Sono venuto a conoscenza di Socialismo di Metà-Terra, scritto da Troy Vettese e Drew Pendergrass, grazie a un’intervista a Vettese su Jacobin, in occasione dell’uscita della traduzione italiana edita da Mimesis. L’idea di una visione socialista basata sul proposito di rinselvatichire metà del pianeta (da qui ‘Metà-Terra’, termine coniato dall’entomologo Edward Osborne Wilson) mi ha incuriosito, spingendomi a leggere il libro.
In tutta franchezza, fino a qualche anno fa lo avrei sonoramente stroncato e sconsigliato, per ragioni più che valide. In particolare, soffre del problema cronico delle proposte ecologiche di sinistra, ossia la visione stereotipata del pensiero di Malthus e la conseguente sottovalutazione del problema della sovrappopolazione.
Ciò porta gli autori a scrivere vere e proprie castronerie, come affermare che sia possibile sostenere una popolazione di dieci miliardi di abitanti nella Metà-Terra in equilibrio ecologico semplicemente riducendo i quantitativi di energia pro capite, diffondendo capillarmente una dieta vegana e qualche altro aggiustamento strutturale. I limiti dello sviluppo viene citato nella prefazione all’edizione italiana ma il suo apporto al testo è nullo; in compenso, sono presenti le consuete invettive contro Paul Ehrlich e la bomba demografica.
Premesso ciò, oggi mi sono convinto che partire da presupposti corretti pur giungendo a conclusioni errate possa essere intellettualmente più fecondo del procedimento opposto (penso a chi straparla di sovrappopolazione per i motivi più abietti), almeno se dotati di sufficiente spirito critico per separare la paglia dal fieno e riportare sui giusti binari ragionamenti altrimenti sconclusionati. In quest’ottica, Socialismo di Metà-Terra risulta apprezzabile sotto diversi aspetti.
In primis, non siamo in presenza dei consueti ecomarxisti alla Jason Moore o Kohei Saito, il cui scopo principale spesso sembra dimostrare che Karl Marx fosse un proto-ecologista e non un tipico pensatore della sua epoca, influenzato cioè dal Positivismo allora imperante e quindi fermamente convinto della capacità di scienza e tecnica di asservire la natura a vantaggio dell’uomo.
In questo senso, il capitolo ‘Incatenare Prometeo’ dimostra la volontà di abbandonare qualsiasi residuo positivista ancora presente nel marxismo e nel pensiero di sinistra in genere, proposito testimoniato dalla netta presa di distanza dall’energia nucleare, dalle tecniche BECCS (bioenergia tramite la cattura e il sequestro del carbonio) e dalla geoingegneria.
Inoltre, a differenza del filosofo di Treviri e dei suoi epigoni, Vettese e Pendergrass non si limitano alla critica del capitalismo, così come si discostano dalla maggior parte degli studiosi di orientamento ecologista, spingendosi al di là della semplice constatazione e quantificazione del danno ambientale. Ispirandosi al concetto di ‘utopismo scientifico’ di Otto Neurath, ritengono anzi fondamentale delineare alcune caratteristiche della futura società ecosocialista.
Nel quarto capitolo del libro, ‘Notizie dal 2047’, ricalcando il romanzo di William Morris Notizie da nessun luogo, il saggio si trasforma in fiction immaginando che un tale di nome William, per magia, si addormenti nel Massachusetts dei giorni nostri per risvegliarsi in quello del 2047, quando si è compiuta la rivoluzione ecosocialista. Un mondo tutt’altro che perfetto, ma dove la problematica ambientale è stata affrontata radicalmente e, malgrado un benessere materiale ridotto rispetto a un paio di decenni prima, si apprezza il valore di una vita dai ritmi meno serrati e molto più rilassanti.
L’ultimo aspetto, in un’epoca in cui in Grecia viene approvata la giornata lavorativa a 13 ore e in cui le start-up della Silicon Valley caldeggiano la ‘settimana 9-9-6’ (al lavoro dalle 9 del mattino alle 9 di sera sei giorni su sette, ma se rinunci anche alla domenica non ci offendiamo mica!), potrebbe rivelarsi una prospettiva particolarmente allettante. In ogni caso, è opportuno evidenziare gli aspetti positivi e non solamente le rinunce dovute all’abbandono della chimera della crescita economica continua.
Altrettanto interessante è il modello di programmazione che, per delineare un’utopia concreta all’interno del possibile, dovrebbe determinare il grado di impatto delle attività umane per mantenere la Metà-Terra entro i limiti della sostenibilità, basandosi sui seguenti parametri:
- budget di carbonio per non oltrepassare +1,5°C (o in alternativa +2°C) di aumento della temperatura media globale rispetto all’era preindustriale;
- 50% del suolo della Terra da lasciare rinselvatichito;
- estensione dei suoli agricoli e tecniche agronomiche adottate per le coltivazioni;
- consumo energetico e tipologie di fonti adottate.
Purtroppo l’analisi è ristretta alle emissioni climalteranti, fatto che spiega le assurdità sopra citate. Tuttavia, perfezionando il modello includendo l’impronta ecologica e l’analisi del ciclo di vita della produzione industriale, si disporrebbe di un prezioso strumento per comprendere e affrontare la realtà (di fatto, sarebbe una versione perfezionata di World3, del tutto fattibile con la potenza di calcolo e i linguaggi di programmazione attuali).
Può creare più perplessità, invece, l’idea di un ufficio centrale che gestisca e aggiorni i dati del modello (chiamato scherzosamente Gosplant, per assonanza con il Gosplan, l’agenzia per la pianificazione sovietica) e che, attraverso complessi meccanismi di feedback e retroazione (la cibernetica permea decisamente quest’opera), si interfacci con organismi decentralizzati liberi di organizzare il territorio secondo tali indicazioni, per mantenersi ecologicamente sostenibili.
Insomma, un ribaltamento completo rispetto al sistema sovietico, dove il centro decisionale stabiliva i progetti da implementare e i soggetti periferici erano meri esecutori delle direttive, consolidando il clima autoritario e repressivo dei regimi del socialismo reale. Nel socialismo di Metà-Terra, invece, si apre a forme di partecipazione democratica, sebbene diverse dalle attuali.
I governi locali, infatti, in base alle esigenze di sostenibilità e rewilding, potrebbero decidere, ad esempio, di concedere una maggiore quantità di energia pro capite (l’orizzonte di riferimento è quello della Società a 2000 Watt) in cambio di una dieta più povera di carne; oppure utilizzare parzialmente tecniche di agricoltura industriale riducendo i consumi pro capite.
I ragionamenti di Socialismo di Metà-Terra trasudano una certa ingenuità e faciloneria, tuttavia è il primo programma ecosocialista consistente e realmente ispirato al glocalismo in cui mi sia mai imbattuto. Pertanto, anziché comportarsi da maestrina con la penna rossa facendo le pulci al testo, conviene carpirne tutte le idee valide e trasferirle all’interno di una cornice concettuale più accurata.
Detto ciò, non consiglio la lettura di questo libro a tutti. Senza una buona preparazione in materia di sostenibilità e limiti dello sviluppo, è facile rischiare di farsi sedurre dalla prosa appassionata e argomentata ma poco rigorosa, scambiando lucciole per lanterne. Ma se disponete degli opportuni anticorpi intellettuali, allora merita davvero una seria attenzione.
“sia possibile sostenere una popolazione di dieci miliardi di abitanti nella Metà-Terra”
Gli autori spiegano perché ciò sia un valore un bene, perché sia auspicabile?
E perché non, ad esempio, dodici miliardi?
Non vorrei che si trattasse della stessa disonestà intellettuale di osannati architetti “industrialistici” che nel privato scelsero/scelgono le proprie magioni nel verde, spaziose, spesso isolate e in contesti bucolici, non certo una unità-spazio nei formicai modulari distopici che progettano nelle conurbazioni, megalopoli.
Perché sarebbe un male, un problema, non auspicabile, un pianeta con quattro, tre o due, miliardi, un miliardo di esseri umani? Fino alla prima metà del secolo scorso eravamo meno di tre miliardi e ampie parti del pianeta erano in condizioni ecologiche nettamente migliori.
In Europa, diciamo la grande maggioranza delle persone hanno gruppo sanguigno zero, il regime alimentare ideale è basato su verdure e carne, carboidrati e latticini creano problemi, specie in età matura, in vecchiaia.
Conosciamo i problemi della risposta positivistica, industriale, alla enorme richiesta di proteine animali: allevamenti terrestri e marini intensivi, un disastro.
Come conciliare la produzione di cibo con il nuovo cancro verdognolastro noto come agrivoltaico? O con la coltivazione di colza per bio-diesel o altro per etanolo?
Insomma è la solita saponetta che presa da una parte sguiscia dall’altra o, per dirla alla Paul Chefurka, l’elefante nella stanza che costituisce un tale tabù per cui, più è grande, più è ignorato, rimosso da pensiero e politica.
I signori autori pare non conoscano o non vogliano conoscere ciò che è noto come “fogna del comportamento”.
I ‘signori autori’ semplicemente come il 90% dell’umanità fanno riferimento a quelle che sono le proiezioni demografiche ritenute più attendibili, senza rendersi conto che si tratta di meri calcoli matematici basati sul presupposto che le principali variabili della società umana rimangano inalterate nel tempo. Sbagliano ma ciò dimostra la loro onestà intellettuale, perché vagheggiare di una ‘popolazione auspicabile’ sarebbe wishful thinking bello e buono.
Non ha letto una sola riga del libro ed è giunto a questa conclusione tranchant… no, positivismo e prometeismo non abitano in Socialismo di Metà-Terra, altrimenti non gli avrei dedicato mezza riga di commento. Sulle questioni degli allevamenti intensivi, del tipo di dieta e dei biocarburanti intervongono e, cosa molto importante, fanno capire che trattasi di una coperta corta dove intervenendo ‘positivamente’ su alcune devo necessariamente agire ‘negativamente’ su altre; non gli è del tutto chiaro il meccanismo alla base della coperta, per stare nella metafora.