Pubblichiamo un articolo di GMWatch (qui il testo originale) che riporta le principali conclusioni di uno studio sugli effetti delle sementi OGM in rapporto alle promesse riguardanti il loro impiego. Gli autori sottolineano come le colture transgeniche rappresentino l’appendice di una questione molto più spinosa, ossia i limiti sempre più evidenti del paradigma agro-industriale.

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Uno studio rivela che le colture geneticamente modificate alimentano l’aumento dell’uso di pesticidi, nonostante le promesse iniziali, Claire Robinson per GMWatch

Uno studio pubblicato nell’aprile del 2025 ha rilevato come le colture geneticamente modificate abbiano aumentato la dipendenza dell’agricoltura dai pesticidi anziché ridurla .

Basandosi sui dati relativi a quattro colture geneticamente modificate (cotone Bt, soia tollerante agli erbicidi (HT), mais HT e/o Bt e colza HT) i ricercatori – tra cui l’esperto di sviluppo agricolo Prof. Glenn Davis Stone della Washington and Lee University e l’esperto di cotone Bt KR Kranthi dell’International Cotton Advisory Committee – hanno ricostruito l’impennata nell’uso di prodotti chimici negli ultimi tre decenni.

Hanno scoperto un paradosso: mentre si supponeva che i semi geneticamente modificati avrebbero ridotto l’uso di pesticidi, la loro introduzione ha invece causato un’escalation di questi ultimi. I ricercatori spiegano questo risultato utilizzando il paradosso di Jevons, una teoria economica che risale al 1865.

L’economista britannico William Stanley Jevons sosteneva che l’efficienza nell’uso delle risorse spesso porta a un maggiore consumo, non a una riduzione. Lo studio applica questa idea alle colture geneticamente modificate, che si presumeva avrebbero ridotto l’uso di pesticidi, ma che in realtà lo hanno fatto schizzare alle stelle.

I ricercatori prendono in considerazione i due regimi tecnologici più diffusi per l’utilizzo di sementi geneticamente modificate e pesticidi: le colture Bt e le colture tolleranti agli erbicidi (HT). Entrambe le tipologie di sementi sono presentate come tecnologie efficienti: si ritiene che le colture HT facilitino un migliore controllo delle infestanti, mentre le colture Bt siano più efficaci nel controllo degli insetti nocivi.

Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto che, “come altre efficienze tecnologiche… l’aumento dell’uso di colture geneticamente modificate negli ultimi 30 anni non ha contribuito alla riduzione degli input né al recupero dei terreni, bensì all’espansione dei terreni agricoli e a un maggior consumo degli stessi pesticidi che queste tecnologie dovrebbero limitare”.

Ciò è dovuto alla complessità dei sistemi agricoli: “L’efficienza delle colture OGM non solo riduce il costo complessivo dell’uso di pesticidi per i singoli agricoltori, ma li rende anche sempre più essenziali per l’economia politica dell’agricoltura, a causa delle monocolture ad alta intensità di input in cui sono inseriti.

Di fatto, l’aumento dell’uso di sostanze chimiche si verifica in tutti questi sistemi di colture OGM perché le sostituzioni tecnologiche come i semi OGM non possono essere separate dai loro impatti a cascata sul lavoro, sull’ecologia delle infestanti e dei parassiti o sui processi decisionali in agricoltura.”

Cotone Bt in India: gli agricoltori acquistano più insetticidi che mai

Gli autori prendono in esame l’esempio del cotone Bt geneticamente modificato in India. Il cotone Bt è stato introdotto con la promessa di ridurre l’uso di insetticidi. Inizialmente la tecnologia ha funzionato, gli agricoltori hanno utilizzato meno insetticidi e hanno sperimentato costi di produzione inferiori. Il governo ne ha sostenuto la diffusione, tanto che a metà degli anni 2000 il cotone Bt copriva la maggior parte delle aree di coltivazione del cotone.

Tuttavia, nel giro di pochi anni, la tendenza si è invertita. I parassiti hanno sviluppato resistenza e ne sono comparsi di nuovi. Di conseguenza, gli agricoltori hanno irrorato più insetticidi. Nel 2018, i coltivatori di cotone in India spendevano il 37% in più in insetticidi rispetto a prima dell’introduzione del cotone Bt.

[A integrazione di quanto scritto, è opportuno ricordare che dal 2000 in India sono stati introdotti i neonicotinoidi, i quali riducono l’uso intensivo (massa per ettaro) del pesticida ma ne aumentano considerevolmente quello estensivo (ettari di terreno esposti a trattamento). Qui per chi volesse approfondire la questione – N.d.r.]

Quella che era nata come soluzione per ridurre i costi si è trasformata in un circolo vizioso di spese sempre più elevate e maggiore utilizzo di pesticidi. Gli autori commentano: “L’ironia sta nel fatto che l’ampia diffusione del cotone Bt, una tecnologia con lo scopo esplicito di ridurre l’uso di insetticidi, è di per sé una delle ragioni principali per cui gli agricoltori indiani ora ne utilizzano di più nei loro campi. Semplicemente, in India si coltiva molto più cotone, e viene piantato in monocolture che richiedono maggiori quantità di varie risorse”.

“Questa è l’elasticità agricola: grazie alle nuove tecnologie sociali e biologiche, come i semi di cotone Bt e i sussidi per i fertilizzanti, la coltivazione del cotone può espandersi e gli agricoltori possono intensificare i loro sforzi come produttori di cotone. Queste complesse interazioni emergono solo nel tempo, complicando l’iniziale efficienza tecnologica di ridurre l’uso di pesticidi, richiedendo maggiori risorse come fertilizzanti, terra e acqua”.

Colture geneticamente modificate e utilizzo di prodotti chimici

Lo studio dimostra che questo schema è stato riscontrato anche negli Stati Uniti con le colture geneticamente modificate tolleranti agli erbicidi. Inizialmente, hanno reso più efficiente la gestione delle infestanti, poiché gli agricoltori potevano risparmiare sui costi di manodopera, oltre a utilizzare solo glifosato ad ampio spettro, più economico di altri erbicidi. Soprattutto, potevano applicare questo erbicida sulla coltura in crescita senza il timore di distruggerla.

Il risultato è stato un drammatico aumento dell’uso del glifosato, in particolare nella coltivazione della soia. Tra gli agricoltori statunitensi, la superficie coltivata a soia con glifosato è balzata da 9,2 milioni a 113 milioni di acri tra il 1994 (anno precedente all’introduzione del glifosato) e il 2018. Nello stesso periodo, la superficie coltivata a soia in ettari è aumentata da 24,9 milioni a 36,1 milioni di ettari e la percentuale di superficie trattata con glifosato è passata dal 15% all’87%.

[Qui per una visione più completa sulla problematica degli erbicidi negli USA – N.d.r.]

Monsanto (ora Bayer) promosse il glifosato come un diserbante con meccanismo d’azione complesso, in grado di ritardare lo sviluppo di resistenza nelle infestanti. Questa affermazione si rivelò però falsa, come sottolinea lo studio. Con la diffusione di infestanti resistenti al glifosato, gli agricoltori furono costretti a irrorare quantità maggiori del prodotto chimico.

Quando il glifosato da solo non riuscì a controllare le infestanti, i produttori crearono colture geneticamente modificate tolleranti a sostanze chimiche ancora più tossiche, come il dicamba e il 2,4-D. Gli agricoltori iniziarono quindi a utilizzare anche queste molecole, oltre al glifosato. Come evidenziano gli autori del nuovo studio, “Questi erbicidi comportano un ulteriore costo pubblico esternalizzato sotto forma di dispersione di erbicidi volatili”.

Analogamente, in Argentina, Brasile e Canada, le colture geneticamente modificate promettevano un controllo più semplice delle infestanti, ma hanno comportato un maggiore utilizzo di erbicidi. Nell’agricoltura moderna ad alta intensità chimica, gli agricoltori adottano colture geneticamente modificate; utilizzano più prodotti chimici; parassiti ed erbe infestanti si adattano; e le aziende sviluppano nuove caratteristiche geneticamente modificate e nuovi prodotti chimici, che gli agricoltori acquistano nuovamente.

I ricercatori definiscono questo fenomeno una “trappola” dell’efficienza agricola. Con le colture geneticamente modificate esaminate nello studio, inizialmente si osserva un’apparente maggiore efficienza e produttività. Col tempo, però, gli agricoltori rimangono intrappolati in sistemi che aumentano l’uso di pesticidi e incrementano i costi a lungo termine. Questi includono spese esterne come la deforestazione, il degrado del suolo, l’inquinamento idrico, i danni alle piante causati dalla deriva degli irroratori e lo sfruttamento della manodopera.

È necessario un approccio sistemico completo

I ricercatori scrivono che non è utile analizzare gli effetti delle colture geneticamente modificate a livello di singoli elementi come l’utilizzo delle risorse, l’impiego di prodotti chimici o l’uso del suolo. Al contrario, è meglio considerare l’efficienza agricola a livello di sistema, per tenere conto dei complessi fattori sociali, ecologici e politici in gioco che influenzano le diverse parti del sistema produttivo.

Oltre alla questione delle colture geneticamente modificate, un esempio citato dai ricercatori è quello delle tecnologie di irrigazione, che consentono un uso più efficiente delle risorse acquifere, permettendo all’agricoltura di espandersi e di utilizzare più acqua su un territorio più vasto e per colture di maggior valore e ad alta intensità idrica. Il risultato finale sarà un aumento della domanda e dell’utilizzo di acqua.

Un altro esempio è la conservazione del territorio. Potenti lobby promuovono quella che definiscono “intensificazione sostenibile” dell’agricoltura, ovvero l’idea che massimizzare la resa dei terreni agricoli esistenti aumentando l’uso di fertilizzanti e pesticidi possa teoricamente “risparmiare” terreno per la natura.

I ricercatori sottolineano che si tratta di un concetto screditato perché “l’aumento dell’efficienza generalmente induce un’espansione agricola. I modelli statistici che considerano le rese e la perdita di foreste nelle zone tropicali concludono che l’espansione è più comune della conservazione del territorio… soprattutto quando le condizioni politico-economiche incoraggiano l’accumulazione di terre private, creano nuove domande di prodotti o consentono lo sviluppo di nuove aree”.

I ricercatori concludono: “Le colture geneticamente modificate (OGM) sono semplicemente l’ultima di molte innovazioni tecnologiche che hanno permesso a una forma di agricoltura capitalista di persistere. Le colture HT ne sono un esempio lampante, con il loro chiaro collegamento all’aumento dell’uso di glifosato.

Gli agricoltori di tutto il mondo, soprattutto nel lungo periodo, hanno incrementato l’uso di quegli erbicidi con cui le colture OGM sono progettate per interagire. Le colture Bt offrono un esempio più sottile del paradosso di Jevons, in quanto la loro diffusione ha aumentato l’utilizzo del suolo, intensificato le monocolture e, paradossalmente, incrementato l’impiego di pesticidi in India.”

Raccomandano di perseguire sistemi alternativi che evitino la trappola del paradosso di Jevons, puntando a un cambiamento sistemico piuttosto che a “soluzioni tecniche incrementali per migliorare l’efficienza”. Affermano: “In sistemi viventi complessi come le aziende agricole, l’efficienza è un obiettivo troppo limitato. Al contrario, la strategia a lungo termine di stabilità attraverso la diversità si rivela una strategia evolutiva migliore”.

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