La teoria degli stati centrali e periferici dell’economia-mondo nasce nell’ambito dell’analisi storica e sociologica del sistema capitalistico, sviluppata principalmente da Fernand Braudel, Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi. Secondo questa prospettiva, il capitalismo non si sviluppa in modo uniforme nello spazio, ma origina una struttura gerarchica mondiale composta da centri, periferie e semi-periferie.

Braudel fu tra i primi a descrivere l’“economia-mondo” come un sistema storico e geografico integrato, dominato da un centro che detiene il potere economico-finanziario e l’innovazione tecnica, mentre le periferie forniscono materie prime e manodopera a basso costo.

Wallerstein, nella sua teoria del sistema-mondo, formalizzò questa visione: gli stati centrali controllano le attività produttive più redditizie e tecnologicamente avanzate, mentre le periferie dipendono da essi attraverso scambi diseguali. Le semi-periferie fungono da zone intermedie, capaci di mediare e assorbire parte delle tensioni del sistema.

Arrighi, infine, ha ampliato questa analisi mostrando come nel corso della storia si siano succedute diverse egemonie centrali (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti), ciascuna caratterizzata da un ciclo di espansione economica e finanziaria.

In sintesi, la teoria degli stati centrali e periferici interpreta il capitalismo come un sistema globale asimmetrico, in cui la ricchezza e il potere si concentrano in alcuni poli dominanti, mentre altre regioni restano subordinate, pur potendo in certi periodi risalire la gerarchia mondiale. Il passaggio da una nuova a una vecchia egemonia centrale non è mai indolore, ma contraddistinto da gravi crisi politiche e militari (si pensi ai due conflitti mondiali) che ridefiniscono i nuovi equilibri geopolitici. 

Per i fautori di questa teoria storiografica, è normale leggere il contesto che stiamo vivendo negli ultimi due decenni (crisi economiche e finanziarie, invasione dell’Ucraina e rottura dei rapporti tra Occidente e Russia, aggravamento delle tensioni nell’area mediorientale, ascesa dei BRICS, avvento di Trump e dell’ideologia MAGA) come la normale conseguenza del decadimento del vecchio centro egemonico, rappresentato dagli USA, in favore della Cina. 

Benché siano in azione meccanismi molto simili, è importante sottolineare alcune differenze che rendono l’attuale congiuntura del tutta inedita nella storia.

Particolarità dell’ascesa cinese. L’avanzata economica del paese del dragone è peculiare rispetto a quella dei centri egemonici precedenti (Gran Bretagna e USA), in quanto dovuta non a una superiorità tecnologica bensì alla sapiente capacità di sfruttare umanità e natura a buon mercato (per dirla alla maniera di Jason Moore e Raj Patel) all’interno di un progetto dove Pechino si è inizialmente proposta come industria manifatturiera per i paesi occidentali, ben felici di consegnarle attività gravate da pesanti ritorni decrescenti e gravi esternalità negative.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e ora la Cina, in determinati settori, ha un vantaggio competitivo grazie soprattutto al controllo delle catene di approvvigionamento, al vasto mercato interno e al supporto governativo (è ciò che sta facendo la differenza per quanto riguarda le auto elettriche, ad esempio), ma non monopolizza alcuna tecnologia all’avanguardia, anzi in certi casi subisce ancora la superiorità statunitense (è il caso della AI).  

Fine del mondo. Il mondo è ‘finito’, nel senso di scoperte geografiche o mercati da annettere all’economia-mondo capitalista, come avvenuto con i paesi del socialismo reale una volta crollato il muro di Berlino e implosa l’URSS. Il passo ulteriore sarebbe la colonizzazione dello spazio, che però è ancora prerogativa esclusiva della fantascienza. 

Nessun Prometeo all’orizzonte. L’egemonia britannica e quella successiva statunitense sono legate all’avvento di due ‘invenzioni prometeiche’, cioè ritrovati tecnici capaci di far progredire radicalmente la società in termini demografici ed economici: ci riferiamo ovviamente alla macchina a vapore alimentata dal carbon fossile e al motore a scoppio funzionante con i derivati del petrolio.

Oggigiorno l’energia da nucleare e rinnovabili rappresenta una nicchia in un contesto ancora largamente dominato dalle fonti fossili, anche in Cina dove pure si è massicciamente investito su atomo, idroelettrico, fotovoltaico ed eolico. Solo la diffusione capillare della fusione nucleare potrebbe assurgere a nuovo Prometeo, ma tutti i progetti di ricerca esistenti sono lontani anni luce dall’obiettivo, malgrado settanta anni di studi e investimenti. 

Opzione Sansone. Il vecchio centro (USA) e un nuovo centro mancato (Russia), mossi dalla frustrazione potrebbero dispiegare la potenza dei rispettivi arsenali atomici lasciando ai nuovi leader solo una gigantesca discarica radioattiva su cui esercitare il loro dominio. 

Esaurimento della Terra. Ultimo ma tutt’altro che ultimo, il pianeta Terra si trova in profondo overshoot, per un valore pari al 78% della sua biocapacità secondo gli ultimi dati; è fresca notizia il superamento del settimo dei nove limiti planetari, quello relativo all’acidità degli oceani. Il collasso degli ecosistemi potrebbe rivelarsi forse peggiore di una guerra atomica, sicuramente farebbe crollare l’architettura dell’economia-mondo globalizzata dal momento che vaste aree del pianeta diventerebbero sostanzialmente inabitabili o se non altro inadatte alla civiltà industriale. In quelle graziate da tale immane disastro, servirebbero spropositate risorse economiche solo per ovviare al danneggiamento dei servizi ecosistemici che prima assicuravano gratuitamente il loro apporto, condizione non proprio ideale per una prospettiva di crescita economica. Tutto ciò, unitamente al progressivo esaurimento delle risorse finite, segna la fine della ‘natura a buon mercato’ caposaldo imprescindibile per il benessere del capitalismo. 

Francesco Guicciardini, criticando Machiavelli, mette in guardia dall’idea che esempi e modelli del passato possano descrivere correttamente il presente, invitando perciò a usare la ‘discrezione’, ossia la capacità di analizzare le singole situazioni, riconoscendo le loro differenze e particolarità. 

Consapevoli di questo monito ed evitando atteggiamenti dogmatici, gli strumenti forniti dalla storiografia braudeliana risultano ancora molto validi per illuminare il presente ed elaborare scenari realistici su di un futuro che, comunque vada, non si preannuncia roseo né al centro né alle periferie dell’economia-mondo. 

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