Dal suo blog sul Fatto Quotidiano on line, Loretta Napoleoni dedica un post all’escalation in borsa della Nvidia grazie ai massicci investimenti in componenti hardware e software per il funzionamento e l’ottimizzazione della AI, una svolta radicale per un’azienda prima impegnata quasi esclusivamente nel settore del gaming. In chiusura, spiega che

La rivoluzione tecnologica non è diversa da quella industriale: alla radice c’è l’innovazione di sistemi di hardware che permettono cambiamenti radicali nell’economia e nel funzionamento della società, come avvenne con la spinning jenny della rivoluzione industriale.

E’ questa una lezione importante per il futuro, che conferma l’importanza della ricerca e dell’innovazione, fenomeni a monte dei cambiamenti del mercato. Che un’impresa riesca a reinventarsi dal settore dei videogiochi e a diventare prioritaria nella ristrutturazione industriale in atto deve farci riflettere su dove e come investire il capitale innovativo e sul perché, in questa nuova fase dell’evoluzione industriale, sia fondamentale avere una visione corretta del futuro, anche quando questa appare come pura fantascienza.

 

In poche righe, la Napoleoni è riuscita a condensare gli elementi salienti di una retorica molto di moda: gli accostamenti storici inappropriati (un solo dato: la spinning jenny fu ideata da un semplice carpentiere, James Hargreaves, mentre i semiconduttori sono un ritrovato high tech la cui produzione è appannaggio di un ristretto numero di multinazionali), l’esaltazione dell’innovazione tecnologica per creare nuovi modelli di business e l’enfasi sulla visione del ‘futuro’, a suo dire tanto più corretta quanto più ispirata alla fantascienza.

Ma davvero Nvidia e le imprese correlate all’AI stanno muovendo le loro mosse ispirandosi a un futuro correttamente inteso? A mio parere, sembrano molto più legate al presente, per essere più precisi a una visione di eterno presente ancorata a un mondo dove vige una determinata produzione alimentare e sono possibili certi consumi energetici e di materie prime. Ma nell’era contrassegnata dall’overshoot, dalla crisi climatica e dalla fine della ‘natura a buon mercato’, la stabilità di queste tre variabili è tutt’altro che assicurata.

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista”, recita un famoso aforisma di Kenneth Boulding. Benché economista, il livello di ‘pazzia’ di Loretta Napoleoni non eguaglia, ad esempio, quello del più blasonato collega premio Nobel Robert Solow, spintosi ad affermare che grazie al perfezionamento tecnico l’umanità può prosperare anche in assenza di materie prime. Tuttavia, condividono entrambi il feticcio della tecnologia come motore della prosperità umana. 

In realtà, il merito principale della rivoluzione industriale non è da ascrivere alla spinning jenny e neppure alla macchina a vapore, ma ai miglioramenti in campo agricolo operati a partire dal Seicento e al massiccio apporto energetico garantito dal carbon fossile. Fenomeni avvenuti in un pianeta allora ampiamente entro la capacità di carico, con meno di un miliardo di abitanti, ricco di risorse facilmente sfruttabili e dove i cosiddetti servizi ecosistemici erano perfettamente funzionali. In quel contesto l’umanità poteva sviluppare una tecnologia per ampliare la sua nicchia ecologica, mentre oggi è imperativo ridurla. Peccato che uno dei principali vantaggi decantati dai fautori della AI sia proprio la sua capacità di produrre di più. 

Solo tempo ci dirà se l’ascesa di Nvidia sarà duratura oppure se siamo di fronte all’ennesima bolla finanziaria estemporanea pronta a scoppiare da un momento all’altro. Per quanto ci riguarda, pur ammettendo che sicuramente l’AI e tutto quanto ad essa collegato ricoprirà un ruolo rilevante, riteniamo sia fondamentale avere una visione corretta del futuro, anche (e soprattutto?) quando questa appare come pura distopia

                                                             

 

 

 

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