente?

Come già accaduto in passato per altri miei contributi, anche questo forse riceverà accuse di “determinismo” o addirittura di “giustificazionismo”. Nulla di più lontano dal vero: non giustifico minimamente la condotta tenuta da Israele nei territori occupati culminata con l’orribile carneficina di Gaza, né la ritengo qualcosa di ovvio e inevitabile. La mia storia personale contro l’occupazione criminale della Palestina parla da sola, anche se per me solidarizzare non significa coprirsi gli occhi con una kefiah per non vedere realtà scomode, come sembra fare troppa gente.

Era mio desiderio evidenziare alcune variabili oggettive, per lo più ignorate nelle infinite discussioni sul conflitto israelo-palestinese, capaci di dare un senso ad azioni che altrimenti passano solo per crudeltà gratuita e insensata. Con tutti i limiti del caso, lo ritengo uno sforzo di gran lunga preferibile a tappezzare i social media di meme inneggianti a “Israele peggio del nazismo”, che francamente mi sembra solo un modo becero per riabilitare il Terzo Reich. 

In Occidente, così come il grado di overshoot è mediamente un terzo o meno di quello israeliano, tante problematiche si trovano ancora a un livello inferiore di gravità. Anche nel campo politico, l’estrema destra, almeno per quanto attiene alle formazioni che partecipano alle competizioni elettorali, è lontana dal radicalismo dei partiti ultra ortodossi, benché il sostegno incondizionato all’assedio di Gaza sia alquanto rivelatorio.  

Tuttavia, con l’aggravarsi dell’overshoot e il ricorso sempre più frequente a logiche ispirate al mors tua vita mea, chi oggi condanna Israele in nome del diritto e della democrazia un domani non troppo lontano sarà ancora credibile per farlo? Non sarà forse che ci stiamo guardando nello specchio deforme di Levi lanciando strali contro quella che, se non invertiamo bruscamente la rotta, è solamente una triste anticipazione del nostro futuro?

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