Come ultimo post per il 2025 ho scelto di condividere un contributo di Bruno Saetta pubblicato su Valigia Blu, accompagnato dalla riflessione piuttosto amara che segue. Edward Said sostiene che il compito dell’intellettuale consista essenzialmente nel “dire la verità”, anche quando fa male o possa dispiacere il pubblico di riferimento. Un atteggiamento basato sull’idea che una “verità fattuale”, per dirla alla maniera di Hannah Arendt, non solo esista ma sia di per sé rivoluzionaria, cioè in grado di imporsi sulla menzogna e la manipolazione per quanto potenti possano essere.
Tale orizzonte di riferimento mi ha ispirato nella mia piccolissima e amatoriale attività di blogger, come testimonia la produzione incentrata prevalentemente sulla demistificazione e la lotta alla disinformazione, più che sulla divulgazione vera e propria. Quando quasi quindici anni fa ho iniziato a pubblicare sul Web, era del resto un approccio piuttosto diffuso, specialmente nel campo dell’ecologismo radicale.
Stufi però di fare la parte della Cassandre ignorate e derise, tanti esponenti di prima piano hanno preferito adottare una strategia differente: invece di “dire la verità”, meglio veicolare concetti di grande effetto attraverso meme efficaci e potenzialmente virali. In sostanza, vincere la sfida comunicativa è diventato l’obiettivo prioritario rispetto alla qualità effettiva dei contenuti.
Con la pandemia da Covid-19 e l’invasione dell’Ucraina, ho assistito a una spettacolo ancora più degradante: molteplici persone di cui stimavo l’intelligenza hanno fatto da cassa di risonanza a bufale insensate e alla propaganda più bieca, con un accanimento e una chiusura mentale che li ha resi simili a integralisti religiosi.
Con entrambe le categorie di persone parlare di “verità” è vano, perché i primi non la ritengono utile ai loro scopi mentre i secondi sono convinti di possederla a prescindere. Di conseguenza, seguendo questa linea finisci solo per essere sminuito a ingenuo ignaro dei principi della comunicazione vincente o a indottrinato “dalla propaganda mainstream”.
Conoscevo il concetto di “post-verità” e avevo consultato svariati saggi sulla propensione dell’essere umano ad aderire a dei miti sociali molto prima di leggere l’articolo di Saetta; quest’ultimo punto è stato affrontato pure dal sottoscritto e Jacopo Simonetta ne La caduta del Leviatano.
Saetta mi ha però definitivamente convinto sull’inutilità di combattere la disinformazione rivelandone meramente la falsità. Al massimo può funzionare su chi ha davvero fondato le sue opinioni sulle fake news, che rappresenta tuttavia una esigua minoranza rispetto a chi le usa per corroborare credenze a priori.
Debunkare tutte le bugie del Cremlino a sostegno dell’invasione dell’Ucraina, ad esempio, non scalfirà di una virgola la sincera adesione al regime di Putin in coloro convinti che all’imperialismo occidentale si stiano sostituendo le meravigliose sorti progressive del “mondo multipolare”. Solo la proposta di un mito alternativo in cui credere, adeguatamente sostenuto da meme a effetto, può forse fargli cambiare idea.
Da parte mia, non sono stato mai un buon creatore di meme e meno che mai posso propormi come fondatore di mitologie di massa. Incapace di adeguarmi ai nuovi dettami di psicologia, scienza della comunicazione, semiotica e antropologia, rimango ancorato al proposito di Said, pertanto la mia “illusione necessaria” rimane l’onestà intellettuale, ossia impegnarmi a dire sempre quella che mi pare essere la verità.
Ma non intendo assolutamente mettermi di traverso a chi fosse capace di formulare una “fede consapevole” in grado di risollevarci dall’odierno pantano dialettico e morale. Buona fortuna!
“Illusioni!” grida il filosofo. “Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondevano lo splendore della divinità sulle imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il bello e il vero accarezzando gli idoli della loro fantasia! Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancora di più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele (Ugo Foscolo, Ultime Lettere di Jacopo Ortis).
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L’illusione necessaria: vivere senza verità nell’era della post-verità, Bruno Saetta 9 novembre 2025
La perdita delle illusioni
Ogni epoca ha le proprie divinità. Un tempo erano scolpite nella pietra, poi furono ritratte nei libri, oggi fluttuano nei feed e nelle trasmissioni televisive. Ma la loro funzione è sempre la stessa: dare forma al caos.
Nel 1985 esce “L’uovo dell’angelo” (Tenshi no Tamago), film d’animazione sperimentale del regista Mamoru Oshii. L’opera anticipa molti temi dell’artista giapponese. Il film, dominato da silenzi e dall’uso visionario della luce e dell’acqua, racconta di una ragazza che porta con sé un grande uovo bianco, che custodisce gelosamente in quanto conterrebbe qualcosa di sacro e vitale (un angelo). In un paesaggio desolato e post-apocalittico si muove l’altro protagonista, un ragazzo armato di una lancia a forma di croce. Questi – figura quasi prometeica – suggerisce di rompere l’uovo.
La ragazza rimane inorridita, però si lascia seguire. Solo alla fine il ragazzo, mentre la ragazza dorme, romperà l’uovo che si rivelerà vuoto. La ragazza morirà cadendo nell’acqua, da dove emergeranno un gran numero di altre uova, mentre il ragazzo la osserva trasformarsi in una statua di pietra seduta su un trono, tra altre statue di pietra.
La criptica costruzione di Oshii è una complessa meditazione visiva sull’attesa, la fede e la perdita del divino in un mondo che sembra aver dimenticato il senso della vita. L’uovo – un guscio vuoto, custodito come una reliquia, senza sapere se contenga davvero qualcosa – è il simbolo della “devozione” a qualcosa di “non visto”.
Rappresenta il nucleo dell’identità, la parte più fragile del sé. Quando il ragazzo lo rompe, distrugge la fede stessa, non per malvagità, ma per aprire gli occhi alla ragazza e per verificare se quel qualcosa (l’angelo) esiste davvero. Egli cerca la verità nascosta dietro l’illusione. Ma il dubbio (la distruzione dell’uovo) finisce per “rompere” anche l’identità.
Il film non offre risposte, ma evoca – come un sogno – la sensazione di cercare qualcosa che non si trova più, qualcosa che forse non c’è mai stato. L’illusione – appunto – della speranza di poter tornare a qualcosa che in realtà non è mai esistito.
Se ne “L’uovo dell’angelo” Oshii esplora la perdita della fede e la morte di Dio, con l’opera “Ghost in the Shell” (1995) approfondisce questi temi. Qui la perdita non è fine a sé stessa, ma diventa il punto di partenza di un nuovo cammino alla ricerca di una nuova fede.
La metafisica della Rete, dell’interconnessione e dell’informazione diffusa, sostituisce quella spirituale. Il guscio – lo Shell – non è più contenitore di vita, ma interfaccia tra carne e informazione. L’angelo non scende più dal cielo, ma emerge dalla Rete. Oshii sembra dirci: la trascendenza non è scomparsa, si è solo trasformata. Nel mondo iperconnesso la fede non è scomparsa, si è semplicemente travestita da informazione.
“Ghost in the Shell”, quindi, anticipa di decenni temi profondamente moderni: la nascita della divinità algoritmica e trans-mediatica, la nuova forma di coscienza che nasce dall’interconnessione e dall’informazione. Sostituendo però alla disillusione tragica una nuova forma di speranza che si incarna nella consapevolezza. Nel mare dell’informazione l’anima può ancora rinascere, ma solo accettando una forma inedita e ibrida. Mentre la ragazza protegge l’uovo per fede, Motoko Kusanagi lo mette sempre in discussione.
Crisi epistemica antica e moderna
Le opere di Oshii sono potenti allegorie della crisi della fede contemporanea, che oggi si manifesta nella disinformazione e nella polarizzazione sociale. La condizione moderna non è dissimile da quella della ragazza. Come lei, molti credono in una fede cieca (complotti, terra piatta, novax, disinformazione…).
La ragazza crede nell’uovo, ma non sa cosa contenga, crede che un giorno si schiuderà liberando un qualcosa che riporterà un passato mai visto (e mai esistito): la fede in assenza di prove. Allo stesso modo oggi molti gruppi sociali non credono perché qualcosa è dimostrabile, ma perché credere li unisce: non importa se è vero, importa se ci crediamo.
Molti credono a fatti non provati o palesemente falsi come forma di identità e appartenenza, come atto di fede per trovare una posizione nel mondo. E questo modo di pensare sta avendo il sopravvento (vedi USA, ma non solo), spezzando il collante sociale che si basa sulle convinzioni condivise, e portando alla dissoluzione.
La fede, oggi, non è più religiosa: è sociale, politica, identitaria. Motoko non cerca più Dio, cerca la sua identità, il suo scopo nel mondo. La disinformazione non si diffonde perché le persone vogliono essere ingannate, ma perché hanno bisogno di credere in qualcosa, il credente moderno non prega dinanzi a un altare, ma davanti a uno schermo (Tv o internet che sia), non cerca la salvezza, ma la conferma di appartenere a qualcosa.
La differenza non sta nel contenuto dell’informazione, ma nella forza del legame sociale che quel contenuto genera. Chi crede a una menzogna non è vittima di ignoranza, è il partecipante a un rito dove il politico di turno è l’officiante.Il fulcro è lo scopo dell’uovo.
L’uovo è vuoto, ma è la ragione di vita, come guscio identitario, calato dall’alto per convincere che c’è un qualcosa dentro di esso. Lo stesso effetto si ha con le teorie complottiste, i culti digitali (culti della personalità, come per Trump e Musk), o per i movimenti che rifiutano la scienza: il valore non è più cognitivo, non si poggia sulla veridicità del fatto, ma è esclusivamente tribale, identitario.
Quella che Oshii mostra come perdita del divino si è trasformata oggi in divinizzazione della soggettività (a scapito della società stessa). Non è più Dio a definire la verità, ma l’algoritmo, i media, la televisione e i giornali, e la stessa politica, che ci aiutano a confermare le nostre proprie idee, che ci propongono una verità adatta a noi, personalizzata.
“L’uovo dell’angelo” non è un film sulla perdita di Dio, ma un manifesto anticipatore della crisi epistemica moderna. Viviamo in un’epoca che si illude di aver superato la fede. La chiamiamo “era dell’informazione”, ma in realtà è un tempo di nuove fedi, solo più frammentate, più rumorose, più tecnologiche. La rete non ha eliminato il bisogno di credere, lo ha moltiplicato: ha trasformato ogni individuo in una piccola chiesa personale, con il proprio culto, i propri dogmi, la propria comunità di appartenenza.
È questo il paradosso della modernità: nel tentativo di costruire una società razionale, basata sui fatti, abbiamo creato un mondo dove la verità non basta più. Il fact-checking non dissolve la fede, ma la rafforza, perché la critica viene percepita come aggressione.
Oshii, pur partendo da una riflessione spirituale, costruisce una critica politica e sociale potentissima. Nel mondo di Oshii la fede cieca porta alla catastrofe e genera isolamento. La rottura dell’uovo è un momento di verità devastante, scoprire che la propria ideologia non ha alcun fondamento, che tutta la propria vita è basata sul nulla.
Oggi la condizione non è dissimile. I media digitali moltiplicano i gusci, ognuno se ne costruisce il proprio, personale e diverso, il proprio microcosmo di credenze basate sul nulla, mentre la realtà condivisa si sgretola. Una promessa di libertà assoluta che, in realtà, dissolve i riferimenti condivisi.
Il risultato è un mondo dove ognuno abita il proprio “uovo”. E in questo caos epistemico gli autoritarismi prosperano (divide et impera!). Nel vuoto di significato sempre più diffuso, subentrano figure che offrono una nuova fede, semplice, emozionale, polarizzante.
Oggi i social e in generale i media digitali (compreso giornali e televisioni) frammentano la realtà in bolle epistemiche, le piattaforme che promettono libertà (come X/Twitter e Grokipedia) creano caos informativo, e nel caos l’autoritarismo ritorna potente come promessa di ordine ideologico e sociale. Oshii lo aveva predetto: quando la fede è cieca resta solo l’illusione del significato.
Il disvelamento e le nuove illusioni
Il film di Oshii non offre soluzioni, ma solo diagnosi. Nel finale vediamo la ragazza trasformarsi in una statua di pietra assisa su un trono, insieme a tante altre statue di pietra, mentre dal mare emergono tante altre uova. Questo a simboleggiare che gli uomini compiono sempre gli stessi gesti nei secoli, ripetendoli anche dopo aver scoperto che alla base non c’è nulla.
Ma, dalla dissoluzione della fede non nasce l’affermazione della verità, bensì la moltiplicazione della fede in una nuova e più potente frammentazione. L’assenza di catarsi è la risposta più terribile alle domande odierne: smascherare la falsità della fede non basta a guarire l’umanità, la verità da sola non salva.
Il ragazzo (il dubbio incarnato) è la ragione critica che cerca la verità, che verifica e fa debunking. Tuttavia nel mondo di Oshii la ragione è sterile, non genera vita ma desolazione. Alla fine il ragazzo resta da solo con la sua disillusione. Diventa parte di quella stessa arca di figure senza vita, un altro simulacro del tutto simile agli altri. La ragione che distrugge la fede non crea nuovo senso, rimane pietrificata.
La ragazza (la fede cieca) non sopravvive allo svelamento, ma si sublima in mito e fantasma del sacro, duplicandosi in altre fedi (altre uova). La verità non ricompone l’umanità, non risolve i conflitti, dal disvelamento non nasce nulla di nuovo. L’uomo ha distrutto Dio, smascherando le illusioni, ma non trova un sostituto. E, senza un collante simbolico, la società implode. Come disse Nietsche: “abbiamo ucciso Dio, ma chi ci laverà da tutto questo sangue?”
Così, nel tentativo di liberarci dai miti, li abbiamo resi onnipresenti. Il risultato è una società che non riesce più a distinguere la verità dal mito perché ogni fede è anche un’identità, e mettere in discussione una credenza significa mettere in discussione sé stessi.
È per questo che la lotta alla disinformazione, per quanto necessaria, appare sempre più sterile: smascherare un’illusione non distrugge il bisogno che l’ha generata, anzi, lo esaspera, lo polarizza. Il ragazzo che rompe l’uovo, credendo di liberare la ragazza dalla menzogna, non fa che condannarla al vuoto. E l’umanità, che ha bisogno di miti per sopravvivere, collassa.
Le fedi smentite non si dissolvono, ma si trasformano in altre forme di credenza, perché l’umanità non cerca la verità ma l’appartenenza. Chi tenta di “rompere l’uovo” (giornalisti, scienziati, intellettuali, debunker…) finisce come il ragazzo: la critica, che distrugge la fede, diventa a sua volta un nuovo atto di fede. Il ragazzo che rompe l’uovo non è “salvato” perché ha visto la verità, ma è intrappolato in un nuovo dogma: quello della razionalità assoluta, che a sua volta è sterile, pietrificante.
Credere senza verità, perché quel credere è ciò che dà forma all’esistenza, la radice del problema non è la falsità delle informazioni, ma la fame di senso che spinge a credere in esse. Se la fede cieca genera isolamento, la ricerca della verità assoluta produce solitudini parallele, la distruzione del contenuto lascia solo gusci.
“L’uovo dell’angelo” – una metafora della condizione umana moderna – non da redenzione né speranza. La rottura delle illusioni porta alla ripetizione, alla moltiplicazione. Perché la fede nasce da un bisogno umano, l’uomo non può vivere senza. La verità non è il contrario della menzogna, ma la sua ombra.
Alla fine tutto torna al mare, che nelle opere di Oshii è memoria, oblio. Il mare può essere la dissoluzione dell’umanità o il ritorno all’indifferenziato, da cui potrebbe emergere una nuova coscienza. Ma per fare ciò occorre perdere la propria identità per accedere a una nuova forma di coscienza collettiva, come Motoko che si fonde col Puppet Master in Ghost in the Shell. Motoko, dissolvendo la propria individualità, accetta che non esiste più un centro.
La critica come atto di fede
La lettura più matura dell’opera di Oshii sembra dire che fede e critica condividono la medesima radice emotiva: il bisogno di dare senso al mondo. La fede cieca lo trova nell’illusione, la critica pura nella distruzione dell’illusione. Ma entrambe condividono il bisogno di credere, l’una nella falsità e l’altra nella verità.
Ed entrambe falliscono, perché nessuna riesce a colmare il vuoto del senso. Spesso chi smaschera la disinformazione lo fa con atteggiamento fideistico, convinto di appartenere al giusto, al campo della razionalità. Ma entrambe le posizioni creano identità, trovando senso nella medesima logica.
Rompere l’uovo alla fine non è un modo per risolvere i problemi, ma un momento di frattura definitiva, significa moltiplicare i conflitti. Quando una fede viene attaccata e distrutta, non si dissolve ma genera frammenti più radicali, genera polarizzazione. Smonti un complotto e ne nascono altri dieci. La fede non muore, cambia forma, perché è ciò che struttura la realtà, è il modo con cui la mente umana ordina il caos, a costo di distorcere la verità.
Gli studi di psicologia cognitiva e di media literacy confermano ciò che Oshii aveva intuito poeticamente: la correzione delle false credenze produce spesso l’effetto contrario (backfire effect); la vergogna cognitiva di chi viene smentito lo spinge a raddoppiare la fede; la tribalizzazione aumenta, perché le persone si rifugiano nel gruppo che le conferma. La verità non unisce, ma atomizza.
Il mare de “L’uovo dell’angelo” è come il mare dell’informazione, dove ogni utente è la ragazza con l’uovo, e l’uovo è la sua identità. L’utente che rompe l’uovo con la sua lancia diventa agente di ulteriore frammentazione. Il mare, invece di essere spazio di connessione, diventa l’ambiente caotico della moltiplicazione delle illusioni (delle uova). Il pensiero di Oshii è ciclico, quasi nietzschiano, la fede muore ma rinasce in nuove forme: religiose, ideologiche, digitali.
L’essere umano non può vivere senza credere. Non importa in cosa – Dio, la scienza, il progresso, la libertà o la cospirazione – ciò che conta è la necessità di un punto fermo, una struttura simbolica che ordini il mondo e dia senso all’esperienza. La fede non nasce dall’ignoranza, ma dal desiderio.
E il desiderio – come il mare finale del film – non si può prosciugare. La differenza sta nel luogo, il tempio della fede non è più la Chiesa o la piazza, ma la tecnologia. Per vincere la disinformazione bisognerebbe cambiare l’essere umano – cioè ciò che Oshii, nel 1985, aveva già intuito: la fede è una funzione vitale, non un errore.
La fede consapevole
La lotta alla disinformazione non può essere vinta, perché non è una patologia sociale, ma una lotta contro la natura stessa del credere, la disinformazione è il modo in cui la società riformula la fede perduta. L’unica salvezza è l’accettazione, convivere con l’illusione, ma sapendola tale. L’unico modo di non restare pietrificati è di accettare il ciclo, riconoscere la natura illusoria ma necessaria delle nostre credenze. L’unico modo per risolvere non sta nel distruggere le credenze, ma renderle consapevoli di sé.
Motoko, infatti, non distrugge il suo guscio, non “rompe” la fede, ma la trascende fondendosi col Puppet Master. La sposta su un piano diverso, in cui credere non significa più aderire a un dogma, ma accettare la natura fluida e instabile dell’essere. È la nascita di una nuova fede, una fede laica, cibernetica, fondata non sulla certezza ma sulla connessione, una fede consapevole del proprio artificio.
Motoko, pur avendo superato l’illusione del corpo e dell’identità, non riesce comunque a trovare una “verità” alternativa, ma solo un nuovo livello di incertezza, dove il significato è dinamico e costantemente ricostruito. Oshii non offre un senso positivo, ma un invito a sopportare il vuoto senza fuggirlo in nuove illusioni.
È una posizione durissima: la consapevolezza che non esistono uova da proteggere, ma che possiamo almeno riconoscere il ciclo, capirlo. In ciò possiamo trovare una nuova forma di dignità. In un mondo dove tutti brandiscono la propria fede come verità assoluta, l’unica vera fede è non credere di averne una da difendere.
Oshii, vent’anni dopo, dà una possibile risposta con “Ghost in the Shell 2 – Innocence”. In questa nuova opera Motoko non è più nemmeno un corpo, ma una pura voce dissolta nella rete. Il protagonista è Batou, che la cerca come si cerca un dio perduto, ma non per ritrovarla, bensì per convincersi che la fede non sia stata inutile.
Il mondo è un deserto barocco di bambole, esseri meccanici, simulacri e illusioni. Il film è un loop infinito di immagini vuote, di bambole che si ribellano ai loro creatori, non per chiedere libertà, ma l’anima. E l’anima è un programma che desidera avere un’anima.
L’umanità non ha perso la fede, l’ha trasferita nei simulacri artificiali, nei gesti automatici della memoria. Non c’è più differenza tra “credere” e “funzionare”, tra “preghiera” e “codice”. È la stessa identica fede de “L’uovo dell’angelo”, ma qui nessuno prova a romperlo, c’è solo accettazione.
Il tema è sempre lo stesso: come convivere con l’assenza di significato? In GITS2 l’oggetto sacro non è più l’uovo, ma il corpo artificiale (oggi le AI), un “angelo” costruito dall’uomo. La fede non è sparita, si è trasferita nella tecnologia che tutto pervade. L’uomo, dopo aver scoperto che l’uovo è vuoto, dopo aver capito di non poter credere in Dio, nonostante tutto continua a cercare qualcosa in cui credere, e comincia a giocare a fare Dio.
Non crede più in un creatore, crede a se stesso come creatore. L’uovo si è trasformato in un simulacro tecnologico estremamente sofisticato: “le bambole”, cioè gli esseri artificiali, “sono specchi dell’uomo”, simbolo di una fede senza oggetto: l’illusione come condizione ontologica. Il corpo cibernetico è l’equivalente dell’uovo dell’angelo, un involucro che promette un contenuto trascendente, che promette di risolvere “i mali del mondo”, ma che, al suo interno, rivela solo un vuoto di significato.
Più capiamo di essere privi di significato, più proviamo a riempire quel vuoto costruendo copie di noi stessi. È un tentativo di ancorarci a una verità che non fa altro che aumentare la disillusione, mettendo in discussione anche lo stesso concetto di “uomo”. È Batou che – mezzo uomo e mezzo macchina – giunge all’unica verità possibile: “Se gli umani non avessero più illusioni, non potrebbero vivere”. L’uomo crede ancora, perché non può smettere di farlo, è il suo istinto, senza fede l’essere umano si dissolverebbe come un programma privo di input, come una bambola malfunzionante.
La fede è necessaria, non importa in cosa, nel divino, nell’ideologia, nella tecnologia. Il vero orrore non è l’assenza di Dio, ma l’impossibilità di spegnere il desiderio di trovarlo. Il mondo di Oshii è senza catarsi, né rivelazione. In “Innocence” Oshii apre a una sfumatura appena accennata in “Ghost in the Shell”: la possibilità di convivere con l’illusione sapendola tale.
Non è possibile eliminare l’illusione (rompere l’uovo), perché è ciò che dà senso all’uomo, ma è possibile svelarne l’esistenza, trasformandola in una maschera consapevole. È ciò che Motoko ha compreso nella sua forma post-umana: lei non “crede” più nell’illusione, si limita ad abitarla, consapevole che è il tessuto del mondo.
L’uomo si fonde con la macchina non per abbandonare la spiritualità, ma per continuare a cercarla in un altro linguaggio. Anche quando diventiamo dati, anche quando non restano che algoritmi e memoria artificiale, possiamo ancora continuare a credere.
L’assenza di linguaggio comune
Oggi, mentre osserviamo la nascita delle intelligenze artificiali, ci scopriamo a vivere nel mondo predetto da Oshii. Le macchine di “Ghost in the Shell” sono i modelli linguistici e le reti neurali che promettono risposte oggettive ma riflettono solo le nostre illusioni statistiche, non più strumenti ma oggetti di fede. Ci affidiamo ai loro giudizi, cerchiamo in loro neutralità, equilibrio, etica, persino verità.
Le interroghiamo come sacerdoti invisibili che dovrebbero offrirci risposte pure e non contaminate dalle passioni umane. Ma dietro la macchina non c’è un dio, bensì il nostro desiderio di credere. La tecnologia non ha distrutto la fede, l’ha assorbita. La temiamo e la invochiamo allo stesso tempo, come una volta temevamo e invocavamo Dio.
Oggi ogni algoritmo è la nuova liturgia, ogni schermo un altare, ogni notizia un piccolo atto di speranza. Persino la lotta contro la disinformazione è una nuova forma di credo, una fede nella possibilità che la verità possa essere restaurata, come un bug da correggere. Ma il risultato è sempre lo stesso, una nuova religione coi suoi dogmi, i suoi profeti e i suoi eretici, i suoi fanatici.
Non cerchiamo più la verità, ma la coerenza statistica che la imiti meglio, e proteggiamo questa fede con un’ingenuità disperata, perché perderla significherebbe affrontare il vuoto. L’essere umano non sopporta l’assenza di significato: preferisce l’illusione alla verità, il racconto all’incertezza, la consolazione alla libertà.
Oshii lo aveva detto: rompere l’uovo non serve, perché ogni fede che muore ne genera altre come le teste dell’Idra. La società non si disgrega perché crede in troppe falsità, ma perché ha smesso di condividere un linguaggio comune della verità. In “L’uovo dell’angelo”, la fede distrutta genera altre fedi.
In “Ghost in the Shell”, Motoko acquisita consapevolezza dell’illusione. In “Innocence” Oshii mostra una fede che non ha più bisogno di un oggetto. La soluzione non è smettere di credere, ma riconoscere le proprie illusioni come tali, e costruire un’etica della consapevolezza, non più della certezza.
La verità è che non esiste alcuna verità, non esiste salvezza, non esiste un qualcosa che ci ridarà l’innocenza perduta per colpa, casomai, della tecnologia, non esiste un eden al quale ritornare, non esiste nulla di tutto ciò. Ciò che ci “vendono” ogni giorno gli officianti del rito “moderno” e transmediatico – politici, tycoon, imbonitori televisivi, influencer – non è altro che nuove illusioni. L’uovo è vuoto, dentro non c’è alcuna verità da scoprire. L’unica verità è che possiamo capirlo e vivere senza di essa.
Vivere senza la verità non è nichilismo (“nulla ha senso, quindi tutto è permesso”), o cinismo (“tutti mentono, quindi mi fido solo di chi mi piace”), o relativismo totale (“ogni opinione vale quanto un’altra”). Ma è umiltà epistemica (“so che non so tutto”), impegno procedurale (“mi impegno in metodi condivisi”), responsabilità (“proprio perché non c’è verità assoluta, devo stare attento a cosa scelgo di credere”).
Ad esempio, valorizzando la trasparenza epistemica: non “questa è la verità”, ma “questo è come sono arrivato a questa conclusione”. In medicina, dove le linee guida cambiano continuamente, i medici non dicono “questa è la verità eterna”, ma “questo è il miglior trattamento secondo le evidenze attuali”. È una fede consapevole nel metodo scientifico, non nella verità assoluta. Nelle conversazioni online, invece di dire “è così”, possiamo preferire “secondo questa fonte”.
Dal punto di vista concreto, la lotta alla disinformazione cambia natura. Non è più “difendere la verità contro la menzogna”, ma “difendere processi trasparenti contro manipolazione opaca”. Non combattiamo chi crede cose false, ma chi distrugge i metodi condivisi. Il problema non è se qualcuno crede ai complotti, ma quando qualcuno deliberatamente inquina il processo di verifica (deepfake, bot, manipolazione algoritmica). È un crimine contro il metodo, non contro la verità.
E così, mentre crediamo di liberarci, continuiamo a credere. Ma la tecnologia non è la nostra fine, ma la nostra prosecuzione, la nuova forma del nostro bisogno di senso: il bisogno di credere anche quando sappiamo che l’uovo è vuoto. So che l’uovo è vuoto (non c’è verità ultima), ma devo comunque proteggerlo (quindi servono strutture di senso condiviso).
Immagine in evidenza: l’uovo protagonista de L’uovo dell’angelo
Mi pare che questa mancanza di consenso sulla realtà sia davvero uno dei più grandi e tragici problemi del nostro tempo. Lo è particolarmente considerando la policrisi con cui abbiamo a che fare, che non si ferma per i nostri vaneggiamenti. Temo che anche la soluzione più sensata non possa che essere condivisa da una minoranza, che sarà comunque spazzata via prima o poi, come tutto il resto, dal precipitare degli eventi.
Posso solo sperare che dopo la bufera i superstiti – tra i quali non conto di essere – ne usciranno con un po’ di saggezza in più.
Ne “La caduta del Leviatano” abbiamo evidenziato come una delle principali paculiarità che ci rendono umani sia proprio il fatto che noi non possiamo rapportarci alla realtà direttamente (come gli altri esseri senzienti), bensì sempre e solo mediante un modello mentale che la rappresenta. Siamo fatti così, come siamo bipedi, ecc. Punto.
Il problema sorge quando la realtà comincia ad evolvere più rapidamente di quanto noi riusciamo ad aggiornare i nostri modelli mentali perché questo crea una sorta di follia collettiva.
Del resto, molte malattie mentali, alla fine, consistono in questo: Elaborare modelli mentali troppo lontani dalla realtà oggettiva che, di per sé, resta comunque sempre velata dai modelli.
Se io credo di essere Napoleone sono pazzo, ma se succede che il mondo cambia più rapidamente del nostro modo di percepirlo e capirlo, allora siamo tutti noi individui perfettamente normali ed assere di fatto pazzi. E, forse, solo qualcuno che ci pare folle sarà invece quello che è sano di mente.
Ne erano certi i nostri remoti antenati che avevano un sacro rispetto per ceerte forme di follia.
“Del resto, molte malattie mentali, alla fine, consistono in questo: Elaborare modelli mentali troppo lontani dalla realtà oggettiva”
Attenzione che da questa convinzione al privare dei diritti civili quelli con cui non e’ d’accordo il passo e’ molto breve, e rientra nell’atteggiamento per cui sempre piu’ spesso a sinistra, e ancora di piu’ nel campo dei “meritocratici”, si parla della necessita’ della patente per votare.
Ci stiamo pericolosamente avvicinando alla psichiatria sovietica, ulteriore passo verso la privazione della liberta’ nell’anelito al pianeta perfetto raggiungibile solo col governo degli autoproclamati illuminati… cambiano i pretesti ma gira e rigira sempre la’ siamo.
Il passo è breve solamente per te che per forza vuoi vedere in questa constatazione di Jacopo un suo ipotetico proposito di chiudere la gente in un campo di correzione. Anche perché non ha mai detto di detenere il modello migliore della realtà!
No. Il mondo sta andando incontro a una probabile perdita di libertà, ma non per il ‘woke’ o i ‘meritocratici’… quelli possono aver rotto le palle e detto cazzate a raffica, ma alla fine dei conti hanno portato solo acqua al mulino di chi sostiene la causa del “non si può dire nulla” e nel frattempo è assurto a posizione potere e/o di fama e ricchezza. Messora di Byoblu, per fare un esempio, ha giocato apposta a farsi bannare sui social media per creare clamore intorno alla sua persona. Invece quei soggetti politici che secondo te dovremmo subire stando muti, quelli sì che passeranno alle vie di fatto.
Per restare a quello che dice Jacopo, il tuo odio per la sinistra e gli ecologisti ti sta portando a vedere il mondo in un mondo del tutto contrario alla realtà.
> odio per la sinistra e gli ecologisti
Noto una fissazione per lo “odio”.
Nel commento del signor Winston c’è un dubitativo allarme, una richiesta di porre attenzione su certe pratiche di “correttezza etica” colle quali erano lastricate le vie per gli infernali “nuovi mondi” per i quali andava e va in brodo di giuggiole la sinistra (?).
Non c’è alcun “odio”.
Se lo dice un esperto di odio come lei sarà vero!
Mi scuso per il ritardo nella risposta. L’internamento degli affetti da “follia collettiva” sarebbe semplicemente impossibile perché è un fenomeno che in misura diversa, ma riguarda tutti. L’internamento mirato degli oppositori è semmai il contrario poiché riguarda i pochi che, forse, sono un tantino più savi degli altri.