Da alcune settimane si fa un gran parlare del rincaro del prezzo del gas, solennemente preannunciato in Italia dal ministro Cingolani con la minaccia di bollette più salate fino al 40% nei prossimi mesi. Lo spauracchio maggiore paventato dai media è il rischio di una carenza di metano in Europa che potrebbe ripercuotersi negativamente sul riscaldamento domestico e sulla generazione di elettricità.
Le analisi superficiali, come quelle normalmente diffuse dai grandi organi di informazione, trascurano l’influenza esercitata dal settore energetico anche negli altri comparti: il gas naturale, ad esempio, ricopre un ruolo di primo piano (normalmente ignorato) nella produzione alimentare. I fertilizzanti azotati, di gran lunga i più usati in agricoltura, vengono infatti sintetizzati grazie al processo Haber-Bosch, il quale permette di fissare l’azoto atmosferico producendo ammoniaca, attraverso una serie di complesse reazioni chimiche innescate con l’apporto del metano.
Il prezzo dei fertilizzanti è conseguentemente salito in parallelo a quello di gas e ammoniaca.
Da notare come i due picchi precedenti dei prezzi (nel 2007 e nel 2011) siano stati anch’essi causati da dinamiche legate al mercato dell’energia, nello specifico al prezzo del greggio schizzato oltre i 100 dollari al barile, fatto che si è poi ripercosso su tutte le filiere industriali, le quali sono influenzate direttamente o indirettamente dal petrolio. Attualmente, il barile si attesta sopra gli 80 dollari, un rialzo considerevole dopo le lunghe ondate deflattive causate dalla bassa domanda, culminata addirittura con i ‘prezzi negativi’ dell’aprile dello scorso anno.
L’aumento delle spese per i fertilizzanti è uno degli elementi, insieme ai pessimi raccolti dovuti a siccità e fenomeni atmosferici estremi, che stanno portando alle stelle il prezzo del grano. Allargando l’orizzonte oltre la stretta attualità, si può però constatare una tendenza di lungo periodo che, di pari passo con la fine delle risorse energetiche a buon mercato (nel senso di costo di produzione, non di prezzo di vendita) registra un graduale rincaro del cibo dall’inizio del nuovo millennio a oggi. I prezzi attuali, in termini reali, superano quelli registrati agli albori della rivoluzione verde e, se come probabile il trend odierno persisterà, si rischia di raggiungere e superare le punte massime segnate durante grande la crisi petrolifera del 1973.
Fonte: FAO
Una ricerca dell’università dell’Illinois del 2016 risulta particolarmente interessante ai nostri fini, prendendo in esame le voci di spesa di alcune aziende cerealicole ad alta produttività dello stato, le quali rappresentano sicuramente un’avanguardia dell’innovazione agronomica mondiale. L’analisi conferma un incremento sostanziale dei prezzi, sia per unità di superficie che per unità di prodotto, non solo dei fertilizzanti ma anche di sementi (transgeniche dalla fine degli anni Novanta) e (in misura minore) pesticidi. I rialzi sono stati solo parzialmente compensati dagli incrementi di produttività, come testimonia la maggior incidenza incidenza di tali variabili sui ricavi ottenuti dalla vendita dei cereali.
I fertilizzanti rappresentano la criticità maggiore in quanto tutti sintetizzati a partire da materie prime non rinnovabili: oltre al metano, fosfati e sali di potassio. Se per quanto riguarda questi ultimi non sussistono timori di scarsità almeno a breve termine, sul fosforo si addensano nubi molte più fosche, perché gran parte delle riserve disponibili sulla carta comportano notevoli difficoltà di estrazione, trattandosi di giacimenti a bassa concentrazione o sottomarini.
Esistono poi alcuni ritrovati tecnici per contenere il problema, alcuni già fattibili come i sistemi di trattamento delle acque reflue urbane per il recupero di nutrienti, altri più avveniristici, quali sofisticati sensori in grado di rilevare le carenze dei terreni impiegando in modo più mirato e parsimonioso i fertilizzanti oppure modificazioni genetiche ad hoc delle sementi. Tutte soluzioni che, però, comportano investimenti più o meno consistenti (quindi altre spese) e, soprattutto, evadono la questione focale.
Il sistema alimentare degli ultimi 50 anni, iperproduttivo e capace di trasformare la carestia in un incubo del passato, si è fondato su di un massiccio apporto di combustibili fossili a basso costo in grado di alimentare l’industria estrattiva e chimica per la sintesi di fertilizzanti e pesticidi, azionare macchinari da lavoro e, soprattutto, sostenere la capillare rete logistica che ha permesso di minimizzare il pericolo di scarsità di cibo attraverso adeguati trasferimenti da una zona all’altra del pianeta. Un fatto decantato come miracolo del Progresso, in realtà riconducibile alla ‘capacità di carico fantasma’ (brillante espressione di William Cutton) temporaneamente concessa dall’innovazione tecnologica, a spese però della salute dell’ecosistema.
Oggi è arrivato il momento di pagare un salatissimo conto: come ampiamente noto, le fonti fossili vanno accantonate molto prima del loro possibile esaurimento per non esasperare ulteriormente la già grave crisi climatica (a cui contribuisce attivamente anche il protossido di azoto rilasciato dalle coltivazioni fertilizzate dai prodotti sintetizzati con il processo Haber-Bosch). Persino immaginando di implementare l’utopia dell’elettrificazione totale mantenendo i consumi attuali, l’attuale paradigma alimentare non sarebbe replicabile in toto, in certi casi neppure in linea teorica, essendoci in gioco risorse non rinnovabili.
L’abbandono di un sistema insostenibile in favore di uno ispirato alla resilienza travalica i confini dell’agricoltura e dell’agronomia, richiede di rivedere completamente le basi del funzionamento della società globale, nonché di misurarsi con problematiche scomode, a partire dalla sovrappopolazione e dalle consuetudini alimentari. Per adesso, ci troviamo ancora sulla punta relativamente confortevole di uno scomodissimo di iceberg sul quale, volenti o nolenti, siamo presto costretti a scivolare.




https://www.ilpuntocoldiretti.it/attualita/economia/raddoppiano-i-costi-delle-semine-sos-nei-campi/
Neanche l’ombra dell’idea che forse è il caso di cambiare sistema…
Ho aspettato qualche giorno per vedere se qualcun altro si decida a rispondere. Evidentemente siamo rimasti solo in tre o quattro e a leggere questi articoli. Tutti sono d’accordo che in molti casi si esageri nell’utilizzo dei concimi chimici (quando aumentano i costi, il loro consumo si riduce senza che vengano ridotte sostanzialmente le produzioni!), ma criticarne l’uso ed eliminarli tout court, sarebbe un errore ancora più grande. In ogni caso ogni critica resta valida solo se le vengono abbinate soluzioni alternative “veramente” efficaci. Le “soluzioni” che vengono comunemente proposte e cioè l’ estensivizzazione delle produzioni vegetali ed animali tramite il metodo Bio (logico e dinamico) e/o altri metodi simili, (di cui però non vengono mai mostrati esempi visibili e visitabili) trovano credibilità solo presso quella maggioranza che non sa niente di agricoltura e zootecnia. La minoranza che invece ci capisce, sa bene che l’unica alternativa possibile ai concimi chimici sono i fertilizzanti organici e che l’unica fonte di questi fertilizzanti organici (a parte le deiezioni umane) sono gli allevamenti INTENSIVI.
Si arriva quindi all’assurdo che gli stessi che criticano l’uso dei concimi, siano gli stessi che criticano anche l’unica alternativa possibile.
Come ho già scritto più volte, l’ alternativa Bio è una illusione. Questa è ora possibile per tre motivi: approfitta dei sostanziosi contributi pubblici e degli elevati prezzi di vendita che si possono permettere solo i consumatori più ricchi. Si limita alle produzioni agricole più facili e cioè quelle che richiedono minori tecnologie ed energia e trascura la zootecnia. A causa di questo squilibrio, i produttori Bio stanno utilizzando quasi esclusivamente (più del 90% in Italia ed analoghe percentuali anche in altri paesi) fertilizzanti organici prodotti dalla zootecnia intensiva tradizionale. Qualche ingenuo, conscio di queste contraddizioni, pensa che per mantenere (o addirittura migliorare) la fertilità del suolo basti il sovescio e cioè l’interramento di alcune colture erbacee prima della coltura principale. Chiunque, (anche un bambino) capirebbe che questa doppia coltivazione comporti sia un drastico aumento delle superfici, sia un aumento complessivo dei consumi energetici. La coltura da destinare a sovescio infatti non cresce da sola: bisogna comunque arare o anche solo seminare su sodo, irrigare e poi interrare la coltura del sovescio. Negli articoli inneggianti al Bio, tutte queste operazioni e input energetici vengono generalmente omessi e si calcolano solo le operazioni e consumi diretti della coltura finale. R poi si insiste solo sulle capacità di carico fantasma dell’agricoltura tradizionale!
Aggiungo un altro aspetto che vedo omettere in ogni articolo inneggiante al Bio: il sovescio è possibile ed utile solo in ambienti temperati e cioè con alternanza delle stagioni con conseguente nitrificazione della sostanza organica durante il periodo invernale. Ulteriore conferma che il Bio (logico e dinamico) è una fisima e lusso solo per ricchi occidentali!
Resta un’ultima considerazione: perché prendersela tanto con l’energia “sprecata” per i concimi chimici? Per l’ENEA, il sistema agricolo mondiale è responsabile per il 7,6% della produzioni di gas serra (il 9,5 sarebbe la media dell’UE ed il 6,6% dell’Italia e circa un terzo di questo è attribuibile appunto alla produzione di concimi.
Per L’European Environmental Agency il contributo di gas serra imputabile al trasporto aereo è invece del 13,4% e cioè quasi il doppio rispetto all’agricoltura. Per inciso, quello ferroviario è del 0,5% e c’è pure qualcuno che si permette pure di criticarlo/boicottarlo!!
Nell’attuale situazione, sarebbe dunque prioritario criticare i metodi della produzione di cibo rispetto a quelli inerenti al trasporto aereo, di cui buona parte è ( o meglio, era) destinato a fare shopping a Londra o New York o partecipare ad una riunione di poche ore ad Hongkong?
Resta da chiedersi se queste errate priorità e visioni distorte non facciano parte di un preciso disegno di disinformazione di massa.
PS: faccio notare che l’attuale aumento dei prezzi è dovuto a contingenti problemi nella filiera logistica e non certo a scarsità di materie prime. Come è sempre avvenuto queste crisi hanno comunque il grosso vantaggio di mettere in luce molti problemi e di incentivare miglioramenti. Tra questi il più urgente è senza dubbio la riconversione energetica da fossile a rinnovabile, ma non solo nel settore agricolo.
Il problema legato ai fertilizzanti azotati è legato principalmente al rilascio di protossido di azoto dai campi, non alla produzione di fertilizzanti..
O mi sono spiegato male io, o non ha letto bene quanto ho scritto, oppure non l’ha capito.
So benissimo che una eccessiva quantità di concimi chimici, a causa della nitrificazione rilascia in atmosfera del protossido d’azoto e che questo ha proprietà climateranti di circa 300 volte superiori alla CO2. Ho anche sottolineato che a questa osservazione e giusta critica vanno però abbinate delle soluzioni pratiche.
Già un aumento dei prezzi dei concimi azotati ne farà calare gli sprechi. L’agricoltura tradizionale, da circa 30 anni, conscia di questo (al di là di considerazioni ambientaliste, a qualunque contadino non piace sprecare soldi e tempo) sta adottando alcune soluzioni promettenti: pratiche conservative del terreno e agricoltura di precisione. Sottolineo che queste pratiche ( al pari della Lotta Biologica ed altro) fanno parte dell’agricoltura tradizionale e non di quella Bio, come certuni credono o vorrebbero far credere.
Oltre alle pratiche meccaniche, resta da considerare l’elemento alternativo necessario per apportare al terreno quell’azoto che è stato sottratto con il raccolto e cioè i fertilizzanti organici. Per l’ennesima volta faccio notare che questi sono possibili solo tramite allevamento intensivo, con i suoi corollari virtuosi. Per esempio: digestione anaerobica degli effluenti per produrre biogas. Anche questi tutte soluzioni in contrasto con il Pensiero Unico dominante. Per saperne di più propongo quattro brevi e comprensibilissimi articoli divulgativi.
http://www.crpa.it/media/documents/crpa_www/Settori/Foraggicol/Download/Archivio_2014/AgRER_2014_3_p78-79.pdf
https://terraevita.edagricole.it/featured/precisione-e-conservativa-alleate-contro-i-gas-serra/
https://terraevita.edagricole.it/agricoltura-conservativa/carbon-farming-un-delicato-equilibrio-da-trovare/
https://terraevita.edagricole.it/featured/il-paradosso-del-glifosate-e-il-ruolo-guida-della-scienza/
Sono contento che lo sappia, solo che lei ha parlato nel suo commento di ‘produzione di concimi’ non di nitrificazione in atmosfera. E in un suo commento su decrescita.com dell’8 luglio scorso in commento a questo articolo http://www.decrescita.com/news/oltre-il-nimby/ scrive (testuali parole sue, grassetti miei):
“L’AGW è causato da un AUMENTO di vari composti carboniosi ed azotati in atmosfera e questo è determinato solo da consumo di combustibili fossili. Agricoltura ed allevamento si limitano invece a utilizzare/riciclare atomi di carbonio ed azoto già presenti in atmosfera. L’unico apporto all’AGW è dato dalla esigua percentuale (3-4-5-6% a seconda di cosa si prende in considerazione) di combustibili fossili utilizzati direttamente (trattori) o indirettamente (produzione concimi).”
Le risposi piccato a questo commento facendole appunto osservare che il principale problema dei fertilizzanti azotati con l’AGW non è in fase di produzione, ma d’impiego sui campi, allegando documentazione in proposito. Se ha cambiato idea questa volta invece del solito dialogo tra sordi (tipo i soliti mantra che ignorano i consumi indiretti) sono solo ben felice, si intende.
Qualcun altro le fa notare l’esagerazione da lei posta sull’uso del letame nei sistemi alternativi a quelli tradizionali, ma io invece vorrei soffermarmi su di un altro punto. Sempre nel commento all’articolo sopra linkato scrive pure: “Attualmente il 91% del fertilizzante organico usato nel Bio italiano proviene (in deroga) da allevamenti tradizionali.”. Un altro commentatore le chiese conto del dato (91% in deroga), ma non ha mai risposto. Trovo curioso che nella durissima tirata del documento FIDAD contro il biologico da lei riportato qualche settimana non si faccia riferimento a questo dato ma che addirittura non si metta in dubbio che il letame usato nel bio provenga da allevamenti intensivi. Da parte mia, viste le caratteristiche di un allevamento intensivo, capisco come ottenere LIQUAMI, ma non LETAME. Che sono due cose diversissime, come lei sa bene, sia dal punto di vista dell’impatto che nutrizionale per i terreni.
https://www.mdpi.com/2073-4395/9/2/82/html
Questo ogni tanto lo devo riproporre, giusto per non disperdersi tra le sparate a vanvera di Franco.
È una comparazione tra agricoltura organica e convenzionale.
Attualmente vedo che ci sono degli esperti (veri) che sollecitano gli agricoltori a intraprendere nuovi metodi di coltivazione, appunto, suggeriscono di utilizzare le cover crops, la minima lavorazione, l’inoculazione di micorrize ecc.
Cose che in campo orticolo hanno già una loro storia. (Si veda “orto biologico tecniche di lavorazione” di Luca Conte ed l’informatore agrario) ma non sono facili da trasferire laddove si usano dei trattori mastodontici che compattano i terreni e il diserbo su larga scala tende ad essere molto più problematico che in un orto.
Mi sembra che si punti a trovare una via di mezzo tra i due sistemi agricoli di cui sopra, che finora sono rimasti nettamente contrapposti. Anche perché ci sono delle sollecitazioni che provengono dall’Europa
In questo contesto, due studi di riferimento su F2F, uno dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) e l’altro dal Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione europea, si sono concentrati sull’impatto dell’obiettivo di riduzione dell’input di F2F (diminuzioni del 50% dei pesticidi uso e antibiotici del bestiame, e del 20% negli apporti di azoto, con aumenti del 10% nelle infrastrutture agroecologiche e del 25% nell’agricoltura biologica), ignorando le altre modifiche proposte dalla strategia (cambiamenti dietetici, perdite e sprechi alimentari, organizzazione del settore agricolo , innovazione agronomica e commercio internazionale). Di conseguenza, mostrano che l’implementazione di F2F porterebbe inevitabilmente a un calo della produzione (tra il 7 e il 15%, a seconda dello scenario),
Come possono le altre modifiche previste dalla Commissione contrastare gli effetti della riduzione degli input su volumi e prezzi evidenziati da questi studi? Dal lato della domanda, più diete a base vegetale, in linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (mangiare più frutta e verdura e ridurre il consumo di prodotti animali), potrebbero compensare completamente l’effetto sui volumi causato da una riduzione dell’uso di input chimici in Europa
https://www.iddri.org/en/publications-and-events/blog-post/farm-fork-strategy-ambitious-and-realistic-innovation-pathway
https://www.resilience.org/stories/2021-10-27/fincastle-sustainable-hill-farming-is-the-future/
Si discuteva, tempo fa, se avesse senso rimboschire i pascoli. Qui una possibile risposta.
Fuzzy, questa idea che tu continui a riproporre si riferisce sempre a contesti diversi da quello italiano. Le aree interne italiane, quelle paragonabili alla Scozia, si sono già rimboschite tantissimo, e l’unica minaccia al mantenimento del pascolo (alberato o non) sono la burocrazia e le norme troppo rigide e la mancanza di contenimento dei grandi predatori, che rendono il pascolo difficile o impossibile e costringono a tenere gli animali chiusi (e quindi a dare mangimi e fieno, e quindi niente alberi, che complicano la raccolta di entrambi).
E comunque, un conto è piantare qualche albero e un po’ di cespugli, e un conto “rimboschire” – se rimboschisci troppo dopo pecore e mucche e compagnia non trovano niente da mangiare, non è più un pascolo.
Comunque, questo problema della mancanza di alberi nei pascoli italiani non esiste, per quanti articoli tu possa linkare.
In Italia semmai il problema della mancanza di alberi si verifica o nelle aree urbane, oppure in quelle agricole intensive monocolturali. Qui i pascoli non esistono praticamente più, per cui prima di porsi il problema del rimboschirli o meno bisognerebbe ricrearli.
Mah, su questo, finora, mi sono sempre interrogato.
Tempo fa avevo trovato un articolo che diceva che sui pascoli non ha senso piantare alberi.
Questo dice che ha senso
Tu dici che ci sono già in italia.
Bene, allora se ha senso e la questione inizia a girare anche su portali come resilience.org, si spera che la pratica prenda piede non soltanto in italia, ma anche dove ci sono più potenzialità di incremento.
Basta. Per quanto mi riguarda la questione è chiusa.
Sul 91% avevo già risposto, scrivendo che l’avevo letto, (non ricordo dove, ma su una pubblicazione della propaganda Bio che la faceva risaltare come una contraddizione da evitare in futuro) e l’ho sentita ripetere da un funzionario dell’AIAB di Bologna, quando stavo organizzando la loro prima certificazione al di fuori dell’Italia e precisamente in Uruguay (azienda la Florida specializzata in allevamento al pascolo di bovini di razza angus e misti. Come ho già scritto il tutto poi si risolse in niente: l’allevatore uruguagio scoprì indignato che già venivano importate carni bovine dall’Uruguay certificate (solo sulla carta) Bio. Quella fu la classica goccia che mi fece “traboccare il vaso” e “certificò” oggettivamente quanto tutto l’ambaradan del Bio fosse una buffonata a spese di consumatori ingenui (eufemismo).
Si sbaglia anche per quanto riguarda i fertilizzanti organici. Errore che evidenzia come lei non abbia mai visitato un allevamento. Non capisco come si possano definire come liquami le montagne di pollina prodotta, che in volume credo costituiscano la parte maggiore delle deiezioni animali. Inoltre tutti gli allevamenti di vacche da latte (alloggiate su grandi paddock coperti e scoperti) producono letame. Ne acquisto cinque o sei carri ogni anno anche io per distribuirli sotto le piante di actinidia. Lo stesso per i vitelloni, che hanno anch’essi a disposizione spazi coperti e scoperti con paglia e/o stocchi di mais. Altre parti invece sono coperte da grigliato sotto a cui percola la parte più liquida che va a costituire appunto i liquami. Gli unici allevamenti intensivi da cui fuoriesce solo liquame sono quelli suini. Questi e gli allevamenti più grandi di vitelloni sono oramai quasi tutti abbinati a un digestore di biogas. I due grossi allevatori che conosco (uno di suini e l’altro di vitelloni da carne) mi hanno confidato che oramai guadagnano più dall’elettricità prodotta dai pannelli fotovoltaici di cui sono ricoperte le stalle ed annessi e dal digestore, rispetto a quello che guadagnano direttamente dall’allevamento. Quello di vitelloni (un importante industriale e finanziere) credo che sfrutti questo allevamento soprattutto per “sbiancare” grandi quantità di soldi in nero.
Se ometto di citare certi argomenti come il protossido d’azoto antropogenico e come gas climaterante, non vuol dire che non li conosca. Solo che li ritengo oggettivamente secondari rispetto alla discussione in atto in quel momento. Se si parla di energia, considero solo questo aspetto e non altri.
Non ho trovato la risposta e nel caso l’avesse scritta mi scuso, comunque come al solito sia a livello di aneddotica.
Non di polli. Di suini sì (purtroppo, aggiungo), quindi ho certo immagini ancora in mente. Comunque, dopo le sue uscite sul letame usato nel bio sappia che mi sono parecchio informato da gente del settore riguardo alle sue dichiarazioni, ma qui fermo perché a differenza sua non faccio pettegolezzi pubblici su comportamenti che costuiscono reato, il giorno che volessi muovermi scriverò tutto apertamente (e in maniera documentata) sui miei blog come sono solito sempre fare.
Capirà che se mi mette per iscritto che SOLO i combustibili fossili producono gas climalteranti e che SOLO macchinari e agricoli e PRODUZIONE di fertilizzanti generano gas serra nel comparto agricolo, l’idea che trasmette è completamente diversa (anche perché si stava parlando specificatamente delle emissioni agricole, dove quelle da nitrificazione sono preponderanti su tutte – escludendo quelle da allevamento).
Come al solito dimentica che la mia aneddotica, a differenza sua, che si basa solo su cose scritte e teoriche, riguarda il mio lavoro quotidiano da più di 50 anni. Abito in campagna, e per lavoro, amicizia o curiosità, ho visitato migliaia di aziende agricole ed allevamenti in quattro diversi continenti, per cui conosco il settore e posso valutarlo molto meglio di lei. Se scrivessi di scuola, (cosa che evito accuratamente perché conosco poco il settore, se non per lontane esperienze e per sentito dire (anche da mia moglie che ha insegnato per qualche anno in vari licei), dovrei fidarmi solo di pubblicazioni scritte da altri. Come sta facendo lei.
Riguardo il 91% ricordo di averla anche invitata a ragionarci sopra e arrivare da solo a questo dato partendo dalla semplice constatazione sull’enorme differenza tra il numero di aziende che producono alimenti vegetali rispetto a quelle di alimenti di origine animale Bio. Calcolando inoltre che la maggior parte di queste ultime sono estensive: allevano cioè gli animali al pascolo e localizzate soprattutto al sud ed isole. Con questa enorme disparità di numero e localizzazione, secondo lei, le aziende Bio dove troverebbero i fertilizzanti organici se non da allevatori tradizionali?
Scrivendo che questo pratica costituisce reato, dimostra anche di sapere poco riguardo la legislazione Bio: l’acquisto di questi fertilizzanti è una delle tante assurde ma perfettamente legali deroghe. Si informi meglio!
Ho cercato varie volte (inutilmente!) di farle capire che tutte le emissioni da agricoltura ed allevamento non fanno altro che utilizzare-rimescolare-riciclare atomi di carbonio ed azoto che GIA’ SI TROVANO IN ATMOSFERA o NEL TERRENO. Questo a differenza di quelli derivanti da combustibili fossili che erano rimasti immagazzinati e sepolti a grande profondità da milioni di anni. Fanno cioè parte di cicli biologici più o meno lunghi. Se non fosse così, i gas derivanti dalla nitrificazione o dai rutti di miliardi di ruminanti (e anche di termiti) accumulandosi per milioni di anni avrebbero già reso la terra un ambiente invivibile. Anche su questo cerchi di ragionarci sopra.
“Pur avendo anche loro simpatie e preferenze, devono attenersi alla modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile”, scrisse qualcuno. Decidete da soli se ‘ho sentito un tizio a una conferenza dire la x cosa’, ‘ho letto su di una rivista che non trovo più la y cosa’ rientrino nella definizione e siano più affidabili delle pubblicazioni scientifiche e roba del genere (“cose scritte da altri”).
Veramente il reato in questione era la diffamazione (dire che qualcuno fa qualcosa che in realtà non fa credo rientri in questa categoria).
Guardi che, a monte della produzione dei fertilizzanti azotati, c’è appunto azoto che si trovava in atmosfera e che è stato fissato con il processo Haber-Bosch ma che non è un gas serra e che diventa gas serra quando si ossida diventando protossido di azoto. La nitrificazione naturale sarebbe enormemente più bassa senza apporto dei fertilizzanti di sintesi. In questo modo si è alterato rotto il normale ciclo dell’azoto ed è per questo che il protossido di azoto si accumula in atmosfera come da rilevamenti empirici degli ultimi 50 anni.
Il ciclo naturale dell’azoto è stato alterato da varie pratiche (tra cui l’uso massiccio dei fertilizzanti azotati), oggi i ruminanti da allevamento sono circa tre miliardi nel mondo mentre nelle epoche storiche precedenti erano enormente più limitati. Lei dovrebbe ragionare su quella cosa che si chiama ‘capacità di carico’ e che ignora sempre.
Su chi può parlare di agricoltura e chi no.
Franco, non sei l’unico a lavorare in campagna e a conoscere persone che lavorano in agricoltura. Tante di queste altre persone non la pensano come te, pur avendo a loro volta conoscenze ed esperienza. Inoltre il tuo atteggiamento è molto antipatico (e poco costruttivo, dato che pur di aver ragione tiri sempre fuori cose che non c’entrano con la discussione in corso), ma questo probabilmente non ti interessa.
Igor, sono in parte d’accordo con il fatto che gli studi scientifici non siano l’unico parametro per parlare di agricoltura. Sono senz’altro importanti, ma le condizioni cambiano tantissimo da luogo a luogo, così da essere difficilmente studiabili e standardizzabili in un modo che abbia senso. Inoltre, alcuni dei parametri più importanti (ad esempio il benessere umano e animale, o il valore del paesaggio) non sono facili da misurare. L’agricoltura ha una forte componente culturale e sociale; per di più è molto difficile paragonare un’attività alle sue alternative se non è possibile determinare con esattezza quali queste sarebbero.
Un articolo che fa riflettere su alcuni limiti degli “studi” su agricoltura e allevamento: https://www.theguardian.com/food/2021/aug/30/its-not-the-cow-its-the-how-why-a-long-time-vegetarian-became-beefs-biggest-champion
Partiamo dal fatto che è Burlini a dire di essere un ‘ambientalista eretico’ detentore di conoscenze scientifiche che stravolgerebbero le basi della scienza della sostenibilità. Io non ho mai detto di essere un agricoltore o allevatore ‘eretico’, non mi metto a dire come si debba arare un terreno o allevare un certo animale. Faccio un’altra cosa, mi occupo di divulgazione sui temi della sostenibilità applicata a tanti campi, agricoltura compresa. Se qualcuno mi decanta la virtù di un campo più piccolo rispetto a un altro e io gli faccio notare che esistono i consumi indiretti che lui totalmente ignora (giusto un esempio tra tanti) conta poco che io sia un ‘cittadino’ e robe simili.
Sì, ma ci sono cose che non si possono capire in modo scientifico, neanche se si parla di sostenibilità, perché richiedono una comprensione dei fattori sociali o delle alternative possibili.
Ti faccio un esempio, scusa se è sempre quello. Si fa molta propaganda anti-carne, e in parte questo è giusto, ne mangiamo troppa, gli allevamenti intensivi sono insostenibili e disumani, ecc. Però in alcune aree non esistono alternative all’allevamento; per esempio dove vivo, se io non dessi il fieno agli animali, questo sarebbe bruciato o lasciato marcire, con ancora più emissioni e zero produzione alimentare. Le risposte possibili – produci verdure o fai “rewilding”, non sarebbero praticabili qui, per vari motivi. Per cui, tutti gli studi che parlano di quante calorie per ettaro si producono con gli animali vs con la soia in un contesto del genere proprio non hanno senso.
Senza contare i temi della biodiversità, della qualità degli alimenti e dell’importanza culturale di certi tipi di alimentazione.
Penso che questo blog abbia sempre evitato certi tipi di derive (anche perché c’è gente che si sporca effettivamente le mani in campagna, vedi Jacopo Simonetta). Il problema non sono certe contestualizzazioni, ma certi ragionamenti capziosi del tipo “questo sistema alimentare è l’unico che può alimentare 8 miliardi di persone QUINDI è sostenibile”. Cioé trasformare questioni drammaticamente concrete in un problema di tipo sostanzialmente ‘estetico’.
Direi che in previsione di una minore disponibilità di energia a supporto dell’agricoltura, occorrerebbe abbandonare velocemente l’illusione di poter gestire i terreni con poche persone e sempre più macchine, nonché laboratori scientifici al servizio della chimica o della genetica.
Tutto lascia pensare che se non domani, magari dopodomani, l’agricoltura ritornerà ad essere incentrata sui contadini, forse con l’ausilio degli animali.
Già ora è così, nei paesi poveri.
Quindi gli stessi animali che forniscono forza lavoro potrebbero fornire anche alimentazione e quel poco di letame che serve.
E così non si parlerà più di veganesimo e neanche di allevamenti intensivi come macchine per letame.
Il vero problema futuro sara il solito che affligge l’agricoltura da sempre: l’accaparramento dei terreni nonché ciò che vi si coltiva.
https://grain.org/en/article/6758-the-state-of-the-global-farmland-grab-according-to-the-land-matrix
Su questo non potrei essere più d’accordo; purtroppo, il nostro sistema incentiva pesantemente l’utilizzo di macchinari e di soluzioni ad alta tecnologia (il trattore praticamente te lo pagano, contributi a tutto spiano, gasolio agevolato, ecc), e penalizza ancora più pesantemente l’utilizzo di manodopera (ne so qualcosa, sto cercando di assumere e davvero non ci sono parole per descrivere quanto è complicato e costoso, infatti tantissimi rinunciano).
Se non mettiamo mano a questo, la concorrenza sleale della macchina all’uomo continuerà a far vincere la prima.
Riguardo agli animali, anche qui non potrei essere più d’accordo dato che è quello che sto cercando di fare, ma bisogna tenere presente che se usi animali al posto dei macchinari poi hai bisogno di più terreno agricolo (vedi dibattito al post precedente…)
Gaia: attenta a citare esperienze e conoscenti personali perché anche tu verresti tacciata di aneddotica da chi conosce le problematiche del letame e liquami (e dell’allevamento in generale) dopo averne visitato solo uno (1) e di una sola specie. Tant’è!
Grazie anche del link riguardante l’americana “convertita” . L’articolo mi ha divertito molto per cui l’ho fatto leggere anche a mia moglie che ha commentato ” Che culo (in realtà ha usato un altro termine più adatto ad una signora ” a modo”): in una volta sola ha trovato l’amore e ha capito che mangiare carne non è poi così male. Se l’allevatore fosse stato più brutto e/o antipatico avrebbe quindi continuato con la sua dieta castigata ?” Io aggiungo, anche più povero: con più di 400 ettari, la signora sa scegliere bene!
Sarebbero questi gli esempi virtuosi da imitare? Faccio notare che questo allevatore non produce fertilizzanti organici per l’agricoltura.
Igor: siamo proprio sicuri che un tempo il numero di ruminanti selvatici e termiti (queste ora ridotte fortemente di numero a causa della messa a coltura di ampie aree dell’Africa, Sudamerica e Australia) non fosse più o meno come ora? Solo nelle praterie degli USA fino a 150 anni fa pascolavano 50-60 e forse anche più, milioni di bisonti. Per non parlare dei milioni di cervi, antilocapre ed altre specie di ruminanti selvatici.
In ogni caso, se fossero veramente i ruminanti la causa principale dell’attuale crisi climatica, sarebbe una bellissima notizia, perché basterebbe ridurne il numero alla metà, e avremmo risolto facilmente ogni problema. Anche io contribuirei riducendo a metà le mie attuali 14 pecore. E guadagnerei anche di più continuando ad allevare galline, struzzi e conigli. Bisognerebbe fare questa proposta risolutiva al prossimo COP26 di Glasgow.
Non ho nulla contro l’esperienza personale, contesto quelli come lei che riducono la scienza alla loro personalissima auctoritas, è una cosa profondamente diversa. Se lei non fosse un tecno-entusiasta tante delle persone che magari le danno ragione le ripeterebbero ogni minuto sì e l’altro pure che il suo è il tipico atteggiamento dell’analfabeta funzionale. Per il resto ho accennato a letame e liquami solo in un commento con lei, non ho scritto trattazioni al riguardo, quindi il suo umorismo di patata se lo può anche risparmiare. Semmai, sulle sue affermazioni avrebbero da ridire persone che di letame e liquami se intendono eccome ma questa è un’altra storia e, come ho già detto, il giorno che volessi montar su certi discorsi lo farò nella maniera dovuta con nomi e cognomi e non con qualche commento dove accenno genericamente a Tizio e Caio che mi avrebbero confidato questo e quest’altro.
Era sicuramente inferiore, consulti qualche pubblicazione specialistica al riguardo.
Mai detto questo e anzi ho pubblicamente contestato le esagerazioni stile Cowspiracy, sono sicuramente sono un fattore aggravante.
http://www.cecimpianti.it/compostaggio-industriale/
Compostaggio industriale. Ci sarebbe anche quello domestico, ma non è facile. Se si facessero dei corsi per imparare…. ma normalmente non si fanno
La signora che ha sposato il ricco allevatore con 400 ettari e quindi ha capito che tutti i giorni deve mangiare carne…secondo me nel suo ragionamento manca qualche passaggio logico, ma non vorrei dirlo troppo forte, altrimenti Gaia mi sente e mi cava gli occhi.
A parte la inutile polemica sul veganesimo, vorrei sapere dove sta scritto che la carne deve essere apprezzata da tutti? A me fa letteralmente schifo, sia per la consistenza stopposa, sia perché in sé è
fondamentalmente insapore.
Inoltre, mentre la si cucina, emana un odore nauseante che permane nelle stanze per ore.
Per quanto mi riguarda, e penso anche per molti altri vegetariani, non mangiare carne non comporta alcuna rinuncia.
Stessa cosa per le uova.
Ma non mi sognerei mai di criticare i gusti di chi mangia carne e uova. E chi sono io per dettare legge sui gusti delle persone?
Franco, non ho detto che la signora in questione è un esempio da imitare, solo che fa discorsi sensati: ad esempio, dice che sulla terra su cui loro fanno pascolare le vacche non si potrebbe probabilmente produrre altro, quindi non ha senso parlare di alternative “vegetali”. Dice che ogni posto è un caso a sé, non che tutti devono fare come loro.
Riguardo al concime, se fai solo pascolo gli animali concimano il terreno su cui passano, non è un dovere morale fornire per forza letame agli altri se te lo usi tu.
Le estensioni delle aziende agricole nelle Americhe sono immense rispetto alle nostre; su terreni spesso però più aridi e meno produttivi, inadatti a certi tipi di coltivazioni se non con massicci input di acqua e fertilizzanti, e a prezzo di erosione e altri problemi. Comunque, terre sottratte all’abbondanza di vita selvatica, come osservarono gli Indiani fatti fuori piano piano per far posto agli europei e ad altri immigrati (e come anche le nostre, ma da molto più tempo).
Fuzzy, se leggi con attenzione lei non ha iniziato a mangiare carne perché ha sposato il ricco allevatore (che comunque definisce un rappresentante dei “piccoli e medi”, perché in America hanno tutti altri parametri), ma è arrivata a lui e poi (molto dopo) a questa conclusione dopo un percorso durato anni e basato su studi, esperienza e osservazione. Non ho letto il suo libro ma mi pare di capire che il suo discorso non sia che devono mangiare carne anche quelli a cui fa schifo, ma che si è demonizzato il consumo di carne prendendo una modalità di produzione, quella intensiva, del “feed lot” americano ma usata anche qui, come rappresentativa per tutti.
Comunque, era uno spunto, non ho messo l’articolo per dire che dobbiamo fare tutti così. Per quanto riguarda me, uno può mangiare quello che gli pare (fatti salvi casi estremi ovviamente), l’importante è non giudicare gli altri sulla base di informazioni superficiali.
Ho linkato l’articolo per dire che la questione agricola è difficilmente generalizzabile a livello globale, non per riaprire una polemica carne sì- carne no.
Secondo me il compostaggio domestico è in realtà facile con piccoli accorgimenti, l’ho fatto e visto fare su balconi e terrazzi in città!
Gaia: quello che scrivi sul fatto che nella maggior parte dei casi l’allevamento estensivo (su pascolo) è l’unica alternativa possibile per produrre cibo, è esattamente quanto ripeto da tempo. Le eccezioni e le esagerazioni restano eccezioni ed esagerazioni. Solo il 12-13% dei bovini (160-170 milioni circa sono allevati in maniera intensiva con sistema feed-lot e cioè in parte con foraggi coltivati e con la restante parte (spesso la maggioranza) con scarti di lavorazioni agricole e/o industriali: buccette, paglie, panelli, sanse, ecc. Più o meno altrettanti hanno una alimentazione mista: gran parte del tempo la passano su pascoli naturali e negli ultimi 3-4 mesi viene fatto un finissaggio con foraggi coltivati. Nessuno dei quali adatto all’alimentazione umana!!
Ripeto ancora una volta: anche io sono contrario a certe esagerazioni di produzione e consumo, ma non bisogna prenderle come la norma. Ancora più basse sono le percentuali di altri ruminanti (pecore, capre, bufali, bisonti, gaur, ecc.) allevati ed alimentati secondo sistemi intensivi. Per queste ragioni contesto Igor, Fuzzy e gli autori che loro leggono e citano (che purtroppo sono anche i più influenti perché venduti all’attuale Sistema- Pensiero Unico per cui pubblicano più di altri) quando predicano come se tutti i ruminanti siano allevati con sistema intensivo.
La mia citazione del letame riguardante l’allevamento della signora voleva solo sottolineare (ancora una volta) che se non ci fossero gli allevamenti intensivi che i sostenitori del Bio tanto detestano, costoro non riuscirebbero a produrre e acquistare i loro prodotti vegetali. Visto che (anche giustamente) disdegnano i concimi chimici. Ho cercato più volte di far ragionare Igor su questa contraddizione invitandolo ad arrivarci da solo confrontando i dati sul numero di allevamenti intensivi Bio (gli unici che possono fornire fertilizzanti organici) e il numero di aziende a sola produzione vegetale. Lui continua a fare lo gnorri perché i dati dimostrano che su questo ho perfettamente ragione. Almeno tu, cerca di ragionare su questo punto. Con Fuzzy ho perso ogni speranza perché confonde il giardinaggio amatoriale con l’agricoltura che DEVE dare da mangiare a miliardi di persone.
Io veramente ho sempre sentito ripetere allevamento intensivo.
Ma mettersi a discutere con uno che ad ogni commento cambia le carte in tavola a seconda di quello che gli conviene, mi sembra soltanto una perdita di tempo.
Io sono per il modello agroecologico, che è un modello di coltivazione mista che si può applicare anche su piccolissima scala, con il cosiddetto forest garden, che grosso modo è quello che faccio e so fare e di cui conosco le caratteristiche.
E la questione del letame è ridicola.
Comprati il libro Microbiologia ambientale cura di Bruno Biavati e Claudia Sorlini volume B e vai alla voce
Compostaggio. Non è un testo divulgativo e dovraivspendere 85 euro.
Dice che oramai è stata abbandonata la produzione ed uso di letame.
C’è un’agricoltura intensiva che non dispone di fertilizzanti organici.
E allevamenti intensivi senza terra nei quali la quantità elevata di deiezioni prodotte pone problemi di inquinamento e degrado ambientale.
Da cui il compostaggio ambientalmente sicuro e agronomicamente vantaggioso a costi operativi accettabili.
Poi seguono 10 pagine su come deve essere prodotto il compost perché sia veramente tale. E non è per niente semplice. Qualcosa si può trovare anche su Wikipedia.
https://www.compost.it/il-compost-e-il-marchio-compost-di-qualita-cic/cose-il-compost/
https://www.compost.it/il-compost-e-il-marchio-compost-di-qualita-cic/compost-in-agricoltura-biologica/
https://www.compost.it/compost-tool-intro/
Più chiaro di così…
Fuzzy, la permacultura, e penso anche l’agroecologia, prendono ispirazione dagli ecosistemi naturali. E non esistono ecosistemi senza animali. Uno può sicuramente fare agricoltura senza animali, e produrre buon cibo, però dire che le deiezioni animali siano intrinsecamente un problema mi sembra strano, dato che sono uno dei principali sistemi di riciclo dei nutrienti in natura (mare compreso).
Un tema interessante è che adesso non ti lasciano usare le carcasse per concimare per motivi “sanitari” (devi incenerire tutto, con rare deroghe). È l’ennesimo regalo all’industria, e nessuno ne parla.
Certo, in un sistema agroecologico gli animali ci devono essere, perché forniscono il letame che serve direttamente in loco.
Ma non è che solo col letame si fertilizza il terreno, si usano anche materiali vegetali eventualmente con aggiunta di letame.
Quindi non si parla di una monocoltura, ma di un sistema che integra un po’ di tutto, appunto come avviene in natura. Per quanto mi riguarda, io gli animali non li posso tenere a causa delle dimensioni microscopiche del mio orto. Ma come dicevo ho alberi, siepi, erbe spontanee commestibili e arbusti. In autunno accumulo parte delle foglie cadute e le sistemo sul terreno che coltivo.
Questo secondo il canone biologico sarebbe sufficiente per mantenerne la fertilità, ma non per incrementarla e nel caso dovrei aggiungere letame.
Poi siccome fare orticoltura per diletto ti porta a fare esperimenti, mi sono un poco
discostato dalla norma e ho provato un particolare metodo che favorisce lo sviluppo spontaneo delle micorrize e con questo mi sono trovato bene e vado avanti. Ma non intendo convincere nessuno.
Certo, IO faccio lo gnorri…
Comunque, riassumiamo per la cronaca questi famosi ‘dati’:
– una confidenza di un funzionario della AIAB di Bologna (immagino tanti anni fa, quando faceva ancora biologico);
– un articolo di una rivista che non trova più;
– le sue personali deduzioni.
C’è un piccolo problema… ok, io sono un povero cittadino-cretino che non sa nulla di nulla. Ma che dire dei nemici giurati del biologico amici del sig. Burlini? Nel rapporto FIDAF non si parla minimamente di letame in deroga da allevamento intensivo. Provate a fare qualche ricerca su google e fatemi sapere se trovate qualcosa al riguardo più di me (cioé nulla). Non è un po’ strano che venga evitato un argomento (91% di letame in deroga da allevamenti intensivi) che da solo potrebbe sputtanare per sempre l’intero allevamento biologico, invece di riportare certe arrampicate di specchi?
https://quifinanza.it/lifestyle/agricoltura-biologica-dove-si-fa-in-italia/190664/
Non sapendo niente di deroghe mi limito a far notare che il biologico e l’allevamento estensivo sono principalmente localizzati a Sud
Mentre al nord predomina l’allevamento intensivo finalizzato ai prodotti da reddito
https://www.corriere.it/le-inchieste/2018/08/13/anossia-uccide-mare-adriatico-colpa-dell-azoto-che-agricoltori-riversano-fondali/341b62c4-9f14-11e8-85a1-8239add4b598.shtml
I reflui prodotti al nord, a meno che non vengano compostati, purtroppo
sono in eccesso e creano grossi problemi di smaltimento lungo la linea del Po.
Quindi c’è un problema con la quantità eccessiva di tutto questo presunto ben di Dio che viene magnificato da Franco
Tra l’altro, questi allevamenti intensivi prendono fior di contributi pubblici.
Fuzzy: e secondo te, quel miliardo e mezzo (circa) di persone che fanno i contadini e che stanno utilizzando, chi più chi meno, i fertilizzanti organici (come d’altra parte hanno fatto per millenni i loro antenati) si stanno sbagliando ed invece gli unici ad aver capito che i ferilizzanti non servono, sono questi fantomatici “esperti” Biavati e Sorlini. Ma mi facci il piacere, mi facci! Che siano furbi, invece è una certezza: riescono a spillare ai gonzi che ci cascano ben 85 Euro!! Credevo che il libro “bufala” di quel furbacchione di Fukuoka, avesse insegnato qualche cosa. Evidentemente la madre dei gonzi è sempre incinta.
Mia moglie, mio figlio e tanti amici, da anni mi incitano a scrivere un libro esattamente contrario a quello che penso e faccio, e che assecondi il Pensiero Unico dominante. Dicono (e anche io ci credo) che è solo così che si fanno i soldi e/o si diventa famosi.
Ma vedi che metti nello stesso calderone il compost industriale con il sovescio parziale?
E poi non ho mai detto che il letame non serve, ma che non è il solo fertilizzante possibile in un sistema agroecologico. È indispensabile soltanto qualora il terreno che si coltiva non sia dotato di una buona fertilità, nel qual caso serve il letame per incrementare le riserve in humus.
Altrimenti (terreno già fertile) si può optare per il sovescio parziale in cui la massa vegetale viene sfalciata e lasciata sul terreno come pacciamatura eventualmente rimpinguata aggiungendo foglie, paglia o altro materiale secco.
Poi di quello che faccio io e di Fukuoka è meglio non parlarne più, perché 1 non interessa a nessuno 2 non si può spiegare in poche righe 3 si presta ad essere denigrato da chi come te parla senza aver mai messo in pratica per un tempo adeguato.
Comunque con Fukuoka si entra nel campo della microbiologia di cui vedo tu non sai assolutamente niente. Perciò
prima di scrivere il libro, abbi cura di informarti un minimo, giusto per non cadere nel ridicolo.
Bruno Biavati era un docente di microbiologia agragria dell’università di Bologna, scomparso qualche anno fa (https://magazine.unibo.it/archivio/2020/12/29/lutto-in-ateneo-e-scomparso-il-prof-bruno-biavati). Questo invece è il curriculum di Claudia Sorlini http://www.collegiounibs.it/wp-content/uploads/2018/02/CV_Sorlini.pdf , già professore ordinario di Microbiologia Agraria presso il Dipartimento di Scienze degli Alimenti, la
Nutrizione e l’Ambiente dell’Università degli Studi di Milano e preside della Facoltà di Agraria dell’UNIMI. Sono dei veri esperti di agronomia con tutti i titoli, a differenza sua che è veterinario (giusto?) che fa l’agricoltore. Quindi ‘fantomatici’ un bel niente ed eviti per favore di diffamare altre persone, l’unica persona insultabile è il sottoscritto. Il libro costa tanto come molti manuali universitari del resto.
Gaia: solo i dilettanti come Fuzzy si entusiasmano ad argomenti “vecchi” (autentiche scoperte dell’acqua calda) come l’utilizzo delle micorrize. Costoro confondono spesso il giardinaggio e/o l’orticoltura amatoriale con l’agricoltura. La nuova ed enorme sede del Consorzio Agrario del mio paese è divisa in due sezioni: parte agricola e parte amatoriale. Il parcheggio di quest’ultima è tre-quattro volte più grande della prima e gli introiti credo siano anche corrispondenti. I prodotti “micorrizati” li vendono (quasi) solo nella parte amatoriale. Gli agricoltori professionisti usano le micorrize solo in fase di trapianto di piante da frutto. Fin da bambino ho sempre visto che i miei nonni e genitori, al momento del trapianto di qualche albero da frutto (ovviamente non di impianti con migliaia di piante), soprattutto di piante a radice nuda, mettevano nella buca una badilata di terriccio prelevato dal posto dove era stata la legnaia. Abitudine che continuo ad utilizzare anche io. Questo terriccio, formato soprattutto da legno decomposto nel corso di parecchi anni, è particolarmente ricco in micorrize. E non mi costa nulla. Ovviamente prima ci faccio razzolare per qualche settimana o mese le galline in modo che eliminino tutte le larve e pupe di parassiti presenti.
Nessuno nega che le micorrize del commercio siano utili, ma il rapporto costo/beneficio è valido solo per piccoli appezzamenti orticoli. Nell’agricoltura su grande scala vengono utilizzati ben altri metodi per favorirne la crescita. Questi metodi ovviamente dipendono dalla pedologia del terreno e dalle colture. Con i prezzi elevati di concimi, carburanti e manodopera (i contadini sono oramai quasi tutti vecchi e i pochi giovani non hanno tempo e voglia per rimanere ore sul trattore) si adottano soluzioni sempre meno impattanti. Molte di queste hanno il risvolto positivo di favorire il ripristino della microflora batterico-micotica del terreno. Per esempio quella rotazione delle colture (coltivazione di cereali su terreni precedentemente coltivati a leguminose: pratica conosciuta da centinaia di anni e che qualche anno fa era stata trascurata da molti) oppure l’abbinamento dei liquami (non più sparsi in superficie, ma interrati da macchine che contemporaneamente muovono solo lo strato superficiale del terreno, con concimi chimici a lento rilascio. Poco dopo viene fatta la semina. In tal modo nel terreno hanno modo di svilupparsi e moltiplicarsi tutte quelle specie di micorrize già presenti. Aggiungerne altre “artificiali” su centinaia-migliaia di ettari oltre che troppo costoso sarebbe perfettamente inutile.
Alla discussione sui fertilizzanti chimici ed organici va aggiunta (o sottolineata) la nota riguardante i prezzi e la legislazione vigente. Con i prezzi attuali (anche dei fertilizzanti organici divenuti sempre più rari per la scomparsa di molti allevamenti intensivi: il numero di vacche da latte si è dimezzato in pochi anni) non vedo come siano possibili tutti questi sprechi. La legislazione attuale (ed i controlli) è inoltre sempre più stringente. e non permette eccessi.
Conosco bene l’agricoltura nei PVS, (che per la maggior parte gravitano su terreni lateritici tipici dei tropici fortemente carenti di sostanza organica e quindi di microflora batterico-micotica) per cui so bene quanto invece qui siano importanti concimi e fertilizzanti. per l’assenza di leggi e controlli, accanto alle carenze, qui ho visto purtroppo anche degli eccessi. Contadini più ricchi di altri (ma ignoranti) effettivamente eccedevano con concimi chimici. hanno poi smesso, perché l’eccesso (e lo sbilanciamento) di macro e microelementi è nocivo per le piante.
https://www.ilnuovoagricoltore.it/mais-con-i-biostimolanti-si-riduce-lapporto-di-azoto/
Si, i dilettanti e le direttive europee.
Chiudiamola qui.
Di articoli come questo ne ho già letti a dozzine sulle riviste di parte. Qualche articolo l’ho letto anche sulle riviste serie. Per fare cassa è comprensibile che si scenda a compromessi! Sono articoli simili a quelli che propongono integratori vitaminici e/o di oligoelementi per uso umano. A parte il fatto che raramente servono, male non fanno se non al portafoglio. Così come ad un integratore vitaminico preferisco sempre della frutta, allo stesso modo a questi biostimolanti preferisco le vecchie e buone pratiche agronomiche. Se fossero efficaci come ingenuamente credi, ti sei mai chiesto perché quasi nessun agricoltore li usi ( se non negli orti), nonostante siano sul mercato da almeno 15-20 anni?
https://www.agrariansciences.it/2019/10/i-microbi-del-suoloveri-alleati-dell.html?m=0#more
Ma guarda un po’.
Agrarian sciences si è messo sulla via degli eretici. Incredibile.
Mi riservo di rileggere l’articolo con attenzione.
Solo quelli come te possono stupirsi e/o rallegrarsi per articoli (banalmente divulgativi e non certo scientifici) come questo, che in sostanza non dice niente che non si sappia da decenni. Un conto è favorire la loro permanenza-biodiversità-crescita con le buone pratiche agronomiche ed un conto è produrre e poi introdurre questi microorganismi al terreno. per i costi eccessivi della seconda soluzione (e quindi fattibile solo per piccole superfici) , preferisco di gran lunga la prima.
Riporto una serie di commenti apparsi su Twitter.
Carenza di fertilizzanti. Mi sembra interessante.
La carenza di fertilizzanti causata dall’energy crunch rischia di sfociare in un food crunch a giudicare dall’impennata del prezzo europeo del frumento
Seguire in prezzi esagerati dell’ammoniaca per capire come le agri-comm abbiano appena iniziato a salire
Si tornerà al letame organico!
Di cui c’è scarsità in quanto usato per biomasse per produrre energia. E che cmq sta risentendo degli aumenti del gas in quanto deve essere desidratato per ottemperare a norme sanitarie prima di essere usato. Mi creda non sarà così semplice.
La Cina ha inserito i fertilizzanti tra i prodotti con tariffa in uscita al 40% e non li esporta, essendone oggi uno dei principali produttori.
Infine i giochi invernali di Pechino faranno si che molte industrie chimiche nei pressi della capitale cinese si fermeranno per ragioni di inquinamento, portando ancora più allo stress la situazione di penuria.
Ah, dimenticavo che il nuovo anno cinese inizia a febbraio, più tardi rispetto al solito. Questo vuol dire tempi di lavoro ridotti fino almeno a metà febbraio. Non avete idea di quello che sta per accadere
Ma non sarebbe preferibile una economia autarchica adattata ai tempi per difendersi dai ricatti di qualunque tipo?